Tutti gli ordini professionali dovrebbero essere aboliti poiché residuo di un'altra epoca

27/09/2017 8113

Il titolo, di grande effetto, è preso da un’intervista fatta di recente a Fuksas e fa da perno a questo editoriale che l’amico Cesare Feiffer, ha pubblicato sull’ultima uscita di Recupero e Conservazione, di cui è Direttore responsabile.

Si tratta di un articolo molto denso su un tema dibattuto: l’Ordine è utile, è un’istituzione da mantenere o da rottamare come si dovrebbe fare con il CNEL e altri istituti costosi ?

Personalmente non condivido la posizione di Cesare: credo nel valore dell’Ordine Professionale, credo che sia un’istituzione utile, soprattutto al Paese, e credo che  negli ultimi tempi abbia manifestato un maggiore impegno nella difesa del professionista, anche in parlamento. Ma come sanno i nostri lettori di INGENIO sono fermamente convinto che il dibattito aperto sia sempre uno strumento utile per il miglioramento, e per questo ospitiamo su INGENIO pareri non sempre allineati alle nostre idee. Credo che se a un dibattito partecipino solo persone che la pensano alla stessa maniera il dibattito sarebbe inutile. E anche sugli Ordini ritengo che un dibattito sulla loro utilità e sul loro funzionamento possa essere di stimolo per una riforma, più sostanziale di quella di qualche anno fa, in modo da cogliere al meglio il cambio radicale di organizzazione della professione che la digitalizzazione e l’internazionalizzazione ci impone.

Ecco quindi perchè ho raccolto con piacere la proposta di Cesare Feiffer, di rilanciare anche su INGENIO il suo editoriale, e lo ringrazio per la disponibilità. Buona lettura.

Andrea Dari

Editore di INGENIO

EDITORIALE rec_magazine142

Disordine senza l’Ordine?
di Cesare Feiffer
Direttore di recuperoeconservazione_magazine


SOMMARIO
La composizione di nuove architetture, il restauro delle memorie materiali del passato così come la progettazione per il paesaggio o nel paesaggio sono attività che necessitano di studio, preparazione specialistiche, dedizione continua e passione. L’appartenenza a un Ordine professionale non qualifica automaticamente il professionista, non ne legittima il livello culturale e la capacità ma ne certifica solo burocraticamente l’iscrizione, ossia il fatto di aver pagato la salatissima tassa annuale.
Per gli ingegneri e gli architetti, come per tutte le altre categorie professionali, dovrebbe essere facoltativa l’iscrizione al loro Ordine in modo sia di far diventare questa categoria un’autentica associazione che tuteli gli interessi degli iscritti sia di superare quel fine di controllo e di esclusione che stava alla base della legge fascista che ha istituito gli Ordini professionali.
Inoltre, perderebbe di significato il vergognoso istituto dell’esame di stato, che è una selezione delle lobby non sulle capacità professionali dei candidati, sul loro percorso di studio e sulle esperienze professionali ma per tutelare se stesse.
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Lo spunto me l'ha dato una lapidaria e lucidissima considerazione di Massimiliano Fuksas sul Giornale dell'Architettura del 30 maggio 2017 in risposta alla domanda, che ricorreva tra molti questa primavera in occasione del rinnovo degli apparati burocratici di ogni Consiglio, cosa egli ne pensasse dell'Ordine professionale.
Con una sintesi che zittisce decenni di chiacchiere, con quel coraggio che è dovuto alla sua personale autorevolezza ma anche alla volontà di lanciare un messaggio forte, con quell’arguzia critica che dimostra di voler andare oltre, perché il problema dovrebbe essere stato risolto già molto tempo fa, l'archistar ha risposto: "Ritengo che tutti gli ordini professionali dovrebbero essere aboliti poiché residuo di un'altra epoca".
Fine dell'intervista.
Straordinario.

