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Il caldo ferma anche il nucleare: l’Europa elettrica scopre la propria vulnerabilità climatica

Nucleare e siccità mostrano una vulnerabilità destinata a pesare sulla transizione energetica europea: quando fiumi e temperature superano le condizioni di progetto, anche centrali perfettamente funzionanti possono perdere potenza. Il problema non è una tecnologia, ma la resilienza dell’intero sistema elettrico.

La Romania ha spento l’ultimo reattore nucleare rimasto in funzione a Cernavodă perché il Danubio, prosciugato dalla siccità, non garantisce più l’acqua necessaria al raffreddamento.

In Ungheria Paks funziona a una frazione della propria potenza, mentre in Francia il caldo e le temperature elevate dei fiumi hanno già imposto riduzioni della produzione.

Non è una crisi del nucleare. È qualcosa di più importante e, per certi versi, più inquietante: la dimostrazione che nessuna infrastruttura energetica è davvero fuori dalla portata del cambiamento climatico. E mentre l’Europa punta sull’elettrificazione di mobilità, edifici, industria e servizi, la domanda non è più soltanto quanta energia riusciremo a produrre, ma quanto sarà resiliente il sistema da cui dipenderà quasi tutto.

Perché siccità e caldo possono ridurre la produzione di una centrale nucleare

Per cercare di evitare lo spegnimento della centrale nucleare di Cernavodă, in Romania, si è tentato quasi tutto. Il Danubio è stato dragato, il suo flusso è stato modificato localmente, sono state utilizzate chiatte cariche di pietrame e si è arrivati persino a far brillare in maniera controllata un ostacolo roccioso per cercare di convogliare più acqua verso l’impianto.

Sono immagini che hanno qualcosa di simbolico. Da una parte una delle tecnologie energetiche più sofisticate mai costruite dall’uomo; dall’altra un fiume che semplicemente non porta più abbastanza acqua.

Alla fine ha vinto il fiume.

Il 13 agosto Nuclearelectrica ha completato lo spegnimento dell’Unità 2, l’unico reattore ancora operativo. L’Unità 1 era già stata fermata alla fine di luglio. In poche settimane la Romania ha quindi perso circa 1,4 GW di capacità nucleare, una quota molto significativa della propria produzione elettrica.

La notizia potrebbe essere liquidata come una conseguenza estrema della siccità di questa estate. Sarebbe però una lettura riduttiva. Perché il reattore non si è fermato per un guasto, non c’è stato un incidente, non è emerso un problema nella tecnologia nucleare. È venuta meno una delle condizioni fisiche che permettono alla centrale di funzionare.

L’acqua.

E forse è proprio questa semplicità a rendere il caso di Cernavodă così importante.

Una centrale nucleare, come qualsiasi grande impianto termoelettrico, resta infatti una gigantesca macchina termodinamica. Produce calore, ne trasforma una parte in energia elettrica e deve smaltire il resto. Per farlo ha bisogno di un pozzo termico. Spesso quel pozzo termico è rappresentato da un fiume, da un lago o dal mare.

Se l’acqua scende troppo di livello, se la portata si riduce oltre una determinata soglia oppure se la temperatura del corpo idrico cresce troppo, una centrale perfettamente funzionante può essere costretta a ridurre la produzione o a fermarsi.

Il problema, quindi, non è soltanto tecnologico. È geografico, ambientale, climatico.

Ed è qui che Cernavodă smette di essere una notizia romena.

Il Danubio mette in difficoltà anche Paks

A poche centinaia di chilometri più a monte, lungo lo stesso Danubio, l’Ungheria sta affrontando una situazione molto simile. La centrale nucleare di Paks, circa 2 GW di potenza installata, è stata costretta a ridurre drasticamente la produzione a causa dei livelli eccezionalmente bassi del fiume.

All’inizio di agosto l’impianto era arrivato a funzionare a poco più del 10% della propria capacità, sfiorando quello che sarebbe stato il primo arresto completo in 44 anni. A metà agosto la centrale risultava ancora fortemente depotenziata.

Anche qui si stanno utilizzando soluzioni di emergenza che impressionano più per la loro concretezza che per la loro sofisticazione. Il governo ungherese ha predisposto l’affondamento controllato di due chiatte di circa 80 metri per modificare localmente il flusso e innalzare il livello dell’acqua di qualche decina di centimetri. In prospettiva è prevista una struttura sommersa sul fondo del Danubio per ottenere un incremento più consistente.

