Calcestruzzo sostenibile | Costruzioni | CO2 | Edilizia | CONPAVIPER
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Il calcestruzzo sostenibile non si “compone”, ma si progetta

La sostenibilità del calcestruzzo non può più essere valutata solo sulla composizione del materiale, ma sulle prestazioni dell’opera lungo l’intero ciclo di vita. Le nuove logiche prestazionali introdotte da ATECAP spostano il focus da “come è fatto” a “come funziona”.

Il tema della sostenibilità nel settore delle costruzioni sta vivendo una trasformazione profonda che coinvolge direttamente anche il mondo del calcestruzzo. Non basta più ridurre il contenuto di clinker o introdurre materiali riciclati per definire “green” un’opera: oggi la vera sfida è valutare le prestazioni ambientali, strutturali e durabili lungo l’intero ciclo di vita. In questo contesto si inserisce la riflessione promossa da ATECAP all'interno del convegno CONPAVIPER a GIC EXPO 2026, che propone un cambio di paradigma destinato a incidere sul modo di progettare, prescrivere e utilizzare il calcestruzzo nelle opere contemporanee. Un approccio che mette al centro la performance dell’opera e il ruolo strategico del progettista.


Calcestruzzo sostenibile: dalla prescrizione compositiva alla logica prestazionale

Il calcestruzzo sostenibile non è un nuovo materiale. È un nuovo modo di progettare. Questa, in sintesi, è la vera chiave di lettura emersa dall’intervento di Massimiliano Pescosolido, Segretario Generale di ATECAP, al GIC Expo 2026 di Piacenza, all'interno del convegno CONPAVIPER dal titolo “Pavimenti industriali in calcestruzzo. Scelta dei calcestruzzi, nuovi cementi, fibre, controlli e marcatura CE: facciamo il punto”.

Il tema tecnico al centro dell'intervento di ATECAP: il passaggio dalla prescrizione compositiva alla prescrizione prestazionale del calcestruzzo.

Non si tratta soltanto di un’evoluzione normativa o di un aggiornamento lessicale legato alla sostenibilità ambientale. Il punto è molto più radicale e riguarda il modo stesso in cui il settore delle costruzioni interpreterà, nei prossimi anni, il rapporto tra materiali, opere e ciclo di vita. Perché oggi il tema non è più “quanto cemento contiene un calcestruzzo”, ma quale prestazione riesce a garantire quell’opera nel tempo, con quale impatto ambientale e con quale efficienza complessiva.

Dalla miscela all’opera: il cambio di paradigma della sostenibilità

Per decenni il calcestruzzo è stato valutato prevalentemente attraverso parametri prescrittivi: rapporto acqua/cemento, dosaggi minimi, classi di esposizione, contenuto di clinker, limiti compositivi. Un approccio che ha avuto una sua ragione storica, soprattutto in una fase in cui il controllo di qualità industriale non disponeva degli strumenti odierni. Oggi, però, questo modello mostra limiti sempre più evidenti.

Pescosolido utilizza una metafora semplice ma estremamente efficace: il progettista non dovrebbe “scrivere la ricetta della torta”, ma definire il risultato che vuole ottenere. È il principio alla base dell’approccio prestazionale, che sposta l’attenzione dagli ingredienti alla performance finale dell’opera.

La questione è tutt’altro che teorica. Le aree urbane occupano appena il 2% della superficie terrestre, ma concentrano il 75% delle emissioni globali di CO₂ e consumano fino all’80% dell’energia mondiale. In questo scenario il calcestruzzo, materiale strutturalmente insostituibile, non può più essere affrontato con una logica esclusivamente produttiva o compositiva. La sostenibilità non coincide automaticamente con l’utilizzo di materiali riciclati o con la riduzione del clinker: diventa una valutazione complessiva dell’opera lungo tutto il suo ciclo di vita.

È qui che emerge un punto tecnico centrale: un materiale “a basse emissioni” non è necessariamente la soluzione più sostenibile. Se una miscela garantisce prestazioni superiori, maggiore durabilità e una riduzione delle quantità complessive impiegate, l’impatto finale dell’opera può risultare inferiore rispetto a quello di un conglomerato apparentemente più “green” ma meno efficiente.

La sostenibilità misurabile: EPD, LCA e classi di efficienza

La vera novità introdotta dal lavoro sviluppato in ambito ATECAP riguarda la costruzione di strumenti concreti per misurare questa sostenibilità prestazionale. Non più dichiarazioni generiche, ma indicatori verificabili.

