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Efficienza energetica: l'Italia rischia di perdere 40-50 miliardi l'anno per il ritardo nel recepimento della direttiva

L'efficienza energetica fa già risparmiare all'Italia almeno 40-50 miliardi di euro l'anno rispetto al 2000. Ma per FIRE questo risultato è oggi a rischio a causa del ritardo nel recepimento della direttiva europea, in particolare sull'obbligo ISO 50001. Ne parliamo con il direttore Dario Di Santo in un'intervista esclusiva per INGENIO

L'efficienza energetica fa già risparmiare all'Italia almeno 40-50 miliardi di euro l'anno rispetto al 2000, solo considerando la riduzione dei consumi finali in bolletta. È uno dei dati che il direttore di FIRE, Dario Di Santo, richiama nell'intervista rilasciata a INGENIO, sottolineando come questo risultato sia oggi messo a rischio non tanto dai contenuti della Direttiva Efficienza Energetica (EED), quanto dal ritardo con cui l'Italia la sta recependo — un ritardo che, spiega Di Santo, "finisce per danneggiare le imprese e il Paese", in particolare sul fronte dell'obbligo di adozione di sistemi di gestione dell'energia certificati ISO 50001 per le imprese sopra i 2.030 tep di consumi annui.

Il tema si inserisce nel percorso di revisione del quadro europeo sull'efficienza energetica per il periodo successivo al 2030: la Commissione Europea ha chiuso il 12 giugno 2026 la consultazione pubblica dedicata, il cui esito confluirà nella proposta legislativa attesa per l'ultimo trimestre del 2026.

In questo contesto, il 16 giugno 2026 FIRE ha presentato le proprie proposte per la futura EED, chiedendo meno adempimenti burocratici e più strumenti concreti per trasformare gli interventi convenienti in investimenti realizzati — come anticipato nel comunicato pubblicato su INGENIO.

Per approfondire i contenuti della proposta e capire cosa cambia davvero per imprese, pubbliche amministrazioni e condomìni, abbiamo intervistato Dario Di Santo, che ha risposto punto per punto sui temi al centro della consultazione: dal nodo del recepimento, alla semplificazione degli adempimenti, fino al ruolo delle diagnosi energetiche, degli strumenti finanziari e del recupero di calore di scarto.

Dario di Santo, Direttore FIRE
Dario di Santo, Direttore FIRE

Il vero problema non è la direttiva EED, ma il ritardo del recepimento italiano

FIRE propone per la futura Direttiva sull’Efficienza Energetica un cambio di approccio: meno complessità regolatoria e più strumenti per realizzare gli interventi. Qual è oggi, secondo voi, il principale limite dell’attuale quadro europeo sull’efficienza energetica?

La direttiva sull’efficienza energetica è un provvedimento che promuove vari strumenti in grado di supportare la realizzazione di investimenti nell’efficienza energetica, come le diagnosi energetiche e i sistemi di gestione, la misura e il monitoraggio, i servizi energetici e i contratti di prestazione energetica (EPC), le certificazioni di settore, etc. Le semplificazioni che primarie che suggeriamo riguardano il pacchetto clima energia in generale, includendo anche l’EED: meno piani e rapporti dettagliati, sostituiti da un monitoraggio su un mix di indicatori di prestazione chiari, e stimolo agli interventi in tutti i settori, senza eccessive frammentazioni in sotto-obiettivi settoriali che rischiano di rendere l’azione di supporto meno efficace.

Ci preme però dire che il principale problema con la direttiva non è la direttiva stessa, ma il ritardato recepimento da parte del nostro Governo, che in sostanza finisce per danneggiare le imprese e il Paese, in particolare in relazione al tema dell’obbligo della ISO 50001 per le imprese sopra i 2.030 tep di consumi annui.

Governance aziendale, non mancanza di fondi: il vero ostacolo agli investimenti

Nel vostro comunicato sottolineate che la priorità non è moltiplicare target e adempimenti, ma creare le condizioni affinché gli interventi convenienti vengano effettivamente realizzati. Perché molti interventi di efficienza energetica, pur essendo economicamente vantaggiosi, restano ancora sulla carta?

