Alla Sapienza in atto un confronto tra le regole UE per gli APPALTI E QUALIFICAZIONE IMPRESE

26/12/2012 2008

APPALTI E QUALIFICAZIONE IMPRESE: PROCEDURE UE A CONFRONTO

FONTE: http://www.cnim.it/

Uno studio comparativo è in corso presso la Sapienza Università di Roma, nell'ambito dell'Ingegneria Gestionale, sulle procedure adottate nei paesi UE per bandire gare pubbliche e qualificare le relative imprese concorrenti.

Lo studio proseguirà poi con un confronto rispetto alle procedure di appalto pubblico adottate negli USA.

La normativa sugli appalti pubblici e sulla qualificazione delle imprese partecipanti alle gare pubbliche è stata ampiamente revisionata negli anni '90-2000 alla luce delle direttive europee.

Il sistema di qualificazione delle imprese che partecipano ad appalti pubblici - come è stato recepito in Italia - è uno dei più articolati e complessi fra quelli che si possono riscontrare nei principali paesi UE.
Le Imprese devono essere qualificate da Società Organismi di Attestazione (Società per Azione - private dunque - con 1 mln di euro di capitale sociale interamete versato) e, nel settore delle Costruzioni, devono essere obbligatoriamente certificate (unico caso in UE) in conformità alle norme UNI EN ISO 9000 sulla Qualità.

Tutto ciò mentre, alla luce della Legge 183/2011 (cosiddetta Legge di stabilità 2012) è in atto presso la Pubblica Amministrazione un processo di Decertificazione, che - però - una ben precisa lobby privata non vuole adottare continuando ad imporre alle nostre imprese nazionali procedure medioevali di stampo inquisitorio.

Ovviamente qualificazione e certificazione sono procedure che costano molto alle imprese (una sorta di tassa occulta), alimentando un circuito economico parallelo fatto di consulenti (di varia natura e genere), di enti di certificazione e di accreditamento.

Il settore dei contratti pubblici muove circa il sette per cento del PIL nazionale, il sedici per cento del PIL europeo e assegna ogni anno in Italia circa 125 mila contratti di importo superiore a 40 mila euro.
Secondo le stime di Transparency International, del Servizio anticorruzione e trasparenza della Presidenza del Consiglio dei ministri e della Procura generale presso la Corte dei conti, la corruzione «costa» al sistema economico italiano circa 60 miliardi di euro all’anno.
Sebbene i dati sul numero di condanne, di denunce e di arresti per corruzione ne tratteggino un trend decrescente, almeno dal 2000 al 2007, sembra che questi stessi dati, dal 2008 in poi, abbiano fatto registrare una controtendenza e che la «qualità» della corruzione, ossia la sua pervasività ai più alti livelli istituzionali, il suo utilizzo costante da parte delle organizzazioni criminali e la sua percezione sociale siano cresciuti notevolmente.
Inoltre, i dati sul Corruption Perception Index, dal 2005 al 2011, mostrano come la corruzione percepita nel settore pubblico, legata principalmente al numero di casi esistenti ma non scoperti (c.d. «numero oscuro»), sia aumentata in maniera evidente.

Nel 2011 l'Italia si è classificata per la corruzione al 69° posto su 182 Paesi presi in esame (nel 2010 eravamo al 67° posto).
Nella Ue fa meglio solo della Grecia (80esima), e di Romania e Bulgaria nella lotta alla corruzione.
Su una scala da zero (massimo livello di corruzione percepita) a 10, l'ong tedesca che annualmente pubblica il rapporto ha assegnato all'Italia 3,9 punti e ad Atene 3,4, entrambe molto vicine alla Cina, settantacinquesima.