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Dal “fare BIM” a governare dati: la sfida delle nuove Linee Guida MIT. 10 domande a Domenico Asprone

Le nuove Linee Guida del MIT segnano il passaggio dal “fare BIM” alla gestione informativa digitale delle opere pubbliche. Al centro non ci sono più solo i modelli, ma la qualità e il governo dei dati lungo tutto il ciclo di vita dell’opera. L'intervista di Nicola Furcolo a Domenico Asprone, membro della commissione che ha contribuito alla redazione del documento

Subito dopo la pubblicazione delle nuove Linee Guida del MIT sulla gestione informativa digitale, il dibattito sul BIM nelle opere pubbliche entra in una fase nuova. Non si tratta più solo di strumenti o modelli digitali, ma di come le stazioni appaltanti governano dati, decisioni e responsabilità lungo tutto il ciclo di vita dell’opera.

Per capire cosa cambia davvero, abbiamo intervistato il prof. Domenico Asprone, docente all’Università Federico II di Napoli e membro della commissione che ha contribuito alla redazione del documento. Con lui entriamo nel merito tecnico delle Linee Guida: qualità del dato, verifica sostanziale dei modelli, interoperabilità, gestione dell’esistente e H-BIM.
Dieci domande, le ultime due un po’ più scomode. Il confronto parte dalle basi (cosa significa davvero passare dal “fare BIM” al governare informazioni pubbliche) e arriva fino ai nodi più operativi: responsabilità delle stazioni appaltanti, controlli informativi e utilità reale dei modelli nei processi di progetto e di cantiere.

Ma alla fine proviamo anche a spingere il ragionamento un passo oltre. Se tra qualche anno la gestione informativa digitale non avrà migliorato la qualità delle opere pubbliche e ridotto il rischio degli investimenti, di chi sarà la responsabilità? Della norma, della tecnologia o della cultura tecnica del settore? E soprattutto: quale indicatore concreto ci farà dire che queste Linee Guida hanno funzionato davvero? Non una dichiarazione di principio, ma un dato misurabile.

 

Da BIM a gestione informativa digitale

Nicola Furcolo:
Citiamo da anni il BIM; oggi parliamo di gestione informativa digitale. Qual è il vero salto culturale? Cosa cambia, in concreto, quando si passa dal “fare modelli” al governare dati pubblici lungo il ciclo di vita dell’opera?

Domenico Asprone:

Il vero salto culturale è passare da una logica di strumento a una logica di processo. Per molti anni il BIM è stato percepito soprattutto come produzione di modelli digitali. La gestione informativa digitale richiama invece un concetto più ampio: non conta solo il modello, ma l’organizzazione dei dati e delle informazioni che accompagnano l’opera lungo tutto il suo ciclo di vita.

Questo non significa che le stazioni appaltanti debbano trasformarsi improvvisamente in strutture altamente tecnologiche. Il punto centrale è diverso: imparare a definire quali informazioni servono davvero per governare meglio un’opera pubblica e come queste informazioni devono essere prodotte, condivise e verificate.

È comprensibile che la transizione possa preoccupare, soprattutto nelle amministrazioni più piccole. Proprio per questo il legislatore e le Linee Guida insistono molto sul principio di gradualità e proporzionalità. Non si tratta di digitalizzare tutto e subito, ma di costruire nel tempo una gestione più consapevole dei dati che accompagnano il progetto, l’esecuzione e la gestione dell’opera.

Se affrontata in questo modo, la gestione informativa digitale non diventa un aggravio, ma uno strumento per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, ridurre le incertezze nei cantieri e rendere più trasparente la gestione delle opere. L’innovazione è inevitabile, ma può e deve essere introdotta con equilibrio, accompagnando le amministrazioni in un percorso progressivo e sostenibile.

 

Obbligo normativo e autonomia tecnica

Nicola Furcolo:
Il legislatore impone l’uso del BIM, ma lascia alle stazioni appaltanti un margine nella definizione delle modalità operative. Dove si colloca il confine tra personalizzazione responsabile e arbitrio tecnico? E quando questa autonomia diventa un rischio per la qualità del progetto?

