Il “buco” in architettura: vuoto, soglia e dispositivo spaziale tra progetto e percezione
Nel progetto architettonico il vuoto non è assenza ma dispositivo spaziale. Il buco, come soglia e apertura, attiva percezione, attraversamento e relazione tra interno ed esterno. Foro, asola, cavità o scavo diventano elementi di progetto che regolano luce, sguardo e passaggi impiantistici, trasformando un’interruzione materica in principio generativo dello spazio e dell’esperienza.
6
Una pietra su cui possiamo edificare tante cose
Nel tuo cuore bugiardo.
Guscio d’ostrica.
Lo berrai fino in fondo.
Occhi selvaggi.
Il senso di pericolo non deve mai sparire: guarda se vuoi, ma poi dovrai saltare. Aiutami con la tua splendida nudità. Nel primo sogno fuggivamo, sfiniti. Il secondo iniziava in un bosco, ridevamo. L’ultimo sogno eravamo vincitori al ballo o in un torneo. Mi svegliai. Tu non c’eri. Nessuna delle mie nature può lagnarsi.
Sono (anche) parole di W. H. Auden, “Poesie scelte” a cura di Edward Mendelson nella traduzione di Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica per Adelphi. Forse la più bella raccolta tradotta ed editata. Auden, come scrive Iosif Brodskij, “è una pietra su cui possiamo edificare tante cose”; un poeta che ha servito “un infinito più grande di quello a cui pensiamo di solito, ed è buon testimone della sua accessibilità” rendendocelo meravigliosamente ospitale! Assennato, distaccato, ironico, autonomo, in quel sapiente equilibrio che non è mai in bilico, sembra “disidratare il suo verso da ogni sorta d’inganno” con un’esaltante semplicità. Iosif Brodskij in quel bellissimo saggio “Su «1° settembre 1939» di W. H. Auden”, che potete trovare nella raccolta “Il canto del pendolo”, tradotto da Gilberto Forti per Adelphi ricorda che “Stephen Spender ha scritto una volta che Auden, bravissimo nel fare una diagnosi, non presumeva mai di proporre una terapia”. In fondo il poeta tutto quello che ha è una voce, che può smuovere “la menzogna ripiegata, la menzogna romantica annidata nel cervello.. la menzogna dell’Autorità..”.
Ho conosciuto W. H. Auden che ero già avvezzo al tradimento dei poeti. Ma il linguaggio autocosciente di Auden rimane, per me, ancora abbagliante: in fondo un uomo è (anche) ciò che legge, “composto di Eros e di polvere”.
La luna, spuntando inattesa, evita i rebbi seghettati di un monte e incede in cielo aperto come chi sa qual è il suo posto.

Ostinazione, franchezza, la mia mente di riflesso… Gongolano come paesaggi (da me solarizzati) i corpi diversamente sessuati delle parole di W. H. Auden, che il desiderio (ancora) ammutolisce.
5
La lunga notte
Mi corico in diagonale, spalanco le braccia. Sto comoda. Posso accendere la luce nel cuore… della notte. Senza dare fastidio. Cosa succede? I rapporti, sempre più diradati, alla fine spariscono. Lo spazio vuoto sembra una solitudine ma non lo è. Bisogna accettare che i cambiamenti siano lenti. Gli impulsi (a volte) accelerano la rabbia ma poi sbollisce. Eppure il mio stile era prevedere sempre le conseguenze… Dormo di nuovo accanto a qualcuno. Quasi non filtra la luce dalla finestra, non riesco a vedere.
Sento la tranquillità e il respiro leggero di chi dorme accanto a me.
