Cambiamenti climatici | Costruzioni | Territorio | Città | Edilizia | Progettazione | Urbanistica
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Clima che accelera, progetto che cambia: la sfida per edilizia e territorio

Il cambiamento climatico impone una revisione profonda della progettazione, non più basata su dati storici ma su scenari futuri sempre più instabili. Servono approcci integrati tra pianificazione territoriale e progetto edilizio, con attenzione a acqua, calore e resilienza.

Il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale, ma una variabile tecnica che incide direttamente sul modo di progettare edifici e città. Non è tanto l’aumento delle temperature a preoccupare, quanto la velocità e l’imprevedibilità dei fenomeni climatici. In questa intervista, Sergio Pesaresi analizza le implicazioni concrete per progettisti e pianificatori, evidenziando criticità, responsabilità e opportunità del settore delle costruzioni. Dalla gestione dell’acqua al surriscaldamento urbano, fino alla necessità di integrare mitigazione e adattamento, emerge un quadro chiaro: il progetto non può più basarsi solo sul passato, ma deve anticipare scenari futuri.


Dal clima stabile al clima instabile: cosa cambia davvero per chi progetta

Andrea Dari:
Nel nostro articolo su INGENIO abbiamo scritto che il punto non è solo quanto si scalda il pianeta, ma la velocità con cui questo avviene. Dal punto di vista di un progettista, che cosa cambia davvero quando il clima non evolve lentamente ma accelera?

Sergio Pesaresi:

Ritengo utile sottolineare che il cambiamento climatico è effettivamente innescato dall'aumento della temperatura della superficie terrestre ma che la sua conseguenza non è tanto il surriscaldamento delle nostre città in termini meteorologici quanto, invece, la variazione di tanti fenomeni climatici che interessano l'intero pianeta. Non sempre è più caldo degli anni passati, a volte è più freddo, come è successo in Italia questo inverno. Non sempre l'aumento della temperatura della superficie terrestre comporta un magari insolito fenomeno di siccità perché altre volte comporta invece inondazioni impreviste come è successo in Sicilia e in Calabria. E cosa dire del mite anticiclone delle Azzorre ad andamento orizzontale che ha lasciato il posto ad una turbolenza verticale che ci porta prolungato calore africano e venti di forza mai vista ma non sempre? Ritengo che i problemi derivanti dal cambiamento climatico siano tanti e molto diversificati fra loro per cui si rende necessario affrontarli su visuali prospettiche differenziate partendo, naturalmente, dalla scala territoriale, vasta e lungimirante, per poi scendere alla scala urbanistica dei nostri insediamenti urbani e, infine, alla scala edilizia del singolo quartiere spinta fino al singolo edificio.

Il clima accelera davvero: ora anche il progetto deve cambiare passo
Il clima non sta solo cambiando: sta cambiando più in fretta. Il nuovo studio rilanciato da Nature indica che il riscaldamento globale ha accelerato dal 2015, arrivando a circa 0,35 °C per decennio. Per il settore delle costruzioni non è un dato astratto: significa ripensare comfort estivo, infrastrutture, durabilità, gestione del rischio e adattamento climatico in modo molto più concreto.

LEGGI L'APPROFONDIMENTO

L'Italia è un Paese bellissimo e fragile. E talvolta malmesso. E prima del cambiamento climatico lo abbiamo dissestato noi, per incuria, per abbandono, per vandalismi inutili, per una stupida corsa alla rendita fondiaria e di posizione o per una falsa idea di progresso. Dobbiamo ancora imparare a curare queste ferite. Alle quali ora si sommano quelle che il cambiamento climatico ci sta regalando e che ci regalerà.

Un progettista può e deve fare la sua parte, magari piccola ma essenziale, ma lo deve fare all'interno di una progettazione di livello territoriale sovraordinato e quindi pubblica che deve inquadrare tutti gli interventi da effettuare in ogni singolo edificio all'interno di una pianificazione territoriale omogenea.
Noi romagnoli sappiamo bene che un'alluvione viene da lontano e non si genera e né si ferma al portone di casa. Per cui è sì importante progettare il portone adatto, o le impermeabilizzazioni necessarie ed ogni altro sistema per limitare i danni ma l'alluvione va fermata prima, là dove si genera. Così pure per gli smottamenti. le frane. O la siccità.

Dati climatici superati: progettare con parametri che non bastano più

Andrea Dari:
L’articolo richiama un dato molto forte: un tasso di riscaldamento vicino a 0,35 °C per decennio. Per chi progetta edifici e spazi urbani, questo significa che i parametri climatici su cui ci siamo appoggiati finora rischiano di diventare rapidamente inadeguati?

