Filosofia e Sociologia | Architettura | Progettazione
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Chi progetta lo sguardo? Architettura, arte e corpi esposti

Dal romanzo "La pianista" di Elfriede Jelinek alla scultura queer di La Chola Poblete, Marcello Balzani indaga il rapporto tra corpo, dolore, voyeurismo digitale e società dei consumi. Un testo transdisciplinare tra arte, immagine e parola che interroga progettisti, architetti e artisti sul senso dello spazio contemporaneo, dell’identità e delle forme di controllo.

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Patografie urbane

Conseguentemente.

Tutti sono avvolti nella carta oleata. Le cose possono, non necessariamente, devono, non necessariamente, vengono portate, consegnate.., sono abbandonate a loro stesse, vengono, sopravvengono e risultano. Smorzano e poi si sente un quasi-suono. Tutto è già andato in fumo, l’incendio deve essersi estinto. I corridoi vanno da capo strofinati. Bisognerebbe liberare il cammello dello zoo, scioglierlo dal suo picchetto, bardarlo, cavalcarlo, attraverso Brandeburgo. Tutti i corpi sono in disordine, sono troppo corti sopra e sotto, la carne delle facce è ottusa e paralizzata. Deve trattarsi di una «disarmonia». Tutto si smorza. I più del resto sono in dormiveglia.

Ingebor Bachmann scrive “Luogo eventuale” nel 1964. Il Muro di Berlino è stato costruito nel 1961. Il Muro ha resistito 28 anni e 91 giorni sino al 9 novembre 1989.

“Tutt’a un tratto i giornali escono, prima i giornali piccolissimi, con lettere in grassetto nero, con sottolineature cotennose, con grasso freddo in eccedenza che sgronda ai margini. Poi i giornali grandissimi, quelli magri, stracotti, ricoperti di brodo pallido, che si prendono in mano coi guanti.”

Io sono nato col Muro.

Poi l’ho visto cadere.

E quel giorno, che non scorderò mai, mi sembrava (con tutta la mia famiglia) di partecipare a qualcosa di epico. Oggi sappiamo che quel lungo solco è ancora nel paesaggio spirituale di Berlino, come scrive Inge von Weidenbaum. Una geografia interna, sovrapposta non riunificata.

Questo avviene, a volte, anche nell’anima, negli affetti, nel tentativo ossessionante di vedere tutto deformato e patograficamente descritto. Aspetti. Attendi. Accetti il segreto e la sottomissione e l’assurdità di ciò che non è vero. “Non si è tradito niente. Si è tradito. Non si è mentito. Si è mentito. Chi sconfina in città non invitato, qui smonta, là passa, viene di qua, torna di là, viene ricoverato, radiografato, misurato e curato.”

Noi siamo la città.

Noi siamo il Muro.

Noi il luogo perturbato in cui il tempo lo provoca.

A volte dovremmo (solo) ricordarlo.

Inconseguentemente.

“Clara” di Sandra Gamarra Heshiki del 2008, esposto al MASP di San Paolo nella mostra dal titolo “Réplica” curata da Adriano Pedrosa, Florencia Portocarrero, Guilherme Giufrida e Sharon Lerner.
L’immagine è un mio dettaglio del primo riquadro del trittico in olio su tela “Clara” di Sandra Gamarra Heshiki del 2008, esposto al MASP di San Paolo nella mostra dal titolo “Réplica” curata da Adriano Pedrosa, Florencia Portocarrero, Guilherme Giufrida e Sharon Lerner. (Marcello Balzani)

Una frattura patograficamente apparsa o (forse) mai veramente risarcita.

“Luogo eventuale” di Ingebor Bachman lo potete trovare tradotto da Bruna Bianchi in una edizione SE, con uno scritto di Christine Koshel e Inge von Weinbaumn e tredici disegni di Günter Grass. Ingebor Bachman vince il prestigioso Premio Georg Büchner e le viene regalato un viaggio a Berlino nel 1964, dove rimane un anno e mezzo. Quella Deutsche Zufälle, di cui scrive citando “Lenz” di Büchner, è parte di uno stato di turbamento incessante per la Germania di allora e probabilmente anche per la Germania di oggi.


