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Compensi CTU e periti troppo bassi? Così la giustizia rischia di perdere i migliori esperti

I compensi di CTU e periti non sono soltanto una questione economica: incidono sulla qualità dell’accertamento tecnico e quindi del processo. Dopo la sentenza TAR Lazio n. 14327/2026, un P.M. con 44 anni di magistratura pone il problema dal punto di vista di chi quei consulenti li ha nominati per decenni.

La sentenza TAR Lazio n. 14327/2026 riporta al centro il mancato adeguamento dei compensi di consulenti tecnici e periti, ancora legati alle tariffe definite nel 2002. Ma il problema, secondo la riflessione di un P.M. con 44 anni di esperienza in magistratura, non riguarda soltanto il trattamento economico dei professionisti: compensi insufficienti possono allontanare dagli incarichi giudiziari gli specialisti più qualificati e incidere sulla qualità dell’accertamento tecnico.


Compensi di CTU e periti: perché la questione riguarda la qualità del processo

Riflessioni di un P.M. sulla sentenza TAR Lazio n. 14327/2026.

Dopo 44 anni di servizio in magistratura, di cui 31 come P.M. in tre diverse Procure (per dimensioni e complessità una grande, una media e una piccola), devo dire che sono particolarmente -e positivamente- sorpresa dalla sentenza in oggetto.

Sorpresa perché finalmente un organo giudicante non si limita a stabilire un principio, peraltro del tutto ovvio consistendo nell’adempimento di un obbligo di legge (adeguamento triennale Istat dei compensi ai CT-Periti), ma impone la sua attuazione , prevedendo conseguenze in caso di non ottemperanza.

Ho letto le osservazioni dell’Ing. Vinardi e degli altri egregi professionisti che hanno finora commentato la sentenza e le condivido tutte.

Voglio però offrire ulteriori spunti di riflessione, forse meno tecnici di chi mi ha preceduto, ma di sostanza.

Come “vecchio” P.M. che nella propria vita professionale ha nominato centinaia (se non più) di C.T. esperti delle più variegate discipline, devo dire che la materia delle retribuzioni dei Consulenti/Periti, ed in genere dei collaboratori dei magistrati, è sempre stata negletta, non solo da parte di chi (il legislatore) avrebbe dovuto normarla e rinnovarla seguendo principi di efficienza del sistema e qualità del risultato (il che mai è accaduto), ma anche -paradossalmente- dai magistrati stessi, che sono i primi fruitori del lavoro dei C.T. e dei Periti (così come dei traduttori o interpreti e delle altre professionalità necessarie al regolare e utile svolgimento del processo).

Costoro, dunque, dovrebbero avere particolarmente a cuore la correttezza del trattamento economico dei propri collaboratori.

Eppure, mai mi è capitato di imbattermi in Procuratori, o Aggiunti, o Sostituti, che apertamente dissentissero o criticassero la legislazione corrente, che prevede per i collaboratori di P.M. e Giudici compensi irrisori, con un sistema di vacazioni le cui tariffe sono inferiori ai minimi sindacali orari della mia colf!

Piuttosto, ho visto i dirigenti-colleghi affannarsi a “limare” il più possibile le parcelle, ricorrendo alle più fantasiose argomentazioni, dando disposizioni in tal senso agli impiegati amministrativi dell’ufficio, e addirittura istituendo la “supervisione” ultima del magistrato su costoro, per verificare che abbiano “tagliato al massimo”.

È una davvero singolare cultura quella di colui che pretende di avere a propria disposizione esperti di valore (si pensi a campi complessi e delicati come la colpa professionale medica, l’infortunistica del lavoro, l’infortunistica dei casi di sinistri speciali, la sicurezza anti incendio, la valutazione contabile della gestione d’impresa nei reati societari, ma anche l’accertamento balistico o biologico , e così via) e nello stesso tempo si adoperi… per pagarli il meno possibile.

Con l’effetto di allontanare sempre più gli esperti di qualità dagli incarichi giudiziari, gravosi, mal retribuiti (per entità del “quantum” e del tempo dell’erogazione), e spesso particolarmente disturbanti per l’impegno che richiedono in udienza, senza talora nemmeno che l’ufficio abbia il garbo di avvisare il malcapitato C.T./Perito, convocato in aula, del rinvio dell’udienza.

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Il tutto perché’? Per far sì che le spese dei collaboratori non esondino dai budget ipotizzati quali “spese di giustizia” ricadenti sull’Erario.

Ebbene, si tratta di una mentalità sbagliata e da correggere.

I magistrati devono certamente pretendere di avvalersi di ottimi collaboratori, ma devono altresì pretendere che costoro ricevano un giusto compenso, adeguato alla qualità professionale ed all’attività in concreto svolta. Pena il doversi rivolgere a soggetti di scarsa o incompleta professionalità, che, in mancanza di meglio, accettano le magre prebende giudiziarie.

Devono essere dunque i magistrati per primi a sollecitare il legislatore affinché cancelli un sistema obsoleto e poco dignitoso, innovando completamente la materia e pretendendo che vengano stanziati i fondi necessari ad affrontare, quali spese per i collaboratori, importi ben diversi da quelli attuali.

Ne va del risultato di un processo, perché se per risparmiare si deve rinunciare alla qualità, le eventuali ricadute saranno sofferte dai cittadini a vario titolo coinvolti dal caso; con conseguenze ipoteticamente anche drammatiche.

E’ consigliabile, pertanto, che gli attuali dirigenti degli uffici giudiziari, anziché temere la responsabilità contabile, si adoperino nel senso indicato ed istruiscano le nuove leve di colleghi all’anelito verso la ricerca della verità, ma nel contempo al coraggio di sostenere e favorire le importanti riforme che possono contribuire al raggiungimento di detta verità.

Tra cui certamente deve annoverarsi quella dei compensi per i collaboratori dei magistrati.

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