KEY Energy 2026: il programma AIDI su smart lighting, transizione energetica e illuminazione inclusiva
Durante Key Energy 2026 a Rimini, AIDI - Associazione Italiana di Illuminazione ha proposto un ciclo di incontri tecnici dedicati alla smart lighting, all’illuminazione urbana, ai beni culturali, agli ambienti naturali e all’inclusività. Cinque appuntamenti che hanno affrontato la transizione energetica, integrazione fotovoltaica, comfort visivo, tutela del patrimonio e progettazione sostenibile. É stata un’occasione di aggiornamento per progettisti, lighting designer, PA e operatori del settore.
Alla fiera KEY - The Energy Transition Expo di Rimini (4-6 Marzo 2026 - Rimini Expo Centre), AIDI - Associazione Italiana di Illuminazione ha proposto un ciclo di incontri, con il contributo della rivista Luce in qualità di media partner. I talk sono stati moderati da Mariella Di Rao, direttrice della rivista Luce. Ciascun talk affronta un tema specifico, mettendo a confronto competenze diverse lungo l’intera filiera del settore. Al centro del dibattito: integrazione con la luce naturale, efficienza energetica, comfort visivo e impatto sugli ecosistemi urbani e naturali. Gli incontri affrontano anche applicazioni in ambito urbano, nei beni culturali e negli spazi inclusivi, analizzando criticità progettuali, modelli gestionali e criteri di sostenibilità. Un’occasione di aggiornamento tecnico per progettisti, PA e operatori del settore.
Smart lighting negli edifici: opportunità e scenari
Mercoledì 4 Marzo
Alberto Ricci Petitoni, progettista illuminotecnico, Idea
Sauro Barbò, Restart Engineering
Laura Bellia, Presidente AIDI e docente Università Federico II di Napoli
Andrea Solzi, Direttore generale ASSIL
Rafael Biagioni, Segment Manager Office & Industry, Signify
Matteo Saraceni, Responsabile Ingegneria e Innovazione
Marco dalle Donne, Senior Lighting Consultant 3F-Filippi
L’incontro dedicato allo smart lighting negli edifici si propone di approfondire il contributo dell’illuminazione intelligente nei processi di transizione energetica e rigenerazione urbana, intesa non solo come riqualificazione degli spazi pubblici ma anche come trasformazione e valorizzazione degli edifici e degli ambienti che compongono il tessuto urbano.
L’illuminazione intelligente, infatti, non riguarda esclusivamente l’efficienza energetica e la riduzione dei consumi. Se progettati e applicati correttamente, i sistemi di smart lighting consentono di ottenere risultati rilevanti anche in termini di benessere delle persone e qualità degli ambienti. Attraverso sistemi avanzati di controllo e regolazione della luce è possibile, ad esempio, creare un equilibrio più efficace tra illuminazione artificiale e naturale, contribuendo a rispettare i ritmi biologici dell’organismo umano, in particolare quelli legati al ciclo sonno-veglia. Questo aspetto ha ricadute significative sulla salute e sul benessere degli individui e, più in generale, sulla qualità della vita dei cittadini.
Un ulteriore elemento caratteristico dello smart lighting è la possibilità di sviluppare soluzioni illuminotecniche sempre più personalizzate, capaci di adattarsi alle esigenze reali degli utenti e alle diverse funzioni degli spazi. La luce diventa quindi sempre più “su misura”, aprendo nuove prospettive sia per la progettazione degli ambienti sia per lo sviluppo di apparecchi e sistemi da parte delle aziende del settore.

Il confronto tra progettisti, aziende, accademia e rappresentanti del settore consente di mettere in dialogo prospettive e competenze differenti, offrendo una visione articolata delle opportunità e delle sfide legate all’illuminazione intelligente.
Ad aprire la discussione è il punto di vista del progettista. Secondo Alberto Ricci Petitoni, lo smart lighting deve essere innanzitutto inteso come un progetto di illuminazione integrato, nel quale la progettazione della luce assume un ruolo centrale nella definizione degli ambienti costruiti.