Questa fulminea e chiarissima indicazione, che dietro ha molto spessore critico e peso di cultura progettuale e operativa, mi ha rimandato direttamente al 1979 quando, appena laureato, sono stato costretto a iscrivermi all’Ordine Professionale. Ma perché, mi chiedevo, devo essere obbligato a iscrivermi a quel circolo chiuso ed esclusivo per poter praticare quella professione che si definiva “libera” e che da 5 anni inseguivo come un miraggio, come un sogno?
Perché, me lo chiedo tuttora, per esercitare la libera professione bisogna non essere liberi ma appartenere a una categoria, a un gruppo esclusivo, costosissimo, nel quale non ti riconosci, ossia a un ordine professionale?
Mi tornano alla mente spesso le parole di Luigi Einaudi quando diceva: “Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”.
L’argomento, che è sicuramente ostico, è tuttora molto dibattuto non solo tra gli architetti, perché investe tutte le categorie professionali, e sono spinto a parlarne dall'entusiasmo suscitato da quel pensiero di Fuksas che ho fatto girare tra i colleghi.
Tutti sanno che storicamente gli Ordini nascono nel ventennio con lo scopo principale di controllare politicamente l'accesso alle professioni piuttosto che da una volontà di tutelare la professione, che allora era sicuramente molto più libera di oggi. Nel 1923 con la Legge n.1395 “Tutela del titolo e dell’esercizio professionale degli Ingegneri e degli Architetti” e nel 1925 con il Regio Decreto n.2537, che sono ancora oggi sostanzialmente in vigore, si istituiscono gli Ordini, fissando le modalità del loro funzionamento, l’oggetto e i limiti delle competenze della professione dell'architetto e dell'ingegnere.
Pochi sanno, invece, che sempre una legge fascista (la n.897 del 25 aprile 1938) ha modificato quella prima legge, la quale garantiva l’esercizio professionale anche ai non iscritti agli Albi e ha introdotto una norma secondo la quale: "Art.1. Gli ingegneri, gli architetti, i chimici, i professionisti in materia di economia e commercio, gli agronomi, i ragionieri, i geometri, i periti agrari ed i periti industriali non possono esercitare la professione se non sono iscritti negli albi professionali delle rispettive categorie a termini delle disposizioni vigenti. Art. 2. Coloro che non siano di specchiata condotta morale non possono essere iscritti negli albi professionali, e, se iscritti, debbono essere cancellati".
E' chiaro il fine di impedire l’esercizio della professione a intere categorie non gradite al regime, quali gli ebrei, gli antifascisti e, vista l’omofobia del fascismo, anche agli omosessuali. E' stata una legge questa, che il Parlamento non è mai stato in grado di abrogare nonostante le sollecitazioni di Einaudi, Montanelli, Zevi, La Malfa, Pannella, Tremonti, Panebianco, Ichino, Martino e tantissimi altri.
La mia personale opinione emerge da come ho più sopra messo in fila i pensieri ed è in linea con quella di Fuksas, perché queste istituzioni sono per me, libero professionista, assolutamente inutili. Elenco alcune ragioni:
- non sono di nessun supporto per sollevare quell'apparato burocratico che ostacola e mortifica la professione e che è dato dalle lungaggini, dalle tempistiche, dalle difficoltà, dalle incertezze alle quali ogni progetto deve sottostare. Il peso anche economico della burocrazia e l'impossibilità di prevedere esiti e tempi per l'approvazione di un progetto sono un macigno al piede per ogni professionista in tutta Italia. Il servizio che dovrebbe fornire un organo di tutela professionale dovrebbe essere quello di intervenire politicamente a livello locale, regionale o nazionale per facilitare, snellire, ridurre tali lungaggini ma queste sono forse necessità materiali troppo basse per chi si sente in alto;
- non tutelano gli iscritti nei contenziosi legali, perché le onerosissime liquidazioni delle parcelle dell'apposita commissione dell'Ordine non sono tenute in minimo conto dai giudici, che il più delle volte emettono sentenze senza prenderle in considerazione;
- difendono l’esame di stato che è una burla indifendibile e una farsa a 360 gradi. Ma come si fa a definire chi è abile o non è abile in base ad un esame su un progetto fatto al momento in aula? Chi mai nella vita progetta in tal modo? E poi chi esamina? Che capacità, preparazione e cultura hanno gli esaminatori? Vorrei vedere loro sostenere l’esame di stato, ci sarebbe da ridere assai;
- non tutelano la categoria fiscalmente visto che siamo i più tartassati tra i tartassati;
- non vigilano sulle migliaia di gare per l’affidamento degli incarichi di progettazione che vengono assegnate nel modo più eterogeneo (per usare un eufemismo). Ricordo un recente editoriale nel quale sollevavo un caso di una gara aggiudicata con un ribasso del 100%, naturalmente senza che l’Ordine locale sollevasse il minimo problema [recuperoeconservazione121_marzo2015]. Ancora, non sono mai vigile e attento organo di controllo etico e morale sugli intrallazzi che avvengono nella maggior parte delle gare, che come tutti sanno sono spesso cucite addosso ai soliti noti;
- non sono trampolino affinché i giovani professionisti trovino dignitoso e adeguato inserimento nel mondo professionale anzi, divulgando l'elenco dei tirocinanti, incentivano una pratica di sfruttamento vergognosa. Anche se bisogna ammettere che capofila in questo sono però gli studi legali;
- sono organizzazioni onerosissime, che pare facciano una gara per avere le sedi più prestigiose all’interno dei centri storici, quando basterebbero dei modesti uffici in periferia anche più facilmente raggiungibili;
