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Da "Mani Pulite" al "Salva Milano". Dalle esperienze del passato può venire qualche suggerimento su come uscire dalle sabbie mobili dei giorni nostri

Riceviamo e pubblichiamo una nota di Dionisio Vianello, ingegnere urbanista e presidente onorario del CENSU. Un contributo che, andando oltre la cronaca giudiziaria, propone riflessioni sul futuro delle trasformazioni urbane in Italia.

Scusatemi se parto da lontano. Avendo vissuto da vicino il ciclone Mani Pulite mi viene inevitabile accostarlo al Salva Milano. Se non altro perché entrambi trovano un fertile terreno di cultura, fino alla catastrofica esplosione finale, proprio nel capoluogo lombardo.

Alcuni cari amici – Maurizio Tira per primo – me lo sconsigliano. I due fenomeni sono completamente diversi, mi dicono, e hanno perfettamente ragione. Nel 1992 la mitica procura di Milano guidata da Francesco Saverio Borrelli scoperchiò una diffusa pratica di illegalità e malaffare che coinvolgeva buona parte del mondo politico, compresi i vertici nazionali di alcuni partiti, i grandi potentati economici, e di seguito anche le amministrazioni locali. In sintesi, pagando si poteva ottenere tutto. Da Milano il ciclone investì gran parte del paese, ed in tante città anche piccole coinvolse pesantemente il campo urbanistico, dove sembrava più facile scovare situazioni analoghe.

Lo tsunami di questi giorni se paragonato a Mani Pulite può essere al più considerato come un forte temporale. Al momento sembra circoscritto al capoluogo lombardo, in più riguarda un ambito circoscritto non di tangentopoli diffusa ma un segmento più ristretto riguardante fattispecie del campo urbanistico, le grandi polarità urbane, più nel dettaglio i grandi edifici – chiamiamoli pure grattacieli -   dove sono concentrati i principali asset economici del paese, primo fra tutti l’high tech. Quelli che sanciscono il passaggio da una normale metropoli di livello locale al ruolo apicale di città mondiale, o almeno europea. Per capirsi, Londra, Parigi, Berlino e Francoforte.

Sappiamo tutti come è finita la faccenda di Mani Pulite, ma pochi ormai se lo ricordano. Son passati poco più di trent’anni, vuol dire una intera generazione, il tempo giusto per dimenticare anche avvenimenti molto più catastrofici come le guerre. Ma ad ogni buon conto può essere utile verificare se le esperienze e le pratiche attivate nel caso precedente possano fornirci indicazioni utili per superare i guai dei giorni nostri, se non indenni almeno meno malconci. In questa sede ovviamente trascuriamo gli aspetti penali che non sono di nostra competenza, e restringiamo il campo al settore urbanistico che è quello che più ci interessa.

 

Considerazioni sulla Legge Urbanistica della Lombardia

Anzitutto togliamoci qualche sassolino dalle scarpe. Sappiamo tutti che la Lombardia ha una legge urbanistica diversa da tutte le altre regioni, generalmente conformate sul modello emiliano. Un sistema oggetto da sempre di critiche distruttive, dettate anche da posizioni politiche diverse. Personalmente nella mia attività professionale ho avuto a che fare con gran parte delle regioni italiane, tutte le più importanti. In conclusione, devo dire che considero la legge lombarda la più idonea per le grandi regioni produttive del nord Italia, compresa l’Emilia. Mentre il modello tosco-emiliano trova campo di applicazioni privilegiato nelle regioni appenniniche del centro Italia. Da qui a lanciare l’accusa che la legge regionale lombarda sia la causa prima terremoto milanese – come spesso pontificano tanti esperti, è del tutto fuori luogo.

Ricordo solo che lo strumento fondamentale del Piano di Governo del Territorio (PGT) è il Piano delle Regole. Lo dice il nome stesso. E dove se non nel piano delle regole doveva essere riportata la normativa che disciplinava non la piccola lottizzazione ma le nuove mastodontiche polarità urbane? Se ciò non è stato fatto siamo evidentemente nell’incompetenza più assoluta, ma conoscendo la preparazione dei funzionari milanesi faccio fatica a pensarlo. Oppure nella versione più benevola si volevano lasciare aperte porte e finestre ai nuovi insediamenti, oppure, oppure si finisce col pensar male, evidentemente c’era sotto qualcosa di illegale.

