La cultura del BIM consapevole

Apprendimento e formazione nel dominio della digitalizzazione

Dimmi e io dimentico;
mostrami e io ricordo;
coinvolgimi e io imparo.
(Benjamin Franklin)

E’ inevitabile come un processo esteso a molti, in termini di innovazione, implichi molte considerazioni destinate a tutti i partecipanti del cambiamento, il più delle volte difficili da prevedere con anticipo.
Il processo edilizio digitalizzato, la produzione industriale 4.0, lo “smart system” che passa dalla scala urbana a quella architettonica, sono solo alcuni dei fronti che espongono gli attori coinvolti ad una serie di modificazioni, anche profonde, del loro tradizionale modus operandi e del significato del loro esistere stesso.

Significative in questo senso le parole di Angelo Ciribini che, citando Paul Morrell, riporta come la semi-automazione dei percorsi autorizzativi ad esempio potrà annichilire il cosiddetto Professionalismo Amministrativo, cosicché “le combinatorie computazionali sostituiranno tanti mediocri Progettisti”, sostituendosi alla loro pedissequa routine.
Tali cambiamenti non sempre sono affrontati metodicamente, bensì con l’affidamento a percorsi improvvisati, auto-riferiti e dettati dall’urgenza o dalla necessità di qualificarsi al meglio sul mercato.

Anche l’adozione del Building Information Modeling, in particolare dopo l’emanazione del Nuovo Codice degli Appalti e delle proposte di decreto conseguenti, ha creato più di una perplessità nei protagonisti della filiera, conducendo a situazioni ambigue che si sono palesate completamente solo con il trascorrere del tempo.

Il BIM hype, ovvero l’iniziale e frenetica sovraesposizione a metodi, software e proposte commerciali mirate a collocare più o meno consapevolmente i professionisti nel filone del trattamento digitale dell’informazione edilizia, ha lasciato alle proprie spalle un’idea confusa, il più delle volte frammentaria, delle modalità con le quali il processo è stato originariamente immaginato.

Ecco dunque che i vantaggi ottenibili dal BIM, da molti elencati seguendo una litania sempre uguale a se stessa, sono diventati per i più una chimera, l’ennesima trovata pubblicitaria per vendere un programma informatico, la via per ottenere una non meglio specificata certificazione o la presentazione di confuse meraviglie applicative su vasti patrimoni edilizi, snocciolate attraverso tabelle e grafici sovente oscuri.

Ciononostante sono senz’altro lodevoli le attività formative che negli ultimi anni si sono succedute: i corsi introduttivi presso gli Ordini Professionali, i moduli didattici presso gli Istituti Edili e le numerosi fiere di settore hanno diffuso l’interesse e disseminato i principi fondamentali della digitalizzazione integrata, ma l’approfondimento e la specializzazione sono probabilmente ancora da affinare, sebbene anche le Università si siano già gradualmente attivate con corsi di alta formazione e master.
E’ proprio la formazione individuale la variabile che decreterà probabilmente il successo o il fallimento della digitalizzazione: Bilal Succar la individua come IBC, individual BIM competency, una sommatoria di competenza, abilità ed esperienza individuale nel dominio del BIM, indipendentemente dal ruolo ricoperto all’interno della filiera.

Ma è possibile immaginare un metodo migliorativo di apprendimento, quindi necessariamente di insegnamento, per rendere consapevoli i singoli operatori al meglio del loro potenziale? Molto spesso infatti, la domanda più che lecita che scaturisce dai professionisti e dagli amministratori che frequentano corsi e seminari è come si possa comprendere al meglio e con rapidità cosa si intende per processi coordinati, oppure come possa una struttura adeguarsi al cambiamento, in termini di investimento operativo e non per necessità cogente.

La risposta, o meglio le risposte, portano a riformulare la domanda nei termini di come trasferire concetti e tecnologie. Arto Kiviniemi riporta la discussione in termini di linguaggio, secondo il quale il BIM è veicolato dal modello digitale: “Should we start teaching our students to think through models, not through drawings?”.

Probabilmente questa è una strada corretta, dal momento che il BIM nasce come un metodo, orientato al coordinamento delle informazioni che le varie discipline si scambiano durante il processo edilizio. I dati si muovono in ragione di un linguaggio fatto di modelli digitali dinamici, differenziando in questo modo il processo (il Building Information Modeling vero e proprio) dal prodotto di uno strumento (il Building Information Model). Proprio in questa integrabilità variabile in tempi diversi del dato (non solo geometrico) risiede la distinzione e l’esclusività degli ambienti di modellazione BIM rispetto ai sistemi CAD.

Ne emerge come la padronanza dello strumento per la modellazione informativa sia importante e vada sicuramente appresa al meglio, ma ancor più importante è il dominio del pensiero progettuale o amministrativo dietro al modello, senza il quale quest’ultimo non potrebbe esistere. Il BIM è un approccio culturale prima che strumentale, ma la cultura dev’essere condivisa e a suo modo uniformata.

Ne è un esempio uno studio condotto qualche anno fa su oltre cento programmi formativi BIM negli Stati Uniti , secondo il quale parecchie inconsistenze sui contenuti e i risultati attesi sono emerse a causa di motivazioni imputabili a differenze economiche, accademiche e culturali negli ambiti di apprendimento.
L’introduzione dei progetti pilota negli studi di progettazione e nelle stazioni appaltanti non solo pubbliche potrebbe contribuire enormemente alla sperimentazione ampia che l’innovazione di filiera prospetta.

Occorre pertanto fare per imparare. A tutti i livelli dei cosiddetti BIM Learning Outcomes (BIMLOs) individuati dalla letteratura scientifica, che comprendono saperi e conoscenze intellettuali, abilità tecniche e nozioni trasferibili.