SISMABONUS: molte luci e qualche ombra

Sul tema sismabonus sono già usciti, su Ingenio, vari articoli e ad essi si rimanda per l’illustrazione delle Linee Guida per la classificazione sismica degli edifici emanate lo scorso 28 febbraio e per l’esame dei due metodi ivi previsti, quello “convenzionale” e quello “semplificato”.
In questa breve nota sono invece riportate alcune considerazioni di carattere generale su quanto è stato fatto, al fine di sottolineare l’importanza di questa occasione che abbiamo per ridurre il rischio sismico nel nostro Paese.
In un prossimo articolo verrà fatto un approfondimento con osservazioni di carattere più squisitamente tecnico, in particolare sull’influenza di alcuni parametri.
 
Dopo molti, moltissimi anni nei quali si sentiva parlare di questo importante argomento, finalmente si è passati al fare. La prima considerazione sul sismabonus potrebbe essere quindi un bel: “grazie di esistere!”.
La seconda considerazione, anche questa positiva, riguarda la magnificenza del provvedimento: non ci sono limitazioni al numero di richieste, e quindi di interventi possibili; chiunque voglia ridurre il rischio del fabbricato in cui vive o lavora ha possibilità di accedere a questo “bonus” che peraltro prevede contributi percentualmente molto consistenti.
Terzo elemento positivo: finalmente ci sono dei numeri precisi, che ci danno indicazioni chiare relativamente alla sicurezza strutturale degli edifici esistenti. Ad esempio, oggi sappiamo ufficialmente (è un decreto del Ministro competente in materia) che edifici con indice di rischio minore o eguale a 0,15 sono quelli che, in Italia, sono considerati i peggiori possibili.
Se fossi polemico ricorderei quello 0,1 che era stato ritenuto ammissibile, a valle di un intervento di miglioramento, nella bozza delle NTC approvata dall’Assemblea del Consiglio dei LLPP il 14 novembre 2014, ma una volta tanto riuscirò a contenermi. Peraltro, quel testo è stato modificato e quando usciranno le NTC (già, ma quando usciranno le NTC?) ci sarà scritta una cosa sostanzialmente diversa.
L’aver associato, in modo ufficiale, a valori dell’Indice di rischio (qui chiamato indice di sicurezza, IS-V) determinate classi di rischio può avere riflessi significativi anche al di fuori del sismabonus.
Ad esempio, se adesso, per edifici come scuole, musei, ospedali, etc, non interessati dal sismabonus, ma pur sempre edifici, si trovano valori dell’IS-V cui corrispondono classi EIS-V o FIS-V, cioè le peggiori tra tutte quelle possibili per gli edifici esistenti in Italia, comesi potrà ignorare tale evidenza e lasciarli aperti, anche se solo per periodi limitati di tempo? Se in questi casi, disgraziatamente, ci fossero dei problemi, cosa si potrà rispondere a chi potrebbe chiederci: “ma come ha fatto a considerare sicuro, lasciandolo operativo, un edificio che era in una classe di rischio così miserevole?”.
Purtroppo, come sa bene chi ha fatto verifiche sismiche di edifici pubblici, molte di queste costruzioni hanno valori di IS-V di quel tipo e, per non chiuderle è stato escogitato lo stratagemma del “tempo dell’intervento” o della “vita nominale residua”, addossando così al tecnico verificatore la responsabilità di tenerli aperti per quel determinato numero di anni.
Adesso siamo avvertiti in modo chiaro ed inequivocabile che un indice di rischio minore o eguale a 0,15 corrisponde ad una situazione che viene considerata, dal punto di vista della sicurezza, la peggiore tra tutte le possibili condizioni strutturali, a prescindere dal fattore tempo.
Il quarto elemento positivo di queste Linee Guida per la classificazione sismica degli edifici è la scelta delle NTC come strada maestra per valutare i parametri in gioco (IS-V e PAM). Con il metodo “convenzionale” infatti si chiede, in definitiva, di percorrere quella stessa via con la quale valutiamo la sicurezza delle costruzioni esistenti.
Sono evidenti due cose: 1) dal punto di vista tecnico questo è quanto di meglio oggi si può fare; 2) a tale metodo corrispondono costi (per la conoscenza e per le analisi) non irrilevanti, ma questi sono coperti, come gli altri costi, dal contributo e comunque, se ci preme davvero la sicurezza, è questo il percorso che si deve seguire.
Qui finiscono, in questa nota, le considerazioni positive, ma certo, come abbiamo visto, sono molte e di sostanza!
 
