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Un mestiere eteronomo tra tecnica, poesia e arte del costruire. Conversazione con Emilio Faroldi

L’architettura eteronoma integra tecnica, cultura e responsabilità civile per trasformare consapevolmente città e territorio. Emilio Faroldi intervistato da Pasqualino Solomita analizza formazione, professione e campus universitari, sostenendo che teoria e pratica non possano essere separate senza indebolire il ruolo dell’architetto.

L’architettura eteronoma descritta da Emilio Faroldi non è una disciplina chiusa, ma un sistema capace di integrare tecnica, storia, economia, arte e bisogni sociali. L’intervista di Pasqualino Solomita a Emilio Faroldi analizza la progettazione architettonica come disciplina costruita attraverso esperienza professionale, metodo critico e confronto con altri saperi. Dai progetti per Piazza della Pace e il Campus Chiesi alla trasformazione dei campus del Politecnico di Milano, emerge un modello nel quale percorsi, spazi aperti e servizi derivano dai comportamenti reali delle persone. Il confronto affronta anche università di massa, committenza pubblica, crisi delle occasioni professionali e perdita di centralità civile dell’architetto.


Chi può insegnare architettura senza averla costruita? La risposta di Emilio Faroldi

Milano, 6 luglio 2026

Pasqualino Solomita

Chi è Emilio Faroldi? Non le tappe di un curriculum, ma i dubbi che lo attraversano, le ossessioni che lo abitano, le certezze su cui non transige. Lei è al tempo stesso architetto, ricercatore, docente e prorettore vicario di un grande ateneo: quattro figure che altrove vivono separate, e che lei ha invece scelto di tenere insieme. Lei sostiene che la separazione tra mondo accademico e sfera professionale sia impropria; eppure dal 2017 la normativa sul tempo pieno l’ha indirizzata a sospendere l’afferenza allo studio che ha fondato. Cosa insegna l’esperienza di dover incarnare una separazione che si giudica sbagliata?

Emilio Faroldi

Mi tocchi nel vivo perché, prima di tutto, Emilio Faroldi è una persona molto fortunata: penso di aver fatto quello che volevo, e questo è già tanto. Volere significa perseguire non sogni astratti, ma le proprie vocazioni. È sempre stato un mestiere che ha scelto il sottoscritto, non viceversa: non mi sono imposto un mestiere, sono state le esperienze e la strada. Non volevo fare il professore universitario, non sono figlio d’arte né di architetto né di universitario: sono tutte strade apertesi pian piano.

Sul tema della promiscuità dei ruoli e della trasversalità delle figure, credo molto nelle molteplici vocazioni, che non vuol dire talenti, ma trovare strade non necessariamente monodisciplinari, avere passioni verso più mondi e ricavarne sempre un filo conduttore. Nel mio caso: scuola normale, servizio militare, poi la fortuna di iscrivermi ad Architettura, forse la vera sliding door, perché iscrivendomi altrove probabilmente non avrei trovato gli stessi stimoli. Ho studiato molto.

Dopodiché, a valle di uno splendido periodo trascorso nello studio del professore e architetto Aurelio Cortesi a Parma - il mio tavolo di lavoro era collocato proprio di fronte alla finestra che si affaccia sul Battistero di Parma: questo dettaglio, e grande privilegio, non lo scorderò mai - nel 1990, ho aperto un mio piccolo studio nella medesima città. Venticinque anni bellissimi e intensi: poi l’opportunità di coordinare i lavori di urbanistica e architettura dei Campus del Politecnico di Milano.

Un’esperienza altrettanto magica: per fare ciò dal 1° gennaio 2017 non afferisco più né all’albo degli architetti, né allo studio che, appunto fondai, dedicandomi da allora, a tempo pieno, all’esperienza accademica, sia dell’insegnamento, sia della ricerca, ma anche, e soprattutto, nelle vesti di coordinatore delle attività e dello sviluppo futuro dei nostri campus politecnici. Bravissimi architetti sono oggi titolari di EFA studio di architettura - EFA è l’acronimo di Esperienze Forme Architettura - e con grande spessore professionale e con orgogliosa continuità con il passato, portano avanti la filosofia dello studio/bottega.

Esperienze diverse e articolate: tutte nel segno dell’architettura.

