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Capire la COP27: la storia, i temi, le aspettative e i perché

Il 6 novembre è stata inaugurata la COP-27, la Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Cerchiamo di capire di che cosa si parlerà e perché. “Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore” ha dichiarato Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU.

Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore

La COP27, inaugurata il 6 novembre a Sharm El-Sheikh, è stata preceduta dalla pubblicazione del Rapporto sul divario di emissioni 2022 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) che giunge a questa conclusione “se i Paesi non aumenteranno drasticamente i propri sforzi per contrastare la crisi climatica, il mondo rischia una catastrofe globale”. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres in occasione della pubblicazione del Rapporto ha dichiarato che “la finestra per intraprendere azioni urgenti per il clima si sta chiudendo rapidamente”.

La Conference Of Part, meglio conosciuta come COP, è l’appuntamento annuale più importante a cui partecipano 197 Paesi per cercare una collaborare alla lotta ai cambiamenti climatici, cambiamenti che stanno causando sconvolgimenti dannosi ai territori di tutti i continenti e alle loro economie.

Stiamo vivendo un anno nel quale si sono via via succeduti, senza soluzione di continuità, fenomeni naturali che abbiamo sempre considerato estremi come lo scioglimento dei ghiacciai, i cicloni e i tornadi, le inondazioni, un’estate bollente e la siccità in intere regioni. Nel bel mezzo è giunta l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che ci ha fatto tornare ai tempi dell’austerity del 1973, con una disponibilità di combustibili fossili talmente limitata che ha fatto schizzare il loro costo alle stelle. E questa invasione, oltre ad un alto costo in vite umane, ha determinato un elevato costo sociale, economico e ambientale perché ha obbligato alcuni Stati a tornare, per far fronte all’improvvisa mancanza di energia, all’uso industriale del carbon-fossile che sappiamo essere un combustibile fortemente clima-alterante e al nucleare, con tutti i suoi problemi appresso. Questa situazione ha anche, purtroppo, determinato un irrigidimento dei rapporti fra Usa e Cina, che ha depotenziato l’accordo di collaborazione sul clima che avevano firmato proprio un anno fa alla COP di Glasgow.

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Ed allora è un bene che tutti gli Stati si incontrino nuovamente e cerchino assieme di limitare le emissioni di gas clima-alteranti come la CO2, causa principale del surriscaldamento globale a sua volta motore dei cambiamenti climatici.
Ritengo doveroso che ogni cittadino del mondo segua questo appuntamento per incalzare democraticamente il proprio Stato a fare la sua parte.

Per comprendere appieno gli argomenti sul tappeto, i meccanismi decisionali, il lessico e gli organismi che ruotano attorno ad una COP e per verificare se le aspettative di molti cittadini (cittadini anche delle generazioni future) saranno, al termine delle trattative, soddisfatte è necessario appropriarsi di alcuni concetti e definizioni che stanno alla base di questi appuntamenti.

Cos'è una COP: breve storia di un appuntamento fondamentale

Nel 1979 viene indetta a Ginevra la prima Conferenza ONU mondiale sul clima, un clima che cominciava a dare i primi segni di cambiamenti climatici preoccupanti.

Nel 1992 si tiene la Conferenza sulla Terra su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro e il 12 giugno viene siglato l’accordo noto come Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il cui rispetto verrà monitorato tramite le COP, le Conferenze annuali delle Parti, cioè degli Stati che hanno aderito alla Convenzione.
La Convenzione entra in vigore due anni dopo e vi aderiscono 197 partecipanti (le Parti). Gli Stati d’Europa si presentano uniti come Comunità Europea.

La prima Conferenza delle Parti, denominata COP1, si tiene a Berlino nel 1995. Si conviene che tutte le decisioni debbano essere prese con il consenso di tutti i Paesi che sono parte della Convenzione, cioè all’unanimità, cosa che renderà non facile il cammino della Convenzione.

Nel 1997, in seno alla COP3 viene adottato il Protocollo di Kyoto, che stabilisce la riduzione entro il 2012 del 5% delle emissioni di gas ad effetto serra rispetto ai livelli del 1990. Alle Parti non sono richiesti impegni vincolanti ma volontari. Gli USA e, in seguito, il Canada non ratificano il Protocollo.

