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El Niño accelera: il Pacifico si scalda e il clima globale entra in una nuova fase critica

Nel Pacifico equatoriale El Niño sta accelerando prima del previsto e potrebbe diventare uno dei più intensi mai osservati. A Kiribati il mare è già circa 2 °C sopra la norma stagionale e i primi coralli mostrano segni di sbiancamento. Ma il nodo è globale: il fenomeno arriva su un pianeta già eccezionalmente caldo, amplificando rischi climatici, economici e infrastrutturali.

Un El Niño che arriva su un pianeta già caldo

El Niño non è una novità nella storia climatica del pianeta. È una delle più importanti oscillazioni naturali del sistema oceano-atmosfera e, con periodicità irregolare, modifica la distribuzione del calore nel Pacifico equatoriale, altera la circolazione atmosferica e finisce per influenzare precipitazioni, temperature, siccità e fenomeni estremi a migliaia di chilometri di distanza.

Quello che sta accadendo nel 2026, tuttavia, merita un’attenzione particolare.

Non soltanto perché El Niño si sta rafforzando rapidamente, ma perché questo nuovo episodio si sviluppa in un sistema climatico che parte già da temperature molto elevate. È questa sovrapposizione — variabilità naturale e riscaldamento antropico — a rendere particolarmente delicati i prossimi mesi.

La NOAA, nell’aggiornamento di agosto, stima una probabilità superiore al 90% che l’evento diventi “very strong” durante l’autunno e l’inverno 2026-2027 dell’emisfero settentrionale. Ancora più significativo è un altro numero: per il trimestre ottobre-dicembre viene indicata una probabilità del 69% che l’intensità raggiunga livelli superiori a quelli registrati nei precedenti episodi di El Niño della serie osservativa iniziata nel 1950, secondo il Relative Oceanic Niño Index utilizzato dall’agenzia statunitense. 

Non significa che il 2026 produrrà automaticamente siccità, alluvioni o temperature record in ogni regione. La stessa NOAA insiste su un punto essenziale: un El Niño più intenso aumenta la probabilità di alcuni effetti climatici tipici, ma non consente di prevedere deterministicamente ciò che accadrà in un determinato territorio. 

Ed è proprio questa distinzione, apparentemente sottile, che dovrebbe guidare anche il modo con cui viene raccontato il fenomeno.

Da Kiribati arrivano i primi segnali

Secondo l’articolo “Early-Onset El Niño” di David Gelles, pubblicato nella newsletter Climate Forward del New York Times il 13 agosto 2026, alcuni dei primi effetti del nuovo El Niño stanno diventando visibili nelle acque di Kiribati, piccolo Stato insulare del Pacifico centrale.

Alyssa Atwood, docente di Earth, Ocean and Atmospheric Science alla Florida State University, si trova con il proprio gruppo di ricerca nell’area di Christmas Island per installare sensori, misurare temperatura e salinità dell’oceano e studiare l’evoluzione dello sbiancamento dei coralli.

Il dato riportato dalla newsletter è rilevante: nelle acque attorno all’isola la temperatura superficiale del mare risulterebbe già circa 2 °C superiore alla media del periodo calcolata sui precedenti trent’anni.

Durante alcune immersioni effettuate nei giorni precedenti, secondo Atwood, fino al 10% dei coralli osservati mostrava già segni di bleaching.

Lo sbiancamento non equivale automaticamente alla morte del corallo. In presenza di stress termico, il corallo espelle le alghe simbionti dalle quali dipende buona parte del proprio metabolismo e perde la caratteristica colorazione. Se la temperatura ritorna rapidamente su livelli compatibili con la sua sopravvivenza, può recuperare; se lo stress prosegue troppo a lungo, la mortalità aumenta drasticamente.

Il precedente storico rende l’osservazione ancora più importante. Durante il fortissimo El Niño del 2015-2016, secondo quanto ricorda Gelles, oltre il 90% della barriera corallina circostante Christmas Island subì fenomeni di bleaching. Una parte significativa dell’ecosistema era riuscita successivamente a recuperare.

Ora i ricercatori sono tornati nello stesso luogo quasi come davanti a un esperimento naturale che si ripete, ma in condizioni climatiche di fondo differenti.

Atwood sintetizza così la preoccupazione: “This is just the tip of the iceberg.”

E aggiunge un elemento scientificamente ancora più interessante: “We don’t know what the human fingerprint is on these systems.”

