Costruire con scarti agricoli: il ruolo dei materiali bio-based in edilizia
L'impiego degli scarti agricoli nei materiali da costruzione riporta al centro temi come ciclo di vita, carbon storage, qualità dell'aria indoor e filiere locali. Nell’intervista a Tiziana Monterisi analizziamo opportunità, limiti normativi e ruolo del progettista nella transizione verso modelli costruttivi più circolari.
La bioedilizia sta attraversando una fase di maturazione che supera la sola dimensione ambientale per entrare nel campo della ricerca sui materiali, delle prestazioni e della qualità dell’abitare.
In questo scenario, il lavoro di Tiziana Monterisi offre uno spunto per riflettere sul ruolo del progettista nella transizione verso modelli costruttivi più circolari: dall’impiego di risorse rinnovabili alla sperimentazione materica, fino alla necessità di integrare sostenibilità, rigore tecnico e innovazione.
In questa intervista approfondiamo principi, criticità e prospettive dell'architettura sostenibile con materiali naturali.

Bioarchitettura: metodo progettuale o categoria edilizia?
Negli ultimi anni il termine “bioedilizia” è diventato sempre più diffuso. Dal suo punto di vista, la bioarchitettura è una disciplina autonoma o dovrebbe essere considerata semplicemente un modo diverso - e più consapevole - di progettare e costruire?
Tiziana Monterisi
Non amo il termine bioarchitettura perché oggi l’uso di materiali naturali carbon negative non deve più essere considerata una nicchia o una categoria separata dell’edilizia, bensì un’alternativa dell’edilizia convenzionale. Sono convinta che il progettista debba ripensare alla propria responsabilità nel progettare e scegliere materiali e processi non energivori e non estrattivi. L'obiettivo è ritrovare equilibrio nel rapporto tra ambiente costruito, persone e risorse attraverso l'impiego di materiali naturali e tecnologie innovative.
Per molto tempo abbiamo costruito pensando soprattutto alla funzione o alla performance tecnica; oggi invece siamo chiamati a progettare sistemi più complessi, capaci di integrare salubrità, impatto ambientale, comfort e circolarità. In questo senso la bioarchitettura è soprattutto un metodo: un modo più consapevole di progettare, che considera l’edificio come parte di un ecosistema e non come un elemento isolato.
Il ruolo del progettista nella transizione ecologica
Per molti anni il dibattito sulla sostenibilità si è concentrato soprattutto sull’efficienza energetica. Oggi sembra emergere una maggiore attenzione verso materiali, risorse e ciclo di vita. Come cambia il ruolo del progettista in questo scenario?
Tiziana Monterisi
Il ruolo del progettista sta cambiando profondamente. Per anni il tema della sostenibilità è stato associato quasi esclusivamente all’efficienza energetica degli edifici, mentre oggi la riflessione si sta ampliando verso l’intero ciclo di vita dei materiali, l’emissione di anidride carbonica nei processi produttivi, il consumo di risorse e la salute degli ambienti.
Questo significa il progettista è chiamato a comprendere l’origine dei materiali, i processi produttivi, gli impatti ambientali e le conseguenze che ogni scelta genera sul territorio e sulle persone. Diventa quindi una figura di connessione tra agricoltura, industria, ricerca e architettura.
Nel caso di Ricehouse, ad esempio, il progetto nasce per valorizzare i sottoprodotti risicoli, trasformando risorse destinate alla bruciatura in nuovi materiali per il costruire.
Materia e progetto: da dove partire?
Nel suo percorso professionale la ricerca sui materiali ha assunto un ruolo centrale. Quanto la scelta della materia può influenzare il progetto architettonico e quanto, invece, è il progetto a dover ridefinire le caratteristiche richieste ai materiali?
Tiziana Monterisi
Nel mio percorso la materia ha sempre rappresentato un punto di partenza progettuale, ben oltre la sua dimensione puramente tecnica. Ogni materiale porta con sé proprietà chimiche e performance energetiche, ma anche valori culturali, ambientali e sensoriali che influenzano profondamente il modo in cui percepiamo uno spazio.
Allo stesso tempo credo che il rapporto tra materia e progetto debba essere reciproco. Da una parte il materiale può guidare l’architettura e suggerire nuove soluzioni; dall’altra è il progetto che deve spingere la ricerca verso materiali più evoluti, salubri e circolari.
Costruire con risorse naturali: opportunità e limiti
Negli ultimi anni si è assistito a una crescente attenzione verso biomasse, materiali naturali e sottoprodotti agricoli. Quali ritiene siano oggi le opportunità più concrete e quali i limiti tecnici ancora aperti per una loro diffusione nel settore delle costruzioni?
