Il terremoto di Irpinia-Basilicata, 45 anni dopo
Il sisma dell’Irpinia-Basilicata del 1980, Mw 6.8, segnò uno spartiacque per il Paese: quasi 3.000 vittime, soccorsi difficili e una rete sismica insufficiente. Da quella tragedia nacquero importanti avanzamenti scientifici, nuove reti di monitoraggio e una lezione ancora attuale: senza prevenzione il rischio resta altissimo.
L’Italia del 1980, un anno tragico
Il 1980 è stato uno degli anni più tragici nella storia recente dell’Italia. Solo per ricordare alcuni fatti, il 6 gennaio la mafia assassina il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il 27 giugno viene abbattuto da un missile a Ustica il volo Palermo-Bologna di Itavia uccidendo 81 persone, il 2 agosto esplode la bomba alla stazione di Bologna che provoca 86 vittime e più di 300 feriti. Si scoprirà dopo alcuni anni che i vertici dello Stato erano a quel tempo infiltrati da membri della loggia P2.
Il 23 novembre alle ore 19:34 un terremoto di proporzioni inaudite scuote tutto il sud Italia, distruggendo molti centri urbani e uccidendo quasi 3000 persone.
La sua magnitudo, recentemente rivista a Mw 6.8, lo pone al 13° posto nella graduatoria dei più forti mai avvenuti in Italia ed è ancora oggi il più forte avvenuto in Italia negli ultimi 110 anni (dal terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915, Mw 7.1).
In questi 45 anni molto si è scritto sul terremoto di Irpinia e Basilicata, dal punto di vista scientifico, ingegneristico, della ricostruzione. Qui vorremmo raccontare alcuni aspetti di quell’evento per evidenziare come in qualche modo abbia avuto un forte impatto su tutta la comunità nazionale, non solo di tipo negativo, ma abbia anche prodotto delle azioni positive.

La notizia
È una domenica sera, quel 23 novembre. Allo Stadio Partenio è da poco terminata la partita di Seria A tra Avellino e Ascoli. Le persone rientrate a casa stavano guardando in televisione la sintesi di Juventus-Inter quando all’improvviso si scatena il terremoto che spezzerà la vita di troppe persone e stravolgerà quella di coloro che sopravvissero. Sono le 19:34:52 italiane.
Le prime notizie arrivano attraverso la televisione. Ma sono notizie molto frammentarie, relative quasi esclusivamente alle località principali (Napoli e Potenza dove c’erano le sedi regionali della RAI). Ci vogliono diverse ore prima di comprendere che lo scenario è drammatico. Sicuramente il terremoto viene risentito in quasi tutta Italia e quindi non è qualcosa di limitato ad un’area ridotta.
La RAI, che allora era l’unica emittente che trasmetteva in diretta nazionale, ha messo a disposizione molti filmati del tempo, dai quali si può comprendere la drammaticità e l’incertezza di quelle ore.
Se oggi volessimo studiare quel terremoto come si fa per gli eventi del passato, vale a dire con gli strumenti della sismologia storica, avremmo un’infinità di tracce nei vari archivi. Tracce nella letteratura, nella musica, nell’arte, ovviamente nella televisione.
Ci piace qui ricordare Pino Daniele che chiude il suo disco del 1981, “Vai mò”, con una canzone dedicata al terremoto che ha colpito la sua terra. Il brano “E’ sempe sera” dura esattamente quanto il terremoto e nel testo dice "Chisst'anno nun se po' scurdà, avuote ‘e gira è sempe sera…” (Quest'anno non si potrà dimenticare così facilmente, gira e rigira sarà sempre sera).
La localizzazione
Oggi siamo abituati ad avere in 1-2 minuti sul nostro smartphone la notifica di un terremoto significativo con una prima stima automatica dell’ipocentro e della magnitudo, grazie ad una rete costituita da centinaia di stazioni che coprono tutto il territorio nazionale e agli strumenti informatici.
Nel 1980 la situazione era molto diversa. In Italia esistevano solo qualche decina di stazioni sismiche gestite da molti enti diversi: Università, Osservatori e l’allora Istituto Nazionale di Geofisica (ING; diventerà INGV nel 2001). Ma soprattutto quelle stazioni non erano telemetrate: significa che non era possibile interrogarle da remoto per avere i dati sull’evento. Chi gestiva le stazioni si doveva recare sul posto, leggere i tempi di arrivo delle onde P e S e poi comunicare i dati telefonicamente una volta rientrati in sede. L’ING aveva solo 4 stazioni telemetrate, in quel caso distanti decine o centinaia di chilometri dall’epicentro.
Ci vollero diverse ore prima di avere una prima stima epicentrale del terremoto.
Ovviamente non si trattava solo di avere un dato scientifico per comprendere quale potesse essere stata la struttura sismogenetica che aveva provocato l’evento, ma il problema importante era comprendere dove indirizzare i soccorsi, quando nelle prime ore sarebbe stato possibile salvare vite umane coinvolte nei crolli.
A causa dell’interruzione delle comunicazioni telefoniche e talvolta anche delle strade, alcune località furono raggiunte per la prima volta solo dopo alcuni giorni.
