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Dal caos al kósmos urbano: bellezza, regole e modelli per la città resiliente

La resilienza urbana non nasce solo da infrastrutture e indicatori, ma dalla capacità di riportare ordine – kósmos – nel caos climatico che investe le nostre città. A partire dall’idea di bellezza, l’articolo propone un lessico tecnico-filosofico – canone, modello, mimesis, autenticità, dimensione demiurgica – come chiave per ripensare piani, norme e progetti condivisi, misurabili nel tempo e nello spazio.

Questo articolo nasce da una piccola lettura che è diventata, per me, una grande chiave di interpretazione. Si tratta del libretto “GRECO – La bellezza”, della collana del Corriere della Sera, scritto da Daniele Iozzia. In quelle pagine ho ritrovato la profondità con cui il pensiero greco lega bellezza, ordine e mondo: kalós, kállos, kósmos.

Da lì è nata l’ispirazione per l’evento di oggi a Roma, che ha preceduto l’assemblea di GBC Italia e che ho avuto il piacere di moderare, dal titolo:

“Città che cambiano il clima: il percorso di Roma e Milano”.

a cui hanno partecipato Stefano Pieretti, Segretario Chapter Lazio GBC Italia, Sergio Saporetti, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Maurizio Veloccia, Assessore all’Urbanistica del Comune di Roma, Anna Scavuzzo, Vicesindaco e Assessora alla Rigenerazione Urbana del Comune di Milano e  Fabrizio Capaccioli, Presidente GBC Italia.

Le riflessioni che seguono sono il tentativo di intrecciare quel lessico antico con le sfide molto concrete che oggi amministratori, tecnici e progettisti devono affrontare nelle nostre città.

   


Dal caos al kósmos urbano: Bellezza, regole e modelli per città resilienti al cambiamento climatico

Quando parliamo di resilienza delle città e di cambiamento climatico pensiamo subito a numeri, piani, infrastrutture, indicatori. È normale: siamo tecnici, amministratori, progettisti, e la nostra lingua quotidiana è fatta di target, scadenze, budget, KPI.

Eppure, se siamo sinceri, ciò a cui tendiamo – come persone prima ancora che come professionisti – è un’altra cosa: la bellezza.

Nessuno sogna una città disordinata, casuale, ostile. Quando immaginiamo il futuro dei luoghi in cui viviamo, li immaginiamo più belli: più vivibili, più verdi, più giusti, più sicuri. Anche quando non lo diciamo, è questo l’orizzonte che sottotraccia guida piani urbanistici, strategie climatiche, regolamenti edilizi.

Per capire che cosa stiamo davvero cercando, vale la pena tornare a chi sulle parole non era superficiale: i Greci.

   


Dal kalós al kósmos: la bellezza come ordine

I Greci non avevano una sola parola per dire “bello”.

  • Kalós è il bello che è anche buono: ciò che svolge bene il proprio scopo, che funziona, che è adeguato. È il bello “prestazionale”.
  • Kállos è lo splendore, la qualità che attrae, che colpisce lo sguardo, che muove il desiderio.

E poi c’è kósmos.

Kósmos non nasce come parola romantica. Non indica, all’inizio, un paesaggio suggestivo o un tramonto perfetto. Indica l’ordine, la disposizione regolata delle cose. Viene dalla stessa radice del verbo kosméō, “mettere in ordine, adornare”, da cui deriva anche “cosmetico”: ciò che dà forma, che rende armonioso.

Solo dopo kósmos diventa il “mondo”: l’universo ordinato, l’insieme delle cose tenute insieme da una struttura leggibile.

Il contrario di kósmos, per i Greci, non è la noia, ma il cháos: ciò che non ha forma, non ha regole, non ha misura. In fondo, molta filosofia antica è una lunga riflessione su come passare dal caos al cosmo.

La città, la pólis, è una delle forme più alte attraverso cui l’uomo prova a dare ordine al mondo. È, per definizione, un pezzo di kósmos: un tentativo di trasformare lo spazio in luogo, la massa costruita in struttura leggibile, i flussi in forme di vita condivise.

   


Resilienza come arte di rimettere ordine

Quando parliamo di cambiamento climatico, quel senso di chaos lo percepiamo bene:

  • eventi estremi,
  • ondate di calore,
  • alluvioni,
  • siccità,
  • crisi energetiche, idriche, infrastrutturali.

Sembra una realtà che “accade addosso” alle città, senza logica e senza misura.

