Interoperabilità, cos’è e cosa scambiamo davvero quando due sistemi "parlano" e perché non basta un formato aperto
Che cosa significa interoperabilità generale, quali sono i quattro livelli dell’European Interoperability Framework e perché standard aperti, e-government, Data Act e Digital Markets Act trasformano l’interoperabilità in una scelta strategica.
L'interoperabilità è diventata oramai una parola d'ordine della digitalizzazione, evocata ogni volta che due sistemi devono scambiarsi dati. Ma dietro il termine interoperabilità generale si nasconde una stratificazione concettuale che pochi maneggiano con precisione e l'aggettivo "generale" nasconde un'insidia: non designa uno standard normato, bensì una categoria interpretativa che tiene insieme dimensioni tecniche, semantiche, organizzative e giuridiche. Questo articolo ricostruisce la definizione multilivello del concetto, ne distingue le origini e gli ambiti, illustra i quattro livelli del quadro europeo, passa in rassegna gli standard e le norme che lo rendono operativo, ne legge il valore strategico e chiude con le tensioni che restano irrisolte. Il filo conduttore è uno solo: l'interoperabilità non è una proprietà del formato, è una proprietà del sistema.
Che cosa significa interoperabilità generale
Qualcuno potrebbe pensare che interoperabilità generale sia un termine tecnico definito, un livello superiore o una categoria normata come lo sono "interoperability" o "European Interoperability Framework".
Non è così, ed è bene dirlo subito. Nelle fonti tecniche e normative verificabili l'espressione non compare come denominazione standardizzata autonoma, va quindi trattata come una categoria interpretativa, un modo per parlare dell'interoperabilità in senso trasversale, al di là del singolo dominio applicativo. Usarla senza questa avvertenza significa attribuire allo strumento una solidità normativa che non possiede.
Definito il perimetro, veniamo alla sostanza. Nella sua accezione più consolidata, l'interoperabilità è la capacità di due o più sistemi o componenti di scambiare informazioni e di utilizzare le informazioni scambiate. È la formulazione che ritorna, con varianti minime, negli standard internazionali di terminologia, dalla ISO/IEC 2382 dedicata al vocabolario dell'information technology fino ai lessici di ingegneria dei sistemi e del software.
Il punto qualificante non è lo scambio, è il riuso: due sistemi che si trasmettono un file senza che il ricevente sappia farne qualcosa di sensato non sono interoperabili, sono soltanto connessi.
Quando dal dominio informatico si passa al settore pubblico e ai servizi digitali, la definizione si allarga. Il Regolamento (UE) 2024/903, noto come Interoperable Europe Act, definisce l'interoperabilità del settore pubblico come la capacità delle amministrazioni di interagire oltre frontiera condividendo dati, informazioni e conoscenze attraverso processi digitali. Qui non ci sono più solo sistemi ICT, ci sono organizzazioni, obiettivi comuni, processi e responsabilità. È da questa doppia radice, tecnica ed europea, che nasce la definizione multilivello utile a questo articolo: l'interoperabilità generale è la capacità di sistemi, organizzazioni, processi e componenti eterogenei di scambiare dati e servizi e di riusarli in modo efficace, secondo regole tecniche, semantiche, organizzative e giuridiche condivise.

Perché la definizione regga, occorre distinguerla con rigore da tre nozioni con cui viene abitualmente confusa.
La compatibilità è la capacità di due sistemi di coesistere nello stesso ambiente condividendo risorse senza interferire negativamente l'uno con l'altro, è una condizione passiva, il non arrecare danno, mentre l'interoperabilità richiede una cooperazione attiva.
L'integrazione è il processo, spesso sartoriale, di collegare sistemi separati mediante adattatori, middleware o codice di raccordo dedicato; produce un accoppiamento rigido e puntuale, mentre l'interoperabilità si fonda su interfacce e standard aperti che consentono di sostituire un componente senza riscrivere l'intera architettura.
La portabilità, infine, riguarda la migrazione di un dato o di un'applicazione da un ambiente a un altro conservandone l'usabilità, distinzione codificata nella ISO/IEC 19941, che tratta insieme interoperabilità e portabilità nel cloud: l'interoperabilità governa la comunicazione concomitante tra due sistemi attivi, la portabilità governa lo spostamento di un asset dall'uno all'altro. Tre concetti vicini, tre problemi diversi.