Seguono poi COP i cui lavori riguardano, principalmente, la definizione e la messa a punto di metodologie e procedure per attuare il Protocollo di Kyoto che entra in vigore il 16/02/2005 con scadenza nel 2012.

La COP13 si tiene nel 2007 a Bali. Vengono adottate la Bali Road Map, che traccia il percorso condiviso verso il processo negoziale che affronti cause e conseguenze del cambiamento climatico, e la Bali Action Plan, il documento conclusivo che stabilisce di accelerare le trattative per giungere, entro il 2009 (cioè alla COP15 che si terrà a Copenhagen), alla definizione di impegni vincolanti globali.

Nel frattempo il quarto rapporto degli scienziati dell’IPCC dimostra l’evidenza degli effetti antropici sul sistema clima.

L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è l’organismo scientifico internazionale per lo studio e la valutazione dei cambiamenti climatici. E’ stato istituito nel 1988 dalla World Meteorogical Organization (WMO) e dallo United Nations Enviroment Programme (UNEP) allo scopo di fornire al mondo una visione chiara e scientificamente fondata dello stato attuale delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro potenziali impatti ambientali e socio-economici.

La COP14 del 2008, tenutasi a Poznan in Polonia, compie importanti passi verso la definizione di meccanismi di supporto ai Paesi in via di sviluppo, tra cui il Fondo di Adattamento. È chiaro a tutti, infatti, che i Paesi in via di sviluppo sono l’anello debole della catena dei cambiamenti climatici perché non ne sono responsabili ma sono quelli che ne subiscono maggiormente le conseguenze negative, ambientali ed economiche. I delegati negoziano anche un emendamento del Protocollo di Kyoto per protrarlo fino alla COP15 in programma nel 2009 a Copenhagen.

Si arriva così alla fatidica COP15 che si tiene a Copenhagen nel 2009, sulla quale da anni sono riposte alte aspettative e speranze di stabilire un ambizioso accordo globale sul clima per il periodo successivo al 2012, accordo non più solo volontario ma da rispettare con regole e scadenze.

Purtroppo la COP15 si rivela un fallimento totale.

Non si prendono impegni e si rimanda tutto alla futura COP21 da tenersi a Parigi nel 2015. Le poche note positive contenute nel testo finale sono la presa di coscienza, fatta per la prima volta in maniera ufficiale, della necessità di evitare il superamento della soglia dei 2°C (meglio gli 1,5°C) di aumento della temperatura del pianeta rispetto al periodo pre-industriale (fine ‘700), e la proposta di stabilire il Fondo Verde per il Clima, ovvero un impegno finanziario (30 miliardi di dollari l’anno tra il 2010 e il 2020 e 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020) da parte dei Paesi industrializzati nei confronti dei Paesi più poveri, impegno che però non si concretizza.

L’anno seguente 2010 la COP16 si tiene in Messico, a Cancun e porta all’approvazione di un pacchetto di misure finalizzate ad aiutare i Paesi in via di sviluppo relative ai cambiamenti climatici. Le Parti introducono ufficialmente il Fondo Verde per il Clima ma non concordano sulle modalità con cui recuperare il denaro con cui gestirlo. Non viene presa alcuna decisione sulla proroga del Protocollo di Kyoto per il periodo 2012-2020 ma le Parti stabiliscono che è necessario tagliare le emissioni di gas serra dal 20% al 40% entro il 2020.

La COP18 si tiene a Doha nel 2012, anno in cui dovrebbe scadere il Protocollo di Kyoto che viene esteso fino al 2020 (si parla di Kyoto-bis) ma solo da Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia, che purtroppo rappresentano solo il 15-20% delle emissioni di gas serra mondiali.

A Doha si approva il meccanismo sul Loss and Damage, stabilendo così, per la prima volta, che gli Stati ricchi (e principali produttori di emissioni clima-alteranti) debbano assumersi l’onere economico dei danni climatici subiti dalle nazioni povere. Ma viene rinviata alle COP successive la quantificazione e la modalità degli aiuti. Viene, infine, finalmente creato e reso operativo il Fondo Verde per il Clima che ha come obiettivo quello di sostenere economicamente i paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a intraprendere un percorso di crescita non basato sulle fonti fossili e a basse emissioni. Il Fondo dovrebbe garantire 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020.