In questo quadro assumono un ruolo strategico le EPD (Environmental Product Declaration), le dichiarazioni ambientali di prodotto, basate sulle metodologie LCA (Life Cycle Assessment). Se fino a pochi anni fa questi strumenti erano percepiti come documenti specialistici marginali, oggi stanno diventando il vero linguaggio tecnico della sostenibilità.

Il principio introdotto è particolarmente interessante per il progettista strutturale: non basta conoscere quanta CO₂ viene emessa per produrre un metro cubo di calcestruzzo; occorre capire quanta CO₂ è necessaria per ottenere una determinata prestazione meccanica.

Da qui nasce il metodo delle classi di efficienza, uno dei punti più innovativi della riflessione tecnica attuale. Il sistema mette in relazione le emissioni di CO₂ del conglomerato con la sua resistenza caratteristica a compressione, esprimendo il rapporto in termini di kg di CO₂ per MPa ottenuto. Più il valore è basso, maggiore è l’efficienza ambientale della miscela.

L’esempio riportato da Pescosolido è illuminante: un calcestruzzo che emette 300 kg di CO₂/m³ e raggiunge 30 MPa produce un rapporto pari a 10; un altro conglomerato che emette 320 kg/m³ ma raggiunge 40 MPa genera invece un rapporto pari a 8. Il secondo materiale non è automaticamente “migliore”, ma è più efficiente in termini di emissioni per unità prestazionale. Questo consente, in fase progettuale, di ridurre i quantitativi strutturali necessari e quindi l’impatto complessivo dell’opera.

È una logica profondamente diversa rispetto alla tradizionale valutazione del singolo prodotto. E soprattutto introduce un concetto decisivo: la sostenibilità non è una proprietà del materiale isolato, ma della relazione tra materiale, prestazione e durata nel tempo.

Il rischio della norma senza progetto

C’è poi un altro tema, forse ancora più delicato, che emerge dalla relazione: il rischio di affidare la qualità del costruire esclusivamente alla norma tecnica o agli automatismi di calcolo.

Nella parte finale dell’intervento viene richiamata una riflessione storica del professor Pozzati, secondo cui il vero pericolo per il settore sarebbe “delegare agli algoritmi la definizione del progetto”. È un passaggio che oggi assume una forza straordinaria, soprattutto mentre digitalizzazione, BIM e intelligenza artificiale stanno trasformando il lavoro del progettista.

La questione non è opporsi all’innovazione. Al contrario: l’evoluzione normativa e tecnologica è indispensabile. Ma una progettazione realmente sostenibile non può ridursi alla compilazione automatica di tabelle o all’applicazione meccanica di soglie prescrittive. Richiede competenza tecnica, capacità di interpretazione, conoscenza dei materiali, comprensione dei fenomeni di degrado e valutazione del contesto reale dell’opera.

In questo senso la nuova cultura del calcestruzzo sostenibile potrebbe avere un effetto positivo molto più ampio del semplice miglioramento ambientale: riportare il progetto al centro del processo edilizio.

Perché il vero salto culturale non consiste nel produrre un calcestruzzo “ecologico”, ma nel concepire strutture capaci di durare di più, consumare meno risorse lungo il ciclo di vita e mantenere elevate prestazioni nel tempo. È una differenza sottile ma sostanziale. E probabilmente rappresenta una delle sfide tecniche più importanti che il settore delle costruzioni dovrà affrontare nei prossimi anni.

DI SEGUITO L'INTERVENTO INTEGRALE DI MASSIMILIANO PESCOSOLIDO.

Calcestruzzo sostenibile e UNI/PdR 176:2025: requisiti e novità operative


Il testo è stato elaborato mediante la videoregistrazione dell'intervento, utilizzando strumenti di IA (ChatGpT).

IN SINTESI
-La sostenibilità del calcestruzzo deve essere valutata sull’intero ciclo di vita dell’opera e non solo sulla composizione del materiale o sull’uso di componenti riciclati.
-Il settore sta passando da un approccio prescrittivo, basato sugli “ingredienti” del calcestruzzo, a una logica prestazionale che valuta il risultato finale in termini di durabilità, efficienza e riduzione degli impatti ambientali.
-Strumenti come EPD (Environmental Product Declaration) e LCA (Life Cycle Assessment) permettono di misurare in modo oggettivo il rapporto tra emissioni di CO₂ e prestazioni meccaniche del calcestruzzo.
-Le nuove classi di efficienza ambientale confrontano le emissioni prodotte con la resistenza del materiale, premiando le soluzioni che consentono di ridurre i consumi complessivi di risorse e materiali strutturali.
-La vera innovazione non riguarda soltanto il materiale, ma il ruolo del progettista: servono competenze tecniche e capacità di integrare norme, durabilità, prestazioni e sostenibilità nella progettazione delle opere.

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