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Interoperabilità: da dove viene il termine e dove opera oggi
L'interoperabilità ha una data di nascita lessicale abbastanza precisa. I repertori lessicografici collocano il primo uso noto del termine intorno al 1965, con riferimento alla capacità di un sistema, tipicamente d'arma, di operare con le parti o gli apparati di un altro sistema. Non è un caso che la radice sia militare, il problema di far cooperare mezzi e forze diverse è antico quanto le coalizioni. La parola nasce quindi in un contesto in cui l'incompatibilità non è un fastidio, è una vulnerabilità.
Il salto verso l'informatica avviene con l'esplosione delle reti eterogenee negli anni Settanta. Quando calcolatori e reti costruiti da attori diversi, con tecnologie diverse, hanno dovuto scambiarsi pacchetti, l'interoperabilità è diventata un problema di ingegneria centrale.
I lavori sull'interconnessione di reti a pacchetto della metà del decennio e la dimostrazione, nel 1977, del collegamento tra reti radio a pacchetto, reti satellitari e ARPANET, hanno reso concreto ciò che fino ad allora era un'esigenza teorica: reti progettate separatamente che cooperano attraverso protocolli comuni. È la matrice concettuale di Internet, ed è la stessa logica che oggi ritroviamo ovunque si scambino dati tra domini distinti.
Da lì il concetto si è propagato in modo trasversale, e vale la pena mappare gli ambiti perché ognuno ha sviluppato i propri standard. Nell'informatica e nel web l'interoperabilità è la grammatica di base, dal modello OSI di riferimento per l'interconnessione fino ai protocolli applicativi. Nelle telecomunicazioni è il presupposto stesso del funzionamento delle reti mobili e dell'interlavoro tra operatori. Nella pubblica amministrazione è la condizione dei servizi digitali transfrontalieri. Nella sanità governa lo scambio di dati clinici, immagini diagnostiche e fascicoli sanitari tra sistemi che, storicamente, sono nati come silos incomunicabili. Nella difesa è la capacità di forze alleate di agire insieme in modo coerente ed efficace, con dottrine, procedure, comunicazioni e sistemi resi compatibili per progetto. Domini lontanissimi, stesso problema di fondo: fare cooperare ciò che è stato costruito separatamente.

I quattro livelli: giuridico, organizzativo, semantico, tecnico
Il contributo più utile a chiarire che cosa serve davvero per l'interoperabilità viene dal European Interoperability Framework (EIF), il quadro di riferimento adottato dalla Commissione europea con la Comunicazione COM(2017) 134 final. L'EIF scompone l'interoperabilità in quattro livelli, e la sua tesi implicita è quella che conta di più: nessun livello è sufficiente da solo, e concentrarsi su uno solo di essi, tipicamente il tecnico, lascia l'interoperabilità reale inattuata.

Il livello tecnico è il più visibile e il più frainteso come sinonimo dell'intero concetto. Riguarda le applicazioni, le infrastrutture, le interfacce, i protocolli di rete e i servizi di interconnessione: è il livello dove un'API espone funzioni a un altro sistema attraverso protocolli standard di trasporto e di scambio. È necessario, ma è il più povero di significato, perché garantisce che i bit arrivino, non che vogliano dire qualcosa.
Il livello semantico è quello che preserva il significato oltre al formato, in modo che ciò che è inviato sia effettivamente ciò che è compreso. Qui entrano in gioco i vocabolari controllati, le ontologie, i modelli di dati condivisi: serve a far coincidere il significato di concetti come "persona", "impresa", "indirizzo" o "prestazione" tra sistemi che, altrimenti, userebbero gli stessi termini per intendere cose diverse. È il livello più sottovalutato e, non a caso, quello dove le integrazioni falliscono più spesso.
Il livello organizzativo riguarda l'allineamento dei processi, dei ruoli, delle responsabilità e delle aspettative tra le organizzazioni che cooperano. Due enti possono avere sistemi tecnicamente connessi e semanticamente allineati, ma se non concordano chi fa cosa, con quali tempi e con quali procedure di gestione delle eccezioni, il servizio non funziona.
