Il mistero dello spazio (architettonico)
Lo spazio architettonico non è solo forma ma sistema interpretativo complesso. La sua lettura richiede strumenti critici capaci di cogliere stratificazioni, memorie e ambiguità. Tra narrazione e realtà, lo spazio diventa un dispositivo che traduce la vita umana in tracce materiali e immateriali, difficili da decifrare ma fondamentali per il progetto contemporaneo.
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Lo spazio (mentale) trascendente
“… serviva a rendere più complicato e forte il desiderio,
come un fuoco che si alimenti anche dell’acqua che dovrebbe spegnerlo.”
Sfogarsi e poi provare un compiacimento inesauribile, misterioso, quasi sensuale. Come se una “spontanea coagulazione” facesse uscire di bocca inattese parole di rifiuto. Una grandissima rabbia per essere un animale “inadatto alla vita che si rintana”. Intanto l’assurdità si riproduce nel vuoto di ogni cosa e gli oggetti sembrano invasi da una ribellione, che non permette di riuscire ad amarli come a dominarli.
Nell’età della adolescenza “la sensibilità è sveglia e la coscienza ancora assopita”. Esattamente come a volte il corpo sembra intollerabile, “indolenzito, foderato di gelo”, ma poi scottato, bruciato dal desiderio, rigenerato dal un “senso di vitalità vogliosa” mai provato prima.
A scrivere è Alberto Moravia. Il romanzo è “La disubbidienza” del 1948, che pone lo sguardo nella contorsione adolescenziale del cuore di Luca, un giovane di “buona famiglia romana”, che cerca di non essere autenticato dall’indifferenza egoista e surrogante dei genitori.
Ormai sono passati quasi quarant’anni dalla scomparsa di Alberto Moravia e del suo sguardo penetrante e anticonformista.
Cerco le ricerche di Mary Hellen Immordino-Yang sulle “menti divaganti” degli adolescenti. Nell’immaginario in cui sono cresciuto il cervello degli adolescenti veniva spesso descritto come una trottola impazzita. Oggi si comprende meglio come quelle menti appartengano ai cittadini più visionari e idealisti della società. L’errore, scrive Mary Hellen Immordino-Yang, è concentrarsi più a tentare di descrivere “cosa siano” gli adolescenti, piuttosto di chiedersi “cosa pensano”. Il suo studio, durato decenni, dimostra che le menti dei giovani sono capaci un pensiero riflessivo, che ampia e spazia gli orizzonti, chiamato “trascendente”. Un pensiero che “può letteralmente plasmare i cervelli”.
È uno spazio in cui si sviluppa la capacità di attardarsi. Ciò che sembra costante conflitto (e disubbidienza) è spesso una “non coincidenza” con il punto di vista adulto, mentre lo sviluppo cerebrale è lì a stimolare incessantemente la sperimentazione di una grande varietà di ambienti fisici e sociali.
“Nel pensiero trascendente gli adolescenti chiamano a raccolta le loro conoscenze e abilità, e la loro spiccata capacità di provare emozioni per impregnare di significato il loro mondo. Per un po’ tralasciano le apparenze e i doveri e si stabiliscono in uno spazio mentale dove sono al sicuro per esplorare idee e per costruire una finalità e un significato.”
Come sarà che in quello spazio gli adolescenti sono capaci di inventare mondi e identità possibili? Forse è in quello spazio trascendente che affrontano nuove prospettive costruendo possibili alternative? A volte mi chiedo se queste menti, così apparentemente diverse dalle nostre di adulti (che troppe volte ci dimentichiamo di aver attraversato le rapide dell’adolescenza), posseggano la capacità di evocare “le conoscenze, l’etica e le narrazioni che faranno progredire loro” e anche noi.