Sergio Pesaresi:

Parto da tre spunti. Nella prima versione dell'EPDB (la direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici) pubblicata nel 2002 si poneva il tema che nei Paesi del sud Europa si verificava una spesa energetica maggiore in estate che in inverno col conseguente sovraccarico sulle linee elettriche per alimentare i condizionatori. Nella versione successiva della stessa EPBD del 2010 non si parlava più di sud Europa ma si diceva che quel problema interessava ora l'intera Europa. Secondo spunto: in Italia il database che contiene i dati climatici di ogni singolo Comune risalente al DPR 412/93 è stato aggiornato dalla UNI 10349:2016 e in molte località la temperatura di progetto e le temperature medie mensili risultano ora più elevate. Purtroppo, come si usa dire in questi casi, siamo in Italia e, per la gerarchia delle leggi, non possiamo utilizzare ufficialmente il database aggiornato anche se nulla ci vieta di usarlo per le verifiche di studio.
Terzo spunto: il concetto di Passivhaus è nato in zone dal clima continentale freddo-secco quali Germania e Svezia e inizialmente prendeva in considerazione principalmente il tema dell'efficienza termica invernale. Per esportarlo anche nei Paesi dell'Europa mediterranea sono stati fatti appositi studi per adeguarlo ai climi caldi-umidi (progetto Passiv-on). Ora questi accorgimenti vengono utilizzati nell'intera Europa.

Quindi la mia risposta è sì, i dati su cui abbiamo da sempre appoggiato i nostri progetti sono cambiati ma il tema del surriscaldamento di un edificio e il fenomeno dell'isola del calore cittadina non nasce ora a seguito di questo aumento ma erano temi che conoscevamo già e che, volendo, sappiamo affrontare e risolvere. Basta volerlo. Ma, ancora una volta, ribadisco la necessità di una programmazione e pianificazione di respiro territoriale perché il tema del cambiamento climatico va affrontato con le grandi scelte a cui fanno seguito le opportune progettualità a piccola scala.

Acqua e rischio: la vera emergenza tra eccessi e scarsità

Nel pezzo abbiamo sottolineato che, se il clima cambia più in fretta, si riduce la distanza tra condizioni di progetto e condizioni reali di esercizio. Quali sono oggi, a suo avviso, gli aspetti più esposti a questo scarto: comfort estivo, involucro, materiali, gestione dell’acqua, impianti?

Sergio Pesaresi:

Ritengo che le criticità più pericolose possano derivare principalmente dal tema dell'acqua. Sia quanto è troppa (alluvioni, inondazioni, dilavamenti collinari, slavine e frane montane) sia quando è troppo poca (fenomeni siccitosi). Ritengo sia necessario predisporre un piano operativo multidisciplinare di orizzonte ampio per prevenire queste criticità. In questo caso ritengo che il comportamento del singolo cittadino e la progettazione del singolo edificio, seppur limitati nello spazio, giochino un ruolo decisivo.

Costruzioni tra problema e soluzione: un cambio di consapevolezza ancora incompleto

Andrea Dari:
Un punto centrale dell’articolo è che il tema climatico non può più essere trattato soltanto come
questione ambientale generale, ma come tema tecnico e operativo. Secondo lei, il settore delle
costruzioni ha già compreso fino in fondo questo passaggio?

Sergio Pesaresi:

Il settore delle costruzioni è parte del problema e parte della soluzione. E questo concetto non è stato ancora compreso a fondo. Provo a dare due motivazioni: la prima deriva dalla narrazione negazionista che quasi deride chi si incammina sulla strada della transizione ecologica e non sprona, invece, i progettisti e i cittadini a farsi parte attiva nella soluzione del problema. La seconda deriva dalla sensazione che i nostri gesti progettuali, piccoli e limitati, non vadano ad incidere in un tema che ha respiro mondiale per cui li consideriamo inutili e inutilmente dispendiosi. Vorrei, invece, ricordare che con una progettazione nZEB dei nostri edifici (con fabbisogni attorno ai 20 kWh/mq anno contro il 200-300 attuali) potremmo contribuire in maniera decisiva alla mitigazione dei cambiamenti climatici dato che il solo loro condizionamento comporta l'impiego del 40% dell'energia totale utilizzata in Europa.

Isola di calore urbana: una priorità progettuale ancora sottovalutata

Andrea Dari:
In INGENIO abbiamo evidenziato come il caldo urbano stia diventando una variabile progettuale decisiva. Quanto conta oggi, in una progettazione sostenibile, affrontare seriamente il tema dell’isola di calore urbana e del rapporto tra edificio e contesto?

Sergio Pesaresi:

La risposta al problema dell'isola di calore urbana è fondamentale per diminuire il surriscaldamento delle nostre case e delle nostre città. Il surriscaldamento, ricordiamolo sempre, uccide. Sappiamo come farlo? Si. Abbiamo i mezzi per farlo? Si. Lo stiamo facendo? No. Pensiamo solo all'egoismo sociale delle unità esterne dei nostri climatizzatori che, per raffrescare noi, surriscaldano i nostri vicini di casa. Non aggiungo altro.

