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Degrado delle superfici architettoniche: come riconoscere e classificare le diverse forme

Riconoscere e classificare il degrado delle superfici architettoniche è il primo passo per impostare correttamente un progetto di restauro. Esiste un lessico tecnico condiviso e normalizzato che consente di distinguere le diverse forme di alterazione e degrado e di mapparle in modo univoco. Scopriamolo nel dettaglio.

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L'articolo approfondisce l'importanza cruciale del riconoscimento e della classificazione del degrado nelle superfici decorate dell’architettura, ripercorrendo l'evoluzione storico-normativa dal Simposio di Bologna del 1975 fino all'istituzione delle Raccomandazioni NOR.MA.L. e alla vigente norma UNI 11182. Dopo aver chiarito i confini definitori tra materiali naturali e artificiali e tra alterazione e degrado, il testo offre una trattazione dettagliata del glossario operativo.


Riconoscere e classificare il degrado delle superfici nel progetto di restauro

Il degrado dei materiali lapidei (Foto 1) e delle superfici dell’architettura, dovuto all’azione degli agenti atmosferici, a eventi traumatici e/o all’azione dell’uomo, nel lungo periodo costituisce la principale causa del progressivo deterioramento degli edifici storici.

Saperlo riconoscere, comprenderne le cause e l’evoluzione, classificarlo e mapparlo correttamente sono perciò aspetti fondamentali e irrinunciabili di qualunque progetto di restauro.

Muro in conci di pietra squadrata con diverse forme di degrado
Foto 1 – Muro in conci di pietra squadrata interessato da diverse forme di degrado. (Elena Matteuzzi)

Alla ricerca di un linguaggio condiviso

Poiché il restauro è per sua natura un progetto e un intervento multidisciplinare, per analizzare e rilevare correttamente il degrado di un edificio è necessario disporre di un lessico condiviso tra gli operatori e le maestranze coinvolte.

Fino alla metà degli anni ’70, questa esigenza non era ancora emersa pienamente: in mancanza di un lessico condiviso e standardizzato, i fenomeni di degrado dei materiali lapidei venivano descritti con termini empirici, spesso desunti dalla tradizione artigiana o presi a prestito da altre discipline, principalmente la geologia. Una tale ambiguità ostacolava però fortemente la condivisione delle conoscenze e in particolare il confronto dei dati diagnostici tra restauri diversi.

In occasione del Simposio Internazionale “The Conservation of Stone”, tenutosi a Bologna nel 1975, si cercò di porvi rimedio: ricercatori, restauratori, chimici e storici dell’arte proposero infatti per la prima volta la creazione di un lessico scientifico oggettivo e standardizzato.

Alterazione cromatica dell’azzurrite nel mantello della Madonna nella Cattedrale di Anagni
Foto 2 – Cattedrale di Anagni: alterazione cromatica dell’azzurrite utilizzata per il mantello della Madonna. (Elena Matteuzzi)

Le Raccomandazioni NOR.MA.L.

Nel 1978 la proposta fu recepita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e dall’Istituto Centrale del Restauro (ICR), con l’istituzione del gruppo di coordinamento NOR.MA.L. (Normativa per i Manufatti Lapidei), che portò all’emanazione di Raccomandazioni specifiche sul lessico da utilizzare per descrivere e catalogare il degrado, e su alcune procedure diagnostiche consigliate:

  • NOR.MA.L. 1/88 (Terminologia e Lessico): si tratta di una Raccomandazione fondamentale, contenente il primo glossario con le definizioni di numerose forme di degrado, corredate da una fotografia esemplificativa e un retino grafico da utilizzare per la redazione di tavole tematiche per la mappatura del degrado.
  • NOR.MA.L. C (Metodologie Chimiche) sulle analisi chimiche per individuare la composizione dei materiali o delle alterazioni come croste e concrezioni; e/o diagnosticare la presenza di agenti inquinanti o sali solubili.
  • NOR.MA.L. P (Metodologie Petrografiche) sulle indagini diagnostiche per la caratterizzazione dei materiali lapidei, in particolare le malte di allettamento o utilizzate per la confezione di intonaci e stucchi.
  • NOR.MA.L. B (Metodologie Biologiche), dedicata in particolare all’analisi delle infestazioni di muffe, muschi, alghe o licheni.
  • NOR.MA.L. F (Metodologie Fisiche) sulle misurazioni fisiche e microclimatiche (umidità, temperatura, porosità dei materiali), fondamentali per studiare alcune forme di degrado e individuare le condizioni ambientali più favorevoli per la conservazione dei manufatti.
Degrado per alveolizzazione con formazione di cavità sulla superficie di un muro in tufo
Foto 3 – Alveolizzazione di un muro in tufo, con formazione di cavità sulla superficie del materiale. (Elena Matteuzzi)