Se volete approfondire Mary Hellen Immordino-Yang (psicologa dello sviluppo e neuroscienziata della University of Southern California al Brain and Creativity Institute), ha pubblicato per Raffaello Cortina Editore un saggio a cura di Antonella Marchetti dal titolo “Neuroscienze affettive e educazione”; mentre un’utile sintesi la potete trovare in articolo uscito sulla rivista “Le scienze” nel numero di agosto 2025.
L’architettura possiede la capacità di descrivere e di rappresentare questo spazio mentale trascendente?
La potenza rigenerativa potrebbe costituire un innesco? Oppure è esattamente il contrario, la ricchezza dell’esperienza fisica reale, alla ricerca delle diversità sociali e ambientali a fare la differenza? L’adolescenza non è un periodo dello sviluppo, che come una malattia esantematica deve essere superato dopo l’affezione. Forse l’adolescenza ci insegna quanto è importante dare un senso a ciò che vediamo e sperimentiamo. Forse la libertà di disubbidire, anche nella apparente incoerenza di motivazioni, è comunque importante per far progredire la nostra società in ogni sua sfida. Realizzare uno spazio trascendente (costruito e non solo mentale o virtuale) potrebbe essere un interessante banco di prova.
L’adolescenza è (sempre) in noi. Ogni progetto, che definiamo maturo, ha attraversato la sua adolescenza.

“Fossero state cose spente, abbandonate dall’amore che in passato le aveva rese vive, come, in un certo senso, i genitori, la distruzione sarebbe stata inutile. Ma era vero il contrario; e la regola di questo gioco amaro della disubbidienza non ammetteva alcuna eccezione.”
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Il mistero dell’affettività e dell’intimità dello spazio
Incanto dell’amore!
Chi saprà mai descriverlo?
… La convinzione di aver trovato la creatura che la natura ci aveva destinato, la luce improvvisa che illumina la vita e ci sembra si spiegarne il mistero, il valore sconosciuto delle menome circostanze, le ore rapide in cui i particolari sfuggono al ricordo per la loro stessa dolcezza non lasciando nell’anima se non una lunga traccia di felicità, l’allegria folle che si mescola talvolta senza cagione alla tenerezza consueta, tanta gioia durante la presenza, e tanta attesa nell’assenza, il distacco da ogni volgare apprensione, la superiorità su quanto ne circonda, la sicurezza che oramai il mondo non ci può raggiungere dove siamo, la reciproca comprensione che indovina ogni pensiero e risponde a ogni moto intimo, o incanto dell’amore, chi ti ha provato non saprà descriverti mai!
Benjamin Costant scrive “Adolphe” nel 1816. È un romanzo di parole e desiderio. Creatrici e potenti le parole disegnano, fanno mutare, dinamicamente trasformano. Perché?
Forse le cose esistono solo se vengono nominate? Se fanno parte di un linguaggio?
Constant ci aiuta a comprendere cosa significa parlare, intimamente. “Parlando d’amore per paura di parlar d’altro” percepiamo la magia che si nasconde nel pronunciare, nel tradurre, nell’accordare e nello scrivere. Solitudine, dissimulazione e segreto, respirazione e rivelazione, casualità, turbamento e persecuzione, sospetto e tenerezza, impaccio e silenzio, contiguità e sottinteso, stabilità e alterazione… a quante regole obbedisce ogni relazione amorosa!
Il terribile svolgersi di un amore (desiderato nel desiderio ma non nella persona amata) che impegna “Adolphe” viene tradotto magicamente da Massimo Bontempelli nella edizione SE, con una nota del grande filosofo del linguaggio Tzvetan Todorov.
C’è un romanzo di Georges Simenon, ricorda François Jullien nel suo “Sull’intimità“, tradotto da Rosella Prezzo per Raffaello Cortina Editore, in cui “quando lui sta per dirle «Ti amo», lei gli mette il dito sulla bocca e gli dice; «Sst!». Perché amore è una parola grossa, che schiaccia.” È come se l’innamorato rimanesse intirizzito e l’amante sazio? Amore è un termine, una parola “facile, ovvia, la parola appresa – la parola feticcio – che affiora facilmente alle labbra, ma che tradisce, con il suo effetto di annuncio, ciò che è effettivamente iniziato.” In effetti se si dice a se stessi -L’amo-, comincia la richiesta se è vero, se è una storia vera, se dal momento in cui si afferma si deve… amare. È interessante la relazione tra amore e intimità: il primo dichiarativo, la seconda fattuale (o c’è o non c’è).