- riguardo al tema della formazione poi è meglio stendere un velo pietoso! Ho già parlato a lungo di questo argomento nel mio “La madre di tutte le bufale: l’aggiornamento professionale” [recuperoeconservazione110_febbraio2014]. Ricordo solo che per legge, all’improvviso gli Ordini sono diventati responsabili dell’aggiornamento professionale obbligatorio. Senza preparazione alcuna, architetti e ingegneri, eletti da colleghi non certo per la loro produzione scientifica o per le loro capacità didattiche, si sono improvvisati formatori generando un carnevale scoordinato di corsi di tutte le specie e di tutti i gusti. Il livello, spesso bassissimo, parla tristemente da sé in tutta la nazione; ma ciò che è vergognoso è che l'intera formazione, o aggiornamento professionale che dir si voglia, è stato avviato senza aver prima definito dei programmi di formazione, dei criteri culturali per temi, argomenti e settori, senza essersi chiesti come si comunica a professionisti che hanno lasciato gli studi da 20,30 o 40 anni, fatto non semplicissimo tanto più senza aver formato i formatori o coloro che si trovano a decidere chi chiamare per fare formazione. Così, senza averne le capacità, lo spessore scientifico e la cultura, gli Ordini professionali hanno preso il business al volo e da qualche anno si sentono legittimamente depositari del nobile compito di formare e aggiornare.
E’ stata così scalzata l’istituzione preposta alla formazione, che è l’Università, la quale avrà sicuramente i suoi difetti, avrà molte cattedre assegnate non in base alle capacità e alla preparazione ma all’appartenenza a lobby, a gruppi e a correnti, ma è pur sempre l’istituzione deputata alla formazione, anche quella superiore come sono i master, le scuole di specializzazione, i corsi post laurea ecc. Ma lasciamo perdere …
Concludo riportando parte di un esilarante articolo comparso il 25/05/2016 su Magazine Dario Flaccovio e intitolato “E se sparissero gli Ordini Professionali?” che raffredda un po’ l’argomento già surriscaldato in questo luglio afoso.
“Firenze, gennaio 2020. Fa freddo, vento impetuoso di tramontana, a tratti nevischia.
C’erano una volta gli Ordini professionali, istituiti con regi decreti risalenti agli anni ’20 del Novecento.
Circa un anno fa (febbraio 2019) con un provvedimento “lampo” il Governo ha posto fine ad alcune istituzioni, in particolare quelle che tra pochi anni avrebbero compiuto un secolo di attività cioè rispettivamente quelle degli Architetti, Geometri e Ingegneri. La Legge Cinelli, una norma che ha disposto l’immediata smobilitazione totale di questi enti, ha concesso solamente sei mesi di ulteriore loro attività per trasformarsi perentoriamente in associazioni nazionali a statuto speciale, con iscrizione volontaria da parte degli stessi professionisti fino ad allora iscritti nelle rispettive sedi provinciali degli ex Ordini tecnici.
La stessa legge, oltre ad abrogare tutte le norme istitutive degli Ordini, consente inoltre la possibilità di istituire libere associazioni di professionisti allo scopo di coordinare e fare aggiornamento ai propri iscritti. La norma ridistribuisce alcune funzioni una volta attribuite agli Ordini nazionali e provinciali, ovvero:
- trasferimento e tenuta degli Albi professionali vigenti al Ministero delle Attività Produttive.
- soppressione degli obblighi formativi professionali (CFP) da parte dei professionisti e istituzione presso lo stesso Ministero del registro pubblico dei crediti formativi volontari (CFV) gestiti da sistema di certificazione di qualità.
- scioglimento delle commissioni di disciplina presso i Tribunali ordinari e cancellazione regime sanzionatorio disciplinare.
- confermata l’abolizione delle tariffe professionali e respinta l’adozione dei parametri a definizione delle competenze professionali è delegata alla discrezione totale del Ministero delle Attività Produttive.
- abolizione dell’esame di abilitazione per l’accesso alla professione.
Le rappresentanze nazionali degli Ordini professionali presentarono immediatamente ricorso d’urgenza alla Corte di Giustizia Europea, che a differenza della tempistica di quella italiana, nel giro di un mese sentenziò la legittimità della “Legge Cinelli”.
Nel primo semestre del 2019 si è assistito a una fuga biblica degli iscritti dagli Ordini provinciali, la prima stima ne quantifica un valore superiore all’80%, mentre la parte residuale ha convertito la propria iscrizione come soggetti associati alle nuove associazioni nazionali di Architetti, Geometri e Ingegneri, confermando quindi la loro permanenza in continuità.
Queste nuove associazioni professionali, con una ridottissima platea di iscritti, hanno dovuto effettuare drastiche revisioni di spesa a causa del crollo improvviso e imprevisto delle entrate, procedendo a chiudere tutte le sedi provinciali e a mantenerne solo una per Regione, seppur con molta difficoltà e licenziando circa centinaia di dipendenti.
Di quell’80% dei professionisti una volta iscritti agli Ordini Professionali, gran parte non si è iscritto a nessuna associazione; ai professionisti è rimasto l’obbligo di rapportarsi e confermare l’iscrizione presso l’Albo Unico tenuto dal Ministero di cui sopra; il Ministero per canto suo ha imposto l’obbligo di versare il canone annuale di 140 € per l’iscrizione al nuovo “Albo unico”, come è stato soprannominato.”

Paradossale? Non credo. Penso invece sia la descrizione di una situazione esattamente corrispondente al volere di moltissimi professionisti.
Nel ventennio, e anche durante il servizio militare, si usava dire “ordine e disciplina”; ora il secondo termine è ormai caduto in disuso, speriamo fra non molto tocchi anche al primo!

Cesare Feiffer

LINK ATTERRAGGIO:
https://www.recmagazine.it/articolo/217


 

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