AI - Intelligenza Artificiale | Filosofia e Sociologia
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Intelligenza artificiale e responsabilità: il nodo che nessuno vuole vedere (ma tutti devono affrontare)

L’intelligenza artificiale non pone solo un problema tecnico: ridefinisce la responsabilità dentro l’infosfera. Il nodo non è stabilire se l’AI sia buona o cattiva, ma capire come progettare sistemi informativi in cui dati, algoritmi, istituzioni e persone condividono effetti morali reali.

L’articolo affronta l’intelligenza artificiale come questione etica, ontologica e progettuale, partendo dal pensiero di Luciano Floridi e dal concetto di infosfera. Il problema non è solo regolare l’AI, ma comprendere come essa redistribuisca responsabilità, identità e agency tra persone, dati, algoritmi e istituzioni. Per tecnici, progettisti e decisori, il tema diventa operativo: costruire sistemi digitali governabili, trasparenti e responsabili. Andrea Dari, Editore di INGENIO, propone una lettura critica dell’AI come infrastruttura morale della nuova realtà informazionale.


Etica dell'Infosfera: oltre l'antropocentrismo digitale

Nel dibattito contemporaneo sull'intelligenza artificiale, il problema non è più soltanto cosa le tecnologie fanno, ma cosa stanno facendo a noi. È questa la provocazione che emerge dalle riflessioni di Luciano Floridi, filosofo dell'informazione la cui opera sto studiando con crescente interesse. La radicalità del suo approccio è necessaria: non basta analizzare gli effetti, bisogna comprendere il sistema che li rende possibili.

Le sue analisi costringono a un ripensamento profondo: l'etica non può più limitarsi a inseguire le conseguenze dell'innovazione tecnologica. Deve intervenire a monte, ripensando i propri presupposti teorici. Questa è la sfida che ho voluto esplorare, mettendo in dialogo le letture di Floridi con altri autori che hanno segnato la mia formazione filosofica.

L'infosfera come ambiente morale

Il concetto centrale attorno a cui ruota questa ridefinizione è quello di infosfera: un ambiente informativo complesso in cui agenti umani e artificiali interagiscono, non come entità separate, ma come componenti di un ecosistema integrato. Non si tratta di uno spazio digitale parallelo al mondo reale, ma del mondo stesso, progressivamente reinterpretato e costituito in termini informativi.

Questa prospettiva segna una rottura netta con l'antropocentrismo classico. L'etica dell'informazione che emerge da questo quadro è un'etica ecosistemica, capace di riconoscere il valore intrinseco dell'infosfera e di superare visioni esclusivamente centrate sull'umano.

Non è più l'uomo l'unico soggetto morale rilevante, ma l'intera rete di relazioni informative che costituisce l'ambiente della moralità.

Questo spostamento concettuale ha implicazioni profonde. Nell'analisi contemporanea, sia filosofica che istituzionale, coesistono due dimensioni spesso presentate come alternative: quella datocentrica, che pone l'accento sulla forza e centralità del dato, conferendogli priorità nelle prospettive economica, politica, giuridica ed epistemologica; e quella umanocentrica, incentrata sulla centralità dell'umano e sulla necessità di un suo intervento nei processi di datificazione attraverso modelli come lo human-in-the-loop.

Ma questa opposizione binaria è sempre più insufficiente a descrivere la realtà. Ciò che emerge con forza è un terzo asse: quello della moralità distribuita.

Il male artificiale e la responsabilità frammentata

Il tema della moralità distribuita, nato con l'era della macchina, riemerge oggi con rinnovata forza analitica come chiave interpretativa dei processi di datificazione, in particolare delle dinamiche di disaggregazione e riaggregazione dei dati. In un'epoca in cui la moralità può essere distribuita tra agenti umani e artificiali, tra sistemi tecnologici e istituzioni, la questione della responsabilità assume contorni inediti.

Quando qualcosa va storto in un sistema algoritmico, la domanda "di chi è la colpa?" non ha più una risposta semplice. Non perché la colpa non esista, ma perché è spalmata su una catena di agenti: progettisti, dati, modelli, decisioni. Nessun singolo individuo controlla interamente il processo.