Riguarda anche le caratteristiche misteriose dello spazio architettonico? In fondo esiste un’affettività al luogo (ne scrivono meravigliosamente Kevin Lynch e Christian Norberg-Schulz, ma anche Georges Perec con la sua speciosità) ed è innegabile il potere di intimità, che alcune condizioni dell’abitare determinano. Altre volte l’architettura può generare quel frastuono dell’Amore da cui, secondo François Jullien, bisogna allontanarsi per raggiungere e coltivare (forse sviluppare) l’intimità. Ma l’architettura è anche stratificazione di vita, a volte di tante e diverse vite, di esperienze complesse, di dimensioni del fare concreto e dell’esperienza di condivisione, di densità mnesica attraverso la potenza della quadridimensionalità e della leggibilità. Sicuramente si innesca una relazione amorosa, un’affinità elettiva con alcuni luoghi in cui lo spazio diviene esperienza esistenziale prima di tutto. Si viene a creare quello spazio della nostra autenticità, che può consentire l’innesco per “costruire un «noi» perenne.” Ed è inestimabile.
“Ci sono cose che non si dicono
per molto tempo,
ma una volta dette,
non smettiamo più di ripeterle”.

Le scenografie di Ferdinando Scarfiotti trovano una relazione, voluta da Bernardo Bertolucci, con le opere di Francis Bacon. Già nei primi fotogrammi del film si possono vedere in sequenza due sue opere: “Ritratto di Lucian Freud” del 1969 e “Studio per un ritratto di Isabel Rawsthorne” del 1966.
Intimità e affettività si intrecciano intensamente in una straordinaria “relazione architettonica” generata negli spazi, nei colori, nei materiali, nella distribuzione dei luoghi (confinati e non), nei suoni, nei tempi… (nell’amore?)
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Capovolgere il mistero
Quando tu chiudi gli occhi le tue palpebre sono aria.
Mi trascinano: vado con te, dentro. Non ho bisogno di tempo per sapere come sei: conoscersi è luce improvvisa.
Con la punta delle dita sfiori il mondo.
Ma poi travolti, penetrati irresistibilmente dall’immensa tempesta dell’amore… Tu, amazzone sulla folgore, palpitante. Sospingimi, lanciami da te, dalle tue guance, come da isole di corallo, a navigare. Invitami a splendori. Cercherò. Camminerò. Scoprirò i tuoi sorrisi, i tuoi sguardi chiari. Le promesse, nude, ma tutte ricolme di carezze. Per poter baciare la certezza del tuo corpo. Parliamo, da quando? Chi ha cominciato? Non so. I giorni, le mie domande, le tue risposte: le notti stellate… Sì, tutto con eccesso: la luce, la vita, il mare! Plurale tutto, plurale, luci, vite e mari. Tutto corra a moltiplicare, carezza per carezza, abbraccio per vulcano.
Interseco parole dai settanta componimenti lirici che formano “La voce a te dovuta”, il “Poema” di Pedro Salinas, curato e tradotto da Emma Scoles per Einaudi. Nei ritmi docili e duttili e di queste meravigliose liriche ciascuno di noi interpreta una propria esperienza d’amore. È impossibile non farlo. Vi ritroverete intrecciati perché ogni poesia attende che qualcosa, finendo, accada o che sia accaduto (in voi). Come nel desiderio. Come nella vita.
