Edifici alti e contesto urbano: progettare la verticalità tra paesaggio, densità e qualità dello spazio pubblico
In occasione della 14ª edizione del Convegno Tall Buildings, il Prof. Emilio Faroldi riflette sull’architettura come infrastruttura culturale capace di generare senso tra spazio e tempo, e propone una nuova visione della verticalità: non solo icona urbana, ma dispositivo inclusivo, relazionale e integrato nel contesto.
Architettura e verticalità: la visione culturale e inclusiva del Prof. Faroldi
L'intervista realizzata dalla redazione di Ingenio al Professor Emilio Faroldi del Politecnico di Milano in occasione della 14ª edizione del Convegno Tall Buildings tenutosi il 26 giugno presso il Salone D'Onore della Triennale di Milano.
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Architettura come infrastruttura culturale
Professore, lei ha spesso definito l’architettura come un’infrastruttura culturale, capace di costruire identità e significato. In un tempo in cui lo spazio urbano è sempre più accelerato e frammentato, come si può mantenere questa dimensione progettuale profonda?
Emilio Faroldi:
«Oggi l’architettura deve confrontarsi non solo con lo spazio, ma con una variabile spesso trascurata: il tempo. Viviamo in una condizione in cui le modalità di fruizione dello spazio sono profondamente mutate, e con esse i ritmi di vita. Accanto al tempo dedicato al lavoro e alla sfera privata, si sta affermando una nuova dimensione temporale – potremmo chiamarlo il “terzo tempo” – in cui le persone reclamano libertà e qualità nella fruizione degli spazi urbani. Le nuove generazioni hanno ben chiara questa esigenza. Dunque, il progetto architettonico deve accettare la sfida di incorporare questa nuova percezione del tempo, diventando contenitore di esperienze relazionali, culturali, sociali.
È qui che l’architettura recupera il suo ruolo profondo: quello di infrastruttura culturale in grado di generare senso.»
Edifici alti e progetto urbano: un equilibrio possibile?
Il tema della verticalità è tornato al centro del dibattito progettuale. Ma può un edificio alto essere anche un dispositivo urbano inclusivo, capace di generare spazi pubblici e non solo skyline? Dove si gioca oggi la qualità architettonica nella progettazione dell’altezza?
Emilio Faroldi:
«La risposta non può essere univoca: il luogo suggerisce l’architettura. Ci sono contesti in cui la verticalità non ha né storia né prospettiva, e altri in cui può invece generare urbanità, relazione, densità virtuosa. Ma è fondamentale ricordare che l’edificio alto, per non ridursi a semplice gesto formale, deve saper dialogare con lo spazio pubblico. Un esempio emblematico è il Seagram Building di Mies van der Rohe, che a New York creò un precedente importante: un grattacielo che si apre alla città con una piazza, un gesto che genera relazione. Troppo spesso oggi i tall buildings si limitano a elevarsi, dimenticando la dimensione collettiva.
La vera sfida, dunque, è progettare verticalità che includano, che generino nuove centralità urbane, spazi di incontro, non solo icone da skyline.»
Contesto e altezza: una relazione complessa
Progettare in altezza in Italia significa inevitabilmente confrontarsi con un contesto fisico e culturale delicato. Quali criteri dovrebbero guidare l’inserimento degli edifici alti nel nostro paesaggio urbano e territoriale?
Emilio Faroldi:
«L’Italia – e più in generale l’Europa – possiede una stratificazione storica e paesaggistica che impone cautela. Eppure, nel Medioevo eravamo un paese di torri: da Bologna a San Gimignano, la verticalità faceva parte della morfologia urbana. Oggi invece il numero di veri tall buildings è ridotto. Ma attenzione: l’altezza non è di per sé un problema, dipende sempre dal contesto. Progettare in pianura padana è molto diverso rispetto a un’area montana. La qualità del progetto si misura sulla sua capacità di interpretare questi contesti, evitando sia l’autoreferenzialità che la banalizzazione.
Alcuni luoghi possono accogliere un “downtown” verticale, altri impongono invece un inserimento più misurato, magari con edifici unici, con funzioni simboliche. Il tema è complesso, ed è giusto che venga esplorato ancora, anche grazie a iniziative come Tall Buildings.»
Università, città, verticalità: un triangolo possibile?
Il Politecnico di Milano ha trasformato il suo campus in un laboratorio urbano. I modelli di densificazione verticale possono trovare spazio anche in ambiti universitari? Che ruolo può avere l’edificio alto nella ridefinizione dei luoghi del sapere?
Emilio Faroldi:
«Negli ultimi dieci anni, il Politecnico ha avviato una trasformazione profonda dei suoi campus. Città Studi, con la sua storia centenaria, e Bovisa, con la sua vocazione più sperimentale, rappresentano due casi emblematici. Proprio a Bovisa, nell’area della “Goccia”, stiamo lavorando su un progetto ambizioso, che include il recupero dei due gasometri: architetture industriali dismesse che diventeranno contenitori per startup, innovazione, sport.
Non si tratta di edifici alti in senso tradizionale, ma di strutture verticali con una forte iconicità. In questo contesto, la natura stessa suggerisce la verticalità: il bosco della Goccia ha una sua dimensione spaziale e simbolica da rispettare. In futuro, nulla vieta che anche i campus universitari possano accogliere edifici alti, ma sarà necessario capire quali funzioni siano compatibili. L’università vive di didattica e ricerca, quindi si tratta di trovare le forme giuste. La verticalità, se ben interpretata, può contribuire alla ridefinizione dei luoghi della conoscenza.»
Formare architetti per la complessità
Oggi l’architetto è chiamato a confrontarsi con scenari sempre più complessi: sostenibilità, nuove tecnologie, rigenerazione urbana, responsabilità sociale. Qual è, secondo lei, la sfida principale nella formazione dei futuri progettisti?
Emilio Faroldi:
«L’architettura è una disciplina, ma anche un mestiere e uno stile di vita. Non sempre facile da praticare, ma straordinario nella sua complessità. Le nuove generazioni non devono abbattersi, anzi: è il momento di ripensare la figura dell’architetto, recuperandone il valore sociale.
Oggi dobbiamo tornare a un’“architettura dell’utilità”, che non rinunci alla bellezza, ma che sia anche funzionale, necessaria, accessibile. L’architettura è sempre bene pubblico, anche quando è privata, perché incide sul paesaggio collettivo. Deve saper leggere la contemporaneità, farsi carico delle fragilità del nostro tempo, offrire risposte. In questo senso, formare architetti vuol dire formare cittadini consapevoli, capaci di dare forma a una nuova qualità dell’abitare.
L’architettura, nella sua storia, è sempre stata protagonista di grandi ricostruzioni fisiche e morali. Anche oggi, in un’epoca segnata da spaesamento e incertezza, può tornare ad essere un potente generatore di senso e di speranza.»
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