L’immenso cantiere (di cose)
Nel cantiere infinito delle parole e dei gesti, l’architettura si fa corpo, carezza, respiro: spazio dell’anima e della natura, dove costruire è amare. Una poesia concreta che abita la bellezza fragile del mondo.
6
Salvare la foresta di parole
“Non so se chiamare amore lo spintone che porta il mio corpo verso il tuo. Vicino vicino. Se chiamare con la parola amore la voglia di sdraiare questo corpo accanto al tuo, corpo disteso accanto a corpo disteso. Corpo d’impastata carne col tuo corpo, pezzi di questo mondo animale… Sono stata forse una stella, un lago. Acqua sono stata questo lo so. Una pioggia su qualcosa… Forse anche il mare. E dunque – di cosa dovrei aver paura adesso. Sparpagliamo le fusa, traboccante felicità. Meraviglia dello star bene quando le formiche mentali non partoriscono altre formiche!”
Mariangela Gualtieri in “Bello mondo”, poesie scelte con otto segnalibri colorati (da lei) per accendere le parole, tutto edito da Einaudi. Una delizia assoluta di ogni forza di parole, che senti risuonare nel teatro della vita, della memoria, come se ogni parola non potesse non essere letta ad alta voce dal nostro cuore. Leggetelo è vitale, ricostituente, traboccante!
Ricordo il tuo sguardo in attesa. Aspettavi lo schiudersi della porta nel mentre di una pioggia improvvisa che esaudisce ogni umidità del desiderio. Come una corolla, una fioritura, un germoglio che germoglia a piccoli morsi di vita. Nulla avrebbe interrotto il passare di quella cometa che illuminava chiunque.
“Sii dolce con me. Sii gentile. Tocca leggermente, leggermente… Non prendere la parola. Lascia sia lei da sola. Diventa tu la preda. Sia lei che ti cattura.”

La foresta di bambù forse è la metafora (sacra) della foresta delle parole, in cui appare quella “fecondazione” (tanto cara a Mariangela Gualtieri), portatrice di una “seduzione di selvatica bellezza”. Quell’attesa che sa delle nostre “tane di silenzio”…
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I gusci (involucri) delle cose
Penso alle ore tenere e senza guscio.
Va sicura la mano. Sosta la luce nel cavo delle foglie e tra la tua bocca e l’amarena è in altalena il desiderio. Il cielo è più cielo con le ali spiegate. Sai, ogni fiore sa qual è il peso. Per te è impossibile ma per il fiore… Il fiore conosce il peso di un’ape o di una farfalla… Come noi (forse) il peso di una carezza, di un bacio sfiorato o della luna (piena tra le case) nella notte serena. Quando le farfalle turbinano in amore tra le foglie secche (nel vento) e vedi i primi fiori come botti (d’amore). Aspettami. C’è sempre una bellezza nascosta (in te come nelle cose). E sulla soglia aspettare il lievitare del gesto, il farsi accoglienza della mano aperta che si illumina. Dove la vita a volte precipita… Come all’inseguirsi degli sguardi, ai tremori dei primi amori. Mai il sonno è stato sonno, mai il sogno è stato sogno, mai l’amore è stato amore come in un fienile.
Sono le parole (farcite con le mie) di Giancarlo Consonni nei suoi “Pinoli”, delle intimità di vita intercettate ovunque, soprattutto in ciò che addomestichiamo da sempre dalla natura (dell’ambiente e delle cose). Compiute bellezze.
Consonni mi è stato vicino da quando il suo sguardo critico di urbanista mi coinvolse nell’idea della “internità dello spazio pubblico”. Ora, pubblicate per Einaudi, porge (poesie come) parole (al silenzio) come all’amata un fiore, nutrendo un’alba che scrive (l’inizio del giorno) sulla sabbia intatta, quando (appena sopra l’orizzonte) il sole che nasce sembra (ancora) ascoltare il respiro del mare. La divinità è ovunque e nel miracolo della sua presenza si dischiude una profondità che appare nei “misteri sensibili”, nella realtà dell’esistenza, nel nostro fare all’amore con le cose.
“Si decide ad aprire i pinoli: «Incredibile dopo un anno sono ancora teneri». Mi guarda come si guarda un sordo: «Sono ancora teneri!» Penso alle ore tenere e senza guscio.”

Una grande collana che imita, nel metamorfismo materico (argilla, legno, fibra), l’idea di gusci di semi inanellati che si sviluppano anche nell’inversione di scala (dal piccolissimo al grandissimo). Ho lasciato volutamente in prospettiva un “refuso” di piedi (di visitatori) perché si possa trovare un riferimento umano della dimensione. La collana è distesa a terra sul pavimento ma risale, in una sua parte, anche verso l’altro, come appesa e sostenuta nell’aria.