Un riferimento fondamentale per la progettazione è rappresentato dalla luce naturale, che costituisce il primo modello di illuminazione dinamica. Durante la giornata, infatti, la luce varia tonalità e intensità — dall’alba al mezzogiorno fino al tramonto — seguendo ritmi che influenzano direttamente il nostro organismo. Proprio per questo motivo la progettazione dell’illuminazione artificiale deve tener conto delle caratteristiche biologiche dell’essere umano, riproducendo per quanto possibile dinamiche simili anche negli ambienti interni.
La qualità dell’illuminazione dipende quindi non solo dalla scelta dei corpi illuminanti, ma anche dall’integrazione con sistemi di gestione e controllo degli impianti, capaci di modulare l’intensità e le caratteristiche della luce in funzione delle diverse attività.
Gli ambienti costruiti presentano infatti esigenze differenti a seconda delle funzioni che ospitano. In ambito residenziale, ad esempio, la luce richiesta durante la cena è diversa da quella necessaria nelle ore serali quando si guarda la televisione. Allo stesso modo, negli uffici cambiano le esigenze luminose tra la lettura di documenti e il lavoro al computer.
Grazie alla diffusione della tecnologia LED e dei sistemi di controllo avanzati, oggi è possibile progettare soluzioni di illuminazione dinamiche e flessibili, capaci di adattarsi alle diverse condizioni d’uso degli spazi.
Un aspetto cruciale riguarda però il ruolo della progettazione. L’illuminazione dovrebbe essere sviluppata in stretta integrazione con il progetto architettonico, l’interior design e la progettazione impiantistica, evitando di essere considerata un elemento secondario inserito solo nelle fasi finali del progetto.
Un esempio significativo riguarda gli ambienti della ristorazione contemporanea, dove spesso vengono utilizzate superfici e finiture molto scure — come grigi, blu o tortora — che riflettono meno la luce. In questi casi, per raggiungere livelli di illuminazione adeguati è necessario aumentare i consumi energetici, dimostrando quanto la scelta dei materiali e dei colori influisca direttamente sulle prestazioni illuminotecniche degli spazi.
Promuovere una maggiore cultura della luce è proprio uno degli obiettivi principali di AIDI, che da anni lavora per sensibilizzare progettisti, aziende e istituzioni sull’importanza di integrare la progettazione illuminotecnica fin dalle prime fasi di sviluppo degli interventi.
L’illuminazione, infatti, svolge un ruolo determinante nella percezione e valorizzazione dello spazio e deve essere considerata un vero e proprio elemento progettuale all’interno del processo architettonico.
Negli ultimi anni questa consapevolezza sta progressivamente crescendo anche in Italia. Se in passato il nostro Paese è rimasto in parte indietro rispetto ad altri contesti europei, oggi si registra una maggiore attenzione verso il ruolo della luce e verso il riconoscimento della figura del lighting designer, coinvolto sempre più spesso fin dalle fasi iniziali della progettazione degli spazi.

L’evoluzione dello smart lighting in Italia
Negli ultimi anni l’attenzione verso lo smart lighting è cresciuta in modo significativo. Già nel 2022 era stato commissionato uno studio per analizzare lo stato dell’arte dell’applicazione di queste tecnologie nel nostro Paese. Successivamente, nel 2025, è stato realizzato un aggiornamento dello stesso studio con l’obiettivo di comprendere come il settore si sia evoluto nel tempo.
Alla luce della rapida evoluzione tecnologica, è stato chiesto ad Andrea Solzi quali siano i principali risultati e le novità emerse da questo nuovo studio rispetto alla prima analisi del 2022.
Nel suo intervento, Andrea Solzi ha spiegato che l’associazione rappresenta la voce dei costruttori di apparecchi illuminanti e dei sistemi di controllo. Proprio per questo, nel 2022 è stato richiesto al Politecnico di realizzare uno studio volto ad analizzare il mercato e le opportunità legate allo sviluppo dello smart lighting.
