Calabria, Diga del Metramo: l’acqua c’è, manca il sistema per usarla davvero
La diga Castagnara-Metramo non è fuori esercizio: il MIT la classifica in esercizio normale con limitazione di invaso. Il nodo è il sistema a valle: la Calabria ha inserito come seconda priorità regionale una proposta PNIISSI da 45 milioni di euro per completarne e ottimizzarne l’uso plurimo.
La diga Castagnara-Metramo è una grande infrastruttura irrigua già esistente, ma la capacità di accumulo non coincide ancora con una piena capacità di servizio. Il MIT la classifica in esercizio normale con limitazione di invaso; parallelamente, la Calabria ha inserito nell’elenco regionale delle proposte PNIISSI 2026 un intervento da 45 milioni di euro, seconda priorità, per completare e ottimizzare il sistema irriguo e l’uso plurimo delle acque. INGENIO ricostruisce il nodo tecnico: derivazione, adduzione, distribuzione, sicurezza sismica e valore strategico dell’opera in un contesto di siccità crescente.
Diga del Metramo: l’acqua c’è, ma da quasi trent’anni manca il sistema per usarla davvero
Una diga che esiste. E proprio per questo il caso è ancora più interessante
Se la diga del Metramo fosse semplicemente una delle tante opere pubbliche italiane iniziate e mai concluse, la sua storia sarebbe grave ma, purtroppo, non particolarmente originale.
Il problema è che il Metramo esiste davvero.
Lo sbarramento chiude la valle, il lago artificiale si è formato, milioni di metri cubi d’acqua vengono accumulati alle sue spalle. Nelle fotografie aeree l’opera appare imponente e perfettamente inserita nel paesaggio dell’entroterra reggino. Eppure, a distanza di decenni dalla sua realizzazione, il sistema infrastrutturale necessario a trasformare quella capacità di accumulo in acqua effettivamente disponibile per il territorio non è ancora pienamente completato.
È questo il paradosso raccontato da Lello Naso nell’articolo “Diga del Metramo, in Calabria l’opera da 1 miliardo ferma per un tubo”, pubblicato da Il Sole 24 Ore il 14 agosto 2026.
“Ferma per un tubo” è una sintesi giornalistica estremamente efficace. Ma per chi si occupa di infrastrutture la vicenda è ancora più interessante di quanto lasci intendere il titolo.
Perché non manca semplicemente un tubo.
Manca, o non è stato completato nella configurazione necessaria, un pezzo dello schema idrico: derivazione dall’invaso, adduzione verso le utenze, distribuzione irrigua e, nei diversi progetti sviluppati negli anni, anche utilizzazioni potabili ed energetiche.
Il caso Metramo diventa così qualcosa di più di una storia di ritardi amministrativi. Diventa un esempio quasi didattico di una regola fondamentale dell’ingegneria delle infrastrutture: la prestazione di un sistema non coincide con la prestazione della sua opera principale.
Che cosa è realmente la diga Castagnara-Metramo
La denominazione ufficiale utilizzata dalla Direzione generale per le dighe del Ministero delle Infrastrutture è Castagnara-Metramo, numero di archivio 1196, provincia di Reggio Calabria. Il gestore oggi indicato dal Registro italiano delle grandi dighe è il Consorzio di Bonifica della Calabria e l’uso prevalente censito è irriguo.
Un dato particolarmente importante consente anche di descrivere correttamente la situazione attuale. Al 31 dicembre 2025 la diga risulta classificata dal MIT come “NO-LI”: “NO” significa diga in esercizio normale, mentre “LI” indica esercizio con limitazione di invaso. Non siamo quindi davanti a uno sbarramento formalmente abbandonato o fuori esercizio, ma a un’infrastruttura esistente che opera con limitazioni e la cui piena valorizzazione dipende anche dalle infrastrutture connesse.
Il Sole 24 Ore riporta una diga in terra e pietrame alta circa 104 metri. La documentazione fotografica allegata all’inchiesta indica inoltre un invaso con superficie di circa 1,25 milioni di metri quadrati e capacità pari a 26,5 milioni di metri cubi d’acqua.