Una nostra indagine svolta in primavera, basata su una domanda aperta su quale fosse la principale sfida per l’energy management, ha detto chiaramente che il principale problema è di governance aziendale, seguito a ruota dall’instabilità delle politiche e dalla mancanza di dati.

Le imprese spesso non danno un’importanza sufficiente al tema energetico, non comprendono quanto l’efficienza energetica possa migliorare la competitività ben oltre il valore del risparmio energetico. E non creano un’organizzazione interna che favorisca l’individuazione e la realizzazione di investimenti in questo ambito. Cosa che sottolinea quanto il recepimento della direttiva potrebbe essere d’aiuto.

Ma in questo sono frenate anche dal quadro legislativo incoerente: messaggi di politici primari in contrasto con le direttive comunitarie, ma non accompagnati da strategie alternative, ritardi nel recepimento delle direttive ma anche nell’emanazione di decreti ministeriali su incentivi e altre misure, assenza di azioni per mitigare la crisi energetica. È chiaro che le imprese facciano più fatica a definire piani di investimenti quando il quadro generale non è stabile. 

PNIEC e STREPIN, i piani da alleggerire per liberare risorse in vista della EED post-2030

FIRE chiede una semplificazione degli obblighi di pianificazione, monitoraggio e reporting. Quali adempimenti rischiano oggi di assorbire risorse che potrebbero invece essere destinate all’attuazione concreta degli interventi?

Documenti come il Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) o la strategia per la riqualificazione energetica del parco immobiliare (STREPIN) utili, ma anche largamente disattesi e generici in tanti aspetti. Si potrebbero alleggerire per dedicare più risorse alla scrittura ed emanazione delle politiche e al dialogo con gli stakeholder.

Pochi indicatori chiari al posto di report e adempimenti

Proponete di basare la futura EED su pochi obiettivi chiari e indicatori comparabili. Quali KPI sarebbero davvero utili per misurare l’efficacia delle politiche di efficienza energetica senza appesantire imprese e pubbliche amministrazioni?

Indici pensati per monitorare l’impatto dell’efficienza energetica sui consumi finali, l’evoluzione degli interventi, le ricadute economiche. FIRE sta realizzando un report su questi aspetti che conta possa rappresentare un utile strumento di discussione.

"Energy Efficiency First": come renderlo un criterio operativo, non solo un principio

Il principio europeo “Energy Efficiency First” è condivisibile, ma secondo FIRE ha avuto finora un impatto pratico limitato. Che cosa serve per trasformarlo da principio generale a criterio operativo nelle decisioni di investimento pubbliche e private?

Serve che la politica – in particolare i ministeri e le agenzie coinvolte nelle politiche energetiche –ne capiscano l’importanza e quindi si adoperino per metterlo in campo. Non è semplice, perché si tratta di un principio non banale da tradurre in realtà e da misurare, ma certamente si può fare di meglio nell’interesse del Paese.

Vale la pena di ricordare che l’efficienza energetica consente di risparmiare ogni anno almeno 40-50 miliardi di euro rispetto al 2000 solo nei consumi finali, come riduzione delle bollette. Ma al conto andrebbero aggiunti gli effetti su generazione, reti, occupazione di suolo, etc. Per un Paese come il nostro, caratterizzato da un’elevatissima dipendenza dall’estero e da costi alti dell’energia, fare attenzione a come usiamo l’energia è un dovere, non un semplice vezzo.

ISO 50001 al centro: l'obbligo si estende alle imprese sopra 1,5-2 milioni di euro di bolletta

Nel documento proponete di valorizzare diagnosi energetiche e sistemi di gestione dell’energia non come semplici obblighi documentali, ma come leve per orientare investimenti e politiche pubbliche. Come dovrebbe cambiare l’uso delle diagnosi energetiche nel quadro post-2030?