Il livello giuridico, infine, riguarda la capacità di organizzazioni soggette a quadri normativi diversi di collaborare senza ostacoli legali, con attenzione al valore giuridico dei dati scambiati e alla protezione dei dati personali. È il livello che decide se un documento prodotto in una giurisdizione ha valore in un'altra, ed è la ragione per cui l'interoperabilità transfrontaliera non è mai solo un problema tecnico. La lezione dell'EIF è che questi quattro livelli sono una catena e una catena vale quanto il suo anello più debole.
Gli standard e le regole che la rendono operativa
L'interoperabilità non si decreta, si costruisce con standard concreti. Ed è utile distinguere due famiglie di strumenti: gli standard tecnici che definiscono come si scambiano i dati, e i quadri normativi, soprattutto europei, che impongono a chi e quando l'interoperabilità sia dovuta.
Sul versante degli standard tecnici, la stratificazione ricalca i livelli appena descritti. Alla base c'è il modello di riferimento OSI, formalizzato nella ISO/IEC 7498-1 e ripreso in modo identico dalla Raccomandazione ITU-T X.200, che fornisce la cornice comune per coordinare gli standard di interconnessione.
Sopra di esso operano i protocolli che reggono il web: HTTP per la semantica applicativa, definito nella RFC 9110, TLS per la sicurezza del trasporto, definito nella RFC 8446 e formati di scambio come JSON, definito nella RFC 8259 e XML. Per l'interoperabilità semantica il World Wide Web Consortium ha standardizzato RDF e OWL, gli strumenti con cui si descrivono dati e ontologie in modo comprensibile alle macchine. Nei domini verticali gli standard si specializzano: in sanità HL7 FHIR per lo scambio elettronico di informazioni cliniche e DICOM per le immagini diagnostiche, nella difesa gli accordi di standardizzazione STANAG e le architetture di rete di missione federata (Federated Mission Networking) della NATO. Ogni dominio, il proprio dizionario, tutti la stessa esigenza.
Sul versante dei quadri normativi, l'Unione europea è oggi il regolatore più attivo e questo è un dato che il tecnico italiano non può ignorare. L'EIF, di cui si è detto, fornisce il modello concettuale a quattro livelli. Il Regolamento (UE) 2024/903, l'Interoperable Europe Act, lo traduce in un quadro cogente di cooperazione, istituendo una governance unificata per l'interoperabilità transfrontaliera del settore pubblico. Il Regolamento (UE) 910/2014, noto come eIDAS, disciplina l'identità elettronica e i servizi fiduciari, rendendo possibile il riconoscimento transfrontaliero delle identità digitali notificate.
A questi si affiancano il Regolamento (UE) 2022/1925, il Digital Markets Act e il Regolamento (UE) 2023/2854, il Data Act, che estendono l'obbligo di interoperabilità dal settore pubblico ai mercati digitali e all'economia dei dati. Il messaggio è chiaro: in Europa l'interoperabilità sta migrando dallo statuto di buona pratica a quello di obbligo giuridico.
L'interoperabilità come scelta strategica
Finora abbiamo trattato questioni prevalentemente tecniche, ma l'interoperabilità non è perseguita per eleganza architetturale, è perseguita perché è una leva strategica (politica ed economica) e conviene leggerla come tale su tre fronti.

Il primo fronte è la concorrenza nei mercati digitali. I grandi operatori tendono a costruire ecosistemi chiusi, i cosiddetti “giardini recintati”, per trattenere gli utenti ed esercitare rendite di posizione, alzando le barriere all'uscita. L'interoperabilità imposta per via regolatoria è la contromisura. Il Digital Markets Act, il Regolamento (UE) 2022/1925, ne offre l'esempio più netto: l'articolo 7 obbliga i grandi operatori di servizi di messaggistica a rendere interoperabili le funzionalità di base con i fornitori terzi che ne facciano richiesta e l'articolo 6, paragrafo 9, impone la portabilità effettiva e in tempo reale dei dati generati dagli utenti. Lo scopo dichiarato è abbattere il vendor lock-in, quella condizione in cui i costi e la complessità di cambiare fornitore sono così alti da vincolare di fatto il cliente.
Standard aperti, promossi da organismi neutrali, significano specifiche implementabili senza royalty discriminatorie e costi di sostituzione più bassi, quindi mercati più contendibili.