È qui che si manifesta quello che Floridi definisce "male artificiale": non il male compiuto con intenzioni malvagie, ma quello che emerge da sistemi progettati male, da asimmetrie informative, da negligenze distribuite, da incentivi distorti. È il male che nessuno ha voluto, ma che molti hanno contribuito a rendere possibile.

Ulrich Beck, nel suo saggio "Risikogesellschaft" (1986), aveva individuato nella modernità avanzata una trasformazione strutturale: la società industriale diventa società del rischio, dove i pericoli non sono più esterni ma endogeni, prodotti dai sistemi stessi che creiamo. Nell'infosfera, questo paradigma si intensifica e si specifica: i rischi non sono più solo ambientali o nucleari, ma informazionali, incorporati nelle architetture digitali, nei modelli predittivi, nelle catene algoritmiche di decisione.

La distribuzione della moralità non è un esercizio teorico astratto, ma una realtà quotidiana che pone questioni pratiche urgenti: come attribuire responsabilità in sistemi complessi? Come progettare accountability in contesti di agency distribuita?

L'erosione del diritto all'ignoranza

Una conseguenza diretta della trasformazione dell'infosfera è l'erosione progressiva del diritto all'ignoranza. In un ambiente informativo sempre più privo di attrito, dove i dati sono facilmente accessibili, correlabili, prevedibili, diventa progressivamente meno credibile rivendicare l'ignoranza di fronte a eventi facilmente prevedibili.

Questo comporta un'espansione, un aumento esponenziale della conoscenza comune. Ciò che prima poteva essere legittimamente ignorato, oggi diventa parte di un sapere diffuso e accessibile. La trasparenza sistemica genera un nuovo tipo di responsabilità: quella di sapere.

Byung-Chul Han, nel suo "Psychopolitik" (2014), descrive questa condizione come un regime di iper-visibilità in cui il soggetto stesso diventa dato trasparente. Ma mentre Han legge questo processo principalmente come forma di controllo, Floridi ne evidenzia anche la dimensione etica: la trasparenza informativa ridefinisce i confini della responsabilità morale.

Non possiamo più dire "non sapevo" quando i dati erano disponibili, correlabili, interpretabili. L'infosfera priva di attrito è anche un'infosfera che espande il perimetro dell'imputabilità.

Ri-ontologizzazione: trasformare la natura delle cose

Ma il processo più radicale in atto è quello che Floridi chiama ri-ontologizzazione: una forma estrema di re-ingegnerizzazione che non solo progetta e costruisce le strutture di un sistema, ma ne trasforma fondamentalmente la natura intrinseca, la sua ontologia o essenza.

Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) stanno ri-ontologizzando la natura stessa dell'infosfera, e quindi il significato stesso di cosa sia "reale". Non si tratta solo di aggiungere un livello digitale al mondo materiale, ma di ridefinire ontologicamente cosa significhi esistere, essere identificabile, essere rilevante.

Stiamo vivendo uno spostamento evolutivo dall'umano al digitale. Diviene sempre più percettibile la differenza tra il "qui" analogico, offline, e il "là" digitale, online. Ma questa distinzione stessa è destinata a scomparire.

Come sottolinea Floridi viviamo già un'esperienza di vita onlife. La distinzione tra online e offline diventerà sempre più sfumata fino a scomparire. Avremo a che fare sempre più con oggetti che sono entità informazionali, in grado di apprendere, consigliare, comunicare tra loro.

Bruno Latour, in "Nous n'avons jamais été modernes" (1991), aveva decostruito la grande divisione moderna tra natura e cultura, soggetti e oggetti, umani e non-umani. Nell'infosfera, questa critica diventa realtà operativa: non esistono più oggetti inerti da un lato e soggetti attivi dall'altro, ma una rete ibrida di attori umani e non-umani che co-costruiscono la realtà.

