ESG, non è una ritirata ma una prova di maturità: la sostenibilità entra nella fase della verifica
L’ESG non è al tramonto, ma sta cambiando pelle: da narrazione valoriale a linguaggio tecnico fondato su dati, metriche e responsabilità verificabili. Mercati e banche premiano progetti misurabili, non dichiarazioni. L'intervista esclusiva di INGENIO a Fabrizio Capaccioli (Presidente GBC Italia).
Il dibattito internazionale sull’ESG, tra ripensamenti statunitensi e rafforzamento europeo, segna una fase di profonda trasformazione più che di arretramento. Secondo Fabrizio Capaccioli (Presidente GBC Italia) la sostenibilità sta abbandonando l’ambiguità del marketing per diventare un sistema strutturato di criteri tecnici, dati comparabili e processi di verifica. In particolare, per costruzioni e real estate, l’ESG è ormai parte integrante della valutazione del rischio finanziario, della bancabilità dei progetti e del costo del capitale. Tassonomie, standard riconosciuti, MRV e assurance non sostituiscono l’ESG, ma ne rappresentano l’evoluzione necessaria. La transizione, oggi, si gioca sulla capacità di dimostrare le performance, non di proclamarle.
Wall Street arretra sul clima: la parabola ESG da Davos al contraccolpo politico
Sei anni dopo le promesse “net-zero” lanciate da BlackRock e consacrate a Glasgow, la finanza americana riduce il passo: alleanze smontate, fondi ESG in deflusso e banche più caute nel parlare di clima. Nel ciclo politico, il rischio legale e reputazionale pesa quanto il carbonio. A Davos, intanto, l’agenda scivola su intelligenza artificiale e geopolitica, e i fossili tornano centrali.
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Andrea Dari:
Il “caso Wall Street”: fine dell’ESG o cambio di paradigma?
Fabrizio Capaccioli:
Non siamo di fronte alla fine dell’ESG, né ad un suo superamento. Al contrario, ritengo che i tre pilastri della sostenibilità restino la strada maestra per leggere e governare i processi di trasformazione dei mercati. Ricordo sempre che proprio in USA, a seguito della crisi dei mutui del 2008, gli ESG sono diventati una componente fondamentale della gestione del rischio finanziario mondiale.
Quello che stiamo registrando è una fase in cui diventa sempre più evidente la necessità di rendere questo quadro interpretativo solido, coerente e comparabile.
Il ridimensionamento delle alleanze net-zero e la maggiore prudenza comunicativa di alcuni operatori, soprattutto nel contesto statunitense, non segnalano un abbandono dei temi ambientali e sociali, ma la difficoltà di sostenere impegni dichiarativi non pienamente ancorati a metriche, dati e responsabilità verificabili. In questo senso, tassonomie, obblighi di disclosure, KPI misurabili e sistemi di assurance non rappresentano un’alternativa all’ESG, bensì strumenti di supporto e integrazione indispensabili per rafforzarlo.
L’errore sarebbe pensare che l’ESG sia stato archiviato per lasciare spazio ad altro. La direzione è opposta: stiamo costruendo le condizioni affinché l’ESG smetta di essere un contenitore eterogeneo e diventi un linguaggio comune, fondato su criteri tecnici condivisi e su un quadro di lettura univoco per imprese, investitori e istituzioni finanziarie.
Dal punto di vista dei mercati, questo processo ha effetti chiari sul costo del capitale e sulla bancabilità dei progetti. Non è più sufficiente richiamarsi genericamente all’ESG, ciò che viene, invece, premiato è la capacità di dimostrare, in modo misurabile e verificabile, la qualità delle performance ambientali, sociali e di governance e la gestione dei rischi di transizione. I progetti coerenti con questo approccio continuano ad attrarre capitali e condizioni migliori; quelli che restano sul piano dichiarativo incontrano crescenti difficoltà di accesso al credito.

Andrea Dari:
Per il settore costruzioni, quali sono gli ESG “materiali” per banche e investitori?
Fabrizio Capaccioli:
Nel real estate e nelle costruzioni, la materialità ESG è oggi molto concreta e direttamente collegata alla valutazione del rischio. Le banche e gli investitori guardano soprattutto ad aspetti come il carbonio incorporato e operativo, perché incide sulla competitività futura degli asset; sulla prestazione energetica e sui costi di esercizio, con impatti diretti sui flussi di cassa; sulla resilienza climatica, sempre più rilevante anche per il mercato assicurativo; sulla governance di filiera e qualità del dato, per ridurre rischi operativi e reputazionali e, non da ultimo, sulla salute e sicurezza, che restano un tema di rischio legale ed economico, non solo sociale.
Nei processi di credit policy, rating interni e due diligence, carbonio, energia e rischio normativo sono oggi i fattori più pesanti. Non perché “ESG”, ma perché influenzano la durata economica degli asset e la loro capacità di generare valore nel tempo.
Andrea Dari:
Europa vs USA: regolazione e finanza sostenibile
Fabrizio Capaccioli:
La differenza tra Europa e Stati Uniti non riguarda tanto l’interesse per la sostenibilità, quanto la maturità e la cogenza degli strumenti utilizzati per governarla. In Europa, la finanza sostenibile si sta strutturando attorno a un impianto regolatorio che rende la sostenibilità sempre meno opinabile e sempre più misurabile. Il recente Regolamento delegato (UE) 2026/73 chiarisce un punto decisivo: la Tassonomia UE non è un esercizio teorico o volontario, ma uno strumento da applicare in modo rigoroso e proporzionato da parte di chi ha un impatto reale sulla transizione.
