La Questione Industriale: Tra Interpretazione Letteraria e Letterale

Il 22 e il 23 Giugno 2017 si è tenuta a Riva del Garda una edizione, la sesta, di particolare interesse, di ReBuild, dedicata all'Edilizia Off Site, i cui contenuti analitici sono ovviamente impossibili da riassumere in questa sede.
È possibile, tuttavia, avanzare, in continuità con altre riflessioni sull'argomento, alcune note, rilevando, per prima cosa, come l'Off Site sia proposto nuovamente quale categoria centrale con un certo coraggio intellettuale, tenendo conto delle misere fortune della sua storia recente, almeno in Italia.
Il che è ben manifestato, ad esempio, dal fatto che, in un dato momento storico, le iniziative che si intitolavano all'Industrializzazione abbiano subito una dislocazione verso l'Innovazione, quasi a denotare il declino del fenomeno «industriale» nel Settore delle Costruzioni, relegandolo operativamente, peraltro, all'Edilizia per l'Industria.
In realtà, il tema, che, secondo alcune analisi storiche, ha influito sempre solo marginalmente sull'evoluzione del comparto, fallendo una «discontinuità» nei confronti di un cambiamento incrementale, si è sempre dibattuto tra una interpretazione letterale del fordismo e del taylorismo da parte della cultura architettonica (da Martin Wagner a Ernst May: sino a Konrad Wachsmann) e una letteraria (da Alexander Klein a Walter Gropius: sino a Giuseppe Pagano e Guarniero Daniel).
È interessante notare, nella dimensione di una ironica nemesi, che uno dei primi casi di applicazione urbana del Building Information Modeling, poi interrotta sul nascere per motivi di altra natura, nei primi Anni Dieci del Nostro Secolo, abbia visto, ante litteram, a San Pietroburgo, protagonisti i maggiori attori britannici dello UK BIM Mandate del 2011, a proposito di una grande operazione di sviluppo immobiliare residenziale alto di gamma, sorto su una area in cui in precedenza insisteva un grande insediamento prefabbricato di stampo sovietico, che nulla avrebbe avuto da invidiare ai Grand Ensemble francesi.
Del resto, tutta la traiettoria di Konrad Wachsmann ben rivela della costante paradossalità della Industrializzazione: grande prestazionalità come architetto di Albert Einstein sul Wannsee, allorché, negli Anni Trenta, egli è piena sintonia con i prefabbricatori tedeschi dei sistemi costruttivi in legno; imprenditore velleitario, con Gropius, quando, nel decennio successivo, si propone come ideatore del giunto universale nel sistema produttivo statunitense delle costruzioni di stampo ottocentesco.
Tra i primattori figurava Bryden Wood, fresca delle esperienze nel settore sanitario, che appare, assieme ad AdiTazz negli Stati Uniti, come la best practice internazionale sul tema delle combinatorie computazionali finalizzate a creare sistemi costruttivi digitalmente fondati allo scopo di generare la varietà dalla ripetizione.
Un argomento affrontato, con modalità differenziate tra loro, da ReBuild, ad esempio, a proposito dell'Edilizia Ricettiva.
In fondo, anche in termini più schiettamente produttivi, dai primi brevetti Camus in poi, la sottile ambiguità tra Prefabbricazione e Industrializzazione non ha mai smesso di caratterizzare l'affare che oggi, all'insegna della Mass Customization, si cerca di risolvere, o di eludere (?), attraverso l'Off Site e il Design for Manufacturing and Assembly.
Uno dei maggiori meriti dell'evento gardesano è stato, anzitutto, quello di misurarsi, nei termini che definiremmo «industriali», con l'intervento sul costruito, attraverso un approccio a grandi componenti alla riqualificazione energetica e al miglioramento sismico (sia pure minoritario), tramite un sottile gioco tra On Site e Off Site, avviato col Digital Survey in sito, proseguito colla Digital Fabrication in fabbrica, conclusosi con l'interazione tra On Site e Off Site.
Ciò è importante poiché, da un lato, l'immaginario (si fa per dire) industriale estraeuropeo (si pensi agli edifici prodotti additivamente in Cina) e comunitario (i 500.000 alloggi annui del programma presidenziale di François Hollande) risulta sideralmente distante dal contesto specifico nazionale, ma anche in quanto, al contempo, uno dei passaggi cruciali per l'Imprenditorialità edile italiana - lo si è affermato anche in Trentino - è dato dall'Edilizia di Sostituzione, una accezione allo stato attuale difficilmente legittimabile, a prescindere dalla sua ragionevolezza, anche in virtù di quelli che l'Outlook di ReBuild definisce quali margini «più contenuti e aleatori» dell'intervento di recupero.
Un altro elemento molto significativo offerto dalla rassegna è costituito dall'avere affrontato, in termini digitali, l'Off Site entro gli orizzonti categoriali della Sostenibile Resilienza, Sociale e Ambientale, e della Praticabilità Finanziaria.
Le mosse da cui prende inevitabilmente l'abbrivo qualunque riflessione di questo genere è il divario di produttività tra il Settore delle Manifatture e il Settore delle Costruzioni, divario che, molto probabilmente, è afflitto da alcune criticità nelle rilevazioni statistiche, ma che, comunque, risente di una lenta, o addirittura mancata, automazione del cantiere e, naturalmente, degli altri luoghi di produzione.
L'approfondita presentazione di Thomas Bock sul cantiere automatizzato, che è oggi coreano, giapponese o nordeuropeo, ha, però, chiaramente evidenziato due passaggi non trascurabili:

  • l'automazione è difficoltosa in quei contesti in cui il costo del lavoro è elevato e i gradi di ripetitività delle lavorazioni sono scarsi;
  • il cantiere «automatico» non è il luogo dell'assenza dell'operatore, esattamente come la fabbrica, bensì dell'interazione tra Uomo e Macchina.