Angolo di paesaggio. Fidenza, Parma, Italia 1994-2004. Emilio Faroldi
Angolo di paesaggio. Fidenza, Parma, Italia 1994-2004. Collocato nella campagna fidentina, nel parmense, l’edificio si sviluppa attraverso una tipologia a corte che ritrova il suo asse di rotazione nella scala elicoidale al centro della zona giorno, fulcro dell’intero sistema. Gli ambienti della casa, collocati a quote differenti, si articolano attorno ad uno spazio aperto, costituendo un’aggregazione funzionale chiusa raccolta sullo spazio centrale della corte. La grande vetrata apre all’ambiente esterno, interiorizzandolo e facendolo parte integrante dell’opera. La struttura, in setti di calcestruzzo a vista, inquadra il paesaggio, mentre l’involucro in mattoni in terra rossa è giocato tramite incastri con le orizzontalità e verticalità strutturali. (Marco Buzzoni, Fornovo, Parma)

Ho avuto anche l’occasione di attraversare più generazioni nei miei studi e nei miei scritti. Per questo ritengo che l’unico libro davvero straordinario scritto con la mia collega Maria Pilar Vettori sia Dialoghi di architettura. In quel lavoro abbiamo incontrato dieci figure che sembrano di altre epoche: da Lodovico Barbiano di Belgiojoso a Roberto Gabetti, da Paolo Portoghesi a Guido Canella, ad Aldo Rossi eccetera.

Li abbiamo incontrati personalmente; eravamo giovani noi, loro non più giovani, e abbiamo carpito da loro il segreto di questa professione tra teoria e pratica. Il tema dell’ambiguità tra pratica professionale e insegnamento, che mi hai rilanciato, è oggi di estrema attualità, e ne spiego il perché.

La mia carriera personale interessa poco: ho fatto i miei passaggi, prima l’architetto - progettando e costruendo case, chiese, servizi vari, spazi pubblici, ecc. -, poi un dottorato e nel 1996-97 mi hanno affidato il primo laboratorio di costruzione dell’architettura; sono ormai trent’anni che insegno nei laboratori. In questo periodo la cosa che mi è piaciuta di più è sempre stata occuparmi di formazione dal lato dello studente: progettazione dell’apprendimento, non dell’insegnamento. Coordinare i corsi di studio, dal vecchio ciclo unico agli ultimi, è stata una bella esperienza, perché progettare la formazione è come progettare un edificio: deve stare in piedi, avere basi solide, durare nel tempo, mettere insieme elementi anche diversi in forma organica.

Il tema dell’insegnamento e della pratica del mestiere è oggi di grande attualità perché il rischio della nostra disciplina, sia per chi insegna sia per chi progetta, è uno scollamento che produce, da una parte, figure che entrano nelle aule senza contezza del mestiere nobile dell’architettura e, dall’altra, teorici raffinati ma distanti dal vero motore dell’insegnamento, cioè la realtà. La realtà deve essere sempre il motore di ogni scelta. Non parliamo di discipline umanistiche pure né di scienze esatte assolute: il nostro è un mondo affascinante dove materie umanistiche e materie esatte si rincorrono, ed è questo il fascino di fare l’architetto: un intellettuale capace di rendere pratici anche i problemi.

Penso che la scissione delle due figure, delle due carriere, possa costituire un piano scivoloso: ha portato a giovani docenti che non hanno alcuna contezza del mestiere che insegnano.

La mia fortuna è appartenere a una generazione che ha potuto fare l’architetto per poi portare tale mondo di conoscenze nelle aule.

Abbiamo l’esperienza recentissima di Renzo Piano, che abbiamo chiamato quattro anni fa a valle dei suoi incarichi professionali con il Politecnico: si è laureato qui nel ’64 e non può che portare la sua esperienza. Come dice lui stesso: “Io non sono un professore, non ho metodo da professore, non ho mai insegnato”, ma è proprio questo il suo elemento di innovazione: non avere pregiudizi sull’insegnamento, se non quello di portare la propria esperienza in aula. Un metodo vale come l’altro: non deve necessariamente insegnare un architetto praticante, ma serve, in entrambi i casi, la consapevolezza dell’altra sfera, non l’idea di poterle tenere distinte.

Chiesa di Sant’Anna. Jundaì, São Paulo, Brasil- 1994-1995. Emilio Faroldi
Chiesa di Sant’Anna. Jundaì, São Paulo, Brasil,1994-1995. Modularità, geometria, simmetria e centralità sono gli elementi portanti del progetto: la “croce”, segno cristiano per eccellenza, ne costituisce l’elemento generatore. Il progetto della chiesa fonda i propri presupposti sull’intenzione di creare uno spazio di alta spiritualità in grado di legarsi in modo naturale alla quotidianità: uno spazio al tempo stesso simbolico e reale, contemplativo e partecipativo, in cui la presenza dell’assemblea dei fedeli costituisce l’elemento dominante della fruizione di tale spazio. (Eder Luiz Medeiros, São Paulo, Brasil)

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Architettura come disciplina eteronoma: identità, contaminazioni e confronto con gli altri saperi

Pasqualino Solomita

Sostiene che l’architettura sia disciplina eteronoma: la sua legittimità non risiede in un fondamento interno, ma nasce dal confronto costante con ciò che le è esterno: la storia, la filosofia, la fisica ambientale, l’economia, perfino la musica. È la posizione che riprende da Giancarlo De Carlo, enunciata a Otterlo nel 1959. Ma se qualsiasi elemento esterno può, in linea di principio, fondare il progetto, dove si colloca allora la specificità disciplinare dell’architettura?