Dalle Raccomandazioni NOR.MA.L. alla UNI 11182: l’evoluzione del quadro normativo tecnico

Per la descrizione e definizione del degrado, la Raccomandazione 1/88 ha ovviamente un’importanza fondamentale: il lessico che vi è contenuto, debitamente ampliato e aggiornato, costituisce infatti la base per la Norma UNI 11182/2006 ("Beni culturali - Materiali lapidei naturali ed artificiali - Descrizione delle forme di degrado - Termini e definizioni") tuttora vigente.

Negli anni successivi la norma non è mai stata modificata o rivista, ma è stata inserita in un insieme più ampio di documenti anche grazie al recepimento di norme europee (EN).

Al riguardo, le innovazioni principali sono due:

  • l’introduzione della norma UNI EN 16085, che definisce criteri standardizzati per il prelievo dei campioni di materiali, costituendo un completamento fondamentale del rilievo a vista del degrado;
  • e la recentissima UNI 12018:2026 ("Conservazione del patrimonio culturale – Atlante fotografico delle alterazioni") per illustrare visivamente i fenomeni di degrado classificati.

Altri due ambiti particolarmente importanti per l’applicazione della UNI 11182 sono la digitalizzazione del cantiere di restauro (HBIM), perché il relativo glossario è stato recepito dai principali software BIM, e la stesura di mappe e banche dati georeferenziate in ambito GIS per la pianificazione urbanistica e il censimento degli edifici vincolati come beni culturali.

Foto 4 – Colature verticali dovute alla percolazione dell’acqua piovana, con dilavamento localizzato della pellicola pittorica di un intonaco dipinto a calce.
Foto 4 – Colature verticali dovute alla percolazione dell’acqua piovana, con dilavamento localizzato della pellicola pittorica di un intonaco dipinto a calce. (Elena Matteuzzi)

Il linguaggio della UNI 11182: alcuni chiarimenti preliminari

Prima di esaminare dettagliatamente il glossario delle forme di degrado, occorre chiarire il significato di alcuni termini fondamentali per evitare ambiguità.

Materiali lapidei naturali e artificiali
Esaminando il titolo, la norma UNI si applica ai materiali lapidei naturali e artificiali: occorre perciò specificarne l’esatta differenza. Sono materiali lapidei naturali tutte le pietre (marmo, porfido, arenaria, granito, gneiss ecc.) usate per la costruzione di murature e l’esecuzione di colonne, capitelli, statue e membrature architettoniche tridimensionali. Vi rientrano inoltre tutti marmi rari e le pietre ornamentali, come le brecce colorate, la lumachella, l’onice e l’alabastro.
I materiali lapidei artificiali, più variegati, comprendono i laterizi ordinari (tegole, coppi e mattoni comuni), tutti i cotti ornamentali per l’esecuzione di cornici, archi e marcapiani, le malte di allettamento delle murature, gli intonaci, gli stucchi, i rivestimenti di scagliola e la pietra artificiale. Il nome deriva dalle caratteristiche fisico-chimiche e dal loro comportamento, sostanzialmente assimilabili a quelli della roccia naturale.
Tuttavia, in base a una prassi ormai consolidata, anche alcuni materiali affini come il vetro e la maiolica invetriata, pur non essendo classificati come materiali lapidei rientrano nel campo di applicazione della Norma.

Muratura interessata da colonizzazioni biologiche e patine biologiche diffuse
Foto 5 – Muratura con presenza diffusa di colonizzazioni biologiche e patine biologiche. (Elena Matteuzzi)

Degrado e alterazioni
Un’altra distinzione fondamentale avviene tra le alterazioni e i degradi. Un’alterazione descrive infatti un cambiamento subito da un materiale che, pur mutandone alcune caratteristiche costitutive, non comporta necessariamente un rischio per la sua conservazione. Un tipico esempio riguarda alcuni pigmenti o pietre calcaree che cambiano vistosamente colore o tendono a ingiallire se esposte all’aria, all’umidità o a sostanze specifiche.
Il degrado vero e proprio è invece un processo graduale e irreversibile che porta un elemento architettonico, strutturale o decorativo a perdere le proprie caratteristiche di forma, colore, resistenza, affidabilità e durata, fino a diventare inidoneo alla funzione a cui era originariamente destinato.