Non solo. Il fatto di assegnare ad un organismo consultivo come la commissione paesaggistica poteri decisionali in campo urbanistico è una novità assoluta, supera di gran lunga ogni precedente, compreso il “rito ambrosiano” dei tempi d’oro.

Anche perché in Lombardia non c’è solo Milano, ci sono tante altre città, cito solo Brescia e Bergamo, che operando con la stessa legge hanno raggiunto risultati ragguardevoli, anche sul tema non facile della trasformazione urbana. Non ci vuol molto a tirare le conclusioni. Per una società migliore non bastano le leggi, occorrono gli uomini. Facile a dirsi, difficile a farsi. A mio avviso e sulla base delle esperienze del passato la spina dorsale del paese si riscontra in gran parte nelle amministrazioni dei capoluoghi di provincia. È su queste che occorre puntare per un riavvio dell’intero sistema paese.

 

Il futuro della trasformazione urbana: quali soluzioni percorribili?

Passiamo ora al secondo argomento: quello che è successo dopo Mani Pulite può essere utile, almeno come metodo, prima di tutto per disinnescare la pentola esplosiva di Milano trovando soluzioni percorribili, che assicurino una giusta compenetrazione tra pubblico e privato, tra esigenze dell’amministrazione e della comunità e richieste degli operatori, senza di cui niente o poco si fa? Proponendo soluzioni percorribili per riavviare la trasformazione urbana, tema che ormai è assolutamente centrale in qualsiasi agenda urbana? Impegno tutt’altro che facile, ma doveroso per uno che pratica da sempre questa professione. Proviamo a fare qualche considerazione.

Dopo Mani Pulite Milano scomparve dalla circolazione, era inutile invitarli ad un convegno, amministrazioni e tecnici non si facevano più vedere. Mentre invece tante altre amministrazioni si ponevano il problema di come riavviare la macchina senza ricadere negli errori del passato. E proprio da queste, dalle capitali regionali, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, venne la spinta che portò ad un cambiamento epocale del sistema. L’introduzione dei programmi complessi (PRU e quant’altro) ed il famoso decreto Fontana del 1995, eliminando le trappole normative delle famigerate varianti al PRG, aprì la strada a nuove esperienze. Moltissimi comuni si misero al lavoro dando luogo a quella che possiamo chiamare la prima stagione della rigenerazione urbana, un decennio – 1995/2006 – estremamente fecondo di studi e progetti ma anche di risultati. L’esperienza di AUDIS, l’associazione delle aree urbane dismesse, è senza dubbio la più significativa al riguardo.

Personalmente non ho alcun dubbio, questa è la strada da percorrere. Partiamo dalle cose più facili (almeno a parole). Occorre anzitutto eliminare ogni ambiguità sulla distinzione tra ristrutturazione edilizia e nuova costruzione eliminando le troppe interpretazioni che stanno alla base di gran parte dei progetti incriminati. Ciò si fa con una semplice modifica del famoso DM 380/2001 che disciplina gli interventi edilizi, come si fece a suo tempo con il famoso art. 41/quinquies della legge urbanistica originaria: fin qui è una cosa, da qui in poi è un’altra. Tutto quel che è di più viene dal maligno.