Emilio Faroldi

Il tema non è certo originale o nuovo; sono nuovi gli strumenti e i paradigmi, perché le storie si rincorrono. Forse abbiamo avuto il merito di risollevarlo in un periodo di crisi delle discipline e dei mestieri, di rivendicazioni identitarie e rifondazioni culturali, per capire da dove essi possano attingere. È chiaro che l’architettura non può ritenersi totalmente autonoma: l’autoreferenzialità è stata il suo grande limite, il suo punto di debolezza. Devo però ammettere che, in alcuni passaggi, penso agli aspetti compositivi, l’architettura debba rivendicare una sua autonomia disciplinare. Ci sono situazioni in cui può avvalorarsi come disciplina che ha un compito preciso: la trasformazione consapevole del territorio, attraverso metodi e logiche che migliorino la qualità della vita dell’uomo, negli artifici come negli ambiti naturali. Questo è, in parte, il compito dell’architetto.

Non può però farlo senza confrontarsi con la durezza o la morbidezza di altre discipline: la normativa, il già vissuto, il viaggio, la visita, la musica, l’arte figurativa sono parti integranti di una disciplina che proprio sull’autonomia rischia di trovare il suo punto debole. In questi anni abbiamo interpellato molte figure portatrici di altri saperi, per capire come l’architettura possa incorporarne i metodi di lavoro. La medicina è lontana dall’architettura, eppure un architetto è un po’ il medico di una città: sul piano metodologico, non dei contenuti, le distanze si accorciano. Lo stesso vale per la musica: abbiamo seguito tesi in cui compositori-architetti o compositori-musicisti hanno perseguito metodi dagli esiti sorprendentemente confrontabili.

Penso che l’architettura debba alimentare oggi multidisciplinarietà, multiscalarità e trasversalità, per non cadere nell’autocompiacimento di un mondo chiuso. Non possiamo pensare che le scuole non siano a loro volta contaminate o ibridate. Credo che il futuro della nostra disciplina, anche sul piano dell’insegnamento, stia in un duplice aspetto: una rivendicazione forte dell’identità memoriale di un luogo e del suo territorio, insieme a metodi e tecniche che si aprono a un mercato globale, non più solo locale.

Campus Chiesi a Parma: come una committenza illuminata costruisce architettura nel tempo

Pasqualino Solomita

Il complesso Chiesi a Parma rappresenta quasi un ventennio di lavoro sul medesimo comparto urbano, per la medesima committenza: il Centro Ricerche nel 2011 (firmato, appunto, da Emilio Faroldi), il Quartier Generale nel 2020, infine il Padiglione, ad opera del rinnovato studio professionale. Lei lo ha definito una cittadella aziendale, categoria che porta in sé due posizioni contrapposte: la città come modello insediativo, da un lato, e il recinto identitario di un’impresa farmaceutica, dall’altro. Che cosa insegna a uno studio professionale una committenza capace di crescere insieme all’opera per un arco di vent’anni?

Emilio Faroldi

Anche in questo caso siamo stati bravi e fortunati. Fortunati perché abbiamo trovato una committenza illuminata, capace di capire da subito che l’architettura poteva dare spazi riconoscibili alla propria identità; per i lavoratori, e l’azienda è cresciuta molto in questi vent’anni, questo ha significato qualità spaziali dove lavorare è piacevole.

Cosa ci ha insegnato? Soprattutto l’aspetto metodologico e processuale. Un’azienda farmaceutica non può che avere un processo dominato dal controllo dei passaggi, dall’uso del «noi» e non dell’«io», da una missione condivisa come lavoro di gruppo. Lo dimostra il fatto che una ricerca o un brevetto farmacologico dura tanti anni quanto un progetto di architettura, ed è sottoposto a griglie di valutazione dove, come purtroppo anche in architettura, tutto può fermarsi per un singolo mancato «ok».

Sul piano professionale sono molto orgoglioso di questa avventura: innanzitutto perché ha permesso al nostro studio, che ho fondato ma che è andato avanti con le proprie gambe, con ragazzi più giovani, di non portare più il mio nome, di percorrere in questo decennio una strada autonoma dal sottoscritto, con figure di generazioni diverse a ogni decennio.

Di conseguenza ogni edificio citato ha firme diverse: ho firmato io il Centro Ricerche, gli altri sono firmati da persone dello studio che hanno contribuito a questa idea di cittadella, di grande campus, una sorta di università aziendale, tuttora in corso. Si sta lavorando a un’idea sempre più organica, dove questi edifici non sono più elementi autonomi ma tasselli di un masterplan articolato.