Da quelle difficoltà nacque l’esigenza di dotarsi di una Rete Sismica Nazionale Centralizzata, come poi avvenuto negli anni a seguire presso l’ING prima e INGV poi.

La risposta della comunità sismologica
Vale la pena ricordare che la sismologia è una disciplina ancora giovane. Considerando poi la difficoltà di riprodurre in laboratorio i processi che portano alla generazione di un terremoto, ogni qualvolta si verifichi un evento, soprattutto se di energia elevata, impariamo sempre qualcosa che prima non conoscevamo.
Quando avvenne il terremoto di Irpinia e Basilicata, alcune circostanze favorevoli consentirono di avere un progresso delle conoscenze rilevante.
Tra il 1976 e il 1980 era attivo in Italia il Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG), un’iniziativa che vedeva raccolta una comunità scientifica molto ampia che comprendeva centinaia tra docenti e ricercatori universitari, ricercatori di diversi enti di ricerca e osservatori; il progetto era nato per produrre avanzamenti nel campo della geologia, sismologia, vulcanologia e ingegneria sismica. Subito dopo il terremoto, quella comunità si mobilitò per partecipare alle principali attività di monitoraggio, rilievo e raccolta dati, riunendosi già il 25 novembre presso la sede di Ercolano dell’Osservatorio Vesuviano (l’Osservatorio Vesuviano, il più antico osservatorio vulcanologico al mondo essendo stato fondato nel 1841, era allora un’istituzione autonoma; nel 2001 è confluito all’interno dell’INGV).
In un documento del PFG pubblicato da Stucchi, si legge l’elenco delle attività promosse e i relativi responsabili. Fa impressione leggere i nomi di persone che hanno segnato i decenni successivi e che allora erano molto giovani, intorno ai 40 anni: Franco Barberi (direttore del PFG, divenne poi capo della Protezione Civile), Giuseppe Luongo, Ezio Faccioli, Paolo Scandone, Duilio Benedetti. Il più anziano della compagnia era il professor Giuseppe Grandori del Politecnico di Milano, il padre di intere generazioni di ingegneri sismici. Le attività andavano dal monitoraggio sismico con l’installazione di stazioni temporanee al rilievo macrosismico; dal rilievo geologico ai primi studi di microzonazione sismica, da studi per la riclassificazione sismica a studi sul comportamento sismico delle strutture fino alla definizione di interventi di ristrutturazione con criteri antisismici.
Da rimarcare che ci si pose anche il problema di comunicare ad autorità e popolazione “informazioni tempestive e attendibili” per evitare il propagarsi di allarmismi ingiustificati. Gli scienziati ci misero la faccia apparendo in programmi televisivi e partecipando a molti incontri pubblici per diversi anni.
Il PFG produsse una serie di documenti importantissimi che sono ancora un riferimento per molte discipline: tra questi il catalogo dei terremoti dall’anno 1000 e l’atlante delle isosisme, nonché il modello strutturale d’Italia alla scala 1:500.000 e la carta neotettonica d’Italia.
La seconda circostanza positiva che vale la pena ricordare è che era attiva nell’area la rete accelerometrica installata dall’ENEL: nel raggio di 140 km dall’epicentro, ben 21 stazioni registrarono il terremoto e ci hanno fornito informazioni mai prima raccolte in Italia per un terremoto così forte, per quanto nessuna fosse posta in area epicentrale. Con quei dati è stato possibile vivisezionare il terremoto sotto molti punti di vista e comprendere poi la complessità di quell'evento, come diremo nel seguito.
Cosa abbiamo imparato
Il terremoto del 1980 ha segnato profondamente lo sviluppo delle conoscenze sul fenomeno del terremoto. Il collega Gianluca Valensise nel 1993 (Approfondisci QUI) compila un primo censimento delle pubblicazioni uscite a seguito del terremoto. Sono circa 160 pubblicazioni riportate e suddivise per l’argomento: studi sulla sorgente sismica, analisi del quadro di danneggiamento e dei fenomeni idrogeologici e geotecnici associati al terremoto, lavori sulla geologia e il quadro sismotettonico dell’area epicentrale.
Se oggi facciamo una ricerca sul database bibliografico Web Of Science (che contiene solo riviste JCR) con le parole chiave “Irpinia earthquake 1980” troviamo ben 196 pubblicazioni.
Quindi oltre a un impatto drammatico sul territorio interessato, l’evento ha prodotto tanta nuova conoscenza.
Sicuramente tra gli argomenti più discussi c’è la complessità del fenomeno sismico. Per la prima volta si hanno a disposizione contemporaneamente dati sismologici, geologici, geodetici e accelerometrici. Questo consente di sviluppare nuove tecniche di analisi con un approccio multidisciplinare: vengono modellate le forme d’onda per determinare il momento tensore, si realizza la modellazione cinematica e l’inversione della polarizzazione delle onde S, viene eseguita la modellazione dinamica della sorgente sismica dai dati accelerometrici, come ci hanno ben raccontato Alessandro Amato e Giulio Selvaggi (Approfondisci QUI).