Lacerto di intonaco interessato dalla presenza di croste nere
Foto 6 – Lacerto di intonaco interessato dalla formazione di croste nere. (Elena Matteuzzi)
Lesene in arenaria gialla interessate da diffuse croste nere
Foto 7 – Lesene in arenaria gialla interessate da estese formazioni di croste nere. (Elena Matteuzzi)

Le forme di degrado delle superfici architettoniche: definizioni operative

La UNI 11182 definisce e classifica le forme macroscopiche di alterazione e degrado, riconoscibili a occhio nudo o attraverso semplici verifiche empiriche, come la battitura manuale degli intonaci. Il loro riconoscimento costituisce la base per la mappatura del degrado, eseguita direttamente in situ oppure attraverso ortofotopiani e fotografie di dettaglio, tema che sarà approfondito in un prossimo articolo.

Di seguito, si elencano i termini della norma in ordine alfabetico:

Alterazione cromatica – Come sopra accennato, si tratta di un mutamento di colore dovuto a cause esterne contingenti, come l’esposizione all’aria, all’umidità o al calore. Riguarda soprattutto alcune pietre calcaree, che tendono a scurirsi e ingiallirsi con l’esposizione alle intemperie, o certi pigmenti comunemente utilizzati nella pittura murale (in particola l’azzurrite (Foto 2), lo smaltino, la biacca o l’ocra gialla). In questo caso, pur non mettendo a rischio la conservazione materiale dell’opera, gli effetti sulla sua leggibilità e percezione corretta erano spesso devastanti: il caso più noto è la Crocifissione di Cimabue nella Basilica Superiore di Assisi, in cui l’ossidazione della biacca utilizzata per schiarire i colori ha attribuito alla superficie dipinta un aspetto simile a un negativo fotografico.

Alveolizzazione – Comporta la formazione di cavità con dimensioni variabili da pochi mm a un centimetro o più, spesso interconnesse tra loro (Foto 3). Riguarda soprattutto le pietre tenere e porose come il tufo e l’arenaria, o i laterizi con una cottura non uniforme. Riduce drasticamente la resistenza meccanica del materiale, ma ne aumenta la vulnerabilità intrinseca ad altre forme di degrado come la disgregazione o la fratturazione. Le cause più comuni sono l’esposizione prolungata all’azione del vento e della pioggia battente e, per i ruderi e le murature sommerse, l’azione di alcuni molluschi e organismi marini.

Colatura – Consiste in una serie di tracce verticali parallele prodotte dalla percolazione dell’acqua piovana e può riguardare tutti i materiali. È relativamente poco pericolosa per la pietra e il laterizio, ma sui dipinti murali ad affresco o con la pittura a calce può causare gravi erosioni localizzate o dilavamenti della pellicola pittorica (Foto 4). Può inoltre associarsi ad altri degradi, ad esempio macchie di ruggine.
Colonizzazione biologica – Comporta l’insediamento con infestazione progressiva di una superficie di qualunque materiale da parte di muffe, alghe, muschi o licheni (Foto 5). È un termine simile, ma più generico, rispetto a patina biologica.

Crosta – È un’alterazione dello strato superficiale della pietra con spessore variabile, una consistenza molto compatta e una colorazione generalmente scura. Può staccarsi spontaneamente dal materiale sottostante, che spesso si presenta disgregato e pulverulento. Una forma particolare è la crosta nera (Foto 6), tipica delle pietre calcaree e delle arenarie esposte all’inquinamento atmosferico (Foto 7): è dovuta all’accumulo di particelle inquinanti all’interno di una matrice gessosa formata dai processi di alterazione del materiale.

Deformazione – Comporta la perdita della forma originaria dell’elemento: un caso molto comune riguarda le lastre di pietra fissate con grappe di ferro, che nel corso del tempo tendono ad imbarcarsi (Foto 8).