Sono misure che raccontano bene il punto a cui siamo arrivati: per mantenere operativa una centrale nucleare da miliardi di euro bisogna intervenire fisicamente sul letto di uno dei grandi fiumi europei.

A questo punto il clima non può più essere considerato una variabile esterna al sistema energetico.

Sta entrando dentro il progetto.

La Francia e il problema opposto: l’acqua c’è, ma è troppo calda

La stessa estate sta mettendo sotto pressione anche il sistema nucleare francese, sebbene attraverso meccanismi in parte diversi. In Francia il problema non è sempre la scarsità materiale dell’acqua. Può essere la sua temperatura.

Quando un fiume arriva alla centrale già troppo caldo, lo scarico termico dell’impianto rischia di superare i limiti ambientali autorizzati. In queste condizioni il gestore può essere costretto a ridurre la potenza o fermare temporaneamente il reattore per evitare un ulteriore riscaldamento del corso d’acqua.

È una vulnerabilità diversa da quella osservata in Romania e Ungheria, ma porta allo stesso risultato: la produzione elettrica diventa dipendente da una variabile ambientale che per decenni abbiamo considerato relativamente stabile.

Il quadro europeo assume così una forma abbastanza chiara. A est manca acqua sufficiente; più a ovest l’acqua può essere troppo calda. In entrambi i casi il sistema energetico scopre che il cambiamento climatico non resta fuori dai cancelli delle centrali.

Entra dentro.

Il problema più serio è che tutto accade nello stesso momento

La parte più delicata della vicenda emerge però quando si prova a osservare il sistema nel suo insieme.

Durante un’ondata di calore la domanda elettrica aumenta proprio perché aumentano i consumi per il raffrescamento di abitazioni, uffici, centri commerciali, ospedali e data center. Nel frattempo i fiumi possono abbassarsi, la produzione idroelettrica può diminuire, alcune centrali termoelettriche possono perdere potenza e le reti possono operare in condizioni più gravose.

Questa contemporaneità è decisiva.

Non abbiamo più soltanto un problema di produzione, oppure di consumo, oppure di disponibilità idrica. Abbiamo fenomeni che si rafforzano reciprocamente. Più caldo significa più domanda di elettricità. Ma può significare anche meno capacità di produrla.

È questo il vero elemento di novità.

Perché un sistema elettrico può gestire abbastanza bene l’indisponibilità temporanea di una centrale. Può importare energia, utilizzare riserve, spostare produzione. Diventa molto più complesso quando la stessa ondata di calore interessa contemporaneamente diversi Paesi, riduce la disponibilità di più tecnologie e spinge verso l’alto i consumi.

Il caso romeno è quasi didattico. Per compensare la perdita della produzione nucleare, Bucarest ha dichiarato lo stato d’emergenza energetica, ha chiesto a famiglie e imprese di ridurre volontariamente i consumi nelle ore di punta, ha aumentato il ricorso alle importazioni e ha riattivato una centrale a lignite.

Ed ecco il paradosso: una siccità collegata a un clima più caldo riduce la produzione di una fonte a basse emissioni come il nucleare e costringe temporaneamente a tornare a una delle fonti fossili più emissive.

Il cambiamento climatico finisce così per mettere in difficoltà anche gli strumenti utilizzati per contrastarlo.

Nessuna tecnologia è davvero al sicuro

Sarebbe però un errore usare Cernavodă come argomento contro il nucleare.

La conclusione corretta è molto più ampia.

Nessuna tecnologia energetica è davvero indipendente dall’ambiente nel quale opera.

L’idroelettrico dipende dalle precipitazioni e dalla disponibilità d’acqua. Il nucleare e le centrali termoelettriche dipendono dalla possibilità di dissipare calore. Il fotovoltaico perde rendimento quando la temperatura delle celle cresce. Le reti possono essere danneggiate da incendi, alluvioni, tempeste e temperature elevate. L’eolico vive della disponibilità del vento.

Persino le importazioni, che spesso rappresentano l’ultima rete di sicurezza, dipendono da un fatto semplice: che dall’altra parte del confine qualcuno abbia ancora energia disponibile da vendere.

La questione non è quindi scegliere la tecnologia invulnerabile.

Non esiste.

La questione è costruire un sistema nel quale le vulnerabilità delle diverse tecnologie non si sommino tutte nello stesso momento.

Ed è una sfida molto più complessa.

L’elettrificazione totale cambia la natura del rischio

Qui si apre la riflessione forse più importante.