Oggi siamo ancora abituati a considerare lo spazio dell'informazione come qualcosa a cui si accede e da cui si esce. Ma il giorno in cui cercheremo abitualmente la posizione di oggetti fisici attraverso interfacce digitali è già qui. Come conseguenza di questa ri-ontologizzazione del nostro ambiente ordinario, stiamo vivendo in un'infosfera che diventerà sempre più sincronizzata, delocalizzata e correlata.

Oltre il determinismo: l'ingegneria concettuale

L'infosfera non sarà un ambiente virtuale supportato da un mondo realmente materiale alle sue spalle. Sarà piuttosto il mondo stesso, sempre più interpretato e compreso in termini di informazioni, in quanto parte costitutiva dell'infosfera. Potranno nascere assicurazioni che proteggono dai rischi per gli avatar, paragonabili a quelle per gli animali domestici. La virtualizzazione di beni e servizi offrirà opportunità senza precedenti.

In questo contesto, il rischio più grande è cedere al determinismo tecnologico: l'idea che la direzione del cambiamento sia già scritta, inevitabile, sottratta alla progettualità umana. Floridi rifiuta questa visione con decisione. Non serve cercare una "bestia nera" da combattere, un nemico tecnologico da abbattere.

Dobbiamo essere dei timonieri a bordo della nave che deve essere guidata nella giusta direzione, con la cosapevolezza che questa non sia la linea più breve che congiunge A, la partenza, e B, l'arrivo. E questo lo facciamo con il design concettuale, facendo riferimento a una filosofia costruttivista in grado di spiegare i nostri artefatti semantici e di progettare e indirizzare quelli necessari alla nostra infosfera. Una sorta di ingegneria concettuale, come ingegneria del linguaggio.

Umberto Eco, nel Trattato di semiotica generale (1975), ha mostrato come i sistemi di segni non siano dati naturali, ma costruzioni culturali. Il significato non esiste in modo spontaneo: prende forma attraverso codici, convenzioni e pratiche condivise che le comunità elaborano nel tempo per interpretare il mondo. In questo senso, ogni sistema simbolico è un artefatto, frutto di un processo progettuale implicito.

Questa intuizione può essere estesa all’infosfera contemporanea. Anche l’ambiente informativo in cui viviamo — fatto di dati, piattaforme, algoritmi e interfacce — non è neutrale né spontaneo, ma il risultato di scelte progettuali. L’infosfera è, a tutti gli effetti, un artefatto: una costruzione che organizza e rende accessibili le informazioni secondo logiche specifiche.

Proprio per questo, non è sufficiente progettare tecnologie efficienti o infrastrutture performanti. Diventa necessario sviluppare una consapevolezza meta-linguistica: la capacità di riflettere sui linguaggi, sulle categorie e sui modelli concettuali che rendono queste tecnologie comprensibili e utilizzabili. Senza questa consapevolezza, il rischio è quello di operare in sistemi che utilizziamo ma non governiamo realmente.

Progettare l’infosfera, quindi, significa anche progettare il pensiero che la sostiene. Vuol dire definire i concetti, le strutture semantiche e i criteri interpretativi attraverso cui le informazioni acquisiscono senso. Solo così è possibile costruire ambienti informativi non solo funzionali, ma anche intelligibili, trasparenti e governabili.

L'ingegneria concettuale non è manipolazione linguistica, ma costruzione consapevole delle categorie attraverso cui pensiamo e organizziamo la realtà digitale. È il riconoscimento che le ontologie non sono date, ma progettate.

La natura informativa dell'io

Un'ultima conseguenza, forse la più profonda, riguarda l'identità. Va considerata la natura informativa dell'io. Noi siamo le informazioni che ci riguardano, che produciamo, che condividiamo e che altri elaborano su di noi. La nostra identità digitale non è un riflesso pallido di quella reale, né una componente accessoria, ma molto di più: è costitutiva.

Non siamo più soltanto corpi biologici dotati di coscienza, ma configurazioni informative distribuite, tracce di dati che ci precedono e ci sopravvivono, profili che agiscono in nostra assenza. L'identità diventa processuale, relazionale, distribuita.