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Spine, petali e appartenenza

Conosci un chirurgo palpebrale? Servono cinque scatti (ad occhi chiusi e aperti) prima e dopo l’intervento. Perché rimanga una prova. Se un occhio resta più chiuso o troppo aperto dell’altro? La pelle della palpebra è insospettabilmente così delicata. Ci vuole un obiettivo volubile (della macchina fotografica). Gli occhi si assomigliano tutti (in qualche modo). Alcuni hanno una sensualità anomala, come se pesassero. Sono palpebre (oscene e) mutanti. Bisturi!

I nostri corpi sono come alberi bonsai, delle contraddizioni che tradiscono la loro vera natura. Ogni libertà di crescita è repressione viziosa. Le apparenze investite da tutti questi sguardi liquidi! Occhi neri che fluttuano in orbite grandissime mentre senti crescere una nuova spina sulla tua pelle. La donna con la quale condividi la vita non sembra un cactus. Se fossi nato pianta? Avrei avuto una coerenza della mia natura, mancando così perfettamente di gentilezza. Forse invece la donna con cui condividi la vita è un rampicante, morbido e lucido. Il bonsai di un rampicante. Emile M. Cioran dice che “ogni amicizia è un dramma impercettibile, come una serie di sottili ferite.” Il tuo seno appuntito e la mia vocazione olfattiva. La guerra delle farfalle e un’eclisse. Annusare e vedere arrugginire le labbra in quella bocca piccolissima. Ti stai mordendo ostinatamente un’unghia? Sono petali sull’asfalto. Sei una persona così estroversa…

È la scrittrice messicana Guadalupe Nettel e i suoi “Petali”, tradotto da Federica Niola per La Nuova Frontiera edizioni. Sono sei racconti scomodi dove tutto sembra come guardare un nodo e non trovare un capo per provare a scioglierlo. C’è una capacità di seduzione che deriva dalla sovrapposizione e dall’intersezione: una chioma nera, ad esempio, appare come un prolungamento della pioggia. A volte capisco perché sporgersi fa meno effetto che rimanere seduti. Oppure ripenso a quei timori che nascono dal percepire qualcosa di così (spaventosamente) familiare perché inaspettato. Forse sono le nostre nature che si espongono. Sento le palpebre come petali degli occhi, aperti e socchiusi. Forse le sottili ferite dell’amicizia sono solo impronte di polpastrelli o strutture linfatiche di petali. Forse i colori sgocciolano dipingendo storie in un’abbondanza di piccole spine sulla pelle. Non mi rado da giorni dopo tutto, anche le tue gambe fanno lo stesso effetto, sembrano sulla difensiva invece è solamente appartenenza. Dolcissima appartenenza.

Non grattare via la terra dal vaso come un gattino per favore. Il cactus è così longevo, anche in un secco terreno color rame. Cerchi la ricetta della calma perfetta?

O princípio do conhecimento del 2019 dell’artista peruviano Santiago Yahuarcani esposta al MASP (Edifício Pietro Maria Bardi)
L'immagine è un mio scatto dell’opera dal titolo “O princípio do conhecimento” del 2019 dell’artista peruviano Santiago Yahuarcani esposta al MASP (Edifício Pietro Maria Bardi) di San Paolo nella mostra dal titolo omonima curata da Amanda Carneiro. (Marcello Balzani)