La Casa della ricerca-Centro ricerche Chiesi Farmaceutici. Parma, Italia, 2005-2011. Emilio Faroldi
La Casa della ricerca-Centro ricerche Chiesi Farmaceutici. Parma, Italia, 2005-2011. Un impianto dal carattere “urbano” che vede il proprio modello di riferimento nel concetto di “cittadella aziendale” articolata in spazi aperti ed elementi costruiti di differente carattere funzionale e morfologico. La forma planimetrica nasce da un processo di ottimizzazione degli spazi del lavoro, la ricerca di qualità si fonda sulla non omologazione dei livelli e della logica di circolazione, nel tentativo di ricavare all’interno della grande dimensione ambienti alla scala umana: piani con configurazioni diverse, spazi comuni differenziati, strade e piazze interne. (Marco Buzzoni, Fornovo, Parma)

Anche la scelta dell’azienda di non lasciare Parma, la loro città da quattro generazioni, pur perseguendo una grandissima innovazione tecnologica, credo risponda a quanto dicevo prima: un forte radicamento territoriale insieme a un’apertura di respiro globale.

L’esperienza di Chiesi è straordinaria, sia per la qualità della famiglia committente sia perché ci ha permesso di crescere come studio: io ho dato l’imprinting iniziale, ma tutti i collaboratori, che oggi non sono più ragazzi, hanno contribuito pienamente alla crescita architettonica dell’azienda.

La Casa della ricerca-Centro ricerche Chiesi Farmaceutici. Parma, Italia, 2005-2011.
La Casa della ricerca-Centro ricerche Chiesi Farmaceutici. Parma, Italia, 2005-2011. (Marco Buzzoni, Fornovo, Parma)

Come si trasforma uno spazio di passaggio in luogo di incontro? Il caso di Piazza della Pace

Pasqualino Solomita

Piazza della Pace sempre a Parma si colloca all’estremo opposto: committenza pubblica anziché privata, la pressione monumentale della città storica come unico protocollo. L’elemento ordinatore è il Sentiero delle Lettere, un percorso diagonale che scardina la prospettiva frontale della Pilotta per inseguire i flussi reali dei pedoni provenienti dalla stazione, con i versi di Attilio Bertolucci incisi nel suolo. È una scelta che dichiara esplicitamente da che parte si schiera il progetto: il corpo delle persone, non il monumento. Tale criterio è trasferibile alla scala del campus aziendale?

Emilio Faroldi

Ho due grandi esperienze di campus: una è quella appena descritta, l’altra deriva dal mio ruolo di prorettore vicario al Politecnico, con delega alla valorizzazione degli spazi di Ateneo. Devo ammettere che quanto adottato per Piazza della Pace - e ancor prima con Piazza Lorenzo Berzieri a Salsomaggiore Terme - ha avuto una ricaduta anche sui nostri campus universitari: se analizzi il disegno, trovi un codice etico scritto con caratteri tipografici identici a quelli del Sentiero delle Lettere.

Piazza Lorenzo Berzieri Salsomaggiore Terme, Parma, Italia 2008-2010
Piazza Lorenzo Berzieri. Salsomaggiore Terme, Parma, Italia, 2008-2010. Ridefinire un'identità spaziale fino a ieri frammentaria e irrisolta, rispettare e valorizzare l'unicità di un oggetto che si impone con forza iconica nel tessuto urbano diventandone un importante elemento catalizzatore. L’immagine storica di piazza Berzieri viene ribadita rapportando il progetto con il tessuto esistente, sovrapponendosi e ridisegnando quelle linee, ormai sbiadite, che appartengono allo sviluppo storico della città e che, rafforzate dal rinnovato concetto di piazza, hanno assunto una nuova identità. (Marco Buzzoni, Fornovo, Parma)

Tornando a Parma: è stata un’esperienza straordinaria, perché abitando la città e conoscendone bene la realtà è chiaro che la debolezza storica di quello spazio sia legata al cambiamento sociale, non a quello fisico. Chi ci ha preceduto nella progettazione non ha sbagliato: ha semplicemente adeguato all’epoca certe esigenze: espulsione dell’auto, non costruzione di volumi, immissione del verde, creando la possibilità di traguardare questa rovina monumentale nella sua bellezza imperiosa. Quello che è stato fatto è stato prendere atto che l’utilizzo di questo spazio non rispondeva a una logica della sosta ma del passaggio: non c’era permanenza, solo trascorrere: un tema non tipicamente associato alle piazze, tanto che abbiamo lottato per cambiare la denominazione da «Piazzale della Pace» a «Piazza della Pace». Nel concetto profondo di piazza sta esattamente il passaggio da luogo di scorrimento a luogo di sosta.

Ecco perché molte superfici sono state maggiormente pavimentate e l’asse centrale potenziato, creando condizioni di flessibilità d’uso e di camminamento senza dover attraversare il prato.