La direttiva trasferisce gli obblighi dalle “grandi imprese” alle imprese con consumi energetici oltre una certa soglia, criterio più logico ed efficiente. E mette al centro i sistemi di gestione dell’energia certificati ISO 50001, in quanto hanno ampiamente dimostrato di produrre risultati utili ben superiori a quelli conseguiti in loro assenza, di ripagarsi in tempi relativamente brevi e di produrre effetti sistemici all’interno delle imprese, che si traducono in una maggiore connessione fra il core business e l’uso dell’energia, a tutto vantaggio della competitività. L’obbligo si attuerebbe su imprese con bollette energetiche annue usualmente superiori a 1,5-2,0 milioni di euro, con la prospettiva di produrre risparmi consistenti nel corso degli anni.

Incentivi legati alle diagnosi energetiche, senza nuovi vincoli burocratici

FIRE suggerisce di collegare l’accesso a incentivi, aiuti o agevolazioni all’attuazione di una quota degli interventi individuati dalle diagnosi energetiche. Qual è la logica di questa proposta e come si può evitare che diventi un ulteriore vincolo burocratico?

In realtà questo è già previsto in Italia, almeno per gli energivori (fra le cosiddette green conditionalities). La logica non deve essere quella dell’obbligo, ma quella di promuovere un uso attivo delle diagnosi energetiche fra le imprese, specie fra quelle che le realizzano per puro obbligo. Laddove sarà adottato un sistema di gestione il problema non si pone, perché quanto identificato in fase di analisi o diagnosi energetica entrerà naturalmente fra gli obiettivi e i piani di azione aziendali.

Fondo nazionale, mutui verdi ed ecobonus: gli strumenti per sbloccare gli investimenti

Sul fronte finanziario, indicate un mix di strumenti: prestiti agevolati, garanzie pubbliche, blended finance, assistenza tecnica, EPC, fondi nazionali e certificati bianchi dove efficaci. Quali strumenti ritiene più adatti al contesto italiano per sbloccare davvero gli investimenti?

Nella consultazione abbiamo tenuto conto che le esigenze dei Paesi Membri sono diverse, in ragione delle caratteristiche dei singoli mercati energetici. Per questo, su questioni come quali strumenti adoperare, suggeriamo flessibilità e apertura a tutte le opzioni.

In Italia, per come è strutturato il nostro sistema, riteniamo importante introdurre meccanismi che riducano la barriera finanziaria, i.e. il fatto di avere a disposizione i soldi necessari per pagare l’investimento, a prescindere che si possano utilizzare incentivi che possano restituire una parte del costo capitale nel tempo. Non potendo prendere in considerazione la cessione del credito, andrebbe accelerato il rilancio del Fondo nazionale per l’efficienza energetica.

Per il settore residenziale, sarebbe molto utile avere a disposizione dei finanziamenti bancari a tasso agevolato (i cosiddetti mutui verdi per le ristrutturazioni di cui si parla da anni ma che non si vedono sul mercato). Per le famiglie intervenire al di fuori dell’acquisto della casa (per chi può farlo) è infatti difficoltoso dovendo pagare i tassi di interessi di un finanziamento tradizionale.

È poi necessario avere a disposizione incentivi che attenuino la barriera economica, migliorando con il loro contributo gli indicatori economici come valore attuale netto, tempo di ritorno e tasso interno di rendimento. Su questo fronte la situazione è generalmente buona, ma potrebbero aiutare un rilancio dell’ecobonus (che potrebbe essere ottenuto riducendo di poco il bonus ristrutturazioni, senza aumenti di spesa per lo Stato) e incentivi mirati ai casi di povertà energetica, alle fonti rinnovabili termiche (e.g. FER T) e all’industria (e.g. aste certificati bianchi).

Elettrificazione e Innovation Fund: le leve per l'industria difficile da decarbonizzare

Per l’industria FIRE richiama efficienza dei processi, elettrificazione efficiente, recupero di calore, monitoraggio avanzato, automazione e intelligenza artificiale. Quali leve possono dare i risultati più significativi nei settori industriali più difficili da decarbonizzare?

Dove la decarbonizzazione è al momento difficile può avere senso agire con progetti pilota. Segnaliamo l’Innovation Fund con l’asta 2026 in fase di lancio (IF26 Heat Auction), che rappresenta una buona occasione in tal senso.

In Italia potrebbero essere impiegate in questo senso le aste dei certificati bianchi, previste già da alcuni anni ma mai attuate.