I sogni escono dalle trasparenti porte e si compiono. Non possono essere interpretati con esattezza. Sei incerta. L’anima cosciente ti sveglia e ti affacci alla finestra, ma vedi solo oche che becchettano il grano. Una dea trasparente respira nei tuoi polmoni. La notte, come la vita, avanza e non bisogna violare i suoi limiti. Ora versa un dolce sonno sulle palpebre. Un dolce sonno…
Ho mescolato il malessere di Alicia Giménez-Bartlett di “Uomini nudi” per Sellerio tradotto da Maria Nicola con l’eterno palpito che Omero identifica nell’attesa di un’altra moglie lasciata sola. Nella notte più lunga dell’Odissea tutto sembra intessere e stracciare ogni legame incessantemente. Cosa accadrà? Penelope dormirà tutto il giorno e quando parlerà dei sogni ad Ulisse, lui sorriderà. In quell’intensa intimità del rapporto che rende ciascuno di loro stupendamente incomprensibile l’uno all’altra.
Tutto è un naufragio, che si ripete e si ripete. Ma ciascuno di noi deve trovare le proprie strategie per scampare al pericolo. La dea trattiene l’aurora, prolunga la notte, per la gioia del reciproco racconto e poi si addormentano insieme.
Scrive, al proposito, il grande Jean-Pierre Vernant in “C’era una volta Ulisse”, tradotto da Irene Babboni per Einaudi: “Ulisse ritorna, e in capo a vent’anni, in un certo senso per la memoria di Ulisse, per la sua fedeltà, per quella di Penelope e per il canto del poeta, il tempo viene abolito e Ulisse e Penelope si ritrovano come erano quando si sono sposati, lui di vent’anni, lei di quindici, tanto tempo prima.” E la dea Atena prolunga la notte, “impedendo al sole di levarsi perché quella in cui si ritrovano, lei Penelope e lui Ulisse,… sia la più lunga notte coniugale che possa mai essere sognata.”

Penso al sogno intrecciato che Penelope e Ulisse hanno fatto in quello scampolo di tempo in cui (forse) si saranno assopiti. Un sonno che si tramuta in sogno. Diventano quello che Shakespeare chiama “the thing I am”… Quando, ricordando le parole Alicia Giménez-Bartlett, finalmente ritorna qualcuno/a accanto a te.
4
Gli anulari del Colosseo
La dea ha ammonito e, aggiogati i cigni, è ripartita per l’aria. “Sed stat monitis contraria virtus.” Ma poi gli ammonimenti non sono sufficienti e le circostanze trasformano il destino. Il cinghiale che andavi cacciando ti caccia. La lancia con cui avevi tentato di far tua la preda diviene la zanna che colpirà il tuo inguine. La dea inverte la rotta perché riconosce il tuo gemito e “capillos rupit et indignis percussit pectora palmis”. Tutto si disperde al vento.
Veloce vita nei cunei dell’anfiteatro massimo. Rapida sorte nell’arena.
Perché l’amore è senza morte? A_mors, fragile e leggero petalo, così lontano (apparentemente) dalle strutture che compongono lo spazio in cui il rito si compie. La dea chiede che il sangue di lui fermenti la terra in cui possa spuntare un fiore annuale, il volatile Anèmone, mentre dalle ferite di lei (che nella corsa del soccorso spine di rovi avevano segnato) Rose Rosse. Come la bellissima ninfa che Persèfone mutò, per gelosia, nella pianta di Menta e ancora raffredda col profumo il sogno di Ade, dove la morte raduna il suo destino.
Sento la struttura di arterie e vene di Roma che portano il tuo sangue al cuore della città in cui ancora tutto sembra pulsare nella sua forma concentrica di anulari di travertino, laterizio e stratificazioni di vite come di intonaci.
Arrivi dal cielo, Afrodite terrena, o dall’incrocio del tempo in cui ciascuno di noi rimarrà in eterno?
Il giovane Adone si metterà in salvo nella tua metamorfosi?
Il sangue sarà incessantemente mutato in fiore?
Cosa alimenta il nostro desiderio?
Ovidio mi ha aiutato con alcuni versi finali del suo Decimo Libro del Libro più bello del mondo (“Metamorfosi”) e gli anulari del Colosseo sembrano trasfondere ancora il nostro sangue.

“Labitur occulte fallitque volatilis aetas, et nihl est annis velocius. Perché senza che lo si avverta il tempo vola via come un fulmine? Niente è più rapido degli anni."