Sequenze. Pause di silenzio. Soglie. Visibile e invisibile. Lo spazio possiede questo mistero? Schemi generativi, strutture portanti contribuiscono a consolidare la compattezza organica di ogni componente spaziale? Ma potrebbero riguardare anche il “discorso poetico” in rapporto ad ogni “singola poesia”, come scrive Emma Scoles nell’introduzione a “La voz a ti debida”. L’artificio viene dissimulato attraverso un intreccio di corrispondenze. Forse il mistero dello spazio (architettonico) si delinea nel condurre ad una “ansia costante di scoperta”, come per l’arte: “non si concede sosta nella sua ansia esploratrice, nella sua sete di rinnovamento, nei suoi esperimenti”, scrive Pedro Salinas. Le formule più conosciute, che si potrebbero definire modelli (architettonici), devono determinare una tensione conoscitiva, proprio attraverso la capacità di non spiegare tutto. Accade all’interno del rapporto amoroso e nella struttura poetica che lo cerca di descrivere: la realtà è apparente e viene “vissuta come qualcosa di incompleto e perfettibile.” Lo spazio si arricchisce e si dilata: residui e scarti vengono insinuati, in un modo articolato ma “talora appena percettibile”. Un po’ di asimmetria per rappresentare l’imprevedibile e la risonanza dell’attesa o dell’accaduto.
Un altro bacio s’insinua, sulle mie labbra. Non si muove da lì. Non se ne andrà.
Il bacio che tu mi hai dato, guardandomi negli occhi mentre mi allontanavo, dicendo: «Non te ne andare».

“Non ho bisogno di tempo per sapere come sei… perché tu hai capovolto i misteri.”
Le poesie de “La voce a te dovuta” di Pedro Salinas sono lunghi bellissimi monologhi, che assomigliano ai pensieri rappresentativi (disegni, modelli, schizzi) che possono trovare l’ispirazione per trovare un accordo tra un amore e un luogo ma anche tra un luogo e un amore. Quel gesto del disegnare, che con un intenso lavoro di scandaglio associa segni a materiali, superfici digitali (o di carta) a strati di materia, mancanza di tratti ad aperture di luce, soglie e introspezioni, attraverso passaggi… è sempre un proprio (e appropriato) esperimento interiore.
“… e senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.”
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Lo sfaldamento della realtà
Dantedì 25 marzo
stridunt silvae
E oggi inizia la discesa di Dante nell’aldilà per quella “selva oscura” che ricorda tanto il vestibolo infernale di virgiliana memoria del VI libro dell’Eneide. Ripenso alle immagini di questo “ingresso dell’anima” che si radunano nel mio cuore fin da bambino, quando mio padre mi consegnò la mia edizione della “Divina”, che avrei dovuto gelosamente conservare ed iniziare ad imparare a memoria proprio dal primo canto. Ero piccolo e con una felicità assoluta firmai col mio nome in un elementare corsivo quel frontespizio ingiallito, di un libro vissuto, che lui aveva portato per l’occasione a rilegare con un vistoso lino aranciato. Forse voleva rendere giovane (per me) il primo contatto di quell’opera (senza tempo), che attraversa i secoli. Mio padre mi voleva dire che “siamo fatti per la memoria, fatti per l’arte, per la poesia o forse per l’oblio”, come scrive Jorge Luis Borges nel suo saggio_conferenza sulla Divina Commedia. Nessuno deve avere il diritto di privarsi dell’incredibile gioia di leggerla, anche in modo ingenuo, “con la fede di un bambino”. Commenti, parafrasi, allegorie, significati genereranno un altro desiderio a venire. Ha avuto ragione. Quella prima è ancora accanto a me, più ingiallita che mai. Le altre, tante, sono sopraggiunte negli anni con tutta la loro splendida ricchezza di approfondimenti e notazioni critiche.
Ma torno alla selva e alla sua possibile fisicità.