La COP19 si tiene nel 2013 a Varsavia. Vengono approfondite le tappe intermedie in vista dell’importantissima COP21 da tenere nel 2015 a Parigi e introdotto il meccanismo REDD+ di contrasto alla deforestazione in corso nei Paesi in via di sviluppo. Le Parti approvano il meccanismo Loss and Damage per affrontare la questione dei danni ambientali derivanti da eventi climatici estremi e infine stabiliscono gli aspetti operativi del funzionamento del Fondo Verde per il Clima che rimane, tuttavia, ancora praticamente vuoto.

La COP20 successiva si tiene a Lima nel 2014. Si trovano i primi soldi (10,2 miliardi di dollari) per finanziare il Fondo Verde per il Clima e viene definito quanto e quando i Paesi in via di sviluppo riceveranno.

Il risultato più importante raggiunto è la decisione che tutti i governi presentino all’ONU, entro il 31/03/2015, i rispettivi piani nazionali contenenti le misure prese o che intendono prendere per frenare le emissioni di gas serra. Questi piani vengono chiamati INDC Intended Nationality Determined Contributions.
Non si parla di Loss and Damage, argomento rimandato alla COP21 di Parigi.

E finalmente si arriva alla COP21 di Parigi del 2015 su cui si concentravano le tantissime aspettative, quelle deluse a Copenhagen sei anni prima. La Conferenza dà vita ad un patto climatico globale e condiviso di portata storica, realizzato a partire dagli INDC forniti dai 196 Paesi membri dell’UNFCCC. L’accordo prevede di mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 °C di aumento della temperatura globale rispetto all’epoca pre-industriale., con la raccomandazione di fare comunque di più per rimanere sotto a 1,5 °C. Viene disposta la creazione di un meccanismo di revisione per gli impegni dei vari Paesi che avrà luogo ogni cinque anni, nell’ottica di aumentarne progressivamente l’ambizione. Unica nota negativa è che l’accordo non è realmente vincolante ma si basa sul principio della responsabilità comune ma differenziata.

Nessun progresso invece sul Fondo Verde per il Clima (per il quale si ribadisce solo lo stanziamento di 100 miliardi di dollari dal 2020 al 2025).

Invece della netta messa al bando delle fonti fossili le Parti preferiscono puntare sulla formula un pò vaga della “neutralità climatica”. Si torna a parlare del meccanismo per il Loss and Damage facendo però ben attenzione a sottolineare come ciò non comporti o fornisca “alcuna base per l’assunzione di qualsiasi responsabilità o diritti alla compensazione”: i Paesi responsabili delle emissioni non vogliono fare la fine delle multinazionali di tabacchi portate in tribunale e costrette a compensare i danni prodotti!

L’Accordo di Parigi entra ufficialmente in vigore il 4 novembre 2016.

La COP22 successiva, tenutasi a Marrakech nel 2016, è una Conferenza tecnica che redige la bozza di un piano comune per l’implementazione dell’Accordo di Parigi. Le Parti concordano di anticipare al 2018 la revisione degli INDC che diventano NDC, perdendo così la connotazione di previsione per diventare reali.

La COP23 del 2017 viene organizzata dalle isole Fiji ma si tiene a Bonn con l’intento di evitare a tutti i delegati viaggi in aereo lunghi e, soprattutto, molto inquinanti (un viaggio in aereo è un dramma per l’ecosistema).

Nel 2018 si tiene a Katowice la COP24 e si chiude con l’adozione del Climate Package che è il libro delle regole con cui attuare l’Accordo sul clima di Parigi. Il pacchetto stabilisce in che modo i Paesi debbano fornire informazioni sui loro NDC, definendo standard precisi e includendo le misure di mitigazione, di adattamento e i dettagli sulla finanza climatica destinata alle economie in via di sviluppo.

La COP25 del 2019 avrebbe dovuto tenersi a Santiago del Cile ma, a causa della difficile situazione sociale interna, viene spostata a Madrid. La Conferenza diventa un evento seguito da tutti i media anche per la presenza e la spinta di tanti movimenti mondiali, specie giovanili, come Friday for Future di Greta Thunberg.

Per cercare di arrivare ad un accordo la Conferenza si dilata oltre i tempi previsti ma l’intesa sperata non arriva. Non si raggiunge così un consenso su molte questioni chiave, come i requisiti di rendicontazione e i tempi per gli impegni climatici. Molte difficoltà sono dovute all’ostruzionismo di Paesi a guida “negazionista” sui temi ambientali, quali Brasile e Australia.