In particolare, viene messo in evidenza come si sia trattato di un evento multiplo che si è verificato nel giro di meno di un minuto. Infatti la particolare durata del terremoto è dovuta sicuramente all’energia che si è sprigionata ma anche al fatto che abbiamo avuto 3 sub-eventi: la prima rottura a 0 secondi, una seconda rottura su una faglia antitetica alla prima dopo 20 secondi, un terzo evento dopo 40 secondi. Naturalmente si aprì un vivace dibattito scientifico con interpretazioni diverse ma poi le evidenze erano tali che oggi tutti concordano con questa interpretazione.
Oggi il fenomeno degli eventi multipli ci sembra normale in Appennino: da Colfiorito 1997 fino all’evento del 2016 in Italia centrale abbiamo visto come le sequenze non abbiamo un andamento classico di foreshock (non sempre), un forte mainshock, gli aftershock a seguire per mesi o anni; abbiamo avuto casi diversi in cui si verificano alcune scosse di magnitudo molto elevata e comparabile a distanza di ore (Colfiorito o San Giuliano di Puglia nel 2002), giorni (Emilia 2012) o mesi (Italia centrale 2016). Ma allora era una novità importante, tanto che successivamente si cercò di interpretare anche i terremoti storici in questa chiave (un esempio tra tutti, il terremoto del 1456 in Appennino meridionale, forse il più forte in assoluto per l’Italia peninsulare, che alcuni autori interpretano come 3 eventi, altri come 4 eventi distinti).
Un altro aspetto da sottolineare è che per la prima volta vengono documentate le tracce della fagliazione superficiale. Anche questo aspetto oggi ci sembra normale, anzi dopo gli ultimi forti terremoti in Italia si scatena tra diversi gruppi di ricerca la rincorsa allo “scoop” di individuare per primi la rottura in superficie della faglia. Nonostante tra i prodotti del PFG ci fosse la carta neotettonica d’Italia che riportava le tracce delle faglie con un’ipotesi di età di attività, in occasione dei terremoti del Belice del 1968 e del Friuli del 1976 non erano state segnalate evidenze di fagliazione superficiale. Va ricordato che nel 1980 non c’erano a disposizione immagini satellitari o interferometria SAR; l’unico modo per identificare la faglia era quello di indossare gli scarponi e andare sul campo dotati solo di martello, bussola, cartina topografica e matite colorate.
Furono due sismologi inglesi, Rob Westaway e James Jackson, a pubblicare per primi nel 1984 su Nature un resoconto degli effetti più evidenti osservati in area epicentrale, corredato da immagini delle rotture superficiali osservate. Successivamente, a partire dal 1986, anche i due geologi dell'ING Daniela Pantosti e Gianluca Valensise cominciarono a esplorare il quadro delle rotture superficiali causate da quel terremoto, portando a un insieme di osservazioni che tracciavano la faglia per oltre 40 km.
Si aprì così, seppur con ritardo, una fase di studio che avrebbe dato vita a un settore disciplinare fino ad allora sostanzialmente assente in Italia. Si comincia così a parlare anche in Italia di geologia del terremoto e di paleosismologia. La famosa trincea paleosismologica realizzata a Piano di Pecore (Colliano, Salerno) diventa un simbolo di una disciplina che si sviluppò da allora nel nostro paese, contribuendo enormemente alle conoscenze sulle principali sorgenti sismogenetiche. Come ci hanno raccontato gli stessi Pantosti e Valensise (Approfondisci QUI) da allora circa 200 trincee paleosismologiche sono state scavate in Italia, in corrispondenza delle faglie ritenute responsabili dei più importanti terremoti storici che hanno interessato il nostro paese, trovando tracce di quei terremoti ma anche di terremoti precedenti, non individuabili con la ricerca storica in quanto avvenuti in epoca pre-storica, consentendo di ricostruire in qualche caso un record storico di migliaia se non decine di migliaia di anni.

[...] CONTINUA LA LETTURA NEL PDF IN ALLEGATO
Il terremoto dell’Irpinia del 1980 ha rappresentato un punto di svolta per la sismologia italiana. Nel documento in PDF che puoi scaricare, gli autori ricostruiscono come da quella tragedia sia nata la moderna sorveglianza sismica nazionale.
Proseguendo nella lettura troverai:
- Com’era il monitoraggio sismico prima del 1980: una rete frammentata, senza trasmissione a distanza dei dati e con localizzazioni spesso incerte.
- La creazione della Rete Sismica Nazionale Centralizzata (RSNC) e la progressiva evoluzione verso un sistema digitale, multiparametrico e H24, oggi composto da oltre 900 stazioni.
- Come sono evolute le procedure di comunicazione di eventi sismici, oggi rapide e coordinate verso autorità, media e cittadini.
- La “lezione dell’Irpinia”: prevenire è l’unica strategia efficace per ridurre vittime e danni, anche se in Italia la vulnerabilità del costruito resta elevatissima.
- Il valore della memoria: testimonianze, materiali storici e approfondimenti raccolti nel portale Terremoto80 per non dimenticare.
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