L’analisi è partita da un presupposto fondamentale: la luce deve essere disponibile dove serve, quando serve e nelle modalità più appropriate ai diversi contesti applicativi.
Lo studio è stato avviato considerando il contesto economico caratterizzato dalle risorse provenienti dal Recovery Fund e dal PNRR, che mettevano a disposizione importanti finanziamenti destinati alle amministrazioni pubbliche. L’obiettivo era capire se tali risorse potessero essere impiegate efficacemente anche per interventi nel settore dell’illuminazione.
Uno dei ruoli principali dell’associazione è infatti quello di sensibilizzare le istituzioni, portando all’attenzione dei decisori politici le esigenze del settore e illustrando i benefici derivanti dall’adozione di tecnologie innovative nel campo dell’illuminazione.
Lo studio realizzato dal Politecnico — sia nella versione del 2022 sia nell’aggiornamento del 2025 — è stato articolato in tre fasi principali:
- Analisi delle risorse economiche disponibili, con particolare attenzione ai fondi del PNRR e agli altri strumenti finanziari e normativi disponibili, inclusi incentivi regionali e provvedimenti legislativi che favoriscono l’implementazione di sistemi di smart lighting.
- Analisi del mercato, finalizzata a comprendere le potenzialità del settore dell’illuminazione intelligente e le possibili applicazioni nei diversi ambiti.
- Valutazione dei benefici, derivanti dall’introduzione di tecnologie di illuminazione avanzata e sistemi di controllo intelligente.
Per quanto riguarda la prima fase, lo studio ha evidenziato che esistono numerosi strumenti finanziari che possono favorire l’adozione dello smart lighting, tra cui incentivi nazionali, misure regionali e programmi di finanziamento collegati al PNRR. Tuttavia, è emerso anche che non tutte le risorse disponibili sono state pienamente utilizzate, e che sarebbe stato possibile realizzare un numero maggiore di interventi.
La seconda parte dello studio ha riguardato l’analisi delle potenzialità del mercato. Il Politecnico ha individuato dieci ambiti applicativi principali, tra cui:
- uffici
- scuole
- ospedali
- hotel
- illuminazione pubblica
Per ciascun ambito sono stati sviluppati archetipi di riferimento, ovvero modelli rappresentativi basati sui consumi energetici tipici di strutture come una scuola media, un hotel o un ospedale.
Su questi modelli sono stati analizzati diversi livelli di intervento:
- primo livello: semplice sostituzione della tecnologia esistente con sorgenti LED;
- secondo livello: introduzione di un primo sistema di controllo dell’illuminazione;
- terzo livello: implementazione di sistemi avanzati di smart lighting con integrazione completa dei sistemi di controllo.
Grazie a questa analisi è stato possibile quantificare i benefici derivanti dalle diverse soluzioni.
Benefici energetici, economici e di benessere
I risultati dello studio mostrano che i vantaggi dello smart lighting non riguardano soltanto il risparmio energetico. Sebbene l’efficienza energetica rappresenti spesso il primo elemento preso in considerazione, i benefici sono molto più ampi.
Una corretta progettazione illuminotecnica, adattata al contesto specifico — ad esempio una scuola, un ufficio o un ospedale — consente infatti di ottenere importanti vantaggi anche in termini di:
- comfort visivo
- benessere degli utenti
- produttività negli ambienti di lavoro
- miglior rendimento negli ambienti scolastici
Un’illuminazione adeguata e confortevole permette infatti alle persone di svolgere meglio le proprie attività.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il tema economico. Spesso le amministrazioni pubbliche sono riluttanti a sostenere investimenti iniziali più elevati. Tuttavia è importante considerare il ciclo di vita degli impianti di illuminazione, che può arrivare anche a 25 anni.