4
Leggero o fragile?
Dipingere uno stato d’animo:
«Ecco dov’era il mio cuore!»
Due uomini si erano innamorati contemporaneamente della ragazza. È naturale, può succedere. L’amore rende felici, ma più le delizie dell’amore si sommano, più si ha nostalgia di quando non le si conosceva. Come un fuoco che sta per estinguersi ma ancora illumina, mentre il nostro animo è sconvolto da una trepida attesa. Sono inondato di sudore adesso. Senza un distacco preciso.
È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini, creato dagli uomini. La luce e l’ombra sono i lati opposti della medesima cosa. Se si tenta di separarli si perde se stessi. Nel mondo umano non è possibile evitare il tormento, la furia, l’agitazione e il pianto. Il legame armonioso con il paesaggio naturale. Il fenomeno dell’ombra. L’ombra dei fiori e l’ombra di una donna.
La mia paura aveva calpestato una eleganza. La luna velata.
Affiorando. Sprofondando. Tutto senza fruscio di passi, come una fata che cammini sulle onde.
«Leggero» significa semplicemente che è divenuto imprendibile, non fragile.
In “Guanciale d’erba” del 1906, il grande scrittore giapponese Natsume Sōseki (1867-1916), maestro di Tanizaki e Kawabata, interpreta il percorso creativo in una dimensione percettiva dove è il viaggio dell’anima a ritrovare un significato in ogni incontro (concreto e simbolico) attraverso la ricostruzione narrante del «paesaggio». Un cammino che ciascuno di noi cerca di realizzare con il proprio cuscino di emozioni, il proprio guanciale d’erba, colmo di ciò che troviamo nel sublime incantesimo che sprigiona dalle cose e dal cuore degli esseri umani.
“Kasumakura”, che è il titolo originale, lo trovare tradotto da Lydia Origlia per Neri Pozza. Nel progetto leggerezza e fragilità a volte coincido, altre volte è il contesto a stabilire la scala delle relazioni e dei valori percettivi e tecnologici. Sicuramente il limite si può collegare agli effetti della dimensione contemplativa. Il paesaggio diventa come un dipinto? Come un rotolo giapponese di poesie? Come si può scavare un terreno e spianarlo o di costruirci sopra qualcosa in una poesia? La dimensione non utilitaristica estranea dalla realtà?
“Solo i poeti e i pittori conoscono e gustano l’essenza fragrante di questo mondo di contrasti e intuiscono la sua intrinseca purezza. Si nutrono di nebbia, bevono rugiada, valutano i viola, commentano i rossi e…”

Scrive Natsume Sōseki: “quando riusciamo a guardare con obiettività, dimenticando completamente il nostro io reale, solo allora possiamo, come figure in un dipinto, conservare un legame armonioso con il paesaggio naturale”.
3
Costruire un confine inviolato
“In continenti ignoti le loro labbra
si chiusero.”
Cos’è che crea per gli occhi gli occhi? Esiste un luogo dove tutto illumina e dove nulla è leggibile? Un miele che arde in gola ai ragionanti, abbacinati da luci di felicità inesprimibili, nel vorticare delle menti ruvide.
Da impervie stanze ai vulcani e alle savane, piedi, gambe, ali, ascelle, profumo, labbra, orecchio e ogni ammutolita delizia. La notte pende sul nulla… di ogni unirsi per perdersi. Dileguate le Sofie, le Ipazie, le Elene, le Giuditte, le profetesse lupe… Forse è una cerva che scoprivi. Un cillare di labbra c’invertigina, ai bordi di un sobborgo placentare. Mandorla saturnica! Ai tuoi piedi svegliati… Urlo. Urlo. Silenzio. E poi una pioggia di bisbigli, il bramito dell’anima che abbrucia, la ferocia snudata delle membra… con leggerezza di saliva sfiorano indifese. Attesa. Respiri. Ai sentimenti il cuore: territori tutti d’anima.
Mehmet Gayuk è il poeta sconosciuto, autodidatta e modesto in vita, non sa di aver scritto un capolavoro. Nasce nel Bosforo probabilmente nel 1891 e scompare chissà come cinquant’anni dopo. La filologa Hannah Zeytin estrae da un manoscritto trovato a Beirut ventinove poesie, un abbozzo e otto frammenti e l’amico Guido Ceronetti cura e traduce tutto in una immedesimata quanto straordinaria lirica per Adelphi.