Ecco, fra tutte, piuttosto che la foresta imponente e monumentale di Gustave Dorè, sento a me più vicina la fitta sterpaglia immaginata da Renato Guttuso illustrando l’opera dantesca. Un impenetrabile di altra natura, dove ciò che naturale e vitale viene stravolto forse dai residui di una guerra continua, combattuta sul campo, in trincea, nell’ottusa incomprensione ambientale, nello sforzo di rigenerarsi su ogni pietra, su ogni detrito.
La selva è un non_localizzato “preludio in terra”, che nel nostro attuale mondo di continua referenzialità geografica sembra impossibile da accettare.
La selva è uno straordinario inizio dello “sfaldamento della realtà”, tanto caro alle simulazioni dei videogames e a quell’incessante cascata di immagini tecniche che sta trasformando il mondo.
La selva è ovunque in noi.
Viviamo con la selva.
Siamo la selva.
Non ci abbandonerà mai.

2
Appesi nello spazio (senza supporto)
“Ed ora racconta d’avermi vista senza veli,
se sei in grado di farlo!”
Una sera Artemide, dopo aver perso la sua preda, aveva acceso un fuoco proprio lì dove si trovava, cercando di riposare. Ma la notte era scura e piena di selvaggina. Si vide riflessa nel fuoco: una bambina, una donna, una cacciatrice, una regina.
Mentre afferrava la bambina, perse di vista la donna e quando tese l’arco , la regina fuggì.
Che senso aveva attraversare il mondo e dare la caccia a ogni creatura vivente dal momento che le sue identità separate le sfuggivano? Quando non ne fosse rimasta nemmeno una avrebbe dovuto affrontare se stessa. Lasciare la propria casa non voleva dire lasciarsi alle spalle il passato. Ti seguiva anch’esso, tutto intero, e ti aspettava nel buio.
Che temperamento lunatico!
Le parole sono quelle di Jeanette Winterson in un racconto dal titolo “Orione” contenuto nella raccolta “Il mondo e altri luoghi” nella traduzione di Chiara Spallino Rocca per Mondadori. Jeanette Winterson immagina un amore inaspettato e violento tra Artemide e Orione, mentre nel mito, cantato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, è un altro cacciatore bellissimo, Atteone, che viene in contatto con la dea, trasformato in cervo e sbranato dai propri cani. Orione sarà ucciso da Artemide con uno scorpione e trasportato nelle costellazioni da Zeus con i suoi Canis (Major e Minor) tra i quali Sirio, luminosissima stella!
Le stelle “mostrano come rimanere appesi nello spazio senza supporto alcuno.” E la notte possiede quel “mantello nero appuntato con spille d’argento che non hanno bisogno di essere lucidate”.
Che trappola vero? Il lavoro e lo sport più amato (un tempo) dai maschi governato da una divinità femminile invisibile, che sente lo sguardo addosso di un uomo che la immagina nuda e “assume un corpo via via che un uomo la pensa”... perché è lei costantemente in agguato.
La dea della Notte, intrisa del culto della Luna fra legami organici che riportano alle Amazzoni, prototipo di vergine selvaggia e armata, sorella del Giorno e saggittaria secondo Omero, incarna un mito eterno, antichissimo, più antico di molti altri. Artemide, forse anche madre di Eros, se la incroci nello sguardo perdi i sensi e quindi, nella velocità assoluta della caccia, puoi solo intravvederla di scorcio, di schiena, come ne scrive stupendamente Pierre Klossowki nel suo “Bagno di Diana”.
“Nunc tibi me posito visam velamine narres,
si poteris narrare, licet!”

“E Orione? Morto ma non dimenticato”, scrive Jeanette Winterson, “per un po’ gli toccò scontare la sua condanna nell’Ade, dove picchiava bestie deboli e piangeva tantissimo”. Ma poi, come detto precedentemente, venne graziato e portato nel cielo stellato a farsi vedere da tutti. “Quando spunta all’alba, l’estate è vicina. Quando spunta di sera, guardatevi dall’inverno e dalle tempeste. Se lo vedete a mezzanotte è l’ora di raccogliere l’uva.” Oltre ai suoi famosi cani ai suoi piedi c’è un gruppetto di stelle: “Lepus, la lepre. Il suo cibo prediletto.”