La domanda, infatti, non riguarda più soltanto El Niño.

Riguarda il modo in cui El Niño si comporta dentro un sistema climatico che nel frattempo è cambiato.

Che cosa sta succedendo nel Pacifico

I dati indipendenti delle principali organizzazioni meteorologiche confermano che non si tratta soltanto di una suggestione derivante dalle osservazioni locali.

La World Meteorological Organization aveva già segnalato alla fine di luglio che un forte El Niño era in fase di sviluppo e avrebbe continuato a intensificarsi tra agosto e ottobre 2026. Le previsioni multimodello dei centri climatici internazionali indicavano anomalie stagionali della temperatura superficiale del mare capaci di superare 2,9 °C in alcune delle regioni di monitoraggio del Pacifico equatoriale.

Anche i parametri osservativi NOAA mostrano un sistema oceano-atmosfera ormai chiaramente accoppiato. Nel luglio 2026 l’anomalia risultava pari a circa +1,4 °C nella regione Niño 3.4, mentre nella regione Niño 1+2, più vicina alle coste sudamericane, aveva raggiunto +2,9 °C. Ancora più impressionante è quanto sta accadendo sotto la superficie: sono state osservate anomalie termiche locali fino a circa +10 °C nelle acque subsuperficiali del Pacifico equatoriale, segnale di un importante accumulo di calore oceanico. 

Il fenomeno, quindi, non riguarda semplicemente una sottile pellicola d’acqua più calda alla superficie. Coinvolge la struttura termica dell’oceano, la profondità del termoclino, i venti e la convezione atmosferica.

È per questo che ENSO — El Niño Southern Oscillation — viene considerato uno dei principali regolatori naturali della variabilità climatica globale.

Il problema della “somma” tra El Niño e riscaldamento globale

Qui occorre però introdurre una cautela scientifica importante.

Non è corretto affermare semplicemente che il cambiamento climatico stia rendendo necessariamente ogni El Niño più frequente o più intenso.

La WMO sottolinea che non esiste al momento una prova conclusiva che il riscaldamento globale antropico stia aumentando sistematicamente frequenza o intensità degli eventi El Niño. Ogni episodio ha inoltre caratteristiche proprie e interagisce con molti altri fenomeni atmosferici e oceanici.

La questione più importante è un’altra.

El Niño redistribuisce e rilascia verso l’atmosfera grandi quantità di calore contenute nell’oceano. Se questo meccanismo opera all’interno di un pianeta che presenta temperature atmosferiche e oceaniche già più elevate rispetto al passato, gli effetti possono sovrapporsi.

Non è quindi necessariamente El Niño a diventare antropogenicamente “più forte”. È l’ambiente dentro il quale El Niño agisce ad essere profondamente diverso.

La stessa WMO osserva che il cambiamento climatico può amplificare gli impatti associati a ENSO perché oceani e atmosfera più caldi mettono a disposizione maggiore energia e maggiore quantità di vapore acqueo, modificando il potenziale delle ondate di calore e delle precipitazioni intense.

Questa è forse la chiave più utile per interpretare il 2026.

Non siamo davanti a un semplice ritorno ciclico di un fenomeno già conosciuto.

Siamo davanti al ritorno di un fenomeno conosciuto in un sistema che non è più quello nel quale si sono verificati gli El Niño del secolo scorso.

👉 El Niño non crea il riscaldamento globale: può però temporaneamente spingere ancora più in alto le temperature di un pianeta che parte già da livelli eccezionali.

Perché il 2027 potrebbe essere ancora più importante del 2026

Esiste inoltre uno sfasamento temporale che spesso sfugge quando si osservano i record climatici anno per anno.

Il massimo effetto di El Niño sulla temperatura media globale non coincide necessariamente con l’inizio del fenomeno. Parte del calore trasferito dal Pacifico all’atmosfera produce i propri effetti nei mesi successivi.

È per questo che diversi climatologi stanno osservando con particolare attenzione non soltanto il 2026, ma anche il 2027.

Associated Press ha raccolto in questi giorni le valutazioni di diversi scienziati secondo i quali il contributo del nuovo El Niño alla temperatura globale deve ancora manifestarsi pienamente. Anche se il 2026 è già caratterizzato da temperature molto elevate e da estese anomalie oceaniche, una parte dell’effetto ENSO potrebbe diventare maggiormente evidente nei prossimi mesi e nell’anno successivo. 