È diventata una vera piazza: vi si svolgono eventi, la gente si ritrova il sabato o la domenica mattina, ci sono sedute; e il viale trasversale che abbiamo inserito è stato, a mio avviso, la chiave che ha permesso di unificare il settore settentrionale con quello meridionale, innestandosi sull’andamento est-ovest: abbiamo costruito, in sostanza, un decumano e un cardo minore dentro questa piazza. Non esisteva in precedenza: l’intuizione vera e propria, se di intuizione si può parlare, sta nell’aver tenuto insieme, con un filo rosso, due poesie di Attilio Bertolucci che compongono il Sentiero delle Lettere: una dedicata a Giuseppe Verdi, con riferimento alla sua Giovanna d’Arco, l’altra in memoria di Giacomo Ulivi. Non si tratta dunque di due riferimenti letterari distinti, le lettere verdiane da un lato e le poesie di Bertolucci dall’altro, come la formulazione orale potrebbe far intendere, ma di due testi appartenenti a un unico corpus poetico.

Il mio ruolo, all’interno del progetto, proprio in qualità di docente/ricercatore del Politecnico di Milano, è stato proprio quello di fornire un significato semantico e letterario attraverso materiali e tecnologie idonee per la vita di un luogo pubblico.

Progettare i percorsi pedonali partendo dai comportamenti reali: la lezione di Carlo Scarpa

Pasqualino Solomita

Perché era un percorso che la gente stessa tracciava, un solco spontaneo nel prato.

Emilio Faroldi

Cito sempre questo episodio divertente raccontatomi dai vecchi maestri del mestiere, soprattutto i miei amici veneti: quando Carlo Scarpa realizzò il Museo di Castelvecchio a Verona gli chiesero: “Ma come sistemiamo i percorsi?”, dato che c’erano diversi ingressi; e lui, in stretto dialetto veneto, rispose: “Aspettiamo che nevichi e vedremo cosa fare”. Questa testimonianza, non so se sia leggenda o semi-leggenda, rispecchia la realtà delle cose: non si devono favorire artificialmente le scorciatoie, la scorciatoia reale deve diventare il percorso di progetto. La semplifico, ma è la stessa dinamica che descrivevi: quando l’erba è martoriata dai tracciati pedonali, l’errore sta nella pianificazione originaria: forse in Svizzera non accadrebbe, per un diverso senso civico, ma probabilmente anche chi l’ha pensata non ha applicato un atteggiamento razionale.

Il ponte va sempre messo nel punto di massima prossimità tra le due sponde, mai unendo due punti distanti. Questa è la prima considerazione. L’altra riguarda la volontà di generare un attraversamento che creasse, nell’intersezione, un luogo di sosta, evitando che il flusso si riversasse esclusivamente nelle vie commerciali limitrofe, le quali rispondono a un’altra logica urbana.

Un’ulteriore esperienza di realizzazione di un rigenerato spazio pubblico, alla quale sono particolarmente legato, è, come ho segnalato, il progetto per Piazza Lorenzo Berzieri, del 2010, a Salsomaggiore Terme, in provincia di Parma: anche in tale contesto ritengo che il nostro lavoro sia riuscito a trasformare un semplice spazio in luogo prezioso, in grado di esaltare i monumenti, la natura e l’identità di quella bellissima città termale.

Uno spazio che intende restituire al visitatore e al frequentatore ciò che più di ogni altra cosa egli ha come tesoro: cioè il tempo.

Campus universitari e città: il modello UniverCity del Politecnico di Milano tra spazi aperti, servizi e architettura urbana

Pasqualino Solomita

Da Prorettore, Lei ha guidato il Politecnico verso il modello UniverCity: la dissoluzione dei confini tra campus e città, dal Masterplan del Campus Leonardo di Renzo Piano ai laboratori ed edifici per servizi inclusivi e per lo studio informale collocati sia in Leonardo sia in Bovisa. Le rivolgo la domanda che porrei a un qualsiasi committente privato: a chi risponde, in ultima istanza, questo campus: agli studenti, alla città, ai ranking internazionali, alla valorizzazione del patrimonio immobiliare? E quando queste istanze divergono, a chi spetta deciderne la gerarchia?

Emilio Faroldi

Le due categorie a cui facciamo assoluto riferimento sono gli studenti, i veri capofila di una comunità che comprende anche personale tecnico-amministrativo e docenti, e la città. Sono questi due poli che ci hanno guidato nella riformulazione complessiva dei campus. La genesi è lineare: nel 2015, se ricordo bene l’anno, Renzo Piano venne in ateneo per una lectio magistralis in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico; l’allora rettore - Giovanni Azzone - gli chiese, a conclusione, se avesse intenzione di sviluppare un’idea per gli spazi urbani del Politecnico. Lui non si oppose e, dopo qualche settimana, trasmise cinque disegni, che custodiamo nella sala adiacente. Non erano semplici schizzi preliminari, ma un vero progetto di riqualificazione, basato sul concetto di «rammendo urbano» a lui caro, focalizzato sulla quota zero dell’allora zona di architettura: oggi non la definiamo più così, perché le lezioni si tengono in forma integrata nei diversi corpi di fabbrica. Su quell’impostazione è stato redatto un progetto definitivo ed esecutivo, regolarmente tradotto in opera.

