Efficienza Energetica | Incentivi | Edilizia | Riqualificazione Energetica | Risparmio Energetico
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Efficienza energetica: l’Italia tra erosione dei progressi passati e una sfida che richiede una nuova visione

L’Italia mostra buoni livelli di efficienza energetica, ma i progressi recenti derivano più da eventi straordinari che da politiche stabili. Senza un quadro normativo chiaro e investimenti consistenti, sarà difficile raggiungere gli obiettivi europei al 2030.

In Italia manca un processo di miglioramento energetico strutturale e costante

A Milano è stato presentato il report "Energy e Strategy - L'efficienza energetica in Italia" finanziato da MCE.
La riflessione di Vittorio Chiesa (Politecnico di Milano) consegna una fotografia dell’efficienza energetica italiana che supera la percezione immediata di un Paese virtuoso. L’Italia, infatti, mostra ancora oggi un’intensità energetica migliore della media europea, e questo dato è spesso interpretato come segno di un sistema efficiente e maturo. Ma dietro questo risultato apparentemente solido si nasconde una dinamica molto diversa: il miglioramento osservato negli ultimi anni non deriva da un processo strutturale e costante, bensì da fattori contingenti e da politiche avviate in passato e ormai in declino.

Il 2022 rappresenta un caso emblematico. La riduzione dei consumi è stata significativa, ma non è stata trainata da un’accresciuta propensione all’adozione di tecnologie efficienti. È stata piuttosto la risposta diretta all’impennata dei prezzi dell’energia, che ha costretto famiglie e imprese a contenere l’uso di elettricità e gas. È un effetto emergenziale, non pianificato, e infatti nel 2024 si registra già un’inversione di tendenza, con un ritorno verso consumi più elevati. La curva del fabbisogno energetico, insomma, scende ma con un ritmo incostante, sempre più debole, e guidato più dalle pressioni esterne che da un sistema di politiche e investimenti orientato alla stabilità.

 

Slide di apertura della presentazione “Energy & Strategy – L’efficienza energetica in Italia”, mostrata su un grande schermo durante un evento. Due relatori, posizionati ai lati del display, introducono il quadro attuale e le prospettive nei settori industria, terziario e pubblica amministrazione.
La presentazione del report "Energy&Strategy" (Crediti: INGENIO)

 

Anche l’analisi settoriale restituisce un Paese disomogeneo. Il comparto residenziale e l’industria mostrano performance migliori rispetto alla media europea, mentre il terziario soffre di consumi elevati e di un parco edilizio ancora molto inefficiente. Questa frammentazione si riflette in comportamenti altrettanto diversificati: le imprese e gli enti pubblici che già monitorano il proprio fabbisogno tendono a intervenire con maggior frequenza, mentre altre categorie di utenti rimangono lontane da una cultura dell’efficienza solida e continuativa.

Uno dei punti più critici messi in luce da Chiesa è la natura dei progressi compiuti finora. Gli indicatori mostrano con chiarezza che il livello attuale di efficienza è in larga parte il risultato di politiche attuate negli anni passati, più che di misure oggi in vigore. L’Italia era stata pioniera, ad esempio, nel meccanismo dei Certificati Bianchi, un modello che per anni ha rappresentato una best practice europea. Oggi, però, quello stesso strumento ha perso quasi completamente efficacia: gli operatori industriali, nel pianificare un intervento, stilano business plan che di fatto prescindono dall’incentivo, considerato difficile da ottenere, incerto e marginale. La sua rilevanza economica si è così assottigliata da non costituire più un fattore abilitante.