Il precedente del 2023-2024 aiuta a comprendere il meccanismo: la WMO ricorda che il record termico globale del 2024 fu prodotto dalla combinazione fra il forte El Niño sviluppatosi nel 2023 e il trend di riscaldamento antropico di lungo periodo. 

La storia potrebbe non ripetersi nello stesso modo, perché nessun El Niño è identico al precedente.

Ma la dinamica fisica merita di essere osservata.

Dall’oceano alle infrastrutture: perché interessa anche il mondo delle costruzioni

Per chi progetta città, infrastrutture ed edifici, il tema potrebbe sembrare lontano. Non lo è.

ENSO modifica la distribuzione delle precipitazioni su scala planetaria. In alcune regioni può accentuare siccità e deficit idrici, in altre aumentare le probabilità di precipitazioni intense e alluvioni. Può influenzare la produzione agricola, la disponibilità di acqua, l’idroelettrico, la navigabilità dei fiumi, le catene logistiche e le condizioni operative delle infrastrutture.

In America Latina, ad esempio, le previsioni per questo El Niño stanno già sollevando interrogativi sulla produzione agricola, sulla logistica fluviale, sulle risorse idriche e sulle infrastrutture. Reuters segnala possibili condizioni più umide nelle regioni meridionali del continente e maggior rischio di siccità in quelle settentrionali, con conseguenze potenziali anche per trasporti, produzione elettrica e commercio internazionale. 

È l’ennesima dimostrazione di quanto il cambiamento climatico non possa più essere considerato semplicemente una questione ambientale.

Il suo impatto passa attraverso sistemi tecnici: dighe, acquedotti, reti elettriche, porti, strade, ferrovie, edifici, sistemi di raffrescamento, reti di drenaggio.

Per l’ingegneria il punto fondamentale è quindi quello della resilienza.

Le infrastrutture costruite sulla base delle statistiche climatiche del Novecento devono oggi confrontarsi con distribuzioni degli estremi che stanno cambiando e con fenomeni naturali, come El Niño, capaci di sovrapporre variabilità pluriennale e tendenze climatiche di lungo periodo.

Kiribati come osservatorio del futuro

C’è qualcosa di simbolico nelle immagini dei ricercatori che si immergono nelle acque di Christmas Island per misurare temperatura, salinità e condizioni dei coralli.

Quei sensori stanno raccogliendo numeri. Ma stanno anche registrando, quasi in tempo reale, l’interazione tra due scale temporali completamente diverse.

Da una parte El Niño, fenomeno naturale che compare ogni pochi anni e poi scompare. Dall’altra un lento spostamento del clima medio del pianeta che procede da decenni.

È difficile separare perfettamente i due segnali. Ed è proprio questa difficoltà ad aver spinto Atwood e altri ricercatori sul campo.

Il suo commento riportato dal New York Times contiene forse il punto scientificamente più importante dell’intera vicenda: bisogna misurare questi fenomeni mentre accadono, perché stanno avvenendo “on top of background warming in the climate system”.

Ovvero sopra un riscaldamento di fondo che ormai costituisce la nuova condizione iniziale.

Ed è questa la prospettiva con cui probabilmente dovremo imparare a leggere sempre più spesso gli eventi climatici estremi.

Non chiedendoci soltanto se una siccità, un’alluvione, un’ondata di calore o un El Niño siano stati “causati dal cambiamento climatico”.

Ma cercando di capire come fenomeni naturali e riscaldamento antropico interagiscano nello stesso sistema fisico.

Per progettisti, amministratori e decisori pubblici non è una differenza puramente accademica.

Significa riconoscere che il clima di riferimento sul quale abbiamo dimensionato una parte consistente delle nostre infrastrutture non può più essere considerato immutabile.

E che il grande El Niño del 2026-2027, qualunque sarà alla fine la sua intensità, potrebbe diventare uno dei più importanti laboratori naturali per capire fino a che punto questa nuova condizione stia modificando il rischio climatico globale.


Fonti principali

  • David Gelles, Early-Onset El Niño, Climate Forward, The New York Times, 13 agosto 2026.
  • NOAA Climate Prediction Center, ENSO Diagnostic Discussion, agosto 2026. 
  • World Meteorological Organization, Strong El Niño expected to intensify, 31 luglio 2026.
  • World Meteorological Organization, approfondimenti ENSO e Global Seasonal Climate Update.
  • Reuters, aggiornamenti sugli effetti attesi di El Niño in America Latina, 13 agosto 2026.

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