La mia amica mi ricorda una frase di E. M. Cioran di L’inconveniente di essere nati: Meglio essere un animale che un uomo, un insetto che un animale, una pianta che un insetto, e così via. “Nonostante la sua visione pessimistica”, scrive sempre la mia amica, “Cioran stringe amicizie durature con altri rumeni espatriati di spicco come Mircea Eliade. Beh, mi hai fatto leggere Petali di Guadalupe Nettel, naturalmente. L'ho adorato immensamente, per quanto strano sia: l'ossessione di un giovane per una donna che conosce solo “attraverso la tristezza delle macchie che avevo visto nel bagno”… inizia a cercare una donna (non innamorandosene chiaramente, ma idealizzandola) basandosi sul profumo che lascia nei bagni e sulle macchie di urina che lascia sul water! Ma, con talento, abilità poetica e intuizione psicologica, Guadalupe Nettel trasforma questa insolita ricerca in una sorta di Santo Graal o in una storia alla Heinrich Schliemann alla ricerca di Troia.

L'inseguimento di un ideale che si arricchisce, si costruisce e si abbellisce continuamente a partire da semplici frammenti. Non ho potuto fare a meno di ricordare il ready-made Fontana che realizza Marcel Duchamp: l'orinatoio di porcellana che ruota di novanta gradi e firma R. Mutt 1917: un cambio di prospettiva e di gusto nell'arte moderna, ovviamente. D'altra parte, l'insistenza con cui il narratore, un uomo, descrive i dettagli della sua ricerca di questa donna sconosciuta, che identifica inizialmente dal suo profumo, riecheggia il favoloso romanzo metonimico di Patrick Süskind Il Profumo del 1985.”

Marcel Duchamp è come un parente. Tengo di lui una munariana fotocopia con un bel ritratto fotografico in camera da letto. Ovviamente un po' defilata, che non dia troppo nell'occhio spargendo spine di cactus sulle lenzuola. Ma ogni volta che accendo la luce so che, in quella zona vicino all'interruttore, alzando lo sguardo, Marcel mi vede e io vedo lui. I petali sono una bella metafora e ci voleva una scrittrice messicana come Guadalupe Nettel per rendere meno vegetariana (alla Han Kang) quel problema di nascere che incessantemente ci rende umani (direbbe Cioran).

Sonni felici... lontano dai cactus!


4

Laminazioni e memoria molecolare del linguaggio

L’amore,

e tutto ciò che ne consegue,

è umano,

come il linguaggio,

che è esclusivamente umano.

Quando lessi “La Torre di Babele” di Antonia S. Byatt, nell’edizione a cura di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi per Einaudi, la mia vita stava entrando in un processo di frantumazione senza precedenti. Eppure, ricordo come fosse ora, i gradienti sensoriali incredibili che questo romanzo, composto di tanti romanzi, produceva in me.

Il linguaggio trasforma l’inestricabile nel catastrofico, l’incredulità nel rimpianto. Come se una “memoria molecolare” si riaggregasse per generare altri ricordi. La Torre di Babele è in ognuno di noi. È la “Torre del balbettio” in cui cerchiamo di assegnare forme alla vita attraverso il linguaggio, ma fatti e finzioni si mescolano salendo lungo le spirali della Torre.

W. H. Auden scrive che “i desideri del cuore sono contorti come cavatappi” e non conosciamo neppure quali sorprendenti liquori dell’anima nascondano certe bottiglie trascurate nel buio di alcune polverose cantine. “E poi venne amore, come l’esplosione di una stella calpestata...”

“Ha capito ciò che un numero sorprendente di uomini non riesce a capire: l’importanza strategica di quelle parole. Non è un animale verbale. Gran parte di ciò che LEI dice lo sa senza averci riflettuto, è dettato dalla patina di linguaggio che ricopre e oscura la superficie del mondo in cui LUI si muove, un linguaggio privo di dubbi su cosa sia un uomo, una donna, una ragazza, una madre, un dovere. In quel mondo il linguaggio serve a mantenere le cose al loro posto. (...) Si potrebbe pensare che chi maneggia tale aurea valuta con le sue rare parole sia capace di aggiungervi quelle poche sillabe sonanti, ti amo, ti amo, il cui senso è chiaro in questo mondo. Ovunque ci sono donne che le aspettano come i cani aspettano bocconi e leccornie, ansando e sbavando. Eppure, il più delle volte, quelle parole sono negate. Non si capisce perché. Forse pronunciarle esporrebbe a un rifiuto, o forse l’emozione genera imbarazzo. Non è una questione di classe. Operai , uomini d’affari, possidenti sono ugualmente incapaci di dire «Ti amo», e le donne, nei casermoni popolari, come nei quartieri residenziali, non fanno che ripetere: «Non mi dice mai che mi ama».”