Quanto alle ombre, quella più ampia ed oscura riguarda l’effettiva riuscita di questo provvedimento: quanti, effettivamente, utilizzeranno questa importante opportunità?
Le possibili remore sono evidenti: per la percentuale non coperta dal bonus il proprietario dovrà comunque mettere mano al portafoglio (e sappiamo cosa vuol dire…) e inoltre, i lavori che dovranno essere fatti imporranno, di norma, anche dei sacrifici logistici non da poco, come dover uscire di casa per qualche tempo.
Nell’immediatezza di un dopo sisma devastante come quello del 2016 nel Centro Italia sicuramente tutti sarebbero disposti a questi sacrifici, ma quanti lo faranno adesso che nel paese la percezione del rischio sismico è ridiscesa al livello minimale?
Ricordo qui – a titolo di aneddoto - quanto mi ha raccontato un collega che era stato interpellato, dopo il sisma del 24 agosto 2016, da una signora interessata ad un intervento di prevenzione nella sua casa nell’Alta Val tiberina, zona peraltro non tranquilla dal punto di vista sismico.
Passato qualche mese da quell’evento è mutata la percezione del rischio e quella signora ha abbandonato l’idea di fare prevenzione, “… preoccupata per la polvere che avrebbero fatto i lavori…”.
Effettivamente, polvere a parte, gli aspetti logistici connessi agli interventi rappresentano un grosso ostacolo e si comprende quindi perché si siano attivate iniziative - alcune dentro la cosiddetta “Casa Italia” - intese a proporre interventi solo esterni all’edificio o comunque tali da richiedere un allontanamento dalle abitazioni per periodi di tempo molto contenuti. Per alcuni casi forse potranno funzionare, ma è difficile pensare che tali soluzioni possano avere validità generale. Vedremo.
 
Forse sarebbero utili altri incentivi, in più rispetto al sismabonus, per spingere ulteriormente i proprietari ad intervenire. Una spinta potrebbe derivare dall’ottenere qualche altra “utilità” a livello locale: le amministrazioni comunali, ad esempio, potrebbero mettere in campo delle agevolazioni, non tanto economiche (che in genere i comuni non si possono permettere) quanto pratiche, operative, legate al territorio e studiate caso per caso. Una iniziativa pilota, in questo senso, è in fase di avvio proprio nell’Alta Val tiberina.
Comunque sia, bisogna dire che lo Stato qui ha fatto davvero tutto quello che poteva fare, mettendo a bilancio una perdita consistente di entrate fiscali a vantaggio della sicurezza, investendo così in quella prevenzione che, oltre a salvare vite, può ridurre i costi ingentissimi dei sismi che verranno.
Se fossi pessimista direi che la cosa, purtroppo, finirà in un flop, salvo che per i casi economicamente davvero più convenienti, come le vendite a prezzo ridotto di edifici nuovi derivanti da demolizione di edifici a rischio, o i casi in cui il proprietario avrebbe comunque fatto dei lavori, per altri motivi.
Quello che spinge maggiormente verso un insuccesso risiede: 1) nell’impegno economico - seppur ridotto - che viene richiesto ai proprietari; 2) nel fatto che tutti, nel nostro paese, sanno che nell’ipotesi di subire dei danni a causa di un sisma, poi comunque ci pensa “Pantalone”  ...
Vedremo, e spero davvero di essere smentito, in questo pessimismo, dai fatti.
Di sicuro i ragionamenti precedenti non li dovrebbero fare i proprietari di edifici che stanno in zone ad elevata pericolosità, e non sono poche, perché: 1) Pantalone, in tali frangenti, ha i suoi tempi per intervenire a supporto delle popolazioni colpite e si può immaginare cosa significhi trovarsi in quelle condizioni per mesi/anni; 2) quello che si può perdere in un sisma può essere comunque molto, molto di più di quello che lo Stato può restituire….
Qui mi permetto di ricordare il ruolo che possiamo/dobbiamo avere noi tecnici, in particolare chi opera nei territori ad elevata pericolosità, nel fornire un’adeguata informazione agli abitanti di tali zone, che spesso non sono a conoscenza del reale rischio che corrono. Basta vedere come erano fatte quelle costruzioni crollate con il sisma del 24 agosto 2016, per comprendere che questa conoscenza e consapevolezza dei rischi, lì, non c’era.
Nelle zone dove ancora, per fortuna, non si sono avuti eventi gravi, ma che prima o poi purtroppo verranno colpite da sismi importanti (e sappiamo quali sono) abbiamo il dovere di avvisare sia le singole famiglie che le amministrazioni territoriali dei problemi che li riguardano e delle opportunità che si possono cogliere, come questa del sismabonus.
Dobbiamo informarli nel modo più puntuale ed accurato possibile di quello che sarebbe utile ed opportuno fare, fornendo loro tutti gli elementi di conoscenza che oggi abbiamo, in termini di pericolosità e vulnerabilità. Decidano loro, consapevolmente e liberamente, cosa fare, se cogliere o meno questa occasione, l’importante è che nessuno poi venga a dire che non era stato avvertito!
 