Per decidere dove investire è comunque sempre opportuno tenere conto delle varie dimensioni prioritarie: quella economica, quella della sicurezza energetica e quella della decarbonizzazione. Conviene concentrarsi sugli ambiti dove si trova la massima convenienza rispetto a queste tre voci e lavorare su ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico dove il loro mix non è ottimale, ad esempio per i costi eccessivi rispetto ai risultati.

Oggi, sulle temperature basse e medio-basse (fino ai 150°C, ma dipende dal processo e dalle sorgenti a bassa temperatura disponibili) la possibilità di elettrificare convenientemente i processi industriali che lo consentono esiste e conviene coglierla. Sulle temperature medie e alte la strada è ancora in salita.

Le tre barriere alla riqualificazione degli edifici e il ruolo degli sportelli unici

Per gli edifici chiedete strumenti finanziari semplici, sportelli unici e soluzioni specifiche per i condomìni. Quali sono oggi gli ostacoli principali alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e quali misure potrebbero renderla più accessibile?

In genere si considera come fondamentale la barriera economica, che però può non essere così elevata persino per riqualificazioni spinte. Occorre infatti fare riferimento agli extracosti rispetto agli interventi di riqualificazione standard per valutare la convenienza economica e, così facendo, con gli incentivi la situazione può essere interessante (del resto parliamo di edifici, non di ottimizzazione di processi industriali). Bisognerebbe diffondere più cultura su questo.

Le barriere concrete sono di tre tipi a nostro parere. La prima è finanziaria: se non si hanno i soldi per intervenire non si farà, a prescindere dalla convenienza dell’investimento. Per questo segnalavo sopra l’importanza di strumenti di supporto che affrontino questa tematica. La seconda tecnica: se le aziende e gli operatori di settore non sono qualificati e non promuovono l’adozione di soluzioni moderne ed efficienti si fa fatica a realizzare gli interventi anche quando risultano convenienti. La terza è decisionale: nei condomini è risaputo che prendere decisioni è molto complesso e chiunque ci abiti ne ha fatto ampia esperienza.

Gli sportelli unici – quelli che chiamiamo da alcuni anni one-stop-shop – insieme alle ESCO con i contratti EPC potrebbero essere degli strumenti molto utili per alleviare tutte e tre queste barriere.

Recupero di calore di scarto: sì a informazione e incentivi, no a obblighi generalizzati

Il recupero di calore di scarto viene indicato come una leva importante, ma FIRE mette in guardia da obblighi generalizzati. Come si può promuovere questa soluzione solo dove è tecnicamente ed economicamente sostenibile, valorizzando anche reti termiche, data center e partenariati territoriali?

Il recupero del calore di scarto è una delle più grandi opportunità disponibili e risulta spesso e volentieri molto conveniente. Per questo la Commissione proponeva di renderlo obbligatorio. Ma, realisticamente, crediamo che in questi casi gli obblighi siano poco efficaci, già a partire da come individuare chi assoggettare agli stessi e come verificare se inadempiente. Riteniamo più utili agire con informazione e schemi di supporto. Già si fa, ma si può migliorare, soprattutto il primo aspetto.

Il messaggio finale di Di Santo, tra volontà privata delle imprese e visione politica

Guardando alla futura EED post-2030, quale dovrebbe essere il messaggio più importante per imprese, pubbliche amministrazioni e operatori del settore: più ambizione, più semplificazione, più strumenti finanziari o una maggiore capacità di trasformare diagnosi e dati in investimenti reali?

Per me il messaggio è semplice: chi ha già investito in efficienza e rinnovabili non solo ci ha guadagnato più volte in questi anni – riducendo l’esposizione ai costi e alla loro volatilità –, ma ha contribuito a ridurre la spesa pubblica e quindi fatto un favore a tutti. L’EED è un ottimo provvedimento che promuove strumenti e soluzioni che aiutano imprese, enti e famiglie a investire in un uso migliore dell’energia. Cerchiamo di recepire quella attuale in tempi rapidi e diamoci da fare, perché – come evidenziato dalla survey FIRE – il primo problema è la volontà privata di investire, che evidentemente si rafforza in presenza di una visione politica chiara e di misure pubbliche stabili.

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Efficienza Energetica

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