Tiziana Monterisi
Oggi le opportunità sono enormi, perché biomasse e sottoprodotti agricoli permettono di ripensare il settore edilizio in una logica realmente circolare. Materiali derivati da filiere agricole locali possono ridurre il consumo di risorse estrattive, abbattere le emissioni e creare nuovi modelli produttivi più responsabili. Inoltre, lo scarto del riso in Italia è una risorsa che si rigenera ogni anno in quantità talmente abbondanti da poter coprire il volume dell’edilizia italiana e non solo.
C’è poi un tema fondamentale legato alla salute. Molti materiali naturali possiedono caratteristiche di traspirabilità, igroscopicità e regolazione naturale dell’umidità che contribuiscono a migliorare il benessere indoor e la qualità dell’abitare. Inoltre, sono spesso privi di VOC, formaldeide e altre sostanze potenzialmente nocive presenti in numerosi materiali convenzionali.
Questo aspetto è strettamente collegato alla teoria della "terza pelle": dopo la pelle del nostro corpo e gli abiti che indossiamo, la casa rappresenta l’involucro con cui entriamo maggiormente in contatto durante la nostra vita. Per questo i materiali che la compongono non dovrebbero essere valutati soltanto per le loro prestazioni tecniche, ma anche per il loro impatto sulla salute e sul benessere delle persone.
I limiti ancora aperti riguardano soprattutto la scala industriale, la standardizzazione normativa e, in alcuni casi, la resistenza culturale del mercato. Spesso questi materiali vengono ancora percepiti come sperimentali, quando invece molte tecnologie hanno già raggiunto livelli molto avanzati di performance tecnica.
La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi integrare innovazione, ricerca scientifica e diffusione culturale, affinché costruire con risorse naturali non sia più un’eccezione, ma una pratica ordinaria del settore edilizio.
Dalla sostenibilità dichiarata alla prestazione misurabile
Uno dei temi centrali è evitare che il concetto di sostenibilità resti solo un valore comunicativo. Quali indicatori o parametri ritiene fondamentali per valutare realmente la qualità ambientale e tecnica di un materiale da costruzione?
Tiziana Monterisi
Oggi è fondamentale superare una visione puramente comunicativa della sostenibilità e riportare il tema su basi scientifiche e misurabili. Un materiale non può essere definito sostenibile soltanto perché naturale o riciclato: bisogna valutarne l’intero ciclo di vita. Il parametro fondamentale da cui partire è il dato di anidride carbonica che emette o sequestra un materiale durante il processo produttivo. Una tonnellata di scarto di riso sequestra 1,5 tonnellate di anidride carbonica, che rimane all’interno dell’edificio.
Comfort abitativo e comportamento dell’edificio
Spesso si parla di sostenibilità in termini energetici, meno in termini di comfort e qualità dello spazio costruito. Quanto contano oggi aspetti come inerzia, igroscopicità, qualità dell’aria interna e benessere percepito?
Tiziana Monterisi
Credo che oggi questi aspetti siano centrali. Per molto tempo abbiamo associato la sostenibilità quasi esclusivamente al risparmio energetico, dimenticando che gli edifici sono prima di tutto spazi vissuti dalle persone.
Parametri come inerzia termica, igroscopicità, traspirabilità e qualità dell’aria interna influenzano direttamente il benessere fisico e mentale di chi abita uno spazio. Un edificio non dovrebbe limitarsi a consumare meno energia, ma dovrebbe contribuire attivamente al comfort e alla salute degli utenti.
La “terza pelle” nasce proprio da questa consapevolezza: la casa è il nostro ambiente più vicino e il modo in cui reagisce all’umidità, alla temperatura, ai suoni o alla qualità dell’aria condiziona profondamente la qualità della vita. Nessuno sceglierebbe di mettersi in testa un sacchetto di plastica per respirare meglio, eppure oggi molti edifici vengono rivestiti con sistemi che funzionano esattamente così: involucri sintetici che isolano, ma spesso impediscono all’edificio di respirare in modo naturale.
Per questo la mia attività si concentra su materiali naturali e traspiranti che uniscono prestazioni tecniche ed energetiche a una maggiore salubrità degli ambienti, contribuendo al benessere e all'equilibrio delle persone che li abitano.
Sperimentazione e interdisciplinarità
La ricerca in edilizia richiede sempre più il dialogo tra competenze diverse. Quanto è importante costruire un approccio interdisciplinare tra architettura, geologia, scienza dei materiali e produzione per generare innovazione reale?