Domenico Asprone:

Il Codice stabilisce un principio chiaro: l’uso della gestione informativa digitale non è più una scelta opzionale per determinate tipologie di opere, ma un requisito del processo di realizzazione dei lavori pubblici. Allo stesso tempo, però, il legislatore non entra nel dettaglio delle modalità operative, lasciando alle stazioni appaltanti un margine di autonomia.
Questo margine non è arbitrio, ma responsabilità
. La stazione appaltante deve definire requisiti informativi coerenti con gli obiettivi dell’opera, con la sua complessità e con le proprie capacità organizzative. È proprio qui che si colloca la personalizzazione responsabile: calibrare il livello di digitalizzazione in modo proporzionato, evitando sia richieste eccessive sia semplificazioni che svuoterebbero di significato il processo informativo.

Il rischio nasce quando questa autonomia non è guidata da criteri chiari. Se si chiedono modelli e informazioni senza avere definito obiettivi e usi concreti dei dati, il risultato può essere un aumento di complessità senza un reale beneficio per il progetto. Al contrario, quando i requisiti sono costruiti in modo ragionato, come indicano anche le Linee Guida, la gestione informativa digitale diventa uno strumento che rafforza la qualità del progetto e la capacità della stazione appaltante di governarlo.

In questo senso, il confine tra autonomia e arbitrio è dato dalla coerenza tra ciò che viene richiesto, le finalità pubbliche dell’opera e la reale capacità dell’amministrazione di utilizzare le informazioni prodotte. Quando questi elementi sono allineati, l’autonomia diventa un fattore di qualità, non un rischio.

 

Qualità del dato e responsabilità

Nicola Furcolo:
In un’opera pubblica cosa significa davvero “dato di qualità”? E chi ne risponde quando il modello è formalmente corretto ma tecnicamente debole?

Domenico Asprone:

In un’opera pubblica, “dato di qualità” non significa semplicemente un modello formalmente conforme, senza errori geometrici o con attributi compilati. Un dato è di qualità quando è affidabile, verificabile e utile rispetto alle decisioni che deve supportare: serve a progettare meglio, a coordinare le discipline, a controllare l’esecuzione, a ridurre ambiguità e varianti, e a consegnare informazioni coerenti per la gestione nel tempo.

È importante anche smitizzare un punto: la gestione informativa digitale non coincide con il progetto. È un modo più efficiente di costruirlo, controllarlo e condividerlo. Se il progetto è tecnicamente debole, un modello può essere perfetto dal punto di vista formale e “pulito” dal punto di vista informatico, ma non risolve la qualità delle scelte progettuali. La tecnologia non sostituisce la competenza tecnica.

Quanto alle responsabilità, il fatto che un modello sia formalmente corretto non esaurisce il tema. La qualità tecnica resta in capo ai soggetti che progettano e verificano, secondo ruoli e obblighi contrattuali. Il punto per la stazione appaltante è organizzarsi per non confondere la conformità digitale con la qualità del progetto: definire requisiti informativi che siano funzionali, prevedere controlli e verifiche coerenti, e dotarsi delle competenze necessarie per leggere criticamente ciò che viene consegnato. In sintesi, il “dato di qualità” è quello che rende più solido il progetto e più governabile l’opera, non quello che è solo formalmente impeccabile.

 

Domenico Asprone - Membro della commissione che ha contribuito alla redazione delle nuove Linee Guida MIT. (Crediti: INGENIO)

 

Modello utile o modello estetico

Nicola Furcolo:
In un suo intervento sul BIM per l’edilizia storica lei ha detto che il modello non deve essere “bello”, ma utile. Quali condizioni devono essere soddisfatte perché un modello diventi uno strumento reale di verifica progettuale e di supporto al cantiere e non solo una rappresentazione avanzata?