La pandemia mondiale da Covid-19 impedisce l’appuntamento del 2020 con la COP26 a Glasgow (co-organizzata da Gran Bretagna e Italia) che viene così posticipato di un anno e si tiene nel 2021.

I risultati principali sono l’accordo a rimanere al di sotto dei 1,5 °C (ancora non tassativo ma comunque importante) e l’accordo di cooperazione fra Usa e Cina sulla lotta alla crisi climatica. Vengono attuati tre punti previsti dall’Accordi di Parigi ma non ancora attuati fra cui quello sul carbone (la volontà era l’eliminazione delle centrali a carbone ma su pressione di Cina e India è diventata un invito a ridurle).

Sul Fondo Verde per il Clima, gli aiuti dei paesi ricchi ai paesi poveri per decarbonizzare e per ristorare i danni e le perdite del cambiamento climatico, non ci sono stati progressi. Il documento finale invita i Paesi ricchi a raddoppiare i loro stanziamenti, e prevede un nuovo obiettivo di finanza climatica per il 2024. Ma il fondo da 100 miliardi di dollari all'anno di aiuti ai paesi meno sviluppati per la decarbonizzazione, previsto dall'Accordo di Parigi, rimane una chimera. Doveva partire nel 2020, a Glasgow si sperava di avviarlo nel 2023. Ma anche questa data è saltata dalla bozza finale. Si tratta di uno strumento previsto dall'Accordo di Parigi ma mai realizzato, perché osteggiato e temuto, chiaramente, dai paesi ricchi.

Sul meccanismo Loss and Damage i paesi meno sviluppati, che lo chiedevano per ristorare i danni e le perdite che subiscono dal clima, hanno strappato solo l'impegno ad avviare un dialogo fra gli Stati per creare questo fondo.

Sulla deforestazione 134 paesi (compresi Brasile, Russia e Cina) si sono accordate per fermare la deforestazione al 2030, con uno stanziamento di 19,2 miliardi di dollari. La COP26 riconosce l'importanza di giovani, donne e comunità indigene nella lotta alla crisi climatica, e stabilisce che la transizione ecologica debba essere giusta ed equa.

Nel complesso la COP26 ha avuto esiti deludenti. Sono piovute molte critiche a cominciare da quelle di Papa Francesco “Il grido dei poveri, unito al grido della Terra, è risuonato nei giorni scorsi alla COP26 a Glasgow. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ed economiche ad agire subito con coraggio e lungimiranza. Al tempo stesso invito tutte le persone di buona volontà ad esercitare la cittadinanza attiva per la cura della casa comune".

Tutti ricordiamo le lacrime di delusione del presidente della COP26 Alok Sharma alla conferenza finale, le scuse sconsolate del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e lo slogan “È stato solo bla bla bla e green-washing” con il quale Greta Thunberg sintetizza i lavori della commissione.

Unico commento positivo viene dall'inviato speciale per il Clima del presidente Biden, John Kerry: "Credeteci o meno, ma è la prima volta che si nomina il carbone. Siamo più vicini che mai a evitare il caos climatico. Questo è l'inizio di qualcosa".

COP27: i temi e le aspettative

Dalla breve storia delle COP si evince che molti nodi particolarmente importanti e scottanti sono rimasti sul tappeto (alcuni anche sotto) da anni e sono in attesa di una risposta e di un impegno.

Le azioni da mettere in campo sono ancora quelle che alla COP21 di Parigi sono state indicate come salvifiche per il Pianeta:

  • intensificare gli sforzi per cercare di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C al di sopra delle temperature pre-industriali;
  • impegni concreti per la diminuzione delle emissioni fossili clima-alteranti: la COP26 di Glasgow aveva rimandato a questa COP27 l’adozione della road-mp per ridurre del 45% le emissioni di CO2 al 2030 per arrivare poi a zero emissioni nette “verso la metà del secolo”;
  • incrementare i finanziamenti per l’azione sul clima;
  • aggiornare i piani nazionali NDC con impegni più forti (finora solo 23 Paesi su 193 hanno presentato i propri piani alle Nazioni Unite).