Giardini di Leonardo. Progetto di spazi per lo studio, la socializzazione, l’incontro presso il Campus Leonardo del Politecnico di Milano. Progetto a cura del Politecnico di Milano Area Tecnico Edilizia e gruppo di lavoro Vivi.Polimi Politecnico di Milano, Milano, 2019.
Giardini di Leonardo. Progetto di spazi per lo studio, la socializzazione, l’incontro presso il Campus Leonardo del Politecnico di Milano. Progetto a cura del Politecnico di Milano Area Tecnico Edilizia e gruppo di lavoro Vivi.Polimi Politecnico di Milano, Milano, 2019. Il progetto ha fondato i suoi presupposti nell’azione di recupero e valorizzazione della cifra memoriale, storica e morfologica del Campus, con particolare attenzione allo spazio verde centrale prospiciente al Rettorato, alle sue derivazioni e agli imponenti e preesistenti viali alberati. Fine primario del progetto è risultato quello di incrementare la fruizione pedonale, eliminando un elevato numero di posti auto al fine di creare un'area maggiormente accessibile e sostenibile. La rimozione del traffico carrabile, fonte di rumore e inquinamento, ha rappresentato il punto di partenza di un’azione più ampia volta a creare dinamiche di relazione e socializzazione diffusa. (Marco Introini, Milano)

A quell’intervento abbiamo affiancato linee di progettazione interne al Politecnico. Io e il Rettore - Ferruccio Resta - abbiamo accelerato i processi: abbiamo strutturato un gruppo di ricerca e progettazione denominato VIVIPolimi composto da giovani architetti formatisi con noi, un vero atelier interno all’università. Appartengono alla nostra regia progettuale tutti gli sviluppi successivi: pedonalizzazione degli spazi aperti, riqualificazione dei giardini storici prima occupati da parcheggi, aree per la didattica informale con più posti studio, restauro filologico del Trifoglio.

Collina degli Studenti. Spazi riservati allo studio, alla socializzazione, all’incontro docenti/studenti presso il Campus La Masa del Politecnico di Milano.
Collina degli Studenti. Spazi riservati allo studio, alla socializzazione, all’incontro docenti/studenti presso il Campus La Masa del Politecnico di Milano. Progetto a cura del Politecnico di Milano Area Tecnico Edilizia e gruppo di lavoro Vivi.Polimi Politecnico di Milano, Milano, 2022. La "Collina degli studenti" è nata per trasformare un'area del campus poco utilizzata e priva di identità in un nuovo cuore pulsante della vita universitaria. In cima a questa collina sorge un moderno edificio che ospita un'area studio con oltre cento postazioni, uno spazio ristoro al piano rialzato e un'area per la socializzazione dei docenti al secondo livello. Questa struttura multifunzionale è stata progettata per migliorare l'esperienza quotidiana di studenti e docenti, fornendo spazi adeguati e confortevoli. Il linguaggio architettonico adottato e i materiali di progetto utilizzati – cemento, vetro e corten – richiamano le origini industriali della Bovisa, inserite in un contesto sostenibile e verde, nel quale gli spazi di lavoro e studio sono declinati in base alla loro relazione con la natura. (Marco Introini, Milano)

Il masterplan di Renzo Piano interveniva solo sulla quota zero; noi abbiamo sviluppato per gemmazione successiva il resto delle volumetrie e degli spazi aperti, con due strumenti strategici: uno per il Campus Leonardo, uno per Bovisa. Attualmente abbiamo attuato circa il 95% delle previsioni del masterplan del 2017 nel Campus Leonardo.

Il piano comprende nuovi laboratori per il Dipartimento di Chimica, l’ampliamento delle strutture per Informatica ed Elettronica, la riqualificazione del Centro Sportivo Giuriati, il rinnovo delle aree verdi e un secondo stralcio per la pedonalizzazione totale dei campus. L’operazione più ambiziosa prevede la pedonalizzazione di via Bonardi, con la rimozione del traffico privato per fondere l’ex campus di Ingegneria con quello di Architettura in un unico organismo spaziale, mantenendo il transito del tram con la fermata ricollocata: una riqualificazione profonda dello spazio pubblico urbano.