Qui è necessario fare una prima distinzione importante.
26,5 o 35 milioni di metri cubi?
Nelle ricostruzioni dedicate al Metramo ricorrono due numeri: 26,5 milioni di m³ e 35 milioni di m³.
Non vanno utilizzati come sinonimi.
I 26,5 milioni di m³ rappresentano la capacità indicata per l’invaso. Il Sole 24 Ore riferisce invece una disponibilità potenziale nell’ordine dei 35 milioni di m³ all’anno, cioè una grandezza riferita alla risorsa erogabile nel corso dell’anno e non al volume geometrico staticamente contenibile dal serbatoio.
La differenza è tecnicamente fondamentale: capacità dell’invaso e volume annuo potenzialmente utilizzabile sono grandezze idrologicamente differenti, perché il secondo dipende anche dagli afflussi, dai cicli di riempimento e rilascio e dalle regole di gestione.
Una storia che comincia molto prima della siccità di oggi
La diga nasce in un’altra epoca economica.
Il progetto affonda le proprie radici negli anni Settanta, quando le grandi infrastrutture idriche del Mezzogiorno erano considerate parte integrante di una strategia di sviluppo agricolo e industriale. Il Sole 24 Ore ricostruisce l’avvio dell’opera nell’ambito della Cassa per il Mezzogiorno e ricorda come inizialmente l’acqua del Metramo fosse stata immaginata anche in relazione allo sviluppo industriale della Piana di Gioia Tauro.
Le trasformazioni economiche successive hanno progressivamente modificato quella prospettiva. La destinazione prevalente è diventata irrigua e, nel corso degli anni, i progetti hanno iniziato a integrare anche utilizzazioni potabili e idroelettriche.
È proprio questa evoluzione che rende riduttivo parlare semplicemente di diga.
Il Metramo è stato progressivamente pensato come schema plurimo della risorsa idrica, nel quale l’accumulo avrebbe dovuto alimentare differenti utilizzazioni territoriali.
Il problema è a valle dello sbarramento
Il passaggio forse più efficace dell’inchiesta del Sole 24 Ore è anche il più semplice: “mancano le condotte di uscita dall’invaso”.
Dal punto di vista tecnico, tuttavia, dietro questa frase si nasconde un sistema molto più articolato.
Una diga produce capacità di regolazione della risorsa. Ma perché quell’acqua possa diventare effettivamente utilizzabile occorrono opere di presa, gallerie o condotte di derivazione, adduttori, nodi di ripartizione, sistemi di regolazione, reti irrigue, eventualmente impianti di trattamento e infrastrutture energetiche.
Il documento del Piano di Gestione delle Acque del Distretto dell’Appennino Meridionale consente di capire con precisione quale fosse il programma già finanziato nel 2018. L’intervento era denominato:
“Completamento galleria di derivazione della Diga Castagnara sul fiume Metramo, adduzioni dallo sbocco della galleria alle utilizzazioni intersettoriali, impianto di potabilizzazione (IPOT) Laureana di Borrello, centrale idroelettrica”.
Non un tubo, quindi. Una filiera infrastrutturale.
Ed è proprio l’incompletezza di questa filiera che impedisce alla diga di esprimere pienamente il proprio valore territoriale.
Nel 2018 erano stati stanziati 26,5 milioni. Il progetto complessivo valeva 49,5 milioni
Anche sui finanziamenti occorre evitare un possibile equivoco.
Nel novembre 2018 il Ministero delle Infrastrutture annunciò, nell’ambito del Piano straordinario degli invasi, 26,5 milioni di euro per il Metramo.
Ma quei 26,5 milioni non coincidevano con l’intero costo stimato dell’intervento.
La documentazione dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale indica infatti:
- costo dell’intervento: 49,50 milioni di euro;
- fabbisogno finanziario: 26,50 milioni di euro;
- finanziamento previsto dal DM MIT n. 526 del 6 dicembre 2018: 26,50 milioni di euro.
