Noi giovani ingegneri e la crisi Troppo choosy per restare

13/12/2012 1068

Gentile Ministro Fornero, eravamo ben consci che dopo la laurea non avremmo più trovato le opportunità di un tempo, che la gavetta iniziale sarebbe stata dura e lo stipendio basso, ma non ci siamo scoraggiati e abbiamo accettato tanti «primi impieghi» pur di incominciare, anche al limite della legalità e della deontologia professionale. Nelle aziende i neolaureati affrontano stage, contratti precari, co.co. pro che nascondono di fatto un tirocinio infinito che non approda mai a ruoli decisionali. La situazione non cambia nemmeno per chi trova posto negli studi, spesso è a partita Iva senza contratto con 500-700 euro di «onorario» comprensivo di malattia, previdenza, ferie, e una presenza richiesta di otto ore al giorno, impedendo al «neo-libero professionista» di cercarsi altri clienti. Difficilmente si dà la possibilità di crescita a quegli ingegneri che oggi vengono menzionati come «i giovani», ma che giovani non lo sono più, quelli che avevano entusiasmo e voglia di emergere ai quali è sempre stata messa davanti la fascia di lavoratori più anziani che ha fatto da «tappo» così come in politica fanno tutti i 70enni che conosciamo bene.

Capiamo il momento sfavorevole, la crisi. Ma non capiamo perché spendiamo molto per formare i nostri talenti, ma non riusciamo poi a dare loro un adeguato inserimento lavorativo rischiando di vanificare i nostri sforzi e vederli emigrare: qui ci sentiamo sempre dire: «Dobbiamo formarti e quindi non possiamo pagarti». Poi varcati i confini torniamo ad essere gli ingegneri con le qualità che ci hanno reso famosi in tutto il mondo: senza esperienza vero,ma creativi, flessibili, e assolutamente preparati. Non capiamo perché anche dopo anni dalla laurea la musica non cambi, e ci rendiamo conto che è proprio la figura del professionista, dell’ingegnere, che ha perso smalto.Non ci servono nuove leggi, che per natura sono facilmente aggirabili, ma ci serve che la mentalità cambi. Abbiamo bisogno che si valorizzi il lavoro intellettuale che ora ha sempre più burocrazia e sempremeno «ingegno»; dobbiamo riprenderci quella creatività e la professionalità che ci hanno reso famosi in tutto il mondo. È ora che Governo e associazioni sinergicamente puntino alle generazioni future in modo concreto. Abbiamo la sensazione di essere in troppi e che nessuno sappia più dove metterci. Va regolato il numero di nuovi laureati in base al grado di assorbimento del mercato: le università, anche per il proprio tornaconto, hanno prodotto troppi ingegneri. Si stabilisca un reddito minimo garantito per i neo-laureati. Si promuovano le società che offrono ai giovani un percorso concreto che li veda stagisti, collaboratori, capi progetto ed infine partners come succede in molti paesi all’estero. Ci piacerebbe vedere la crisi come la considerava Einstein: un momento per rinascere, per sviluppare creatività, strategie nuove. Se talvolta non accettiamo un qualsiasi primo lavoro,macerchiamo di fare quello per cui abbiamo studiato, (ma si può dire anche investito) è perché sappiamo che magari guadagneremo un decimo di un portaborse e un centesimo di una velina, ma crediamo che le cose possano ancora cambiare e che in Italia i giovani talenti verranno di nuovo valorizzati. Ci sentiamo dire che siamo il futuro, il motore per ripartire dopo la crisi. Raccogliamo volentieri la sfida, ma sottolineiamo, signorMinistro, che se siamo effettivamente così «choosy» da non emigrare all'estero è solo perché amiamo il nostro Paese e vogliamo vederlo crescere anche grazie a noi.

Mattia Fantinati, Ordine Ingegneri di Verona Commissione Giovani