Ebony and Ivory- Nuova sede del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica e del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria presso il Campus Bassini del Politecnico di Milano.
Ebony and Ivory- Nuova sede del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica e del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria presso il Campus Bassini del Politecnico di Milano. Progetto a cura del Politecnico di Milano. Area Tecnico Edilizia e gruppo di lavoro Vivi.Polimi. Politecnico di Milano, Milano, 2025. La centralità della ricerca per il Politecnico di Milano emerge chiaramente nel progetto del nuovo complesso del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica "Giulio Natta" e del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria. Il nuovo edificio è stato progettato al fine di rispondere alla duplice necessità di fornire spazi attrezzati per l'innovazione tecnologica e di fungere da elemento urbanistico di collegamento tra le aree pubbliche circostanti. (Marco Introini, Milano)

Una strategia analoga è stata applicata a Bovisa-La Masa, con nuovi poli laboratoriali e aree per gli studenti: i risultati sono stati pubblicati da Casabella e saranno oggetto di un saggio su Domus. Questo dimostra come una pubblica amministrazione possa operare non solo nel perimetro dell’efficienza funzionale, ma perseguendo una precisa qualità linguistica e architettonica. Non a caso ho insistito perché la delega rettorale eliminasse il termine «edilizia» a favore di una dicitura legata all’architettura: pur riconoscendo la nobiltà dell’edilizia, l’obiettivo era produrre architettura urbana.

Ebony and Ivory- Nuova sede del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica e del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria presso il Campus Bassini del Politecnico di Milano
Ebony and Ivory- Nuova sede del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica e del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria presso il Campus Bassini del Politecnico di Milano- Progetto a cura del Politecnico di Milano-Area Tecnico Edilizia e gruppo di lavoro Vivi.Polimi, Politecnico di Milano, Milano, 2025. (Enrico Cano, Lugano)

Insegnare progettazione architettonica: metodo critico, esperienza ed esercizio nella formazione degli studenti

Pasqualino Solomita

Dal seminario internazionale Formamentis, organizzato nel 2023 con Maria Pilar Vettori, si evince come Lei pone al centro la costruzione dell’habitus critico dell’allievo: tenere insieme la lezione dei maestri, la teoria del progetto e la pratica. È un programma pedagogico esplicito. Ma cosa si trasmette realmente, in un corso di progettazione, tra docente e studente: ciò che né un libro né un’opera costruita sono in grado di comunicare?

Emilio Faroldi

Questi convegni, e nello specifico quella riflessione editoriale, muovevano da un interrogativo di chiara matrice storiografica: se sia effettivamente possibile insegnare a progettare. La risposta è complessa: se chiedessimo se sia possibile insegnare a cantare a chi è stonato, o a suonare il pianoforte a chi è privo di senso del ritmo, la risposta strutturale sarebbe negativa. Tuttavia, governando un’università di massa abbiamo il dovere istituzionale di rispondere affermativamente: la progettazione può essere insegnata.

La discriminante fondamentale tra progettare in modo consapevole o inconsapevole sta nell’assimilazione di un metodo critico e di un sistema di pratiche codificate: il metodo è trasmissibile sul piano didattico. Non si può inoculare il talento puro o la sensibilità innata, ma si può strutturare progressivamente lo spettro conoscitivo attraverso il viaggio e l’esercizio sistematico della lettura. L’elemento cardine realmente trasmissibile è l’esperienza: non è acquisibile automaticamente dallo studente, ma il docente può decodificare gli errori compiuti e i percorsi d’eccellenza verificati, contraendo i tempi di apprendimento.

Sottoponiamo gli studenti a molteplici esperienze applicative, con esiti diseguali e diverse attitudini didattiche tra i docenti. Personalmente sostengo l’utilità di esercitazioni frequenti e di durata contenuta, perché riducono l’impatto di un eventuale fallimento temporaneo, mentre esercitazioni monolitiche e iper-scalari rischiano, in caso di criticità, lacune formative permanenti. Progettare si può insegnare, e si può insegnare a farlo correttamente; l’università deve però accogliere la diversità dei ritmi individuali, dando spazio sia alle menti analitiche sia alle personalità intuitive.

La grande sfida metodologica per il futuro del nostro ateneo è la personalizzazione dei percorsi formativi dentro una struttura di massa. Pur mantenendo un nucleo di insegnamenti obbligatori, serve ampliare l’offerta di corsi opzionali e flessibili, per assecondare vocazioni creative, ingegneristico-tecnologiche o metodologico-scientifiche. Nei grandi numeri non è praticabile un rapporto tutoriale uno a uno, ma un’ampia articolazione delle opzioni didattiche consente una reale autodeterminazione del percorso di studi.

Università di massa o campus elitario? Emilio Faroldi difende il valore della complessità

Pasqualino Solomita

Mi vengono in mente i campus americani, dove il numero è spesso ridotto per via del rapporto docente-allievo.

Emilio Faroldi

Esprimo una netta preferenza per il modello dell’università di massa: la dimensione quantitativa non è un limite formativo, ma un valore democratico. I modelli accademici eccessivamente chiusi manifestano una debolezza intrinseca; storicamente, il campus di matrice anglosassone è nato come un recinto isolato, quasi a preservare l’attività scientifica dalle presunte contaminazioni della realtà urbana, mentre io ritengo che la città sia il motore fondamentale per la formazione del cittadino.