È una precisazione sostanziale.
Significa che già otto anni fa esisteva un progetto organico per completare lo schema, ma la quota finanziata copriva poco più della metà del costo allora censito.
La stessa pianificazione distrettuale identificava esplicitamente la criticità nella “assenza e mancata ultimazione delle opere di allacciamento e derivazione” e indicava come obiettivo l’ottimizzazione della risorsa, l’ampliamento delle aree irrigue servite nella Piana di Gioia Tauro e il servizio alle aree industriali.
Questa formulazione istituzionale è forse quella che meglio fotografa il problema tecnico del Metramo.
E nel 2026 il progetto riparte: questa volta servono 45 milioni
La storia non si è fermata al finanziamento del 2018.
Ed è qui che la vicenda assume un interesse particolare proprio oggi.
Nel gennaio 2026, nell’integrazione delle proposte regionali per il Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza nel Settore Idrico – PNIISSI, la Regione Calabria ha collocato al secondo posto tra le priorità regionali un intervento specificamente dedicato al Metramo.
Il titolo ufficiale è:
“Lavori per il completamento e ottimizzazione del sistema irriguo con estensione e utilizzo plurimo delle acque della diga Castagnara sul fiume Metramo”.
Soggetto attuatore: Consorzio di Bonifica della Calabria.
Livello progettuale indicato: DOCFAP, Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali.
Importo complessivo richiesto: 45 milioni di euro.
E il fabbisogno indicato è anch’esso pari a 45 milioni di euro.
Non si tratta quindi semplicemente di riprendere il progetto del 2018 aggiungendo qualche milione per l’inflazione. La nuova denominazione e il livello progettuale indicano un intervento che deve essere nuovamente definito nell’ambito della programmazione attuale, con l’obiettivo esplicito non soltanto di completare ma anche di ottimizzare il sistema irriguo e ampliare l’uso plurimo della risorsa.
Questo è probabilmente il dato più importante per leggere il caso Metramo nel 2026.
L’opera non appartiene soltanto alla storia delle incompiute italiane.
È ancora oggi un progetto infrastrutturale aperto.
👉 Nel PNIISSI 2026 la Calabria indica il completamento del Metramo come seconda priorità regionale: 45 milioni di euro per trasformare l’invaso in un sistema idrico pienamente utilizzabile.
Ma contemporaneamente bisogna intervenire sulla sicurezza della diga
C’è poi un altro piano che non va confuso con quello del completamento funzionale.
Una diga realizzata decenni fa deve essere controllata, monitorata e verificata rispetto agli standard di sicurezza attuali, in particolare sotto il profilo sismico.
Il Ministero delle Infrastrutture ha infatti censito un finanziamento di 1,2 milioni di euro destinato ai “Lavori di manutenzione straordinaria e rivalutazione della sicurezza sismica della Diga di Castagnara-Metramo”.
Sono quindi almeno due le partite infrastrutturali da tenere distinte: da una parte la sicurezza e la manutenzione dello sbarramento, dall’altra il completamento dello schema di utilizzazione dell’acqua.
Una distinzione fondamentale anche nella comunicazione pubblica.
Una diga può infatti essere strutturalmente esistente e sottoposta alla vigilanza dello Stato, e contemporaneamente non essere ancora inserita in un sistema di adduzione e distribuzione capace di sfruttarne integralmente la risorsa.
Il Registro delle grandi dighe conferma proprio questa condizione articolata: Castagnara-Metramo è classificata come diga in esercizio normale, ma con limitazione di invaso, mentre la pianificazione regionale continua a prevedere nuovi interventi sul sistema irriguo collegato.
E il miliardo di euro?
Il Sole 24 Ore ricostruisce per l’opera un costo storico complessivo di circa 388,75 miliardi di lire e, attraverso una rivalutazione del valore monetario nel tempo, arriva a una cifra superiore al miliardo di euro.