La resilienza non è solo un insieme di soluzioni tecniche. È un modo di rimettere ordine:

  • nei flussi dell’acqua, dell’energia, della mobilità;
  • nei rapporti tra edifici e suolo, tra città e territorio;
  • nelle relazioni tra infrastrutture e persone;
  • nei cicli di vita dei materiali, dei manufatti, dei quartieri.

Parlare di regole, piani, standard, in questo contesto, non significa cedere alla burocrazia. Significa interrogarsi su come costruire kósmos urbano.

   


Canone: la misura che rende condivisibile la bellezza

Da qui nasce una prima parola chiave: canone.

“Canone” viene dal greco kanṓn: bastone diritto, asta di misura, regolo. Il canone non è una gabbia astratta, ma una misura comune. Il “canone di Policleto”, per esempio, non è una formula estetica arbitraria, ma la ricerca di proporzioni che rendono l’umano, nell’arte, riconoscibile e armonico.

Nelle città, un canone è ciò che:

  • rende comparabili le scelte (standard prestazionali, requisiti minimi, criteri di qualità),
  • costruisce un linguaggio comune fra progettisti, pubbliche amministrazioni, imprese, cittadini,
  • trasforma la somma di interventi puntuali in figura urbana leggibile.

Un piano climatico, un regolamento edilizio, un sistema di standard ambientali non dovrebbero essere solo liste di divieti, ma veri e propri canoni urbani: strumenti che determinano proporzioni, soglie, pesi, gerarchie.

La domanda, per noi tecnici, diventa allora: i nostri regolamenti sono canoni vivi, che orientano e rendono riconoscibile la qualità, o sono solo compilazioni di vincoli che nessuno percepisce come espressione di un’idea di città?

Box – Dal kósmos alla città: ordine, foschia e dati

Nel pensiero antico il kósmos è l’ordine bello del mondo, ma – come scrive Porfirio – la materia lo rende “pieno di foschia”: opaco, imperfetto. A portare chiarezza non è la natura, ma l’attività razionale divina, che tesse le forme e rende il cosmo armonico.
La tradizione cristiana riprende questo tema: l’ordine non è solo tecnica o struttura, ma il riflesso di una luce superiore che rende visibile ciò che da solo resterebbe confuso. È l’intelligenza – umana e spirituale – a trasformare il mondo in qualcosa di leggibile.
Oggi, nel pieno del sovraumanesimo digitale, rischiamo di confondere ordine e dati: di credere che l’accumulo di informazioni equivalga a conoscenza e che la complessità algoritmica generi automaticamente armonia. Ma non è così.
Anche nelle città, come nel cosmo antico, l’ordine nasce da una razionalità interpretante, non solo misurante: una capacità di dare forma alla foschia, distinguere ciò che conta, costruire senso.
Solo così, anche nell’era digitale, può emergere una vera bellezza urbana.

   


Modello: tra riferimento, misura e rischio di idolatria

Un’altra parola decisiva è modello.

“Modello” viene dal latino modulus, diminutivo di modus: misura, ritmo, modalità. Il modello non è solo un esempio da copiare, ma una unità di misura, uno schema che consente di confrontare, di progettare, di simulare.

Per il nostro lavoro, modello vuol dire molte cose:

  • modello energetico di un edificio o di un quartiere;
  • modello idraulico di un bacino urbano;
  • modello di mobilità;
  • fino ai famosi “modelli di città”: modello Copenaghen, modello Friburgo, modello Milano…

Il modello è utile quando:

  • è strumento di comprensione, non feticcio;
  • esplicita i propri limiti e le proprie ipotesi;
  • viene usato come base per progettare scelte contestuali, non per esportare soluzioni in modo meccanico.

Il rischio è trasformare i modelli in idoli tecnici: copiare una sezione stradale, una ZTL, un intervento di forestazione urbana come se fossero plug&play, senza verificare se il “modulus” – la misura – è compatibile con il contesto, con la struttura sociale, con la morfologia urbana.

Per una città resiliente, il modello deve tornare a essere ciò che etimologicamente è: una misura dinamica, non un format rigido.

    


Mimesis e autenticità: imitare senza perdere se stessi

Qui entra in gioco un’altra coppia decisiva: mímesis e autenticità.

Mímesis, in greco, è l’imitazione. In Platone è sospetta: l’imitazione rischia di essere copia della copia, lontana dall’idea. In Aristotele diventa invece forma di conoscenza: rappresentare la realtà è un modo per comprenderla.

Urbanisticamente, oggi viviamo di mimesis:

  • “copiamo” linee guida, schemi di riferimento, buone pratiche europee;
  • importiamo criteri, soglie, rating, toolbox;
  • replichiamo ciclabili, piazze, green roof, quartieri “iconici”.