A questo proposito, in altre presentazioni, è apparso evidente come il paradigma della Quarta Rivoluzione Industriale, assai più incerto di quanto non si ritenga comunemente,  si caratterizzi più per la capacità di rendere parzialmente autonomi i processi decisionali di una intera catena di fornitura sulla scorta di analisi di grandi moli di dati in tempo reale che non per la mera presenza di robot e cobot in cantiere e in fabbrica.
Tra l'altro, la considerazione secondo cui l'Off Site implichi la traduzione (nel senso letterale, come in quella penitenziaria) in fabbrica dell'On Site, analogamente a Industrie 4.0, estende, invece, la dimensione, centrale, di quest'ultimo, includendovi i luoghi «accessori» della Catena di Fornitura: geo-spaziale!
A questo proposito, la stessa Deep Renovation evocata nel corso dei lavori, non può che accadere, in realtà, a scale urbane e territoriali in cui Imprenditività Ibride (che ricomprendano gli Over-The-Top della Smart Home, le Public Utility della Smart Mobility e della Smart Grid, gli Operatori Convenzionali) agiscano su Modelli Informativi Geospaziali, come insegnano GeoConnect nel Regno Unito e il Campus di Harvard University negli Stati Uniti.
Serve, dunque, una Intelligenza Finanziaria Digitalizzata di carattere Geospaziale che spiega, una volta di più, come i paradossi e le novità della Digitalizzazione generino certo nuovi Business Model (Disintemediazione à la Uber per prima, come nelle piattaforme francesi di micro-clienti e artigiani: anche se Homly You, ad esempio, si ispira piuttosto a Trip Advisor), ma, soprattutto, crisi e catarsi identitarie (scomodando le recenti azioni di Amazon nella distribuzione alimentare).
Sappiamo bene, dunque, che Industrie 4.0 (o Industrial Internet of Things) sia, anzitutto, il tentativo di attribuire nuova centralità alla Manifattura, sia pure ormai servitizzata, entro alcune preoccupazioni tipiche dell'ambito germanico: re-shoring, conservazione delle professionalità di soggetti che invecchiano, ecc.
È importante osservare che nella tradizione della modularità seriale della Vecchia Industrializzazione il giunto rivestisse un ruolo decisivo, così come, il BIM di Halfen e Hilti dimostra immediatamente ancora oggi, nella dimensione digitale, che è computazionale, si tratta sempre di agire sulle relazioni: tra spazi, tra oggetti, tra flussi.
Non si dimentichi, tra gli altri, una certa idea di componente (industrializzato: ma anche architetturalizzato) che permea il decennio tra Cinquanta e Sessanta, dalla HfG di Ulm al SAIE di Bologna.
Qui, però, si comprende bene, anche nella manifestazione lo si è constatato, come il nuovo totem dell'Unicità e della Individualità (altrove, di recente, palese nelle bolle termiche di Carlo Ratti, più frequentemente nella progettazione parametrica e nel parametricismo) proponga ormai ossessivamente la ripetizione, la iterazione, ossessiva e, infine, di maniera, della Singolarità.
La rigidità normativa, di cui parla Alfonso Femia nel Programma di ReBuild, in questa occasione si dischiude nella dittatura del pezzo unico, allorché la dialettica computazionale e digitale tra committenti e architetti è probabilistica e contraddittoria, si alimenta di opzioni e di dialettica, non si limita certo ai Capitolati Informativi e ai Piani di Gestione Informativa.
Al dunque, però, qui, come altrove, si tratta di capire in che misura le suggestioni e gli exempla possano tradursi in mercato, sia per i Costruttori sia per gli Immobiliaristi, aggiungendo valore da parte della Cultura Architettonica e della Classe Professionale.
La Nuova Industrializzazione, di cui ReBuild ritornerà a discutere a Milano il 18 Ottobre 2017, così come accadrà a Bologna per DIGITAL&BIM ITALIA i giorni seguenti (19-20 Ottobre 2017) e l'anno successivo, più estesamente, in occasione del SAIE 2018, è palesemente l'auspicio di sancire la fine della Grande Crisi e l'inizio della Grande Trasformazione.
L'Edilizia di Sostituzione evidenzia, tra le altre cose, il desiderio di «riscattarsi» dalla proposta, nel secolo scorso, di prodotti immobiliari spesso scadenti, curiosamente rinvenibili maggiormente nella produzione tradizionale (sia pure, come si diceva ai tempi, «evoluta») che non negli insediamenti prefabbricati (dal QT8 al Corviale).
Il punto, tuttavia, è: crediamo veramente che sia sufficiente aggiornare «digitalmente ed energeticamente» quel prodotto, inseguendo il riferimento costituito dall'autoveicolo, quando quest'ultimo, divenendo autonomo e interconnesso, muta radicalmente natura?
Potrebbe essere, infatti, molto rischioso aderire alla «bimizzazione» dei processi e dei prodotti, nel mentre che una loro più profonda digitalizzazione, in termini di «connessione» li rende altri: cognitivi, infrastrutturali, dinamici.

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