La COP27 è stata preceduta dalla pubblicazione del Rapporto sul divario di emissioni 2022 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) che giunge a questa conclusione “se i Paesi non aumenteranno drasticamente i propri sforzi per contrastare la crisi climatica, il mondo rischia una catastrofe globale. Sulla base degli attuali Contributi Nazionali Determinati (NDC) – i piani d’azione sul clima per ridurre le emissioni e adattarsi agli impatti climatici – il mondo si sta avviando verso 2,8 gradi di riscaldamento globale entro la fine del secolo”.

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres in occasione della pubblicazione del Rapporto ha dichiarato “Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore”.

Pertanto gli obiettivi e le aspettative della COP27 possono essere così sintetizzati:

  1. Azioni urgenti di mitigazione del cambiamento climatico:
    • definire in che modo e con quale rapidità i Paesi stanno riducendo le proprie emissioni;
    • presentare i Piani NDC aggiornati e coerenti con l’Accordo di Parigi, con obiettivi di contenimento delle emissioni più ambiziosi per il 2030, poiché le Nazioni Unite hanno dichiarato che i Piani attuali non sono sufficienti per evitare un “riscaldamento catastrofico”.
  2. Adattamento: il cambiamento climatico è ormai un dato di fatto. Oltre a fare tutto il possibile per ridurre le emissioni e rallentare il ritmo del riscaldamento globale, i Paesi devono anche adattarsi alle conseguenze del clima per proteggere i propri cittadini e aiutare le comunità più vulnerabili, proteggendole per esempio dagli eventi meteorologici estremi quali incendi, inondazioni, siccità, calore estremo e aumento del livello del mare. L’anno scorso a Glasgow, i Paesi sviluppati hanno concordato di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento e molte parti interessate chiedono di aumentare ulteriormente tali finanziamenti, in modo da eguagliare gli importi attualmente spesi per la mitigazione, come stabilito dall’Accordo di Parigi.
  3. Fondo Verde per il Clima: i Paesi in via di sviluppo chiedono a gran voce ai Paesi sviluppati di mantenere la promessa fatta a Parigi di 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti per l’adattamento, per garantire un sostegno economico sufficiente e adeguato. Il Segretario Generale ONU Guterres ha detto “occorre ricostruire il rapporto di fiducia tra Nord e Sud del mondo”. Nel 2009, a Copenaghen, i Paesi ricchi si sono impegnati a finanziare questa cifra, ma i rapporti ufficiali mostrano ancora che l’obiettivo non sia stato raggiunto. Gli esperti si aspettano che la COP27 possa finalmente trasformare questa promessa in realtà, nel 2023.
  4. Loss and Damage: il cambiamento climatico, provocato dall’aumento delle emissioni di gas serra, principalmente da parte dei ricchi Paesi industrializzati si manifesta anche attraverso eventi meteorologici estremi come i cicloni tropicali, la desertificazione e l’innalzamento del livello del mare, e causa disastri naturali colpendo soprattutto i Paesi in via di sviluppo, che chiedono un risarcimento. Pensiamo al dramma della siccità in Africa e dell’alluvione in Pakistan causate dai cambiamenti climatici: secondo il rapporto Our World in Data l’America del Nord, l’Europa e l’Australia sono corresponsabili del 63% delle emissioni mondiali di CO2 contro il 3% dell’intera Africa e lo 0,28% del Pakistan: è giusti che chiedano di essere aiutati.
  5. Che impatto ha la guerra in Ucraina? L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha causato una crisi globale con aumenti dei costi dell’energia, dell’inflazione, del cibo e della catena di approvvigionamento. Paesi come la Germania hanno dovuto ridimensionare i propri obiettivi climatici a breve termine, mentre lo storico Gruppo di lavoro sul clima Cina-Stati Uniti, annunciato a Glasgow, è stato sospeso. La COP27 vedrà molto probabilmente una battuta d’arresto nelle promesse e negli impegni assunti da alcuni Paesi l’anno scorso.

COP27, in fin dei conti si parlerà di..come rendere possibile la vita umana sulla terra

La COP27 ha assunto un’importanza storica perché se fino a qualche anno fa si parlava del cosa potrebbe avvenire, ora si parla di cosa sta avvenendo. Non è più il tempo delle chiacchiere, dei bla-bla-bla, tanto meno quello di tinteggiare di verde pratiche che danneggiano l’ambiente.

La comunità mondiale deve seguire questo evento e spingere i loro rappresentanti a prendere le difese della vita umana sulla Terra, perché è di questo che si parla, anche quando si discute di fondi e finanziamenti.

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