Anche il Codice dei contratti pubblici si muove nella stessa direzione quando valorizza formati aperti, neutralità tecnologica e disponibilità dei dati, con l’obiettivo di evitare che la stazione appaltante resti dipendente da uno specifico produttore o da un unico ambiente software. Nel settore pubblico, infatti, il vendor lock-in non è soltanto un problema economico: può limitare la concorrenza, ostacolare il riuso delle informazioni e compromettere la continuità della gestione nel tempo. L’interoperabilità diventa così una garanzia di contendibilità del mercato e, insieme, di autonomia dell’amministrazione. Ma il formato aperto è solo il punto di partenza: perché questa autonomia sia reale servono requisiti informativi chiari, regole di scambio, verifiche e competenze capaci di assicurare che i dati trasferiti restino effettivamente utilizzabili.
Il secondo fronte è l'e-Government e il principio once-only. L'assenza di interoperabilità nella pubblica amministrazione produce duplicazioni, code e frammentazione dei servizi. Il principio di "una tantum", il once-only, ribalta la logica: cittadini e imprese devono fornire un'informazione all'amministrazione una sola volta e sono poi le amministrazioni a scambiarsela tra loro, con le opportune garanzie. È un principio che vale nulla senza interoperabilità reale, perché richiede che i registri pubblici sappiano dialogare e riconoscere reciprocamente i dati.
Il terzo fronte è quello degli spazi dati e della sovranità digitale.
Il Data Act, il Regolamento (UE) 2023/2854, stabilisce regole armonizzate sull'accesso e sull'uso dei dati generati da prodotti connessi e servizi correlati e definisce requisiti di interoperabilità per gli spazi comuni europei di dati e per i servizi cloud. Dietro la norma c'è una tesi strategica esplicita: l'interoperabilità non è solo efficienza, è condizione di autonomia, perché un ecosistema di dati che sa muoversi tra fornitori diversi è un ecosistema che non dipende da un singolo attore, spesso extraeuropeo. In questa lettura l'interoperabilità diventa un bene pubblico, una precondizione per la libertà di scelta e per la sovranità digitale, non un dettaglio implementativo.
I costi dell’interoperabilità: le tensioni irrisolte
Sarebbe ingenuo presentare l'interoperabilità come un valore senza costi. Nella pratica apre conflitti reali e ignorarli significa progettare male.

La prima tensione è tra apertura e sicurezza. Ogni interfaccia aperta, ogni connessione bidirezionale tra sistemi eterogenei, moltiplica i punti di ingresso potenziali per un attacco e amplia la superficie esposta. Il caso più istruttivo è quello della messaggistica interoperabile imposta dal DMA (Digital Markets Act): consentire lo scambio di messaggi tra piattaforme diverse conservando la cifratura end-to-end, senza indebolire le chiavi né esporre i metadati, è una sfida di ingegneria della sicurezza tuttora aperta. Esistono standard emergenti per la sicurezza dei gruppi, come il Messaging Layer Security definito nella RFC 9420, ma la loro efficacia nel garantire cifratura interoperabile tra piattaforme rimane oggetto di lavoro tecnico attivo, non un problema risolto. Aprire e proteggere tirano in direzioni opposte e il punto di equilibrio va progettato caso per caso.
La seconda tensione è tra standardizzazione e innovazione. I processi di standardizzazione sono lenti per costruzione, perché richiedono consenso e questo genera due rischi speculari: cristallizzare tecnologie già superate al momento della ratifica e comprimere il margine di differenziazione, perché se tutti aderiscono alla stessa architettura la spinta a innovare in modo radicale può affievolirsi. Lo standard è insieme una garanzia di apertura e un possibile freno e il "minimo comune denominatore" è un esito reale, non una paura teorica.
La terza tensione riguarda costi di compliance e governance. L'adeguamento a quadri semantici, tecnici e giuridici complessi comporta oneri che pesano in modo diseguale, penalizzando le piccole e medie imprese rispetto agli attori maggiori, che dispongono di risorse per assorbirli. E l'interoperabilità non è uno stato statico da raggiungere una volta, è una condizione da mantenere: versionamento delle interfacce, aggiornamenti di sicurezza evoluzione dei modelli di dati richiedono un coordinamento continuo nel tempo. Il costo vero, spesso, non è costruire l'interoperabilità, è tenerla in vita.