Deformazione con imbarcamento di un’antica lapide in marmo
Foto 8 – Deformazione di un’antica lapide in marmo, con evidente perdita della forma originaria. (Elena Matteuzzi)

Degradazione differenziale – Comporta la perdita dagli strati più superficiali del materiale, evidenziandone le irregolarità costitutive. Riguarda le pietre a struttura disomogenea (in particolare le brecce, le puddinghe o il calcare ammonitico – Foto 9), le pavimentazioni in marmette e la pietra artificiale ottenuta con l’uso di graniglie con clasti di pochi mm. Una forma particolare di questo degrado è il flos tectorii (Foto 10), che si manifesta negli intonaci non eseguiti a regola d’arte. Le cause più comuni del degrado differenziale sono l’azione fisica e chimica dell’acqua nel caso della pietra e l’erosione del vento e della salsedine per gli intonaci e stucchi.

Degrado differenziale per erosione di una lastra in calcare ammonitico
Foto 9 – Degrado differenziale per erosione di una lastra in calcare ammonitico. (Elena Matteuzzi)
Degrado differenziale di un intonaco riconducibile al flos tectorii
Foto 10 – Degrado differenziale dell’intonaco di tipo flos tectorii. (Elena Matteuzzi)

Deposito superficiale – È uno strato di materiale estraneo, spesso di natura pulverulenta come guano, polvere o terriccio (Foto 11). Presenta vari gradi di tenacità e, se non asportato con opportuni sistemi, favorisce la formazione di croste e croste nere.

Deposito superficiale incoerente presente sulla superficie
Foto 11 – Esempio di deposito superficiale incoerente. (Elena Matteuzzi)

Disgregazione – Si manifesta con la progressiva decoesione del materiale, con caduta graduale di particelle pulverulente o piccole scaglie. Riguarda soprattutto l’intonaco (Foto 12), il laterizio (Foto 13) e le pietre porose a matrice sabbiosa come l’arenaria (Foto 14).

Grave disgregazione di uno strato di intonaco con perdita di coesione del materiale
Foto 12 – Grave disgregazione di uno strato di intonaco, con progressiva perdita di coesione del materiale. (Elena Matteuzzi)
Disgregazione avanzata dei laterizi con perdita quasi completa di alcuni mattoni
Foto 13 – Disgregazione avanzata dei laterizi comuni, con perdita quasi completa di alcuni mattoni. (Elena Matteuzzi)
Grave disgregazione del pilastro di un basamento in arenaria gialla
Foto 14 – Grave disgregazione del pilastro di un basamento in arenaria gialla. (Elena Matteuzzi)

Distacco – Si verifica con la perdita di adesione reciproca tra due strati del materiale, o tra questo e il supporto murario: i casi più comuni riguardano le pietre con strati sottili e sovrapposti come l’ardesia o la pietra paesina, i vari strati degli intonaci (Foto 15) o stucchi, i mosaici, le tarsie in opus sectile, i pavimenti, le pellicole pittoriche superficiali e le lamine metalliche applicate ai dipinti. Nel caso degli intonaci, uno dei suoi sintomi più caratteristici è la presenza di rigonfiamenti e – se trascurato – comporta rapidamente la formazione di lacune e fessurazioni/fratturazioni.

Intonaco interessato da fenomeni di distacco e rigonfiamento
Foto 15 – Intonaco interessato da distacchi e rigonfiamenti dovuti alla perdita di adesione tra gli strati. (Elena Matteuzzi)

Efflorescenza – Consiste in depositi di sali solubili come il nitrato di potassio o salnitro, che si accumulano sulla superficie della muratura (Foto 16) oppure all’interno del materiale, soprattutto in corrispondenza di fori, lesioni e porosità naturali: in quest’ultimo caso prendo il nome di sub-efflorescenza. Si formano in corrispondenza dei fronti di risalita capillare e/o delle malte cementizie e favoriscono degradi come la disgregazione, polverizzazione, scagliatura, esfoliazione, distacco e fessurazione/fratturazione delle pietre porose, dei laterizi e della malta.

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Efflorescenza salina sulla superficie della muratura evidenziata dalla freccia rossa
Foto 16 – Particolare di un’efflorescenza salina sulla superficie muraria, evidenziata dalla freccia rossa. (Elena Matteuzzi)

FAQ sulle forme di degrado delle superfici architettoniche

Esiste una nomenclatura codificata per descrivere le forme di degrado delle superfici architettoniche?