Il messaggio si fa molto netto laddove le attività economiche potenzialmente tassonomiche sono rilevanti, la valutazione non è opzionale, ma sostanziale.
Questo riguarda direttamente settori come costruzioni, sviluppo e gestione del patrimonio immobiliare, infrastrutture, energia ed efficienza energetica, ma anche la finanza e gli investimenti immobiliari. In questi ambiti, la Tassonomia è ormai parte integrante del dialogo con investitori, banche e stakeholder e richiede una corretta identificazione delle attività rilevanti, la verifica del contributo agli obiettivi ambientali, il rispetto dei criteri DNSH e la disponibilità di dati comparabili, tracciabili e verificabili nel tempo.
Negli Stati Uniti, al contrario, l’ESG resta più esposto a polarizzazione politica - vedi radicale piano di disimpegno dal sistema multilaterale, culminato con l'uscita degli Stati Uniti da 66 organizzazioni e accordi internazionali, tra cui UNFCC, Accordi di Parigi e IPCC - e a rischi legali, con un conseguente arretramento sul piano comunicativo. Ma questo non significa che i mercati stiano ignorando i rischi climatici o di transizione: semplicemente li stanno affrontando con strumenti meno esplicitamente normativi e più legati alla gestione interna del rischio.
Per i gruppi italiani che operano su mercati internazionali, la conseguenza è chiara, nel senso che non è soltanto l’etichetta ESG a fare la differenza, ma la capacità di dimostrare performance ambientali e di governance con dati solidi e verificati. Il recente aggiornamento normativo europeo non abbassa l’asticella, anzi rende il quadro più chiaro e applicabile, rafforzando la responsabilità di chi è chiamato a guidare la transizione. La vera call to action è quindi passare da un approccio prevalentemente dichiarativo a uno basato sulla verifica. In questo percorso, strumenti come il protocollo GBC Italia – Verifica ESG per il settore immobiliare aiutano a tradurre i requisiti regolatori in pratiche operative e a costruire una rendicontazione solida, coerente e credibile.
La transizione, in definitiva, non si governa con slogan, ma con regole chiare, metriche affidabili e processi di verifica. Oggi il quadro normativo è più maturo: spetta agli attori chiave dimostrare leadership.
Andrea Dari:
Standard, certificazioni e “proof”: cosa viene riconosciuto dal mercato?
Fabrizio Capaccioli:
Dal punto di vista finanziario e assicurativo, contano gli strumenti che riducono l’incertezza. Schemi come LEED®, insieme a LCA ed EPD, sono riconosciuti e diffusi più di altri perché permettono di leggere in modo coerente prestazioni energetiche, impatti ambientali e rischi lungo il ciclo di vita.
Il limite emerge quando proliferano metriche non confrontabili o sistemi duplicativi. In questi casi aumentano i costi senza una reale riduzione del rischio. Il mercato sta, quindi, premiando standard che dialogano con la regolazione e con la finanza, penalizzando approcci frammentati o puramente dichiarativi.
Andrea Dari:
Dati, MRV e assurance: come rendere l’ESG auditabile?
Fabrizio Capaccioli:
Ancora una volta, il vero nodo dell’ESG non è l’ambizione degli obiettivi, ma la qualità del dato. In Europa il mercato sta maturando rapidamente su MRV, anche grazie all’introduzione di obblighi di reporting e verifica esterna. Tuttavia, gli errori più frequenti restano i perimetri incoerenti, baseline deboli o mutevoli, conteggi multipli, claim non supportati da evidenze verificabili. Il passaggio chiave oggi è abbandonare un approccio prevalentemente narrativo e adottare “minimi tecnici” condivisi: confini chiari, metriche standardizzate, tracciabilità delle fonti e assurance indipendente. Solo così l’ESG diventa credibile anche in sede bancaria e finanziaria.
Andrea Dari:
Appalti pubblici, CAM, PNRR e procurement: dove passa il denaro
Fabrizio Capaccioli:
Il procurement è proprio uno dei principali strumenti per trasformare l’ESG da narrazione a requisito operativo. In Italia i nuovi CAM edilizia, alla cui revisione GBC Italia ha contribuito in modo decisivo, e PNRR hanno introdotto criteri prestazionali importanti, ma l’efficacia dipende dalla capacità delle stazioni appaltanti, dalla qualità dei capitolati e dai controlli.
Quando i requisiti ambientali sono misurabili e verificabili, diventano finanziabili. Quando restano generici, aumentano contenziosi e incertezza. La sfida oggi è collegare meglio domanda pubblica, criteri tecnici e strumenti finanziari, in modo che la sostenibilità sia leggibile anche da banche e investitori.
Andrea Dari:
Alternative operative se l’etichetta ESG diventa fragile.
Fabrizio Capaccioli:
Se il termine “ESG” diventa politicamente o giuridicamente fragile, la sostanza può e deve restare. Ritengo che si tratti principalmente di un fattore di approccio culturale e, al tempo stesso, pragmatico. Per questo, le soluzioni più efficaci sono quelle performance-based. Dai contratti legati a KPI energetici e carbonici verificati, al procurement basato su prestazioni misurabili; da approcci life-cycle, a project finance con covenant ambientali misurati, fino a certificazioni - purché globalmente riconosciute da mercati e investitori - integrate con due diligence finanziaria.
Questi modelli sono più scalabili a livello internazionale perché parlano il linguaggio della finanza fatti di dati, rischio, performance. La transizione non si governa con slogan, ma con metriche affidabili e processi di verifica.
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