Fondamentale è l’approvazione di una legge sulla rigenerazione urbana, che si trascina da anni nelle aule parlamentari senza mai approdare ad un risultato. Sulla ultima versione circolante ho scritto una infinità di articoli, in buona parte pubblicati su INGENIO, ai quali rimando chi volesse approfondire l’argomento. La critica alla proposta attualmente in discussione è però radicale. Prevale ancora una volta il tradizionale modello italiano: amministratori ed operatori sono una congrega sospetta, potenziali malfattori pronti a fregare lo stato, per cui è necessario ingabbiarli dentro uno schema di norme e cavilli burocratici che impedisca loro ogni movimento sospetto. Il risultato sarà il blocco di ogni iniziativa, come è già successo tante altre volte in passato. In base alla mia esperienza è invece sufficiente una legge di pochi – meno di una decina – di articoli (Leggi l'approfondimento) che in due o tre paginette indichi la strada da percorrere lasciando però grande spazio alla sperimentazione. Fuori d’Italia modelli da copiare – oppure dove ispirarsi - ce ne sono, ad esempio quelli tedeschi dell’IBA che hanno consentito il recupero di intere città o regioni dismesse, come la Ruhr. Ma anche dalla Francia abbiamo molto da imparare. Un requisito essenziale è che dentro la legge, o in stretto collegamento, ci sia anche un Piano Casa di fanfaniana memoria, che possa sostenere l’edilizia sociale, residenza e servizi, dove la domanda è sempre più consistente ma non trova risposta dalle regole del mercato.

 

Quale futuro per Milano

Resta il caso Milano, più complicato e spinoso non potrebbe essere. Anche perché alla somma degli interessi della città e delle comunità locali si aggiunge quella degli operatori che, coscienti od incoscienti, hanno avviato grandi progetti urbani con cantieri tutt’ora in corso e lontani dalla conclusione. Basterebbe questo mix a complicare il problema. Ma il detonatore esplosivo è dato dai cittadini, famiglie ed imprese, che hanno già acquistato sulla carta alloggi ed uffici. Non solo. Bisogna tener conto anche dei cittadini residenti da sempre in quelle zone che si sentono danneggiati in quanto defraudati nei loro diritti – distanze, altezze, visuali – delle nuove costruzioni.

 

Per approfondire, leggi anche
Salvarci l’anima e/o salvare Milano?
Quali prospettive per la rigenerazione urbana di Milano? In questa nota Dionisio Vianello analizza criticità, opportunità e limiti proponendo una riflessione sulle sfide che attendono la città e un nuovo approccio per sostenere sviluppo e giustizia sociale.

 

Trovare accordi condivisi e indolori è praticamente impossibile. Ci sarà per forza un nuovo Salva Milano che necessariamente dovrà operare anche con il bisturi. Su questo tema la comunità degli urbanisti è chiamata ad esprimersi indicando possibili soluzioni e vie d’uscita, nessuna delle quali si presenta indolore. Dopo una prima fase finalizzata all’accertamento degli abusi edilizi e delle conseguenti sanzioni al momento mi sento solo di indicare un fattore che possa almeno funzionare come criterio per eventuali sanatorie, od accordi pubblico/privato. Solo una adeguata dotazione di edilizia sociale – o comunque calmierata – residenza, verde e servizi, può costituire se non la soluzione almeno un passepartout per sanare situazioni difficili e complicate evitando una guerra guerreggiata che lascia solo cumuli di macerie. Si ritorna agli standard? Quelli vecchi o quelli nuovi di cui tanto si parla? Risuscitare il PEEP o qualcosa di simile? A mali estremi, estremi rimedi.

Ultimo. Non c’è alcun dubbio che si debba rifare il PGT, non basta certo una variante. Lo chiede da tempo anche l’INU. Occorre dare norme e indicazioni precise perché non succeda più quello che è successo, ma fornire anche le coordinate per uno sviluppo sostenibile dell’unica città mondiale che possediamo. Ci sarà ampio spazio per il dibattito, soprattutto tra i colleghi urbanisti. Una sola cosa mi preme sottolineare. Il territorio comunale di Milano è molto limitato, al suo interno – dicono gli esperti – ci abitano solo poco più di un milione di abitanti sui circa cinque della conurbazione ambrosiana, molti di più sono quelli che ci lavorano. Entra per forza in gioco l’area metropolitana, la dimensione ottimale per affrontare temi di così vasta portata. Ma purtroppo in Italia esperimenti di tal genere sono sempre miseramente falliti, principalmente per la difficoltà di trovare un accordo tra le municipalità coinvolte. Anche in questo caso Milano può essere il crocevia di un cambiamento. Almeno ce lo auguriamo.

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