Tiziana Monterisi
Oggi l’innovazione reale nel settore edilizio può nascere solo da un approccio interdisciplinare. L’architettura da sola non basta più: costruire materiali e sistemi costruttivi innovativi richiede il dialogo continuo tra progettazione, scienza dei materiali, chimica, geologia, analisi del processo industriale e ricerca tecnologica.
Nel nostro percorso questo confronto è stato fondamentale. L’incontro tra la mia visione architettonica e le competenze scientifiche e geologiche di Alessio Colombo ha rappresentato un elemento determinante nello sviluppo della ricerca sui materiali bio-based. L’integrazione tra sensibilità progettuale e conoscenza tecnica della materia ha consentito di trasformare sottoprodotti agricoli in soluzioni prestazionali per il settore delle costruzioni.
Lavorare con biomasse e materiali naturali significa confrontarsi contemporaneamente con aspetti biologici, prestazionali, normativi e produttivi. È proprio dall’incontro tra competenze diverse che si riesce a trasformare una materia residuale in un materiale da costruzione affidabile e replicabile.
Il caso delle miscele bio-based come laboratorio di ricerca
Tra le sperimentazioni che ha sviluppato, molte hanno portato a reinterpretare materiali tradizionali attraverso l’integrazione di componenti naturali e residuali. Che cosa le ha insegnato questo percorso sul rapporto tra innovazione e tradizione costruttiva?
Tiziana Monterisi
Questo percorso ci ha insegnato che innovazione e tradizione non sono in contrapposizione, ma possono rafforzarsi reciprocamente. Molti materiali tradizionali possedevano qualità straordinarie di traspirabilità, inerzia e relazione con il clima, che nel tempo sono state spesso sacrificate a favore della standardizzazione industriale. La lolla e la paglia di riso sono presenti nelle volte delle cascine piemontesi e lombarde del diciannovesimo secolo, la calce e l’argilla sono tra i materiali più utilizzati nella storia dell’uomo. Oggi è necessario far dialogare questi materiali con l’innovazione e i sistemi tecnologici di cui disponiamo.
Lavorare su miscele bio-based ci ha permesso di recuperare alcuni di questi principi, reinterpretandoli attraverso ricerca scientifica e tecnologie contemporanee. Non si tratta di tornare al passato, ma di evolvere sistemi costruttivi storicamente intelligenti attraverso materiali più performanti, controllabili e adatti alle esigenze attuali.
In questo senso i sottoprodotti agricoli rappresentano una risorsa tecnica con un forte valore culturale, perché ci ricordano che l’architettura può tornare a dialogare con il territorio e con i cicli naturali delle risorse.
Normativa e diffusione dell’innovazione
Dal punto di vista del professionista tecnico, quali sono oggi gli ostacoli principali all’adozione di materiali e sistemi costruttivi bio-based: disponibilità di dati, costi, norme, cultura del rischio o abitudini progettuali?
Tiziana Monterisi
Oggi gli ostacoli non sono più tanto legati alla mancanza di prestazioni tecniche, perché molti materiali bio-based hanno ormai raggiunto livelli molto avanzati di affidabilità. Le difficoltà principali riguardano piuttosto il sistema culturale e normativo che accompagna il settore delle costruzioni.
Da una parte esiste ancora una forte abitudine progettuale verso materiali industriali consolidati, percepiti come più sicuri semplicemente perché utilizzati da decenni. Dall’altra, i processi normativi e certificativi richiedono tempi lunghi e investimenti importanti, che spesso rallentano la diffusione dell’innovazione.
C’è poi un tema di cultura del rischio: nel settore edilizio si tende spesso a preferire soluzioni standardizzate piuttosto che approcci nuovi, anche quando questi dimostrano benefici ambientali e prestazionali evidenti. Per questo credo sia fondamentale costruire sempre più dati scientifici, casi studio reali e collaborazioni interdisciplinari che possano accelerare la fiducia verso questi materiali.
La genesi del progetto HEXA
HEXA rappresenta una nuova tappa del suo percorso di ricerca tra bioarchitettura, materia e costruzione. Come e quando nasce questo progetto e da quale esigenza progettuale o domanda sul costruire contemporaneo prende origine?
Tiziana Monterisi
Più che un'installazione, HEXA è un dispositivo esperienziale progettato per permettere alle persone di entrare fisicamente in contatto con ciò che normalmente raccontiamo attraverso progetti, materiali e dati tecnici. Volevamo offrire la possibilità di vivere direttamente l'esperienza di un ambiente costruito con materiali derivati dal riso, percependone la qualità dell'aria, il comfort, la relazione con la natura e il benessere che ne deriva.