Comunque a novembre, quando si entra nel mese del segno dello Scorpione, Orione, normalmente “brillante com’è, simile al pilota di una cacciabombardiere che scorrazza nel cielo” notturno, si viene a sbiadire completamente.
Come sarà? È, per caso, il ricordo di quel confine del buon senso superato da Artemide?
Tutto (appare) appeso nello spazio senza alcun supporto.
Architettonicamente infallibile!
1
Il mistero dello spazio (architettonico)
“Il cuore prese a batterle
e occupava troppo spazio
sotto le costole”
“Sai cosa può fare la vita a una persona”: ogni volta che giunge quel silenzio è come “lo spazio che segue lo sgarbo in cui brontolano piccole verità” e immancabilmente “stai sciupando le rughe del sorriso”. Tragedie e crimini del quotidiano di vivere sono piccoli, minuscoli ma eterni e a volte le lacrime forniscono “le solite lenti protettive per un’osservazione indolore della disperazione”.
Sono parole di Grace Paley, scrittrice e poetessa nata nel Bronx, attivista pacifista e femminista. Leggete la sua autobiografia letteraria dal titolo “L’importanza di non capire tutto” tradotta da Chiara Simonetti per Einaudi, che ha nelle radici il mondo dell’esilio e dell’emigrazione russa. Parole rubate da racconti che non sono solo racconti della raccolta “Più tardi nel pomeriggio”, scritta nel 1994 e pubblicata da Einaudi; la traduzione del suo pensiero ricco di una energia acutamente pervasiva è di Laura Noulian.
Per Grace Paley “lo scrittore non è una specie di storico fasullo che scorrazza qua e là rispondendo alle domande di tutti attraverso personaggi inventati nel tentativo di aggiustare gli ultimi dettagli. È tutto tranne che un inquirente.” Un’analogia interessante con il processo di interpretazione dello spazio architettonico stratificato, non in un’ottica di restauro, quanto piuttosto di possibile accentuazione di “tracce sibilanti”. Il mondo bisbiglia nella stanza accanto? Quanto la fiction prende il sopravvento rispetto allo schierarsi di prove? Lo spazio è misterioso: non si può capire tutto. E forse non ha neppure molta importanza che avvenga. La traduzione (della vita come dello spazio) richiede “destrezza”. Il gergo dell’essere umano forse è più efficace se riproposto nella “lingua straniera della fiction”? Lo spazio architettonico contiene stratificazioni naturalmente connesse alla vita. Spesso il “mondo che non si capisce” tende ad essere distrutto nelle memorie, perché l’inspiegabile viene, molto spesso, escluso o marginalizzato. In qualche modo i sistemi interpretativi sono autoreferenziati sulla semplificazione del necessario e del già capito. Occupare troppo spazio (sotto le costole) per il fatto che Il cuore inizia a battere, risulta una buona metafora poetica per comprendere il ragionamento.
“…rosea e dalle guance morbide come sempre,
stava cadendo, stava già cadendo,
precipitando dalla nuovissima amaca di parole
che inventavano il mondo sul duro pavimento
del tempo creato dall’uomo.”

A volte l’erotismo è richiesto come l’amore ed ha, anche per me, “ragione nel tormentare la mia natura responsabile”. L’erotismo è un interludio che aspira a prendere il sopravvento e dove “una certa dose di intransigenza è piacevole in quasi tutti gli amanti”. Come te ne accorgi? In quei momenti, dice Grace Paley, preoccupazione e tenerezza avvicinano le sopracciglia!
“Odiava l’idea di rinunciare alla notte tanto attesa
in cui sonno, sesso e tenerezza
si sarebbero dati il cambio.”
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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