“Il Gineceo” è la fossa dei crogiuoli, di revertite resurrezioni, l’immagine del mondo che si scardina. Ceronetti ci ricorda come “introvabile è la donna perché il suo luogo è nel sogno insondabile dell’uomo” e “i palombari dell’inconoscibile profondità del sesso sempre risaliranno con mani impigliate d’ombre”.
Sono brevi testi stupendamente ricchi di rimandi e connessioni, come essere nella pioggia di tanti meteoriti (alcuni impenetrabili di oscurità): lo scoglio acustico dell’isola dei morti di Böcklin, il gallo cosmico e la sonorità pura del Corano (luce su luce), l’Almagesto tolemaico sparso nei fogli, la voce di tuono della caverna, le pasque rosse della passione, la prigionia domestica dei doveri del nulla, cocomeri e fonografi, le guardiane dell’assenza, lo stupro senza fine delle donne violentate e vendute schiave, l’Occhio Nero e l’Uomo Invisibile di Wells, Il Vampiro di Munch e Giuditta con il capo di Oloferne alzato, Elena che si trasforma nella lunatica Selene, Berlin Alexanderplatz di Döblin e il cimitero dell’isola di San Michele a Venezia, i frutti alchechengi come capezzoli di seni, sortilegi e magia maghrebina nella bisettrice delle gambe divaricate di una donna, ortodossia islamica e liberazione della schiavitù del velo, gabbia di dolore in movimento e donne in fuga, la conquista turca di Costantinopoli e la guerra civile spagnola, Edessa in Mesopotamia e l’Eufrate, i Lemurii atlantidei e le anime dei morti, la Maja desnuda e la ricerca di Goya per la raccomandata modella, la protezione accordata ai popoli del Libro e la raccolta (come deportazione) dei bambini. Ogni atto costruttivo è anche questo, forma e contesto di tutto questo.
Se avete il coraggio di superare gli impervi, violenti e inviolati confini di questo muro, che la terribile metafora (storica, sociale, umana) del Gineceo delimita, troverete un’immagine del femminile, un corpo psichico, nudo, un animus avviluppato che è come un incendio, impossibile da non guardare intensamente.

Una profetessa che rende visibile lo sbalordimento. È la Pizia, della cui morte scriverà uno stupendo racconto Friedrich Dürrenmatt, una donna che prevedeva il futuro, posseduta dal dio Apollo e violentata e segregata dai sacerdoti del tempio, creando un altro confine inviolato.
2
Bisogna essere tellurici!
“Si libra nella scia, vibra l’ala nel vento,
pulsa vivo nel sole e incendia la pineta.
Non basta ricacciarlo come un pensiero fosco:
tu lo dovrai ascoltare!
…
Rompe i vasi di fiori, fende il fondo dei ghiacci.
Non basta dirgli che ti rifiuti di accoglierlo:
tu lo dovrai ospitare!
…
Ti offre il braccio caldo, non riesci a sfuggirgli.
Lui va, e tu lo segui stregata…”
Il fuoco dello sguardo. Urtai la sua guancia. Nel cuore accoglierò le loro dolci resine e a me come fuoco saranno. Oggi arriva la primavera di marzo mese adolescente e “si andranno nel vento a baciare”. E poi “me ne vado da te col tuo respiro: e come umidità da te io evaporo”. Radice del cielo. “In te mi apro, in te mi immergo, irrigami, fa’ che io ribolla, ormai tuo magma! Il mio sudore e le ferite asciugami su fianchi e sulla schiena e ancora tutta intera uniscimi”. Apro le mie vene e il mio cuore... purché dopo ci travolga con il suo petto salino. Per te devono fluttuare queste onde? Il mare e le sue mille onde... nella passione che la notte scuote, come follia… e “tu se un’acqua dai cento occhi, e sei un paesaggio dalle mille braccia”.
L’amore e i suoi opposti. La natura e i suoi poteri. La donna e la sua forza e la sua solitudine. La maternità e le sue tante infanzie. Sempre “a cercare occhi d’acqua” e il “respiro che trema, il sudore che brilla, la gengiva rabbiosa”. Perché “sangue sarò e andrò via tra le tue mani dure e le tue labbra di mosto” e mi dirai “se mi addormento resta nuda”. Lo sai vero? Ricordi che “per il suo amore fui la lupa braccata su pendii rupestri”? Quando “i rossi ballano e infine bruciano del proprio ardore” tra ”tonfo e tonfo della lava” e come mai “io mi sento una fonte rigogliosa mentre a te sembro un inerte zampillo”?