L’Europa ha scelto di decarbonizzare progressivamente la propria economia attraverso l’elettrificazione. È una strategia comprensibile e, in molti settori, tecnicamente molto efficiente. I motori elettrici consumano meno energia di quelli termici, le pompe di calore permettono di ottenere più energia termica rispetto all’elettricità assorbita, molte produzioni industriali possono ridurre drasticamente le emissioni sostituendo combustibili fossili con elettricità a basse emissioni.

Ma c’è un effetto collaterale di cui parliamo meno.

Più elettrifichiamo, più concentriamo funzioni vitali sullo stesso vettore energetico.

Automobili, riscaldamento, industria, sistemi digitali, telecomunicazioni, data center, pagamenti, ospedali, trasporti ferroviari, logistica. Tutto tende progressivamente a convergere sull’elettricità.

Questo aumenta l’efficienza del sistema.

Ma aumenta anche la centralità della rete.

E quando una infrastruttura diventa indispensabile per quasi tutto, la sua resilienza assume un valore superiore alla semplice efficienza economica.

È qui che la discussione sull’elettrificazione dovrebbe forse maturare. Non per fermarla, ma per renderla più consapevole.

Perché una cosa è progettare una società nella quale l’elettricità rappresenta una parte importante dei consumi. Un’altra è progettare una società nella quale quasi ogni funzione essenziale dipende da essa. In questo secondo scenario il blackout non è più soltanto un’interruzione della corrente.

Può significare mobilità ridotta, impossibilità di ricaricare veicoli, difficoltà nei sistemi di riscaldamento e raffrescamento, interruzioni industriali, problemi nei servizi digitali, nei sistemi di pagamento, nelle telecomunicazioni.

Più il sistema diventa elettrico, più la sicurezza elettrica diventa sicurezza sociale.

Forse dobbiamo smettere di parlare soltanto di capacità installata

Negli ultimi anni ci siamo abituati a misurare la transizione energetica attraverso la potenza installata.

Quanti gigawatt fotovoltaici.

Quanti gigawatt eolici.

Quanti gigawatt nucleari.

Quante interconnessioni.

Sono dati importanti. Ma non bastano più.

La domanda che dovremmo porci è quanti di quei gigawatt saranno disponibili quando servono davvero.

Non nel giorno medio.

Nel giorno peggiore.

Quando il fiume è al minimo, la temperatura è al massimo, la domanda elettrica esplode, l’idroelettrico produce meno e magari un incendio interrompe una linea di trasmissione.

È questa la differenza tra potenza installata e potenza resiliente.

E nei prossimi anni potrebbe diventare uno dei parametri più importanti nella pianificazione energetica.

Non basta sapere che una centrale può produrre mille megawatt.

Bisogna sapere cosa succede se il fiume scende di due metri.

Non basta sapere quanti pannelli fotovoltaici sono installati.

Bisogna sapere come regge il sistema quando la domanda serale rimane elevata e il sole non c’è più.

Non basta sapere che esistono linee di interconnessione con i Paesi vicini.

Bisogna sapere se quei Paesi, durante la stessa ondata di calore, avranno energia eccedente.

In questo senso il cambiamento climatico obbliga a passare da una logica di produzione a una logica di sistema.

Il clima entra definitivamente nel progetto

Per chi progetta infrastrutture, il messaggio è ancora più netto.

Le centrali, le reti, le dighe, i sistemi idrici e i grandi impianti industriali costruiti oggi dovranno funzionare per decenni. Molte delle infrastrutture energetiche che stiamo progettando nel 2026 saranno ancora operative nel 2060 o nel 2070.

Ma il clima nel quale funzioneranno potrebbe essere diverso da quello utilizzato per dimensionarle.

È forse questa la vera discontinuità.

Per oltre un secolo l’ingegneria ha potuto basarsi sull’idea che il passato fosse una buona approssimazione del futuro. Le serie storiche descrivevano piogge, portate, temperature, eventi estremi. Si calcolavano tempi di ritorno, margini di sicurezza, condizioni di progetto.

Ora quella stazionarietà non può più essere data per scontata.

Un minimo idrometrico considerato eccezionale potrebbe diventare meno eccezionale. Una temperatura dell’acqua considerata estrema potrebbe ripresentarsi più frequentemente. Una siccità che un tempo apparteneva alle code statistiche potrebbe entrare nella normalità operativa di una infrastruttura.

Questo modifica il modo stesso di progettare.

Il cambiamento climatico non può più essere una nota nella valutazione ambientale.