Da queste tensioni discende il principio con cui vale la pena chiudere: l'interoperabilità by design. Se apertura, sicurezza, sostenibilità dei costi e continuità sono in tensione, l'unico modo per governarli è progettarli insieme fin dall'inizio, non aggiungerli a valle. Interoperabilità sin dalla progettazione e per impostazione predefinita significa scegliere standard aperti prima che si consolidi il lock-in, definire il livello semantico prima di scrivere le API, presidiare il livello giuridico prima di attivare uno scambio transfrontaliero. È lo stesso spostamento di baricentro che attraversa l'intera digitalizzazione, dal documento al dato: l'interoperabilità non è una proprietà che si attribuisce a un file già prodotto, è una proprietà che si costruisce nell'architettura del sistema che quel dato lo genera.
4 cose da ricordare…
La lettura offerta suggerisce quattro punti fermi:
- non confondere i piani: verificare che un'integrazione copra tutti e quattro i livelli EIF, perché una connessione tecnica senza allineamento semantico è un'illusione di interoperabilità;
- preferire gli standard aperti e neutrali agli adattatori proprietari, perché è la sola difesa strutturale contro il lock-in e i costi di sostituzione;
- trattare la sicurezza come vincolo di progetto e non come strato aggiunto, valutando esplicitamente l'ampliamento della superficie d'attacco che ogni apertura comporta;
- mettere in conto la manutenzione: l'interoperabilità raggiunta va versionata e presidiata, o si degrada.
FAQ — Interoperabilità generale
Che cosa si intende per interoperabilità generale?
È la capacità di sistemi, organizzazioni, processi e componenti eterogenei di scambiare dati e servizi e di riutilizzarli in modo efficace, secondo requisiti tecnici, semantici, organizzativi e giuridici condivisi.
Qual è la differenza tra interoperabilità e compatibilità?
La compatibilità consente a due sistemi di coesistere senza interferire negativamente. L’interoperabilità richiede invece una cooperazione attiva: i sistemi devono scambiare informazioni e saperle utilizzare.
Interoperabilità e integrazione sono la stessa cosa?
No. L’integrazione collega sistemi specifici mediante adattatori, middleware o codice dedicato. L’interoperabilità mira invece a consentire la cooperazione attraverso standard, interfacce e regole condivise, riducendo la dipendenza da collegamenti proprietari.
Quali sono i quattro livelli dell’interoperabilità secondo l’EIF?
I quattro livelli sono tecnico, semantico, organizzativo e giuridico. Il livello tecnico assicura la connessione; quello semantico preserva il significato; quello organizzativo allinea processi e responsabilità; quello giuridico rende possibile lo scambio nel rispetto delle norme.
Perché un formato aperto non garantisce da solo l’interoperabilità?
Perché il formato assicura soltanto una base tecnica comune. Restano da definire il significato dei dati, le regole di utilizzo, i processi, i ruoli, le responsabilità e i controlli necessari a rendere l’informazione realmente riutilizzabile.
Che cos’è il principio once-only?
È il principio secondo cui cittadini e imprese dovrebbero fornire una stessa informazione alla pubblica amministrazione una sola volta. Le amministrazioni devono poi scambiarsi il dato, nel rispetto delle regole applicabili, evitando richieste ripetute e duplicazioni.
Che ruolo ha il Digital Markets Act?
Il Digital Markets Act, Regolamento (UE) 2022/1925, impone specifici obblighi ai gatekeeper dei mercati digitali. Tra questi rientra, in determinate condizioni, l’interoperabilità delle funzionalità di base dei servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero.
Che cosa prevede l’Interoperable Europe Act?
Il Regolamento (UE) 2024/903 istituisce un quadro comune per rafforzare l’interoperabilità transfrontaliera dei servizi pubblici digitali europei, considerando insieme requisiti giuridici, organizzativi, semantici e tecnici.
Perché l’interoperabilità è una scelta strategica?
Perché favorisce la concorrenza, limita il vendor lock-in, semplifica i servizi pubblici, agevola il riuso dei dati e riduce la dipendenza da un unico fornitore o da un solo ecosistema tecnologico.
Quali sono le principali tensioni ancora aperte?
Le principali tensioni riguardano il rapporto tra apertura e sicurezza, tra standardizzazione e innovazione e tra benefici dell’interoperabilità e costi continui di compliance, manutenzione e governance.
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