La mimesis può essere feconda se è capacità di reinterpretare creativamente. Diventa pericolosa quando riduce la città a parco tematico di immagini: render perfetti, piazze instagrammabili, alberature “di tendenza”, senza vera risonanza con l’identità del luogo.

Qui interviene l’altra parola: autenticità.

Autentico viene dal greco authéntēs: “colui che agisce da sé, con autorità propria”. Autentico non è ciò che è “originario” in senso nostalgico, ma ciò che è coerente con la propria verità, con la propria struttura profonda.

Una città è autentica quando:

  • le sue trasformazioni climatiche (piani di adattamento, rinaturalizzazioni, ridisegno delle sezioni stradali) sono coerenti con la sua storia, la sua economia, la sua forma;
  • i progetti non cancellano la memoria, ma la trasformano in nuove funzioni e nuovi usi;
  • la comunicazione non vende un’immagine finta di sostenibilità, ma racconta processi reali, con luci e ombre.

Resilienza significa anche questo: imitare dove serve, ma senza perdere sé stessi. Non basta “fare come” un’altra città: bisogna diventare più sé stessi in versione climaticamente matura.

   

Box – Plotino e la mimesis: dall’imitazione alla partecipazione

Se per Platone la mimesis è sospetta – copia di una copia, ulteriore distanza dall’Idea – in Plotino lo scenario si ribalta. Nelle Enneadi, la natura e l’arte non sono semplici imitazioni della realtà sensibile, ma modi diversi di partecipare all’ordine superiore dell’Intelletto.
Per Plotino:
• la natura “imita” l’Intelligibile producendo forme;
• l’artista non copia il mondo visibile, ma cerca di esprimere le strutture profonde che lo fondano;
• la vera mimesis non è riprodurre l’apparenza, ma rendere presente un grado più alto di realtà.
Tradotto nel nostro linguaggio: un progetto non è “mimesis” perché replica un’immagine urbana già vista, ma quando riesce a far emergere nel concreto – strade, piazze, sezioni, materiali – un ordine più profondo di relazioni e significati. In questo senso, per Plotino, la buona mimesis è già una forma di ascesa verso il kósmos, non un allontanamento da esso.


La dimensione “demiurgica” dei tecnici: creare kósmos senza onnipotenza

C’è poi una parola che riguarda molto da vicino chi, come noi, progetta, calcola, decide: demiurgica.

Il termine viene da dēmiourgós: artigiano pubblico, lavoratore che opera per il dêmos, la comunità. In Platone il Demiurgo è il “grande artigiano” che plasma la materia caotica dandole forma secondo un modello intelligibile.

La tecnica moderna – e il nostro mestiere dentro di essa – ha spesso coltivato una pretesa demiurgica forte:

  • credere di poter dominare pienamente i flussi naturali;
  • pensare la città come macchina perfettamente ottimizzabile;
  • immaginare che ogni problema complesso abbia una soluzione tecnica lineare.

Il cambiamento climatico ci ha brutalmente ricordato che non è così. Non siamo demiurghi onnipotenti. Siamo, al massimo, co-artigiani di un ordine sempre parziale, sempre rinegoziato.

Accettare il limite della nostra dimensione demiurgica non significa rinunciare a progettare, ma cambiare postura:

  • passare dalla logica del controllo totale alla logica della cura;
  • progettare margini di flessibilità anziché cercare rigidità assolute;
  • riconoscere l’incertezza come dato di progetto, non come errore da eliminare.

In questo senso, la resilienza è un atto demiurgico umile: non crea un ordine definitivo, ma configura condizioni che permettono alla città di assorbire shock, trasformarsi, continuare a essere se stessa.

       

Box – Platone e il kósmos: dall’ordine del mondo all’ordine della città

Per Platone il kósmos non è solo “il mondo”, ma l’ordine stesso del reale. Nel Timeo il filosofo descrive il cosmo come opera di un Demiurgo, un grande artigiano che guarda a un modello intelligibile e plasma la materia caotica secondo numero, proporzione, misura.
Il kósmos è quindi:
• ordinato, perché nulla è lasciato al caso;
• razionale, perché la sua struttura può essere compresa e descritta;
• armonico, perché le parti stanno fra loro in rapporto misurabile.
In questa prospettiva, la città non è solo un insieme di edifici, ma una sorta di micro-cosmo: un luogo in cui l’ordine razionale – di spazi, funzioni, flussi – dovrebbe riflettere un’idea di giustizia, misura, equilibrio.
Per chi progetta oggi, l’insegnamento platonico è chiaro: parlare di resilienza senza parlare di kósmos significa dimenticare che ogni infrastruttura, norma o piano climatico ha senso solo se contribuisce a costruire un ordine leggibile e giusto per chi abita la città.