3
Attraverso il vetro
Piatte come il tavolo sulle quali sono posate. Lasciatele tranquille. Forse dicono bugie e per questo le amo. Al di fuori dei cataloghi di cataloghi, degli occhiali per cercare gli occhiali, de l’ignoranza dell’ignoranza. Reciprocamente indulgenza e buonumore sbarrano il passo a verità aggressive… e “Basta così”.
Le finestre, i vetri, le porte a vetri sono passanti dello sguardo, fori, buchi. Sono luoghi di “Prospettiva” in cui incrociarsi “come estranei, senza un gesto o una parola, forse smarriti o distratti o immemori di essersi (per un breve attimo), amati per sempre.” Li hai visti dalla finestra, da lontano e dall’alto, forse sbagliando? “Lei è sparita dietro la porta a vetri, lui si è messo al volante ed è partito in fretta.” Come attraverso cornici di quadri surrealisti, che frantumano un vetro dipinto o traguardano un infinito caleidoscopio di ripetizioni, l’istante si sintetizza poi in una cartolina, occasionale e ironicamente persuasiva, bellissima perché senza garanzia e realizzata “come se nulla fosse accaduto, anche se è accaduto.”
La vedi? Ti guarda? Attraverso il vetro che taglia il pensiero col suo spessore! È una cartolina collage di Wistawa Szymborska estratta tra oltre le 80 esposte nella magica mostra curata da Andrea Ceccherelli nel magico Museo di Palazzo Poggi a Bologna. Mentre ti gusti il “gusto in punta d’unghia” come per “scacciare i vulcani” che sono in te che arrivi da via Zamboni, un riverbero sonoro affolla la lunga sala. È la voce di Umberto Eco che legge Wistawa Szymborska in quell’incontro a “braccia spalancate” che ebbe luogo nel 2009 nella gremita Aula Magna di Santa Lucia. Il ricordo video (rallentato di stupore e ironia) è più che delizioso con una poetessa Nobel dallo sguardo di cuore. Tenerissima. È veramente valso andare a vederla!
Ci sono 27 ossa, 35 muscoli, circa 2000 cellule nervose in ogni polpastrello delle nostre 5 dita, scriveva Wistawa Szymborska su “La mano”, più che sufficienti per “incrinare ogni certezza”… anche tagliando e incollando lievi fogli di carta (frammenti irrisolti) in seconda, terza o quarta vita.

La mostra è stata organizzata dall'Istituto Polacco di Roma e dal Sistema Museale di Ateneo, in collaborazione con il Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna e la Fondazione Wisława Szymborska.
“Sono un cattivo pubblico per la mia memoria”, scrive Wisława Szymborska. “Vuole che ascolti di continuo la sua voce, ma io mi agito, tossicchio, ascolto e non ascolto, esco, torno ed esco di nuovo.” È proprio una vita difficile con la propria memoria! È sempre lì a proporti con ostinazione e cura del dettaglio vecchie lettere e fotografie, popolati di ritornelli e specchi ringiovanenti. Come attraverso il vetro, “mi fissa negli occhi e aspetta una reazione.” Wisława Szymborska fa tutto a pezzi e lo rincolla, separandosi dalla memoria vendicativa, a modo suo, giorno per giorno, con ottima strategia.
2
La grotta
“Vieni. Vieni. Ti bacio. Ti branco.
Ti trascino. Ti tasto al buio. Ardente oscurità, aperta, nera,
occulta rovesciata rondine, o così blu, nera, palpitante.
Oh così, così, smaniose, soffici labbra ondose, pelle di rosa
o di coralli delicati, …”
Che folgore! Quali lampi nel buio. Uragano che scatena nel letto un mare di sapori. Flora e fauna in una spirale mossa dal vento intersecano mare e cielo. La grotta, nell’arcipelago, cerca l’abisso in cui “bere le tue alghe” e trovare riposo nelle colline “dove brucia il vento”. Penombre, dolci corridoi, cieche costellazioni, “indefinite oscure nebulose” che aprono ad un “fremito irresistibile, capace di espandersi, “bagnando le ansiose labbra dell’universo”.