Il “miliardo”, quindi, non è il costo nominale originario dell’appalto convertito in euro, né rappresenta un finanziamento contemporaneo.
È una stima del valore rivalutato degli investimenti sostenuti nel corso della lunga realizzazione dell’infrastruttura.
Perché al centro della vicenda non dovrebbe esserci lo scandalo del numero più grande, ma una domanda molto più concreta: quanto capitale infrastrutturale pubblico già costruito rimane sottoutilizzato perché mancano gli ultimi elementi del sistema?
Una diga progettata nel Novecento incontra la siccità del XXI secolo
C’è infine una ragione per la quale il Metramo oggi vale più, strategicamente, di quanto potesse valere quando fu immaginato.
Quella ragione è il cambiamento del regime climatico.
Lo studio Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe, firmato da Marta Mastropietro, Louis Daumas, Maximilian Kotz e Massimo Tavoni, analizza dati economici regionali europei e indicatori climatici ad alta risoluzione per il periodo 1995-2023. La ricerca mostra un aspetto destinato a modificare profondamente la politica delle infrastrutture idriche: il danno economico della siccità non finisce quando ritorna la pioggia.
Gli effetti possono persistere e accumularsi attraverso investimenti, produzione, occupazione e migrazioni. Per la grande siccità europea del 2015-2018, gli autori stimano una perdita cumulata di crescita del PIL pro capite europeo di circa 2,72 punti percentuali, corrispondente a circa 439 miliardi di euro. In una storyline climatica a +2 °C, la perdita stimata raggiunge circa 760 miliardi di euro.
Per il settore delle costruzioni il risultato è ancora più significativo.
Secondo il modello econometrico dello studio, le costruzioni risultano il comparto con gli effetti più severi e persistenti: la crescita dell’output subisce una riduzione contemporanea di circa 0,53 punti percentuali, il danno raggiunge il massimo quattro anni dopo lo shock e l’effetto cumulato a cinque anni arriva a circa -5,4 punti percentuali.
Gli autori richiamano diversi possibili meccanismi: esposizione dei lavoratori al caldo, rallentamento degli investimenti, riduzione della domanda immobiliare e infrastrutturale e, nel lungo periodo, effetti fisici sul territorio come la subsidenza.
Il collegamento con il Metramo non è quindi una forzatura narrativa.
Se la siccità diventa un fattore capace di incidere per anni sulla capacità produttiva e sugli investimenti di un territorio, la possibilità di immagazzinare e redistribuire acqua diventa essa stessa un’infrastruttura economica.
Non basta costruire nuove dighe: prima occorre utilizzare meglio quelle esistenti
Da alcuni anni, ogni volta che una siccità colpisce l’Italia, torna una domanda: servono nuove dighe?
La risposta non può essere ideologica.
In alcuni territori nuovi invasi potranno essere necessari. In altri potranno essere più efficaci interconnessioni, riduzione delle perdite, riuso delle acque reflue, accumuli diffusi o una diversa gestione delle falde.
Ma il caso del Metramo suggerisce che esiste una domanda preliminare ancora più semplice: stiamo utilizzando pienamente le infrastrutture idriche che abbiamo già costruito?
È una questione di allocazione efficiente delle risorse pubbliche.
Costruire un nuovo invaso richiede tempi lunghi, autorizzazioni, progettazione, valutazioni ambientali, espropri, opere civili e investimenti consistenti. Rendere pienamente funzionale un sistema nel quale lo sbarramento esiste già può, in determinate situazioni, generare benefici con un rapporto tra capitale aggiuntivo e capacità resa disponibile particolarmente favorevole.
Non significa che il completamento del Metramo sia semplice.
La storia stessa dell’opera dimostra il contrario.
Significa però che la capacità già costruita dovrebbe essere considerata una risorsa infrastrutturale da valorizzare prima di essere dimenticata.
L’infrastruttura non è l’opera: è il sistema
Forse il caso Metramo contiene una lezione che va oltre l’acqua.