L’immagine è una mia elaborazione digitale de “L'albero della vita
L’immagine è una mia elaborazione digitale de “L'albero della vita", un’opera del fotografo Roman Shatsky. Corpi che si intrecciano come linguaggi corporei. (Marcello Balzani)

Antonia S. Byatt scrive (e cita) richiamando Wittgenstein: “Il linguaggio è diventato non solo la lente attraverso cui osserviamo «il mondo esterno», ma lo strumento con cui modelliamo e limitiamo i nostri scopi e le nostre capacità di comprensione… Alcune scuole di pensiero sono vieppiù convinte che il linguaggio abbia «divorziato dal mondo», che sia un sistema parziale, perfetto solo per descrivere le sue stesse correlazioni e strutture. Nel contempo si stia sviluppando un giustificato e crescente interesse per il linguaggio come strumento di potere, di soggiogamento e manipolazione, e la concomitante convinzione che perfino i bambini dovrebbero essere informati e messi in guardia contro le potenzialità manipolatorie della lingua.”

La Torre di Babele, incredibilmente, sta modificando la sua forma. Continue laminazioni tecnologiche assottigliano il device formale e grammaticale e progressivamente si tende ad un traduttore simultaneo, se non ancora vocale, sempre più attivo nella scrittura. Ma il rapporto con i «giochi del linguaggio» e con le «forme di vita», come dice Wittgenstein, che rappresentano le capacità ”di produrre sia fatti sia finzioni sulle natura delle cose”, è il centro del problema. Antonia S. Byatt scrive il suo molteplice romanzo esattamente sessant’anni fa, quando il futuro concreto (alla Marc Augé) che stiamo condividendo non è neppure immaginabile. Sistemi di forma, ricerca, navigazione e interazione ipertestuale leggono e scrivono al posto nostro o ci aiutano a farlo. Il codice genetico funzionalista e strutturalista degli algoritmi prevarica? Tentare di sfuggire, accettare il perturbante e il miraggio, mitigare il potere del principio di equivalenza e di indifferenza, contrastando luoghi comuni e stereotipi rigenerativi, sembrano azioni complesse, tanto quanto quelle che hanno immaginato di costruire una Torre di Babele.


3

Oggetto di desiderio

Dio lo ha punito e lo ha dato in mano a una donna.

Ripenso ad Emmanuelle Seigner, bellissima come dal primo suo apparire sullo schermo, interpretare un’attricetta che cerca di corteggiare un regista, Mathieu Amalric, perché venga scritturata. Amalric, attore supercorteggiato da David Cronenberg e Steven Spielberg, finisce (ahimè) nel set-palco di Roman Polaski, abilissimo ad adattare l’opera teatrale di David Ives, “Venus in Fur”, per una pseudo parabola da “L’angelo azzurro”, il film del 1930 di Josef von Sternberg con una splendida, non ancora trentenne, Marlene Dietrich.

Il campo prospettico prende il sopravvento e forse più che freudianamente è il “farsi male” lacaniano a strutturare un’evocazione trans_ferita: “io posso amare solo ciò che è al di sopra di me”.