Rafael Alberti, straordinario poeta andaluso classe 1902, attraversa un secolo di avanguardie e di lotte politiche e non perde mai l’amore. “Canzoni per Altair” sono le sue ultime liriche, scritte dal 1983 al 1988 per María Asunción Mateo. Rafael ha ottantasette anni e María, docente di letteratura spagnola, ne ha quarantacinque. Non so se il sesso e la mitologia appartengano al medesimo dominio. Se fosse così, forse comincio a comprendere come la carnalità possa sublimare nell’immortalità. Nel 1990 sposerà María.
La traduzione è la cura di questo bellissimo libro è di Sebastiano Grasso per ES.
“I bisonti, i cervi e i cinghiali della grotta di Altamira. Al buio cominciammo a scendere verso il fondo della terra. Non osai respirare, osservando le rocce laterali, ansioso di scoprire qualche indizio di ciò che stavamo per vedere. Nulla. D’improvviso si accesero alcuni nascosti riflettori. E, meraviglia! Eravamo già nel cuore della grotta, nella cavità dipinta più stupefacente del mondo. Adagiati sulle grandi pietre del suolo, potemmo abbracciare meglio, poiché la volta è bassa, quell’immenso affresco dei maestri sotterranei del nostro quaternario pittorico. Sembrava che le rocce muggissero. Là, in rosso e nero, ammucchiati e lustri per le infiltrazioni d’acqua, c’erano i bisonti, infuriati o in riposo. Era come la prima stalla taurina spagnola, stipata di animali feroci che stessero forzando per uscire.” Rafael Alberti scrive “L’albereto perduto”, pubblicato nella traduzione di Dario Puccini per Editori Riuniti nel 1976, come un itinerario della sua vita, in cui attraversa regioni del cuore e dei territori. La grotta lo carica di angeli che deve sfogare alla luce “con le pupille rabbiose”. La grotta, visitata nel 1928, tornerà nel suo amore in tanti modi. La grotta è metafora del luogo ancestrale in cui il mare tocca la terra, immerge ed espone, penetra e rilascia. La grotta permette all’immaginazione e darsi forma, e diventa corpo, diventa donna, diventa amore. Altamira è vitale come Altair. Sono passati sessant’anni per lui ma in fondo continua a “bagnare un pennello nell’ombra di un’acqua (un’ombra verde, gialla, rossa, viola, nera) e dipinge, dipinge la luce di un sole invisibile”, scrive Vicente Aleixandre in “Encuentros”.
Ho incontrato Rafael Alberti leggendo “Degli angeli”, 54 liriche in versi liberi. Ero giovane, forse troppo. Quel libro dalla copertina bianca nella collezione di poesia di Einaudi, stava tra i tanti sovrapposti che mio padre leggeva contemporaneamente. Un’abitudine che non ho mai perso. Gli angeli mi attiravano, nella loro “acuta diversità”, perché stavo crescendo e cercavo l’insolente e il temerario. Alberti non mi ha più abbandonato. La grotta ora mi sembra scavata in quel condensato litico preumano, predivino. Anni fa conobbi Pinuccio Sciola, uno straordinario scultore cagliaritano che mi ha onorato della sua amicizia. Pinuccio sapeva come estrarre il suono dell’acqua dalla pietra calcarea, conosceva il segreto della sonorità litica e la rendeva scultura. Forse era un gesto d’amore, erotico e mitologico, come le parole (e la vita) di Rafael Alberti.
“… limami, ansima tu in me, comincia e ricomincia, con denti e gola,
morendo, agonizzando, facendolo ancora, morendo un’altra volta,
così per sempre, al buio, bruciante oscurità, notte aggiogata, amore,
morendo senza morire, amore, amore, amore, eternamente.”

Nella grotta le rocce muggiscono, le alghe e i muschi non sono né minerali e né vegetali, sembrano appartenere ad un’altra natura (forse un po’ animale e un po’ umana), come se gli angeli avessero lasciato un’impronta. Angeli e stelle di passione (anche straordinariamente carnale).