 

Schermo di grandi dimensioni che mostra una slide dedicata all’andamento dei Certificati Bianchi in Italia, con grafici a barre e un grafico circolare che rappresentano i TEE riconosciuti negli anni. Due relatori sono presenti ai lati dello schermo mentre illustrano i dati alla platea.
Andamento dei Certificati Bianchi dal 2007 al 2014 (Crediti: INGENIO)

 

La situazione non è migliore sul fronte degli incentivi fiscali, dove la ridefinizione dei bonus e la vicenda del Piano Transizione 5.0 hanno trasmesso un segnale di instabilità che ostacola la programmazione degli investimenti. Il taglio improvviso delle risorse, comunicato nel quadro della rimodulazione del PNRR, ha lasciato molte imprese in una condizione di “prenotazione al buio”, senza alcuna certezza sull’effettiva approvazione dei progetti. A questo si aggiunge una generale sovrapposizione di strumenti — tra conto termico, detrazioni, meccanismi di supporto per l’autoconsumo e altre iniziative — che rende complesso per imprese e amministrazioni comprendere quale sia l’opzione più conveniente. L’effetto combinato è un rallentamento degli investimenti e un senso diffuso di incertezza normativa.

Questa fragilità pesa ancora di più se confrontata con gli obiettivi fissati dall’Europa. L’Italia dovrebbe ridurre i consumi energetici complessivi dagli attuali 110 Mtep a 93 Mtep entro il 2030, una diminuzione di circa 20 Mtep che richiede un volume di investimenti compreso tra 75 e 250 miliardi, con una stima realistica attorno ai 180 miliardi. È una cifra ingente, ma non sproporzionata se si considerano i benefici economici attesi in tutti i comparti.

La Pubblica Amministrazione rappresenta uno dei campi d’azione più urgenti. Il parco scolastico, in particolare, è in condizioni critiche: il 30% degli edifici è in classe energetica G e molti non sono mai stati oggetto di interventi di riqualificazione. Qui il potenziale di risparmio è enorme: un piano di rinnovo degli impianti, dell’illuminazione e dell’involucro edilizio porterebbe a risparmi annui prossimi al miliardo di euro, a fronte di investimenti stimati in circa 70 miliardi. Una fotografia più equilibrata riguarda invece gli ospedali, che già oggi dispongono di sistemi più efficienti grazie alla gestione attenta dei consumi tipica del settore sanitario; ciononostante, ulteriori interventi permetterebbero di ridurre la spesa energetica di circa 330 milioni ogni anno.

Anche l’industria continua a muoversi, sebbene in modo meno sistemico di quanto sarebbe necessario. Gli investimenti si concentrano soprattutto nell’autoproduzione energetica — in particolare nel fotovoltaico — e nella digitalizzazione dei processi. Le tecnologie di efficienza “classica”, come i sistemi di aria compressa o l’ottimizzazione termica, si confermano tra le più efficaci in termini di tempi di ritorno e semplicità di implementazione. Se pienamente attuati, gli interventi previsti dal Piano Energia e Clima potrebbero generare, tra il 2024 e il 2030, risparmi cumulati pari a 17-18 miliardi, con un beneficio annuo stimato attorno ai 2,5 miliardi per le imprese. Nel terziario, infine, il miglioramento delle classi energetiche degli edifici commerciali e direzionali potrebbe valere circa un miliardo di euro l’anno, ma anche qui l’avanzamento è frenato dalla complessità degli incentivi e dai tempi decisionali spesso lunghi.

Alla luce di questo quadro, la conclusione proposta da Chiesa non può che essere un invito a ripensare la strategia italiana sull’efficienza energetica. Il Paese ha dimostrato, in passato, di saper introdurre misure innovative e di saper generare un impatto significativo sui consumi. Oggi, però, serve una politica più stabile, più semplice, più coerente. Serve un sistema di incentivi che premi davvero gli investimenti, che riduca il rischio percepito dagli operatori e che elimini il labirinto procedurale a cui spesso sono costretti. E soprattutto serve una visione, capace di integrare efficienza, autoproduzione, digitalizzazione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato in un progetto unico e riconoscibile.

Solo in questo modo l’Italia potrà recuperare la traiettoria positiva interrotta negli ultimi anni e trasformare l’efficienza energetica non soltanto in un obbligo imposto dai target europei, ma in una leva strutturale di competitività, innovazione e sostenibilità.


Testo redatto tramite la videoregistrazione della relazione, con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale.

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