La pelliccia pietrificata viene per me identificata, fin da ragazzo, nei disegni spettacolari di Guido Crepax. La sua edizione a fumetti (del classico della letteratura erotica di fine Ottocento “Venere in pelliccia” di Leopold Von Sacher-Masoch) è pubblicata nel 1984 da Olympia press e possiede il potere di produrre un’incessante cascata di richieste immaginifiche e fantasiose. Come scrive Vittorio Lingiardi, “Farsi male” è (anche) un’arte ed esprime le proprie coazioni e dipendenze, i propri sabotaggi interni e le proprie dinamiche: “siamo proprio sicuri che le donne e gli uomini possano solo «scegliere se essere incudine o martello»?”

L’immagine è una mia elaborazione digitale del manifesto del film “Venere in pelliccia” (La Vénus à la fourrure) diretto da Roman Polański nel 2013.
L’immagine è una mia elaborazione digitale del manifesto del film “Venere in pelliccia” (La Vénus à la fourrure) diretto da Roman Polański nel 2013. (Marcello Balzani)

Il décolleté nero a tacco a spillo alto con cinturino alla caviglia e gli occhiali, dall’evidente montatura, rotti sullo sfondo rosso (quasi acidato) compongono l’immagine totemica del manifesto del film di Polanski. Il bianco è solamente per la pelle lattea, la pelle di luna non la pelle di sole (che deve ancora giungere ad irradiare i suoi poteri abbronzanti, ricordando un azzeccato titolo di un saggio di Giorgio Triani sulla “Nascita e storia della civiltà balneare 1700-1946” edito da Marsilio). Gli occhiali simboleggiano la miopia e un vorace tacco a spillo li frantuma, frantumando anche quel modo maschile di guardare le donne come oggetto, non certo come “Quell'oscuro oggetto del desiderio”, citando il titolo di un famoso film del 1977 diretto da Luis Buñuel.

È andata così. “Dio lo ha punito e lo ha dato in mano a una donna”. Frase fatidica dell’Antico Testamento che porta Oloferne di fronte alla biblica Giuditta.

La mia amica mi scrive che il manifesto del film “assomiglia molto alle illustrazioni di René Gruau - in pratica la stessa idea! Elegante au collier de perles ne Le sofa rouge del 1980.” Secondo lei “la vera femme fatale di Crepax è piuttosto cruda e dalla sessualità aggressiva, ma niente di più, nonostante il suo ricco colletto di pelliccia. Non si può negare la sottigliezza e la raffinatezza della donna serpentina di Gruau (i francesi sono francesi): pronta a strangolarti con la sua collana di perle, se si osasse sedersi accanto a lei sul suo (insanguinato) divano rosso. Ricorda la femminilità di tipo Medusa. È quella che preferisco.” Forse la mia amica ha ragione: certe condizioni esplicite risultano meno attrattive e la collana funziona meglio del frustino proprio perché non possiede una tipica monofunzionalità... Ovviamente la potenza di contrasti cromatici accentua la struttura ritualistica dell’immagine ed estrae dal nostro immaginario molti condensati e precipitati.


2

La natura non ha angoli

Mi sono seduto al ristorante in cui le donne si conobbero, sono entrato nell’abitazione di una, le ho parlato personalmente, ho parlato con altri protagonisti, li ho osservati. Solo questo mi è chiaro: la vita o la sequenza di vita di un singolo essere non può essere separata dal contesto. Gli esseri umani stanno con gli altri esseri umani e anche con altre creature in un rapporto di simbiosi. Si toccano, si avvicinano, concrescono. È già una realtà: la simbiosi con gli altri è anche con le case, le abitazioni le strade, le piazze. È una verità, certa per quanto oscura. Se estrapolo un singolo dall’insieme, è come quando osservo una foglia, la falange di un dito, e pretendo di descriverne la natura e lo sviluppo. Tutto travalica il singolo. Le relazioni si svolgono a velocità diverse. Diverse età diverse pulsioni. Ognuno sente il proprio esser giovane e il proprio amore come una cosa privata e crede di attuare il proprio io. Ma nessun essere umano potrebbe essere compreso se ognuno non fosse come gli altri.