Una seconda (più piccola) ombra riguarda il cosiddetto metodo “semplificato”, proposto in alternativa a quello “convenzionale” e basato sull’uso della scala macrosismica europea EMS-98.
Ci troviamo qui agli antipodi – dal punto di vista della conoscenza dell’edificio e della sua risposta - rispetto a quanto si può fare con il metodo “convenzionale”.
È evidente come l’introduzione di questo metodo sia legata alla volontà di allargare quanto più possibile lo spettro delle competenze, per coinvolgere tutte le diverse categorie professionali.
Per fare un’analisi con questo metodo “semplificato” basta davvero poco, ma il risultato che si ottiene (la classe di rischio) non va considerato come significativo in termini di valutazione della sicurezza dell’edificio in esame.
Una analisi di questo tipo, infatti, ha validità solo in senso statistico e con riferimento a quelle schematiche tipologie costruttive definite nell’EMS-98.
D’altra parte, questa (la scala macrosismica) è una metodologia nata per valutare l’intensità di un terremoto in una determinata zona basandosi sull’osservazione dei danni che hanno subìto le costruzioni della zona in questione e certo non è stata pensata per valutare la sicurezza di un edificio esistente.
Nell’EMS-98 le costruzioni sono state suddivise in modo grossolano (per necessità di semplificazione) considerando edifici in: pietra senza legante; mattoni di terra cruda; pietra sbozzata; pietra massiccia (ma cos’è ???); mattoni e pietra lavorata; mattoni e solai di elevata rigidezza; muratura rinforzata e/o confinata.
Quanto sopra non può certo rappresentare, se non in modo limitati e riduttivo, la grande varietà delle tipologie edilizie e delle qualità murarie delle costruzioni che abbiamo in Italia.
Basti considerare la voce “edifici in muratura di pietra sbozzata”, che nel sismabonus viene inserita, basandosi sull’EMS-98, nella classe di vulnerabilità V5, unadelle peggiori. In realtà, dentro questa definizione semplificata possono rientrare decine di tipologie murarie e costruttive diverse, ciascuna con il suo diverso comportamento meccanico (in alcuni casi, davvero buono).
È vero comunque che allargando il più possibile la platea dei tecnici utilizzatori si va (anche se non sempre) nella direzione della riduzione del rischio sismico, secondo il principio che fare qualcosa (purché sia positivo) è meglio che non fare nulla.
Bisogna però che sia chiaro a tutti, proprietari compresi, che attraverso questo percorso non è possibile cogliere le reali carenze di un edificio e quindi, nei casi in cui dette carenze rimangano inalterate, l’utilità di questi interventi può ridursi allo zero assoluto.
Dobbiamo poi ricordare che in ogni caso, seguendo questo metodo, ci si assumono oneri importanti, perché se arrivasse un sisma e, nonostante gli interventi fatti, accadesse qualcosa di grave a quell’edificio, potremmo essere chiamati a risponderne, sia dal proprietario che dalla Corte dei Conti (trattandosi di contributi pubblici). In altri termini: metodo “semplificato” non significa metodo “privo di responsabilità connesse”.
Per fare un esempio: un edificio in muratura di mattoni e solai rigidi a L’Aquila verrebbe inserito d’ufficio, in base al metodo “semplificato”, in classe V3 e grazie a qualche intervento locale finanziato dal sismabonus passerebbe, sempre d’ufficio, in classe V2, diventando così un edificio di buona qualità (classe di rischio: B*). Tutto ciò a prescindere dalle sue effettive problematiche strutturali, che non conosciamo affatto, non avendo effettuato, per questo edificio, alcuna analisi.
Potrebbe trattarsi di muratura di mattoni tessuta non a regola d’arte, di spessore inadeguato o con altezza di interpiano o distanza tra i muri ortogonali eccessive, con aperture che riducono i maschi murari, con vuoti significativi (canne fumarie, nicchie, etc), etc etc. Tutto questo sfugge all’analisi, per il semplice fatto che, seguendo questo metodo, non viene fatta alcuna analisi!
Per non essere equivocato, ripeto quanto detto: ok, va bene anche il metodo “semplificato”, quando serve ad agevolare interventi che vadano nella direzione della riduzione del rischio.
Basta avere ben presenti i limiti (rilevanti) di questo metodo e non confondere quanto trovato con il livello di sicurezza dell’edificio considerato.
Forse a noi tecnici “addetti ai lavori” quanto appena detto suona del tutto evidente; ma se si esce fuori dai nostri ambienti si rischiano equivoci ed usi inappropriati non da poco (vedi fascicolo del fabbricato, tornato adesso alla ribalta)…
Buon sismabonus a tutti!