Grattacieli e città: perché l’urbanistica verticale non è il problema, ma una risorsa per Milano e l’Italia
Nell’intervista esclusiva rilasciata a INGENIO, Aldo Norsa spiega perché i grattacieli non sono un’anomalia urbana, ma uno strumento di rigenerazione capace di liberare suolo e qualificare la città. Degli edifici alti se ne parlerà alla 15^ edizione del Convegno "Tall Buildings" in programma il 30 giugno alla Triennale di Milano.
Nel dibattito pubblico recente, i grattacieli sono diventati il bersaglio simbolico di molte critiche sulle trasformazioni urbane di Milano e delle grandi città italiane. Eppure la verticalità è parte della nostra storia urbana e, se ben progettata, rappresenta uno strumento efficace di rigenerazione, densificazione sostenibile e qualificazione dello spazio pubblico. A partire dalle riflessioni di Aldo Norsa, questo contributo propone una lettura meno ideologica e più tecnica del rapporto tra tall buildings, qualità urbana e competitività internazionale delle città. Una discussione che chiama in causa norme, sostenibilità reale e capacità di governo delle trasformazioni.
Milano, i grattacieli e una polemica tutta italiana
Nel 2026, mentre Milano si prepara a vivere l’esposizione globale delle Olimpiadi invernali, il dibattito sugli edifici alti torna al centro dell’attenzione pubblica. Non per una riflessione serena sulle trasformazioni urbane, ma per una polemica alimentata da un clima di sospetto che, secondo il Prof. Aldo Norsa, nasce da un fraintendimento profondo del ruolo dei grattacieli nella città contemporanea. Le recenti indagini della magistratura, che non hanno fatto emergere profili penali nei rapporti tra pubblico e privato, sono state spesso lette come la prova di una presunta “leggerezza” nel costruire torri e grandi edifici a Milano. Ne è scaturito un anatema ideologico contro l’edificio alto, percepito come un corpo estraneo, se non addirittura come un abuso.
Questa reazione, osserva Norsa, è storicamente infondata. L’Italia è un Paese di torri da secoli. Le torri medievali di Bologna, San Gimignano e di molte città del Centro-Nord raccontano di una tradizione di verticalità urbana che non nasce oggi, ma che affonda le radici nella nostra storia. La spinta a salire in altezza non è solo una scelta formale o simbolica, ma una risposta a una condizione urbana strutturale: la densità. In contesti ad alta pressione abitativa, come Hong Kong in modo estremo e Milano in modo più equilibrato, la verticalità consente di liberare suolo, di evitare un consumo indiscriminato di territorio e di concentrare funzioni complesse in poli accessibili. Ne deriva una città più compatta, in cui il trasporto pubblico può essere più efficiente e lo spazio libero può essere restituito alla vita collettiva, alle relazioni, al tempo libero.
In questa prospettiva, il grattacielo non è un capriccio iconico, ma uno strumento urbano che, se correttamente inserito, può contribuire a una città più sostenibile sul piano funzionale e ambientale. Il problema non è l’altezza in sé, ma la qualità del progetto e la sua integrazione con il contesto urbano, sociale e infrastrutturale.
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Ambiguità normative e concorrenza tra città globali
Se il dibattito pubblico tende a concentrarsi sull’immagine dei grattacieli, le criticità reali si collocano spesso sul piano normativo. Norsa individua nella stratificazione contraddittoria della legislazione urbanistica italiana, a partire dalla legge del 1942 e dalle sue innumerevoli modifiche, uno dei principali ostacoli a uno sviluppo urbano coerente. Le norme, riformate a pezzi e talvolta in modo incoerente, lasciano ampi margini di interpretazione ai tecnici comunali e alle commissioni urbanistiche, soprattutto quando si tratta di interventi complessi e di grande scala. Questioni come il cambio di destinazione d’uso, l’aumento di volumetria o il ricorso a procedure semplificate generano incertezza giuridica e decisioni non sempre prevedibili.
Questa incertezza non è un dettaglio tecnico, ma un fattore che incide direttamente sulla competitività delle città italiane nello scenario globale. Oggi la concorrenza non è più soltanto tra Paesi, ma tra sistemi urbani capaci di attrarre investimenti, talenti e capitale umano. Milano, che negli ultimi anni ha costruito un’immagine internazionale di città dinamica e affidabile, rischia di vedere incrinata questa reputazione se le regole del gioco appaiono opache o instabili. Il caso dell’area di piazza Luigi di Savoia, con l’interruzione improvvisa di un progetto autorizzato dopo investimenti ingenti già sostenuti, diventa emblematico di come l’ambiguità normativa possa trasformarsi in un danno concreto per l’interesse pubblico e privato, alimentando un clima di sfiducia che penalizza l’intero sistema urbano.
A questo si intreccia il tema, spesso evocato in chiave ideologica, della gentrificazione. L’aumento di valore di alcune aree urbane, come avvenuto nel quartiere Isola di Milano dopo la realizzazione di Porta Nuova, viene talvolta letto come una distorsione eticamente inaccettabile. Norsa invita a leggere questo fenomeno in modo meno moralistico e più strutturale. La valorizzazione immobiliare è parte integrante delle dinamiche urbane delle città globali e non costituisce di per sé un reato o un’anomalia. Milano, come Londra o Dubai, sta diventando una delle destinazioni privilegiate delle élite internazionali anche per fattori fiscali, di stabilità politica e di qualità della vita. Questa attrattività genera opportunità ma anche tensioni sociali, che vanno governate con politiche pubbliche adeguate, non demonizzando lo strumento urbano che rende possibile la trasformazione.