Sono ragionamenti di Alfred Döblin, scritti nell’Epilogo del suo romanzo “Le due amiche e il loro delitto”, tradotto e curato da Eva Banchelli per SugarCo edizioni. Il romanzo ripercorre un caso di cronaca accaduto a Berlino molti anni fa, ma che potrebbe essere dei nostri giorni. L’espressionismo essenziale travalica il realismo. A volte mi chiedo se quasi cento anni di sociologia e psicologia sono serviti a rendere più esplicita la dimensione collettiva del nostro sognare e agire e agire e sognare. Tutti lo sappiamo, ma l’individualismo produttivo dello sciame digitale sostiene l’identità egoistica e alimenta singoli bisogni, generando incessantemente sensazioni inadeguate, percezioni incomplete, inutili competizioni e futili conflitti. Alfred Döblin lo chiamerebbe il “movente generale” del delitto. Prima della distopia del Philip K. Dick di “The Minority Report” (tradotto come “Rapporto di minoranza e altri racconti” da Paolo Prezzavento per Fanucci editore) si cerca di indurre gli “irriconoscibili moventi delle nostre azioni” all’interno di una “più o meno estesa massa di mondo”.

Bisognerebbe ricorda più spesso che la nostra origine, come quella di altre specie, “non è in un angolo della natura, la natura non ha angoli”…

La mia cara amica, che sempre mi stimola, mi ricorda come la mia citazione di Alfred Döblin le ricorda il butterfly effect, una metafora che suggerisce che il battito d'ali di una farfalla in Brasile potrebbe innescare una reazione a catena, settimane dopo, provocando un tornado in Texas, secondo un’interconnessione della teoria del caos. Sì, il caos, un elemento così organizzato: ed è solo la sua elevata imprevedibilità, dovuta alla sua straordinaria sensibilità ai piccoli cambiamenti intorno o al suo interno, che lo fa apparire arbitrario. Amo il caos, l'elemento più sensibile dell'universo, forse anche tenero, più degli esseri umani.” E mi cita una famosa e stupenda lirica del poeta metafisico John Donne, “Nessun uomo è un'isola”, tratta dalla più lunga prosa di "Meditazione XVII", da “Devotions upon Emergent Occasions”:

No man is an island,

Entire of itself;

Every man is a piece of the continent,

A part of the main.

If a clod be washed away by the sea,

Europe is the less,

As well as if a promontory were:

As well as if a manor of thy friend's

Or of thine own were.

Any man's death diminishes me,

Because I am involved in mankind.

And therefore never send to know for whom the bell tolls.

Poesia meravigliosa e sempre più attuale, anche in questo momento storico in cui le isole sembrano prendere il sopravvento e il distacco violento e feroce dell'umanità aumenta la diminuzione di ciascuno di noi... direbbe John Donne! La mia amica mi aiuta a comprendere meglio come per questi testi di Donne e Döblin, anche se distanziati da secoli, trattano la stessa idea di integrità e sacralità (quasi omofoni in inglese) per un unico mondo: “niente è discreto, separato o isolato, non importa la frammentazione, l'individualismo, l'egoismo e il narcisismo. Siamo tutti sincroni nel dolore e nella gioia, nella bellezza e nell'orrore - oggi più che mai con queste notizie in tempo reale, le ultime notizie che ci distruggono tutti.”

fotografia di Agnès Varda, esposta al IMS di San Paolo nella mostra “Fotografia Agnès Varda Cinema” curata da Rosalie Varda e João Fernandes.
L’immagine è un mio scatto di dettaglio tratto da una fotografia di Agnès Varda, esposta al IMS di San Paolo nella mostra “Fotografia Agnès Varda Cinema” curata da Rosalie Varda e João Fernandes. (Marcello Balzani)

«Succederà ancora? Dovremmo forse riprogrammare tutto il sistema?»

«Può accadere solo in una circostanza. Il mio caso era unico, dal momento che avevo accesso ai dati. Potrebbe succedere di nuovo, ma solo al prossimo Commissario di Polizia. Per cui stia attento.»