Domenico Asprone:

Il punto è proprio questo: il modello non deve essere “bello”, deve essere utile. Nel settore delle costruzioni c’è sempre stato il rischio di confondere la qualità della rappresentazione con la qualità del progetto. La gestione informativa digitale non nasce per produrre modelli spettacolari, ma per rendere il progetto più controllabile, più coordinato e più verificabile.

Perché un modello diventi uno strumento reale e non solo una rappresentazione avanzata, servono alcune condizioni molto concrete. La prima è avere obiettivi informativi chiari e proporzionati: il modello deve contenere le informazioni che servono davvero per verificare scelte progettuali, coordinare le discipline e supportare decisioni e controlli. Se si modellano contenuti senza una finalità operativa, si aggiunge complessità senza valore.

La seconda condizione è che ci sia chiarezza su cosa è nel modello e cosa resta negli elaborati, senza forzare gerarchie artificiali. Anche con la prevalenza contrattuale, modello ed elaborati continuano a svolgere funzioni diverse e complementari. È proprio la definizione preventiva dei contenuti, e delle modalità con cui il progetto viene comunicato e verificato, a evitare ambiguità: ciò che è modellato deve essere affidabile; ciò che non è modellato deve essere esplicitato e gestito correttamente negli elaborati e nella documentazione.

La terza condizione riguarda l’integrazione nei processi reali di cantiere e di controllo, senza immaginare che tutto passi esclusivamente dal modello. Un sistema informativo è utile quando aiuta la direzione lavori e l’impresa a ridurre incertezze, chiarire soluzioni, gestire varianti e supportare attività operative come la contabilità e il controllo dell’avanzamento, mantenendo però gli elaborati e la documentazione tradizionale come strumenti pienamente centrali quando sono il mezzo più efficace.

In sintesi, il modello è utile quando rafforza la qualità del progetto e la governabilità dell’opera, non quando si limita a rappresentarla meglio. La qualità progettuale resta il punto centrale; la gestione informativa digitale è lo strumento che può renderla più solida e più trasparente lungo tutto il processo.

 

Verifica sostanziale

Nicola Furcolo:
Quali controlli tecnici dovrebbero essere considerati imprescindibili per garantire coerenza tra modello, elaborati, computi e realtà costruttiva? E quali errori ricorrenti vede oggi nei processi di validazione informativa?

Domenico Asprone:

I controlli tecnici devono partire da un presupposto molto semplice: verificare che le informazioni prodotte siano coerenti con l’uso che se ne deve fare. La validazione informativa non può essere un esercizio formale, ma deve servire a garantire che modello, elaborati, computi e documentazione tecnica descrivano in modo coerente la stessa opera.
Tra i controlli imprescindibili ci sono innanzitutto quelli di coerenza tra discipline, per evitare interferenze o incongruenze.

È poi fondamentale verificare l’allineamento tra modello, elaborati e computo metrico, perché le quantità, le soluzioni costruttive e le specifiche tecniche devono raccontare la stessa realtà progettuale. Un altro controllo importante riguarda la tracciabilità delle informazioni, cioè la possibilità di capire da dove proviene un dato e come è stato generato.

Gli errori più ricorrenti nascono però a monte, quando non è chiaro quale sia l’uso che si vuole fare del modello. In questi casi la validazione informativa tende a inseguire prescrizioni formali o check-list molto lunghe, che rischiano di diventare fini a sé stesse e spesso nemmeno realmente verificabili. Si controlla se un campo è compilato o se un oggetto è classificato correttamente, ma non si verifica se l’informazione prodotta è davvero utile per l’uso che è stato definito, perché spesso questo non è chiaro.

Quando invece gli obiettivi informativi sono chiari, anche la validazione diventa più semplice ed efficace: si controllano gli elementi che servono davvero per coordinare il progetto, per costruire correttamente l’opera e per gestirla nel tempo. In questo senso la qualità della validazione dipende soprattutto dalla qualità delle domande che la stazione appaltante pone all’inizio del processo.

 

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