L'idea centrale è che l'etica debba espandere il proprio orizzonte oltre la vita biologica, per includere l'intera infosfera come ambiente moralmente rilevante. Non si tratta di negare la specificità dell'umano, ma di riconoscere che l'umano stesso si costituisce ormai all'interno di un ecosistema informativo.


Il nodo: inciampo o connessione?

Siamo arrivati a un nodo e il nodo è molte cose: un punto di inciampo, un ostacolo allo scorrimento, ma anche qualcosa che tiene insieme i fili di una rete. Questa duplicità cattura perfettamente la condizione dell'etica nell'infosfera: da un lato i problemi, le frizioni, le responsabilità distribuite che sembrano bloccare ogni possibilità di attribuzione morale chiara; dall'altro le connessioni, le relazioni, le possibilità di governance che proprio quella complessità rende necessarie.

L'intelligenza artificiale rappresenta in questo senso un salto evolutivo decisivo. Non è semplicemente uno strumento in più, ma un agente che ridefinisce le condizioni stesse della moralità. Quando un sistema di AI prende decisioni, apprende, si adatta, non stiamo assistendo a una meccanizzazione dell'etica, ma a una sua distribuzione in forme inedite. L'AI è il nodo più stretto dell'infosfera: concentra in sé la questione della responsabilità distribuita, della ri-ontologizzazione della realtà, della natura informativa dell'identità.

Occorre uscire da un determinismo tecnologico, abbandonare la ricerca della bestia nera. Ma occorre anche evitare l'ingenuità di credere che la tecnologia sia neutrale. La direzione non è già scritta, ma non è nemmeno arbitraria. È progettabile, a patto di assumere il ruolo di cibernetici consapevoli.

Il nodo dell'etica digitale non è un problema da sciogliere tornando a certezze preesistenti. È la struttura stessa della nuova condizione morale: distribuita, relazionale, ecosistemica. Sciogliere il nodo significherebbe dissolvere la rete. Governarlo significa invece riconoscerne la funzione: tenere insieme i fili di una realtà complessa in cui l'intelligenza artificiale non è più uno strumento esterno, ma un co-abitante dell'infosfera.

E allora la domanda non è più "come regolare l'intelligenza artificiale", ma "che tipo di infosfera vogliamo costruire insieme a essa". Perché l'etica, nell'era digitale, non è più semplicemente un codice di comportamento da applicare a tecnologie esistenti. È un progetto di mondo, un'ingegneria della realtà che ci costituisce. Il nodo non va sciolto: va stretto nella giusta direzione. E l'AI è il test evolutivo che determinerà se saremo capaci di farlo.


RIFERIMENTI NORMATIVI utili

UNI CEI ISO/IEC 42001:2023 — Information technology — Artificial intelligence — Management system
È il riferimento più rilevante per collegare il tema filosofico della responsabilità AI a un sistema organizzato di governance, controllo, documentazione e miglioramento dei processi. ISO la presenta come il primo standard per sistemi di gestione dell’intelligenza artificiale. 
Link suggerito: “UNI CEI ISO/IEC 42001”.

ISO/IEC 23894:2023 — Information technology — Artificial intelligence — Guidance on risk management
È pertinente perché affronta la gestione del rischio per organizzazioni che sviluppano, producono, distribuiscono o utilizzano sistemi e servizi basati su AI. La norma aiuta a tradurre il concetto di responsabilità distribuita in processi di identificazione, valutazione e trattamento del rischio. 
Link suggerito: “ISO/IEC 23894:2023”.

ISO/IEC 22989:2022 — Information technology — Artificial intelligence — Artificial intelligence concepts and terminology
È utile per consolidare la precisione terminologica dell’articolo, soprattutto quando si trattano concetti come AI, sistema di AI, agente, dati, modello, rischio e governance. ISO indica che il documento stabilisce terminologia e concetti nel campo dell’AI. 
Link suggerito: “ISO/IEC 22989:2022”.

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