Confrontarsi con una vasta comunità di studenti offre uno spaccato realistico della struttura sociale contemporanea, evitando le derive di una selezione virtuale o elitaria. In un laboratorio di cinquanta persone si sperimenta la complessità delle relazioni umane e professionali: collaborazione, conflitti caratteriali, disparità nelle abilità grafiche o analitiche, e questa eterogeneità è una palestra fondamentale per l’esercizio della cittadinanza.

Architettura e alta formazione: l’eccellenza italiana frenata dalla carenza di investimenti

Pasqualino Solomita

Mi riallaccio a quanto ha appena detto sul rapporto tra docente e allievo, perché anticipa la prossima domanda. Allargando lo sguardo al sistema architettonico italiano nel suo complesso, come ne valuta lo stato attuale? Dove si collocano i punti di eccellenza: nelle realizzazioni, nella ricerca, nella didattica? E dove, al contrario, permangono le lacune più preoccupanti?

Emilio Faroldi

Il quadro complessivo sconta una storica e cronica carenza di investimenti strutturali nell’alta formazione. Il Politecnico di Milano è un’eccezione virtuosa sul piano gestionale: chiude i bilanci in utile pur mantenendo le contribuzioni studentesche ai livelli minimi in Europa, con una retta massima, per le fasce di reddito più elevate, che non supera i 3.800 euro annui. Circa il 60% dei nostri studenti beneficia delle tutele del diritto allo studio, con esenzioni o alloggi gratuiti; inclusione, supporto alle disabilità e gestione delle doppie carriere sono priorità assolute della nostra linea di governo accademico.

Il deficit di finanziamento pubblico nazionale è evidente se confrontato con istituzioni come l’ETH di Zurigo o i poli d’eccellenza cinesi, con risorse non comparabili alle nostre. Nonostante il divario, la qualità della nostra offerta didattica resta elevatissima, sul sacrificio di un corpo docente i cui livelli retributivi non sono ancora pienamente allineati all’impegno profuso.

L’internazionalizzazione ha trasformato i nostri campus, che oggi ospitano studenti da circa 150 nazioni: questo consente a qualsiasi studente italiano, a prescindere dalle condizioni economiche, un’esperienza di respiro globale restando a Milano: una dinamica un tempo accessibile solo a ristrette élite.

Il declino sociale dell’architetto: meno occasioni, fuga dei progettisti e perdita del suo ruolo civile

Pasqualino Solomita

Come valuta, invece, lo stato della produzione architettonica italiana in termini qualitativi?

Emilio Faroldi

Il problema principale dell’attuale generazione di progettisti, rispetto a trenta o quarant’anni fa, è la drastica contrazione delle occasioni professionali. In passato pochi architetti disponevano di ampi margini operativi e potevano maturare esperienza anche attraverso l’errore. Oggi la scarsità di commesse alimenta la fuga all’estero: quando non deriva da una scelta culturale consapevole ma da necessità economica, si palesa un vizio di forma del sistema Paese. Scontiamo anche una difficoltà strutturale nel trattenere i laureati stranieri formati nelle nostre università, che dovrebbero reinvestire le competenze acquisite in Italia, ma le percentuali restano basse. Il divario salariale con realtà limitrofe, come la Confederazione Elvetica, esercita un’attrazione economica difficile da contrastare, pur al netto del diverso costo della vita.

La disciplina deve interrogarsi sulla progressiva perdita di centralità sociale e civile della figura dell’architetto.

Finché l’opinione pubblica identificherà la professione solo attraverso la categoria mediatica delle cosiddette «archistar», dove la sovraesposizione del progettista oscura il valore intrinseco dell’opera, persisterà un’anomalia profonda: è l’architettura che va rivalutata, non la personalità dell’architetto. La committenza privata illuminata produce episodi di eccellenza, ma la responsabilità principale della qualità dello spazio pubblico ricade sulla committenza pubblica. L’instabilità del quadro politico italiano genera spesso una mancanza di continuità nei programmi urbanistici e infrastrutturali, con ogni amministrazione che disattende le pianificazioni della precedente, penalizzando lo sviluppo delle opere.

Non concordo con chi sostiene un esubero di architetti in Italia: ritengo, al contrario, che siano numericamente insufficienti rispetto alle reali necessità del territorio.

Nel panorama antropizzato del nostro Paese emerge l’esigenza di un intervento diffuso e millimetrico sul piano dell’heritage, della conservazione e della valorizzazione critica del costruito esistente.

È indispensabile restituire all’architetto il suo ruolo originario: non un operatore di superficie incaricato del mero maquillage estetico delle facciate, ma un intellettuale tecnico capace di incidere in profondità sui modelli insediativi e sugli stili di vita della collettività.

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