Gabriela Mistral (1889-1957), “poeta e donna” cilena, Premio Nobel nel 1945. Impegno civile e coscienza di genere, vocazione etica per l’emancipazione delle donne attraverso anche un pedagogismo letterario. Le parole in apertura sono di “Amo Amore” della raccolta “Desolazione” del 1922. Matteo Lefèvre cura e traduce con una vera attenzione d’amore questo libro “Sillabe di fuoco”, pubblicato per Bompiani nella collana Capoversi. Octavio Paz ricorda, nell’introduzione, che lei diceva che bisognava essere “tellurici”, nomadi di esperienze ma con un linguaggio che sa “più di radice che foglia e fiore”. Gabriela Mistral è una “profonda e potente voce di montagna femminile” ma è anche la “poetessa dei misteri quotidiani” del realismo trasfigurato, fuso di internazionalismo vocato dal ruolo del poeta.
Civiltà iberocoamericana e culti precolombiani, miti della dea bianca e classicismo convivono in questa straordinaria “poetessa-vate”. Scriveva nelle sue liriche: “È come una favola che ho già imparato e sogno di prendere e poi di lasciare... La stessa ruga della terra ardente... Il mio nome che ho perduto dove vive, dove fiorisce? …Però dimmi quando è fiaba?”
Bellissimo libro! L’ho letto di un fiato. E l’ho riletto al dritto e al rovescio con la calma della piccola lampadina che illumina le pagine tra guanciale e lenzuola di notte prima di cadere nel sonno. Come richiede la poesia in quel suo sensuale svelamento di una possibile verità. Come non potrà mai e poi mai offrire la lettura di un romanzo.

Lo scatto del grande fotografo, che potete trovare nel suo volume dal titolo “Visual Spaces of Today” edito MACK Books nel 2023, è invece di circa vent’anni fa e rappresenta una fase di quel modello di produzione globalizzato di cui si percepisce concretamente l’effetto deformativo, che era già oggettivamente in nuce. Non è una favola. Il realismo transfigurato di Gabriela Mistral aiuta a comprenderlo, anche nella violenza di genere e nel colonialismo economico, che sta mutando e prendendo altre forme e altri orientamenti.
1
L’immenso cantiere (di cose)
“D’estate, alle quattro del mattino
Il sonno d’amore dura ancora...”
Come sarà che il mio cervello, assaltato dal gallo cedrone leopardiano, da giorni si accende per verificare lo svaporare dell’alba?
La “notte azzurra” sopra “vergini sabbie” che forma l’incanto di una notte non è sufficiente a disegnare un castello di sogni per trattenere di più il sonno. Forse sento come “vibrano le gengive dei folletti”? Non ho ancora imparato a placare la tensione per quell’immenso cantiere (di cose) dove incessantemente “danzano i miei demoni ariosi” in un “assemblaggio di scene infinite”.
Cosi è la mia vita.
Ma il “sonno d’amore” disseta e alimenta, fa combaciare l’onda e l’azzurro, aggroviglia e nasconde, e sento volteggiare le mie fami, troppe (lo so), ma che mi rendono così come sono.
Arthur Rimbaud scrive questi versi nel 1872 in apertura della poesia “Augurio del Mattino”, qui tradotta da Marica Larocchi per l’editore SE. Ho rapinato altre parole dai “Vers Nouveaux”, perché l’innesco del voluttuoso è come “un sottile veleno senza antidoto” e a volte ne abbiamo veramente bisogno.
E poi leggere Rimbaud è come fondare un cantiere nel più incredibile dei terreni, perché aiuta a “calarsi negli strati più sotterranei del linguaggio”. Costruire è un linguaggio. Lo è sicuramente per il progetto ma lo diviene anche l’atto trasformativo. Il cantiere (per compiersi) richiede una potenza affettiva, concettuale, sonora, composta di ritmo e fatta di muscoli… come in un parto le doglie. E leggere l’immenso cantiere (di cose) di Rimbaud aiuta sempre, perché la costruzione (come il linguaggio poetico) deve trovare a volte “scorciatoie” e “rotte stravaganti”, ma anche “recuperi e ripristini”.
“Oh, stagioni! Oh, castelli!
C’è un’anima senza difetti?”

Concretizza l’immaterialità e rende percepibile la condizione della vita/cantiere, che assembla (affamata dai sogni) le cose. Si può estrarre dal cielo un tassello di universo? Condensare il vuoto? Vagolare tra le forze che emergono in forme (e quindi spirito e anima)?
Un viaggio, un paesaggio notturno, un sonno d’amore che dura come la pietra incredibile di questa scultura.
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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