Soluzioni tecniche contro il caldo: obblighi normativi e lacune applicative

Andrea Dari:
L’articolo richiama anche le indicazioni di Climate-ADAPT, che insiste su involucro, schermature, vetri selettivi, ventilazione e strategie contro il surriscaldamento. Quali di queste soluzioni considera ormai imprescindibili, e quali invece sono ancora troppo poco presenti nella pratica corrente?

Sergio Pesaresi:

Tutte le soluzioni indicate sono imprescindibili e sono tutte previste, direi imposte, dalla legislazione vigente. Con l'eccezione dei vetri selettivi quasi mai necessari in presenza di una schermatura corretta.

Dalla mitigazione all’adattamento: come evolve la cultura del progetto

Andrea Dari:
Nel nostro testo abbiamo scritto che la sostenibilità non può più essere letta solo come mitigazione, ma sempre più anche come adattamento. È d’accordo? E come cambia la cultura del progetto quando si passa da una logica di prestazione standard a una logica di resilienza climatica?

Sergio Pesaresi:

In fondo la nostra progettazione è sempre stata, e lo è tuttora, un adattamento.: c'è stato un terremoto? Adattiamo la nostra progettazione a quel problema. C'è un rischio incendio? Adattiamoci. Non è mai stata, invece, mitigazione. Ma lo deve diventare ora proprio perché le costruzioni sono parte del problema quando producono emissioni di CO2 e parte della soluzione quando, invece, le evitano, comprese le emissioni di carbonio incorporate nei materiali utilizzati. Mitigazione e adattamento non sono alternativi ma devono essere invece perseguiti con la stessa intensità.

Durabilità sotto stress: materiali e sistemi alla prova del nuovo clima

Andrea Dari:
C’è poi il tema della durabilità. Se aumentano ondate di calore, escursioni termiche, stress estivi
e fenomeni estremi, dobbiamo ripensare anche il modo in cui valutiamo la vita utile di materiali,
componenti e sistemi costruttivi?

Sergio Pesaresi:

Sicuramente sì. Questa è una sfida da affrontare. La scienza, la tecnica e a tecnologia sono già al lavoro.

Oltre i dati storici: progettare su scenari futuri e scientifici

Andrea Dari:
Nel pezzo abbiamo anche richiamato il possibile ruolo di fattori come El Niño nel rendere ancora
più evidente l’instabilità climatica. Al di là del singolo fenomeno, pensa che oggi il progetto debba
diventare meno dipendente dai dati storici e più capace di lavorare su scenari futuri?

Sergio Pesaresi:

Ritengo di sì. Ma vorrei che gli scenari futuri derivassero dalle indicazioni della comunità degli scienziati, quelli veri, come l'IPCC e non da oroscopi o da stregoni prezzolati. Voglio dire che non dobbiamo farci sopraffare dal panico o da un allarmismo inconsulto. Rimaniamo razionalisti.

Italia tra ritardi e negazionismo: il nodo culturale e normativo

Andrea Dari:
L’European Climate Risk Assessment avverte che molti rischi climatici sono già a livelli critici.
Secondo lei l’Italia, sul piano normativo e culturale, sta andando verso una vera integrazione del rischio climatico nei processi edilizi e urbani, oppure siamo ancora in una fase iniziale?

Sergio Pesaresi:

Purtroppo siamo fermi. Procediamo a tentoni, ma solo perché non crediamo ai cambiamenti climatici così come non crediamo alle fonti di energia rinnovabile. Siamo prigionieri di un negazionismo ideologico antiscientifico. Sembra che l'unica ancora di salvezza dai cambiamenti climatici siano le centrali nucleari. No comment.

Le tre priorità del progettista oggi: mitigare, adattare, garantire comfort

Andrea Dari:
Nel nostro articolo abbiamo sostenuto che “se il clima corre più veloce, il progetto non può restare fermo”. Tradotto in termini concreti, quali sono le tre priorità immediate che oggi un progettista dovrebbe mettere al centro del proprio lavoro?

Sergio Pesaresi:

Priorità uno: progettare in ottica di mitigazione per costruire o ristrutturare case che non consumino energia e abbiano zero emissioni operative e inglobate. Priorità due: adattare il progetto alle necessità attuali emerse con una buona dose di iniziativa personale e di fantasia progettuale. Terza priorità: progettare comunque il comfort abitativo nella condizione climatica che si è venuta a creare.

Efficienza e resilienza: le due anime della progettazione futura

Andrea Dari:
Ultima domanda: per lei la progettazione sostenibile del prossimo futuro sarà soprattutto una
progettazione più efficiente, oppure una progettazione più capace di reggere l’incertezza?

Sergio Pesaresi:

Le due cose non sono in contrasto. L'efficienza va sempre perseguita perché significa mitigazione, mentre reggere l'incertezza è adattamento e va ugualmente perseguito.

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