Il film che ogni professionista della comunicazione dovrebbe studiare
Nell’ecosistema digitale non basta più raccontare bene: occorre costruire orientamento dentro un flusso continuo di segni, immagini e rilanci. Spider-Man: Un nuovo universo diventa così un caso di studio per chi lavora nella comunicazione. Il film mostra come densità visiva, identità distribuite e grammatica del feed possano generare senso, leggibilità e profondità senza ridurre la complessità contemporanea.
L’articolo legge Spider-Man: Un nuovo universo come molto più di un film d’animazione riuscito: lo interpreta come un modello narrativo capace di rappresentare la logica della comunicazione contemporanea. Il nodo non è il multiverso in sé, ma il modo in cui il film organizza simultaneità, densità di segni, simboli replicabili e identità distribuite. Ne emerge una riflessione utile per chi progetta contenuti, governa piattaforme editoriali e deve rendere leggibile la complessità senza semplificarla.
Spider-Man: un nuovo universo
Non solo un capolavoro visivo, ma un modello narrativo per l’epoca infocratica
Chi lavora nella comunicazione tende spesso a interrogarsi sugli strumenti: piattaforme, formati, algoritmi, metriche, canali, tempi di attenzione. È giusto farlo. Ma, a ben vedere, la trasformazione più profonda in corso non riguarda soltanto i mezzi. Riguarda la forma del racconto, il modo in cui oggi il senso viene costruito, percepito, riconosciuto e condiviso.
È per questo che Spider-Man: Un nuovo universo merita di essere guardato con attenzione da chiunque si occupi professionalmente di comunicazione. Non solo perché è stato un punto di svolta per l’animazione contemporanea, né soltanto perché ha vinto l’Oscar 2019 come miglior film d’animazione. Ma perché, più di molte riflessioni teoriche, mostra in forma compiuta una mutazione decisiva: il passaggio da una grammatica ancora postmoderna della frammentazione a una grammatica pienamente infocratica del flusso.
La tesi è netta: Spider-Man: Un nuovo universo è uno dei primi grandi lungometraggi popolari che non si limita a usare la pluralità dei linguaggi, ma organizza il racconto secondo la logica della contemporaneità connessa: simultaneità, densità di segni, replicabilità del simbolo, identità distribuite, coesistenza di codici diversi dentro un medesimo spazio di attenzione.
In questo senso, non è solo un film innovativo. È un modello.
Per chi vuole approfondire
Questa lettura mette a fuoco i passaggi essenziali del film come modello narrativo per la comunicazione contemporanea. Chi desidera un’analisi più ampia e articolata può leggere anche l’approfondimento principale: “Spider-Man e la nuova grammatica della comunicazione infocratica”.
Oltre il postmoderno: dalla frammentazione alla circolazione
Per anni abbiamo letto l’evoluzione della comunicazione attraverso categorie legate al postmoderno: citazione, ibridazione, moltiplicazione dei punti di vista, crisi dei grandi racconti, contaminazione tra alto e basso. Tutte categorie ancora utili, ma non più sufficienti.
Il postmoderno, infatti, lavora soprattutto sulla frattura. Smonta, ricombina, interrompe, rende visibile l’instabilità del codice. Ma resta ancora legato a una logica della deviazione: esiste un ordine da incrinare, una linearità da disturbare, una grammatica da piegare. In fondo, anche quando la frammenta, continua a riconoscere la centralità del testo e della sua sequenza.
L’infocrazia opera diversamente. Non nasce soltanto dalla crisi dei linguaggi, ma dalla loro saturazione. Qui il problema non è più mostrare che il racconto unitario non regge. Il problema è produrre orientamento dentro un ambiente di segni che scorrono incessantemente, si rilanciano, si sovrappongono, competono per l’attenzione e acquistano valore nella loro circolazione.
La differenza è cruciale per chi comunica.
Nel postmoderno il frammento denuncia la fine del centro. Nell’infocrazia il frammento è già un nodo di rete. Non vale solo per ciò che esprime, ma per la sua capacità di essere ripreso, condiviso, reinterpretato, ricollocato. Il segno non è più soltanto testo: è traffico, relazione, traiettoria.
Spider-Man: Un nuovo universo si colloca esattamente su questa soglia. Non si limita a esibire pluralità stilistica. La organizza in una forma che rende leggibile la condizione contemporanea. Non ci dice soltanto che il mondo è fatto di linguaggi molteplici. Ci mostra come quei linguaggi possano convivere e produrre senso senza essere ricondotti a un centro unico.