Regole come architettura della bellezza

Arriviamo così al cuore del discorso: che cosa significa, in pratica, “fare kósmos” nelle nostre città?

Significa ripensare il modo in cui intendiamo regole, standard, piani, normative.

  • Un piano climatico non è solo un allegato al piano urbanistico, ma la dichiarazione di che cosa intendiamo oggi per “città bella e vivibile” tra 10–20 anni.
  • Un regolamento edilizio non è solo un elenco di prescrizioni, ma un canone che disegna soglie di luce, aria, suolo permeabile, verde, comfort, salubrità.
  • Un set di standard ambientali e prestazionali non è solo un ostacolo burocratico per i cantieri, ma un linguaggio condiviso che consente a progettisti e imprese di contribuire a un obiettivo comune.
  • Gli strumenti di monitoraggio (sensori, indicatori, reporting) non sono gadget digitali, ma la grammatica che ci permette di capire se il kósmos che abbiamo immaginato sta davvero emergendo o se stiamo scivolando di nuovo nel chaos.

L’ordine di cui abbiamo bisogno non è rigido: non è una griglia che blocca ogni cambiamento. Deve essere un ordine dinamico, come quello del cosmo greco: un’armonia che può cambiare, ma resta leggibile.

In fondo, potremmo dire che:

La resilienza è la capacità di una città di cambiare senza smettere di essere riconoscibile.

   


Dal caos al cosmo climatico: la domanda che resta

Allora forse la domanda di partenza, per noi che lavoriamo su città, infrastrutture e costruito, è questa:

  • Come può una città, di fronte al cambiamento climatico, tornare a essere kósmos e non cháos?
  • Come può trasformare canoni, modelli, imitazioni virtuose e strumenti tecnici in un’architettura della bellezza, e non in una giungla di adempimenti?
  • Come possiamo esercitare la nostra dimensione demiurgica di tecnici in modo responsabile, accettando il limite, ma senza rinunciare a progettare ordine?

Perché alla fine, dietro piani, CAM, regolamenti, protocolli, c’è sempre la stessa, antica questione: che cosa significa oggi, nell’epoca del cambiamento climatico, costruire una città bella?

Se non rimettiamo al centro questa domanda – con tutto il suo spessore etimologico, filosofico e tecnico – rischiamo di produrre soltanto altri strati di norme. Se invece la prendiamo sul serio, canone, modello, mimesis, autenticità e dimensione demiurgica possono tornare ad essere ciò che erano in origine: strumenti per passare, ancora una volta, dal caos al cosmo.

   


Domande per architetti e ingegneri

Dal caos al kósmos nei vostri progetti

  • Nei progetti su cui lavorate oggi, dov’è il kósmos? Qual è l’ordine leggibile che state costruendo nello spazio urbano?
  • I vostri regolamenti li vivete solo come vincoli, o riuscite a leggerli e a usarli come un canone condiviso di qualità?
  • I modelli (energetici, idraulici, di mobilità) che utilizzate sono strumenti di comprensione critica o semplici “produttori di numeri” da allegare alla pratica?
  • Quando richiamate “buone pratiche” e casi studio esteri, si tratta di mimesis cieca o di una vera reinterpretazione nel contesto specifico in cui operate?
  • Il progetto che state seguendo oggi rende la città più autentica – più coerente con la propria storia e identità – o ne produce un’immagine generica, replicabile ovunque?
  • Come gestite, nel vostro lavoro quotidiano, la tentazione demiurgica di “controllare tutto” rispetto al dovere di costruire margini di flessibilità e adattamento?
  • In fase di concept, vi chiedete esplicitamente che tipo di bellezza (kalós funzionale, kállos percettivo, kósmos ordinante) state cercando?
  • Nei vostri progetti di adattamento climatico, dove si vede concretamente il passaggio dal chaos (eventi estremi subiti) al cosmo (strategie, priorità, gerarchie chiare)?
  • I sistemi di monitoraggio che proponete (dati, sensori, indicatori) sono pensati anche come strumento culturale, per rendere leggibile alla città il senso delle trasformazioni in corso?
  • Se doveste riassumere in una frase l’idea di città bella e resiliente che guida il vostro lavoro, quale sarebbe?

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