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Rigenerazione urbana e urbanistica verticale: oltre l’icona
Il passaggio semantico dal Council on Tall Buildings and Urban Habitat al Council on Vertical Urbanism segna un cambio di paradigma che Norsa considera decisivo. Non si tratta più soltanto di celebrare l’edificio alto come oggetto iconico, ma di inserirlo in una riflessione più ampia sull’urbanistica verticale, cioè sul modo in cui la dimensione in altezza può contribuire alla rigenerazione urbana. In questa chiave, il grattacielo diventa parte di un sistema complesso di relazioni tra tipologia edilizia e morfologia urbana, tra spazi privati e spazi pubblici, tra funzioni residenziali, terziarie e collettive.
Le esperienze italiane degli ultimi decenni mostrano esiti molto diversi. A Milano, interventi come Porta Nuova e CityLife hanno evitato l’errore del central business district monofunzionale, integrando uffici, residenza, commercio, cultura e spazi pubblici in un mix capace di generare vitalità urbana nell’arco dell’intera giornata. In altre città, come Napoli con il Centro Direzionale progettato negli anni Ottanta, la scelta di concentrare esclusivamente funzioni terziarie ha prodotto per lungo tempo spazi urbani svuotati nelle ore serali, esposti a degrado e insicurezza. La recente decisione di reintrodurre una quota significativa di residenza, insieme a forme di housing accessibile e studentati, rappresenta un tentativo di correggere quell’errore, dimostrando come la rigenerazione urbana sia un processo temporale, fatto di aggiustamenti successivi e di riappropriazioni progressive da parte della città.
Anche casi inizialmente percepiti come fuori contesto, come il grattacielo della Regione Piemonte a Torino o la torre Unipol a Bologna, mostrano nel tempo una capacità di essere metabolizzati dal contesto urbano. Al contrario, esistono esempi in cui la collocazione isolata e autoreferenziale di un grattacielo ne limita la capacità di generare vita urbana attorno a sé, riducendolo a segno promozionale più che a dispositivo di rigenerazione. La storia dell’architettura, ricorda Norsa, è costellata di incomprensioni iniziali.
La Torre Velasca a Milano, oggi restaurata e finalmente integrata in uno spazio pubblico riqualificato, fu accolta con diffidenza, così come la cupola di Brunelleschi a Firenze o la Tour Eiffel a Parigi. Il tempo, più della polemica, è spesso il vero giudice dell’inserimento urbano di opere complesse.
Prestazioni, sostenibilità e il giudizio degli esperti
Uno dei punti più delicati del dibattito sugli edifici alti riguarda la sostenibilità. Norsa invita a superare una lettura superficiale, spesso guidata dall’immagine e dal marketing. Elementi visivamente accattivanti, come grandi superfici fotovoltaiche o certificazioni ambientali di alto profilo, non esauriscono il tema delle prestazioni ambientali di un edificio. La valutazione deve includere l’intero ciclo di vita, dall’energia incorporata nei materiali da costruzione alle emissioni legate ai processi produttivi e di cantiere, fino al bilancio energetico nell’arco di decenni di utilizzo. Il concetto di embodied carbon diventa centrale per comprendere quanto una soluzione tecnologicamente spettacolare possa risultare meno efficiente se richiede grandi quantità di materiali ad alto impatto ambientale.
In questa prospettiva, la qualità di un grattacielo non si misura con un “beauty contest” tra architetture più o meno iconiche, ma con analisi scientifiche sulle prestazioni reali. È questo l’approccio che ispira l’iniziativa di Guamari e del comitato scientifico riunito attorno al convegno Tall Buildings e Rigenerazione Urbana, chiamato a valutare gli interventi degli ultimi trent’anni nelle città italiane sulla base di criteri oggettivi legati alla sostenibilità, all’inserimento urbano e alla capacità di generare valore pubblico. L’obiettivo non è celebrare l’edificio più appariscente, ma riconoscere quelle opere che, nel tempo, hanno saputo migliorare il contesto urbano e offrire spazi e servizi fruibili anche dai cittadini che non abitano o lavorano nelle torri.
L’architettura, ricorda Norsa in chiusura, è l’unica forma d’arte che tutti incontrano quotidianamente senza averla scelta. Proprio per questo richiede un livello di responsabilità e di competenza che va oltre il giudizio immediato del gusto. Comprendere la complessità del costruire, delle tecnologie, dei materiali e delle ricadute urbane significa restituire al dibattito pubblico una dimensione più matura e consapevole. Il convegno del 30 giugno alla Triennale di Milano si propone come un’occasione per riportare questa complessità al centro della discussione, sottraendo il tema dei grattacieli alla semplificazione ideologica e restituendolo alla sua vera natura: una questione di progetto urbano, di interesse pubblico e di futuro delle città.
DI SEGUITO LA VIDEOINTERVISTA AL PROF. ALDO NORSA.
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