Il multiverso come dispositivo comunicativo
Il multiverso, in questo film, non è un espediente per aumentare lo spettacolo. È un dispositivo di comprensione della comunicazione contemporanea.
Nella tradizione narrativa classica, un simbolo forte è legato a una versione dominante, a una genealogia, a una linea principale di legittimazione. In Spider-Verse questo assetto si modifica radicalmente. Spider-Man non coincide più con una sola incarnazione: diventa una matrice simbolica capace di attraversare differenze, mondi, linguaggi, corpi e stili mantenendo riconoscibilità.
Per chi studia la comunicazione, questo è il punto centrale.
Il film mette in scena un principio oggi fondamentale: la forza di un simbolo non dipende più dalla sua immobilità, ma dalla sua capacità di restare leggibile mentre viene reinterpretato. I simboli più efficaci, nell’ecosistema delle piattaforme, non sono quelli chiusi e monolitici, ma quelli capaci di sostenere varianti legittime senza perdere nucleo.
La frase “chiunque può essere Spider-Man” va quindi letta in chiave più ampia rispetto alla sola inclusione. È una formula mediale prima ancora che identitaria. Significa che il simbolo non appartiene più a un’unica origine. Vive nella sua condivisibilità, nella sua possibilità di essere abitato da soggetti diversi senza dissolversi.
È la stessa logica che oggi riguarda brand, format editoriali, comunità narrative, identità pubbliche. Non sopravvive ciò che resta identico a sé. Sopravvive ciò che sa circolare senza perdersi.
La vera lezione del film: la grammatica del feed
Se il multiverso è la struttura concettuale del film, il linguaggio visivo ne è la prova operativa. Ed è qui che Spider-Verse diventa davvero un caso di studio per i professionisti della comunicazione.
Lo schermo non è più una finestra neutra sul mondo. È una superficie densa, stratificata, attiva. Le immagini non illustrano soltanto: commentano, rilanciano, marcano il proprio statuto, incorporano testo, ritmo, grafismo, variazioni di registro. Il contenuto non è separato dalla sua mediazione. I due livelli coincidono.
Questa è una differenza capitale rispetto alla grammatica lineare tradizionale.
Nel racconto classico il montaggio ordina. Qui il montaggio connette. Nel racconto classico il senso avanza per successione. Qui il senso emerge per co-presenza. Nel racconto classico lo spettatore segue una traiettoria. Qui abita un ambiente percettivo.
Per questo è utile parlare di “grammatica del feed”. Non nel senso superficiale di una comunicazione frammentaria o iperaccelerata, ma nel senso più preciso di una forma che deve gestire simultaneità, densità, rilanci, ritorni, soglie diverse di attenzione. Il film comprende che oggi comunicare non significa più soltanto disporre bene una sequenza, ma costruire un campo di orientamento.
Chi progetta contenuti digitali conosce bene questo problema. Non basta pubblicare materiali validi. Occorre costruire un’architettura in cui il lettore possa riconoscere nodi, connessioni, priorità, accessi multipli. Non basta la qualità del singolo messaggio. Serve una forma capace di reggere la complessità del contesto.
Spider-Verse mostra esattamente questo: come trasformare il sovraccarico in composizione.
Non imitare il flusso: governarlo
Molte produzioni contemporanee cercano di inseguire il ritmo del digitale e finiscono per cadere in una accelerazione sterile. La velocità diventa agitazione. La densità diventa rumore. La pluralità diventa dispersione.
Il merito di Spider-Man: Un nuovo universo è opposto. Non imita il caos del presente: lo orchestra. Non si limita a moltiplicare gli stimoli: li gerarchizza senza irrigidirli. Non rinuncia alla leggibilità: la ricava dal montaggio del molteplice.
Questa, per un comunicatore, è forse la lezione più importante. Il problema non è scegliere tra linearità tradizionale e sovraccarico digitale. Il problema è trovare una forma che consenta alla complessità di essere abitata. In altre parole: non subire il flusso, ma costruirne la leggibilità.
È un passaggio che riguarda anche l’editoria tecnica e professionale.