Diventa una delle azioni da considerare sul sistema.

E allora cosa significa davvero resilienza?

Forse qui dobbiamo anche evitare una parola diventata troppo facile.

“Resilienza” viene spesso utilizzata come sinonimo di robustezza. Ma un sistema resiliente non è semplicemente un sistema che non si rompe.

È un sistema che può perdere una parte delle proprie capacità senza perdere la propria funzione.

Significa avere più fonti, ma soprattutto fonti con vulnerabilità differenti. Significa accumuli, interconnessioni, capacità di riserva, gestione della domanda, generazione distribuita, reti locali, sistemi di black start. Significa accettare una certa ridondanza anche quando, nella normale gestione economica, può sembrare inefficiente.

Perché l’efficienza estrema tende a eliminare i margini.

La resilienza vive invece proprio nei margini.

E forse questo sarà uno dei grandi conflitti della transizione energetica: abbiamo costruito per decenni sistemi ottimizzati per ridurre costi e aumentare efficienza; ora il clima ci chiede di reintrodurre ridondanza, capacità inutilizzata, riserve, alternative.

Cose che in una logica puramente economica possono sembrare sprechi.

Ma che durante una crisi diventano ciò che permette al sistema di restare in piedi.

Cernavodă è una piccola anticipazione del futuro

Per questo quanto accaduto sul Danubio merita più attenzione di una normale notizia energetica.

Non perché dimostri che il nucleare sia sbagliato.

Non lo dimostra.

Mostra però quanto sia fragile qualsiasi tecnologia quando si dà per scontato che il contesto naturale intorno ad essa rimanga immutato.

Le immagini dei dragaggi, delle chiatte affondate e delle esplosioni controllate hanno qualcosa di quasi arcaico. Tecnologie avanzatissime costrette a confrontarsi con una condizione elementare: manca l’acqua.

Ed è forse proprio questa contraddizione a rendere la storia così potente.

Siamo abituati a pensare che la tecnologia ci renda progressivamente indipendenti dalla natura. In realtà ogni infrastruttura continua a poggiare su condizioni fisiche molto concrete: acqua, temperatura, vento, suolo, energia, materiali.

Il cambiamento climatico ci sta ricordando che quelle condizioni non sono uno sfondo immobile.

Sono parte del progetto.

Una società più elettrica deve essere anche una società più prudente

La transizione energetica probabilmente continuerà nella direzione dell’elettrificazione. È difficile immaginare una decarbonizzazione profonda senza aumentare enormemente il ruolo dell’elettricità.

Ma questo non significa che dobbiamo elettrificare tutto senza interrogarci sulle conseguenze sistemiche.

Una società completamente dipendente dall’elettricità può essere molto efficiente, molto digitale e molto decarbonizzata.

Ma deve essere anche molto più robusta di quella attuale.

Dovrà essere capace di produrre energia quando manca l’acqua, quando non soffia vento, quando il caldo aumenta la domanda, quando una linea viene interrotta, quando un Paese vicino ha gli stessi problemi.

Dovrà sapere funzionare anche in condizioni imperfette.

E soprattutto dovrà evitare un errore che abbiamo commesso spesso nella progettazione delle infrastrutture: ottimizzare tutto per il funzionamento ordinario e considerare l’evento estremo come una parentesi improbabile.

Forse il cambiamento climatico ci sta dicendo esattamente il contrario. Che l’evento estremo non è più soltanto un’eccezione statistica. Sta diventando una delle condizioni con cui progettare il futuro.

Ed è qui che la storia di Cernavodă assume un significato che va ben oltre i due reattori fermi sul Danubio.

L’Europa sta costruendo una società nella quale sempre più attività dipenderanno dall’elettricità. È probabilmente la strada giusta per ridurre le emissioni, ma proprio per questo dobbiamo smettere di pensare alla sicurezza energetica come alla semplice disponibilità annuale di megawattora.

La vera domanda è più concreta.

Quando arriverà la prossima estate estrema, quando i fiumi saranno bassi, le città arroventate e milioni di climatizzatori accesi, avremo ancora abbastanza energia disponibile?

E soprattutto: avremo progettato un sistema capace di funzionare anche quando il clima smetterà di comportarsi come avevamo previsto?

Forse è questa la lezione più importante del Danubio.

Il cambiamento climatico non ci sta soltanto chiedendo di cambiare le fonti con cui produciamo energia.

Ci sta obbligando a cambiare il modo con cui progettiamo la sicurezza dell’intera società.

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