Sì. La descrizione delle forme di alterazione e degrado si basa su un lessico tecnico condiviso, sviluppato a partire dalle Raccomandazioni NOR.MA.L. e successivamente confluito nella UNI 11182:2006 per i materiali lapidei naturali e artificiali. Una terminologia univoca consente di riconoscere, descrivere e mappare i fenomeni osservati, facilitando il confronto tra rilievo, diagnosi e progetto di restauro.

Qual è la differenza tra alterazione e degrado?

L’alterazione indica un cambiamento delle caratteristiche di un materiale che non comporta necessariamente un rischio per la sua conservazione, come alcune variazioni cromatiche. Il degrado comporta invece una progressiva perdita delle caratteristiche originarie del materiale, con effetti sulla forma, sul colore, sulla resistenza e sulla durabilità.

Cosa si intende per materiali lapidei naturali e artificiali nella UNI 11182?

I materiali lapidei naturali comprendono pietre come marmo, porfido, arenaria, granito e gneiss. Tra quelli artificiali rientrano invece laterizi, malte, intonaci, stucchi, scagliola e pietra artificiale, materiali il cui comportamento fisico-chimico può essere assimilato a quello della roccia.

Quali sono le caratteristiche del distacco e del rigonfiamento?

Il distacco si verifica con la perdita di adesione reciproca tra due strati di materiale o tra il materiale e il supporto murario (riguardando ardesia, intonaci, stucchi, mosaici, opus sectile, pavimenti e pellicole pittoriche). Uno dei sintomi più caratteristici negli intonaci è il rigonfiamento (sollevamento localizzato individuabile con luce radente o battitura), che se trascurato porta rapidamente a lacune e fessurazioni.

Come si manifesta la disgregazione?

Si manifesta con la progressiva decoesione del materiale, accompagnata dalla continua caduta di particelle pulverulente o piccole scaglie. Riguarda principalmente le pietre porose a matrice sabbiosa come l'arenaria, l'intonaco e il laterizio.

Cos'è l'esfoliazione?

Consiste nella formazione di piccole lamelle sub-parallele (sfoglie) che tendono a sollevarsi e distaccarsi gradualmente dalla superficie. Riguarda la maiolica invetriata, i laterizi, le scialbature a calce spesse, le tinteggiature sintetiche non traspiranti e pietre stratificate come arenaria, pietra paesina e ardesia.

Che cos'è il deposito superficiale?

È uno strato di materiale estraneo, spesso di natura pulverulenta come guano, polvere o terriccio, che presenta vari gradi di tenacità e favorisce la formazione di croste e croste nere se non viene rimosso con opportuni sistemi.

Che cos'è la patina e come si distingue dalla patina biologica?

La patina è un'alterazione superficiale riconoscibile da una variazione di colore e aspetto, dovuta a invecchiamento naturale, agenti atmosferici o processi chimici e biologici (da non confondere con l'alterazione cromatica). La patina biologica è invece formata interamente da infestazioni di muffe, funghi, batteri, muschi o licheni, generalmente colorate di verde, arancione o nerastro e talvolta fluorescenti ai raggi UV.

Da cosa è causata la macchia?

È una variazione cromatica piuttosto localizzata dovuta all'azione di sostanze estranee come ruggine, colla o vernice, assumendo spesso l'aspetto di una colatura verticale in presenza di elementi ossidati di ferro o rame.

Come si formano efflorescenze e sub-efflorescenze?

Sono depositi di sali solubili che si accumulano sulla superficie della muratura oppure al suo interno, nel caso delle sub-efflorescenze. Sono frequentemente associate alla presenza e alla migrazione dell’acqua e possono favorire disgregazione, polverizzazione, scagliatura, esfoliazione, distacco e fessurazione.

Qual è la differenza tra lacuna e mancanza?

La lacuna riguarda la perdita di porzioni di materiale in rivestimenti o decorazioni bidimensionali (affreschi, mosaici, intonaci, stucchi, tarsie). Per gli elementi tridimensionali (mattoni, giunti di malta, conci, statue, cornici, capitelli) si utilizza invece il termine mancanza. >>> Approfondisci su lacune e mancanze QUI

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