Una piattaforma come INGENIO, per esempio, non è più interpretabile soltanto come sequenza di articoli. È uno spazio di contenuti autonomi e insieme connessi, un ecosistema di approfondimenti, dossier, opinioni, punti di accesso multipli, letture tecniche differenziate. In un ambiente così, il valore non è dato solo dalla qualità del singolo contenuto, ma dalla grammatica che ne rende possibile la fruizione.
La nuova profondità della comunicazione
C’è poi un aspetto che interessa moltissimo chi lavora sui contenuti: Spider-Verse dimostra che velocità e profondità non sono necessariamente in conflitto.
Nel dibattito sulla comunicazione digitale si tende spesso a contrapporre profondità e superficie, pensiero e rapidità, serietà e linguaggio visuale. Il film rompe questa opposizione. Costruisce profondità dentro la superficie, nella stratificazione dei segni, nella loro densità, nel modo in cui temi complessi vengono resi percepibili senza diventare didascalici.
Identità, eredità, trauma, legittimazione, appartenenza: il film attraversa tutte queste categorie senza perdere energia narrativa. E lo fa perché non separa il contenuto dalla forma. Non chiede allo spettatore di oltrepassare l’immagine per arrivare al concetto. Fa sì che il concetto emerga dalla composizione dell’immagine.
Anche questo è un punto decisivo per la comunicazione contemporanea. La sfida non è semplificare tutto per renderlo accessibile. La sfida è costruire forme che rendano condivisibile la complessità senza banalizzarla.
Miles Morales e la soggettività della rete
Il personaggio di Miles Morales completa il quadro. Non è solo il nuovo Spider-Man. È la figura di un soggetto che si costruisce dentro una pluralità di contesti, aspettative, appartenenze, modelli. Non cresce in un ordine unico. Cresce in una rete.
Miles non deve soltanto maturare. Deve trovare un modo di comporre sé stesso dentro una molteplicità di codici che non coincidono pienamente tra loro. Il suo problema non è l’assenza di esempi, ma il loro eccesso. Non gli manca un modello. Gliene arrivano troppi, e tutti parziali.
È una condizione profondamente contemporanea. Anche nella comunicazione professionale, la costruzione della voce non passa più attraverso la pura adesione a un canone, ma attraverso la capacità di entrare in grammatiche condivise senza dissolvere la propria riconoscibilità.
Miles diventa Spider-Man non quando imita bene un modello precedente, ma quando trova il proprio ritmo dentro un simbolo già circolante. È la differenza tra copia e appropriazione, tra replica e composizione.
Ed è una distinzione che vale oggi anche per brand, media, professionisti, comunità editoriali.
Perché è un film da studiare, non solo da apprezzare
Definire Spider-Man: Un nuovo universo un film postmoderno, a questo punto, è insufficiente. Qui non siamo soltanto davanti a una brillante contaminazione di codici. Siamo davanti a una forma che assume il regime percettivo del presente e lo rende narrabile.
È per questo che, a mio giudizio, andrebbe studiato da chi si occupa di comunicazione. Perché mostra almeno sei cose decisive:
- la differenza tra frammentazione e connessione;
- la trasformazione del simbolo in matrice condivisa;
- la possibilità di organizzare il sovraccarico senza semplificarlo;
- la costruzione di profondità dentro la densità dei segni;
- la necessità di una sintassi capace di reggere simultaneità e pluralità;
- il passaggio da una comunicazione centrata sulla sequenza a una comunicazione centrata sull’orientamento.
Non è poco. Anzi, è esattamente il cuore del nostro lavoro oggi.
Una lezione per i mestieri della comunicazione
Alla fine, Spider-Man: Un nuovo universo non è importante solo perché rinnova l’animazione o rilancia un personaggio iconico. È importante perché mostra quale forma possa assumere il racconto quando entra davvero nella società del flusso.
Non è soltanto un film sul multiverso. È un film sulla nuova condizione del senso.
Per questo la sua lezione riguarda direttamente chi progetta contenuti, dirige piattaforme, costruisce identità editoriali, presidia comunità professionali, lavora su media tecnici e verticali. Oggi non basta aggiornare i temi, aumentare la produzione o presidiare i canali. Occorre trovare una nuova forma.
Una forma capace di tenere insieme velocità e profondità, densità e leggibilità, pluralità e riconoscibilità. Una forma che non riduca il presente a rumore, ma gli dia struttura. Una forma che non neghi il flusso, ma lo renda abitabile.
È su questo che, credo, dovremo riflettere molto nei nostri mestieri di comunicatori.
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