Il progetto prende forma dalla volontà di mettere al centro l’esperienza sensoriale delle persone: la qualità dell’aria, il comfort acustico, la traspirabilità dei materiali, il rapporto con la biodiversità. In questo senso HEXA è nata come una domanda sul costruire contemporaneo: possiamo progettare spazi che non si limitino a ridurre l’impatto ambientale, ma che contribuiscano attivamente al benessere psicofisico delle persone?
La collaborazione con Apicoltura Urbana ha ampliato ulteriormente questa riflessione. Il plus di HEXA risiede proprio nell'integrazione tra la salubrità dei materiali naturali e i benefici dell'apiterapia: due approcci diversi ma complementari che contribuiscono al benessere psicofisico delle persone e rafforzano il legame tra architettura e natura.

Quale paradigma vuole mettere in discussione?
Più che una sperimentazione isolata, HEXA sembra proporre una riflessione più ampia sul modo in cui progettiamo e realizziamo gli edifici. Quale idea di architettura e di sostenibilità vuole dimostrare - o eventualmente mettere in discussione - attraverso questo progetto?
Tiziana Monterisi
HEXA mette in discussione l’idea che la sostenibilità coincida esclusivamente con l’efficienza energetica o con la compensazione dell’impatto ambientale. Per molti anni abbiamo costruito edifici sempre più performanti dal punto di vista tecnico, ma spesso scollegati dal benessere delle persone e dagli equilibri naturali.
Con HEXA vogliamo proporre un paradigma diverso: un’architettura che non sia semplicemente “meno impattante”, ma realmente rigenerativa. Questo significa utilizzare materiali naturali e circolari, valorizzare scarti agricoli, migliorare la qualità dell’aria e ricostruire una relazione tra spazio costruito, biodiversità e salute umana.
C’è infatti il desiderio che questo approccio possa dialogare sempre di più anche con il settore del benessere, perché crediamo che l’architettura debba tornare a essere uno strumento capace di influenzare positivamente la salute psicofisica delle persone. In questo senso HEXA non è solo un progetto edilizio, ma uno spazio esperienziale che mette in relazione materia, percezione, natura e qualità dell’abitare.
In fondo il progetto prova a rimettere al centro una domanda molto semplice: gli edifici possono diventare organismi capaci di generare benessere, invece di limitarsi a consumare meno risorse?
Dal caso studio alla pratica professionale
Guardando oltre il progetto specifico, quali elementi di questo approccio ritiene possano essere trasferiti nella pratica ordinaria di architetti, progettisti e imprese?
Tiziana Monterisi
Credo che l’aspetto più trasferibile di questo approccio sia il cambio di prospettiva. Non è necessario replicare HEXA in modo identico per applicarne i principi: ciò che conta è iniziare a considerare i materiali, il comfort abitativo e il ciclo di vita come elementi centrali del progetto.
Molti aspetti possono entrare già oggi nella pratica ordinaria di progettisti e imprese: l’utilizzo di materiali naturali e traspiranti, la valorizzazione delle filiere locali, l’attenzione alla qualità dell’aria indoor, la progettazione termoigrometrica dell’involucro, fino all’integrazione del verde e della biodiversità negli spazi costruiti.
Credo che il futuro dell’architettura dipenderà dalla capacità di passare da una logica puramente prestazionale a una più sistemica, in cui edificio, ambiente e persone vengano considerati parte dello stesso ecosistema.
Sostenibilità: cosa non stiamo capendo?
Se dovesse individuare un errore che il settore delle costruzioni continua a fare quando parla di sostenibilità, quale sarebbe?
Tiziana Monterisi
Credo che l’errore più grande sia pensare alla sostenibilità come a un tema esclusivamente tecnologico o energetico. Spesso continuiamo a progettare edifici molto efficienti, ma realizzati con materiali altamente energivori, poco salubri o completamente scollegati dai cicli naturali delle risorse.
La sostenibilità non può essere solo una questione di consumi ridotti o certificazioni: riguarda il modo in cui costruiamo, le materie che utilizziamo, la durata degli edifici, il loro impatto sulla salute delle persone e la relazione con il territorio.
In questo senso credo sia necessario superare una visione estrattiva dell’edilizia. Dovremmo iniziare a progettare edifici come parti di un ecosistema vivente, capaci non solo di ridurre il danno, ma di generare valore ambientale, sociale e umano nel tempo.
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