Per decenni abbiamo misurato le infrastrutture soprattutto attraverso l’opera fisica: quanti chilometri di autostrada, quanti ponti, quante dighe, quanti miliardi investiti. Ma una società sempre più complessa richiede un parametro differente: la capacità di servizio.
Una linea ferroviaria senza connessioni efficienti con i nodi logistici è incompleta dal punto di vista funzionale. Un porto senza collegamenti terrestri adeguati non esprime la propria capacità potenziale. Una centrale rinnovabile senza rete elettrica disponibile non produce il beneficio atteso.
E una diga senza un sistema di derivazione, adduzione e distribuzione adeguato può trattenere milioni di metri cubi d’acqua senza trasformarli integralmente in disponibilità per il territorio.
L’ingegneria delle infrastrutture è sempre più ingegneria delle interconnessioni. Ed è forse questo il punto più interessante della storia del Metramo.
L’acqua c’è. Ora bisogna chiudere la rete
Nel racconto del Sole 24 Ore, il sindaco di Galatro sintetizza la frustrazione del territorio con tre parole: “Gli anni passano”.
È probabilmente questa la vera anomalia.
Non che una grande infrastruttura abbia richiesto tempo per essere progettata e costruita. Le dighe sono opere complesse e richiedono necessariamente procedure, controlli e verifiche rigorose.
L’anomalia è che la distanza temporale fra la costruzione della capacità di accumulo e la piena disponibilità del servizio possa misurarsi in decenni.
Nel frattempo il contesto è radicalmente cambiato.
La siccità è diventata più persistente. La sicurezza idrica è entrata nella pianificazione economica. L’agricoltura deve confrontarsi con maggiore variabilità climatica. Le città devono diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. L’energia cerca nuove forme di integrazione con il territorio.
E la Calabria dispone già di una grande infrastruttura capace di immagazzinare 26,5 milioni di metri cubi d’acqua.
Nel 2026 la Regione ha nuovamente posto il suo completamento fra le priorità nazionali, chiedendo 45 milioni di euro nell’ambito del PNIISSI.
Forse, allora, il modo più corretto di raccontare il Metramo non è dire che l’Italia ha costruito una diga inutile.
La diga non è inutile. È esattamente il contrario. È diventata più utile proprio mentre il clima rende l’acqua più preziosa.
Il problema è che l’ingegneria pubblica deve ancora completare l’ultimo passaggio: trasformare quella capacità fisica di accumulo in una capacità stabile di servizio.
E in un Paese che sta discutendo di nuovi invasi, adattamento climatico e sicurezza idrica, difficilmente potrebbe esserci lezione più attuale.
Fonti e riferimenti
Fonte giornalistica di partenza: Lello Naso, “Diga del Metramo, in Calabria l’opera da 1 miliardo ferma per un tubo”, Il Sole 24 Ore, 14 agosto 2026.
Fonte scientifica: Marta Mastropietro, Louis Daumas, Maximilian Kotz, Massimo Tavoni, “Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe”, 2026.
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Direzione generale dighe: Registro Castagnara-Metramo n. 1196; al 31 dicembre 2025 risulta in esercizio normale con limitazione di invaso, uso prevalente irriguo, gestore Consorzio di Bonifica della Calabria.
Regione Calabria – PNIISSI 2026: l’intervento per completamento, ottimizzazione ed estensione dell’utilizzo plurimo delle acque del Metramo è indicato come seconda priorità regionale, per 45 milioni di euro.
Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale: il programma precedente prevedeva completamento della galleria di derivazione, adduzioni, impianto di potabilizzazione di Laureana di Borrello e centrale idroelettrica; costo censito 49,5 milioni, fabbisogno e finanziamento 26,5 milioni.
MIT – Piano straordinario invasi: stanziamento 2018 di 26,5 milioni per il sistema Metramo.
MIT – sicurezza delle grandi dighe: finanziamento di 1,2 milioni per manutenzione straordinaria e rivalutazione della sicurezza sismica della diga Castagnara-Metramo.
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