1
Il buco
«Si capisce. Attraverso il buco della serratura della porta…»
«E che cosa vedevi?»
«Cosa vedevo? Eh… non sempre ce la facevo, purtroppo, perché il letto era messo per diritto, proprio davanti al buco della serratura, e inoltre era alto, altissimo, sai come sono quei lettoni matrimoniali… però qualcosa vedevo, sta’ tranquillo… una volta di sopra alla spalliera avevo veduto sporgere una schiena. Era di una donna, e andava su e giù, hop-là, hop-là, né più né meno come se stesse seduta sulla groppa di un cavallo al trotto. Un’altra volta i due passeggiavano in giro per la stanza nudi, di modo che venendo ogni tanto a tiro del buco della serratura mi mostravano il davanti e il dietro. Un’altra volta ancora una coppia, invece che sul letto, aveva preferito venire a far l’amore per terra, proprio vicino alla porta. E se quella volta là, sebbene torcessi disperatamente l’occhio in basso, non ero riuscito a vedere un fico secco, in compenso avevo potuto ascoltare: il che forse era stato anche meglio..»
«Meglio?»
«Eccome! Oltre ai gemiti, ai gridi soffocati, avresti dovuto sentire le frasi che si dicevano. Che roba! Non la finivano più.»
Questo dialogo è tratto da un grande classico ambientato a Ferrara tra il 1929-1930 fra compagni di scuola di prima liceo: è “Dietro la porta” di Giorgio Bassani.
Il buco è una condizione dello spazio che i tecnici conoscono bene. Asola, foro, scavo, finta toppa, piccolo cratere, lacuna, pontaio o dovuto ad un’estrazione di materiale (spesso più prezioso del suo litico contorno) il buco non è mai solo un buco. In esso si attende un riempimento, un risarcimento o un passaggio (di cavi o di corrugati come di sguardi). Il buco può essere una condizione dell’anima, come per la tana di Franz Fafka. Il buco è un luogo gravitazionale del desiderio. Il buco è una dimensione del tempo, dell’età e della crescita (come sa bene Giorgio Bassani). Il buco trova il suo destino in un’intersezione tra dimensione diverse ma (quasi mai) concede un attraversamento corporeo (sarebbe una porta). Come per Alice di Lewis Carroll, dopo la sua lunga caduta in atterraggio in quell’incredibile vano distribuzione per il “Paese delle Meraviglie”, solo una dislocazione dimensionale potrebbe permettere l’infiltrarsi nell’unico passaggio visivo ma non corporeo.
Forse anche il buco è un mediatore di soglia, interpretando Massimo Cacciari: un dispositivo che attende quel “stare nel mezzo” in cui si avverano tutte le nostre metamorfosi: oltrepassiamo una soglia “per giungere a un’altra soglia che dura come limite reale per un istante e subito si dilegua reimmergendosi nell’Aperto.”
Molto diverso da quella scena del voyeur che Jean-Paul Sartre presenta in “L’essere e il nulla” in cui la gelosia, la vergogna, rendono spugnosa la coscienza di chi guarda rispetto all’altro osservato. Poi chi guarda viene a sua volta guardato e l’oggettificazione reiterata e incessante ha inizio. Nulla come i Social in Rete rendono perfettamente l’idea di questo globale gigante Argo (osservatore infallibile) non dai 1000 occhi, ma dai 1000 buchi della serratura. Un inconscio ottico, direbbe Rosalind Krauss, che non vuole “conoscere” nella sua invulnerabile opacità, ma soltanto “essere”: un io che “non è nient’altro che puro riferimento all’Altro”.
Non so se i (quasi centenari) adolescenti liceali di Giorgio Bassani siano parte di alcune narrazioni ormai canoniche: una specie di tavola prospettica rinascimentale in cui si innesca un riflesso di sguardo lacaniano. Resta il fatto che il buco, nella sua estesa e continua accezione, mostra e occulta ancora con un potere inossidato!

Chissà perché ho dovuto virarla, ruotarla e specchiarla questa immagine, come se fosse estratta dal “contorcimento del buco della serratura” direbbe Giorgio Bassani?
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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