«Meglio tenere gli occhi aperti. Le potrebbe accadere in ogni momento.»

Questo, sintetizzato, il finale di “The Minority Report”. La natura non ha angoli mentre, come mi ricorda un'altra mia cara amica, lo schermo sì.


1

Farsi male e curarsi

Lei accarezza lievemente per l’ultima volta, riacquista speranza, ma viene nuovamente abbandonato. Lui trema come una foglia al vento. Ha rinunciato a opporre resistenza e si lascia guardare liberamente, senza tentare di impedirlo in alcun modo. Per lei questo è l’esercizio libero per eccellenza, la sua specialità è guardare. Gli altri esercizi e le figure obbligatorie li ha già eseguiti da un pezzo, e in modo impeccabile. L’insegnante, tranquilla, sta piantata sul pavimento.

Si rifiuta di toccare. La tempesta della passione non infuria più. Lui non fa più parola dei loro sentimenti reciproci, rimpicciolisce dolorosamente e si ritira. Lei lo trova già così minuscolo e ridicolo. Lui non reagisce. Lo sfoglierà come un libro noioso e forse lo metterà da parte subito. Lui può rinfilare nella custodia solo quando lei glielo permetterà. Gli verranno comunicate delle istruzioni, per iscritto oppure a voce o per telefono. Ora può metterlo via.

È Elfriede Jelinek de “La pianista”, tradotto da Rossana Sarchielli per ES. È un momento del romanzo in cui a lezione con Walter Klemmer, Erika Kohout, sente una minacciosa slavina rotolare verso di lei, la sua non-amata. Schubert, Bach, i tram sul Ring, “le macerie della vita e quelle che si ordinano in un bel maelstrom che scorre in una determinata direzione, oppure vengono sputate fuori per una rotazione vertiginosa.” Da una parodia della seduzione erotica all’estetica della repressione istintuale. Chi non riesce a vivere viene sputato fuori dalla vita? Allora perché non oltrepassare i limiti della propria natura? Servono spille e mollette, più tardi saranno coltelli (da cucina). Il mondo sano dei vincitori, con le sue brutalità, è più terribile del mondo crudele dei vinti. Infinitamente.

Il voyeurismo (del pentagramma) nel terrore piccolo-borghese (ricordando un titolo della raccolta di atroci racconti di Anna Maria Guerrieri edito da Franco Maria Ricci) è un prendere per negare, indifferente.

Sono passati tanti anni dal 1983, il film di Michael Haneke fu premiato a Cannes nel 2001 e si riprese a venderlo (il libro) con successo. Oggi il “farsi male” (così ben sintetizzato da Vittorio Lingiardi in un suo recente saggio per Einaudi) impazza fra abitudine e necessità, sembra diventata una pratica collettiva. Il digitale “guardare_guardarsi” è un consumo che genera ricchezza delocalizzata (per pochissimi), doppiamente autolesionista.

Forse non lo sappiamo, ma, in qualche modo, siamo sempre in conservatorio: strumenti, insegnanti, allievi (e pubblico) alternativamente.

La Chola Poblete dal titolo “Venus marrona rajada” (Brown Cracked Venus) del 2023 esposta in una mostra a lei dedicata nel MASP di San Paolo.
L’immagine è un mio scatto della scultura di pane, tela galvanizzata e parrucca dell’artista argentina La Chola Poblete dal titolo “Venus marrona rajada” (Brown Cracked Venus) del 2023 esposta in una mostra a lei dedicata nel MASP di San Paolo. (Marcello Balzani)

Forze transdisciplinari, immaginario queer, conoscenze ancestrali indigene, fluidità identitaria, ibridazioni pop e religiose, “erotismo e crudo umorismo”, ironia sul conformismo globalizzato… tutto concorre a generare un mix alchemico, a volte volutamente sgradevole, per riconoscere (ed evidenziare) quel sistema arterioso algofobico e intrinsecamente masochista delle società dei consumi.


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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