Lo studio del Politecnico dimostra inoltre che l’adozione di sistemi di controllo avanzati consente di ottenere tempi di ritorno dell’investimento più brevi rispetto alla semplice sostituzione delle sorgenti con LED. In questo senso, l’illuminazione non deve essere considerata un costo, bensì un investimento nel lungo periodo. Infine, tra i benefici evidenziati nello studio emerge anche il crescente ruolo delle certificazioni internazionali degli edifici, che includono sempre più spesso la qualità dell’illuminazione tra i parametri per valutare la qualità complessiva di un edificio.
Successivamente il dibattito si è spostato dall’analisi teorica all’applicazione concreta delle tecnologie di smart lighting. È stato quindi chiesto a Matteo Saraceni, rappresentante di Hera, quali siano gli obiettivi che è possibile raggiungere attraverso l’applicazione concreta di questi sistemi.
Saraceni ha sottolineato che, oltre agli aspetti economici ed energetici, è fondamentale considerare gli effetti dell’illuminazione sul benessere delle persone.
Molti sintomi comuni — come affaticamento visivo, occhi arrossati o mal di testa al termine della giornata lavorativa — possono essere causati da una scarsa qualità dell’illuminazione. Ciò accade soprattutto quando negli ambienti interni la luce rimane costante per tutto il giorno, mentre la luce naturale esterna cambia continuamente. In queste condizioni si creano forti contrasti e l’occhio, che è a tutti gli effetti un muscolo, è costretto a uno sforzo continuo di adattamento.
Dal punto di vista scientifico, nel 2000 è stata scoperta nella retina una particolare tipologia di cellule — le cellule gangliari — responsabili degli effetti non visivi della luce. Questa scoperta ha aperto nuovi ambiti di ricerca che hanno dimostrato l’importanza di un’illuminazione dinamica, capace di adattarsi ai ritmi circadiani dell’organismo umano.
Durante la prima parte della giornata è infatti opportuno avere livelli più elevati di illuminazione, mentre nelle ore successive l’intensità luminosa dovrebbe progressivamente diminuire. Nella vita quotidiana, tuttavia, spesso accade il contrario: si trascorrono molte ore in ambienti poco illuminati durante il giorno e si rimane esposti a luce artificiale intensa la sera, ad esempio utilizzando dispositivi elettronici.
Le tecnologie di illuminazione dinamica permettono oggi di adattare la luce alle esigenze fisiologiche delle persone, migliorando il comfort e avvicinandosi alle condizioni naturali.
Un altro aspetto importante riguarda il modo in cui gli ambienti vengono illuminati. Spesso si trovano spazi in cui il piano di lavoro è molto illuminato mentre soffitti e pareti rimangono scuri. Una progettazione più equilibrata, che integri illuminazione diretta e indiretta, contribuisce invece a creare ambienti più confortevoli.
Oggi esistono inoltre strumenti avanzati di analisi dei comportamenti e intelligenza artificiale, che consentono di integrare i sistemi di illuminazione con altri sistemi dell’edificio e migliorare sia l’efficienza energetica sia il benessere delle persone.
Saraceni ha infine ricordato che trascorriamo circa un terzo della nostra vita lavorando. Così come scegliamo con attenzione un buon materasso o un buon cuscino per le ore di sonno, dovremmo dedicare la stessa attenzione alla qualità dell’illuminazione negli ambienti di lavoro.
Le conoscenze scientifiche e le tecnologie necessarie sono oggi disponibili; ciò che serve è soprattutto un cambiamento culturale, che coinvolga sia i committenti sia i progettisti.
LEGGI ANCHE: L’illuminazione dei luoghi di lavoro: i criteri normativi per bilanciare comfort e risparmio energetico
Le nuove frontiere dell'Illuminazione urbana
Giovedì 5 Marzo
Sono intervenuti:
Gianni Drisaldi, progettista illuminotecnico Studio Drisaldi Associati
Marco Malavasi, responsabile preventivazione TEA Reteluce srl
Marco Frascarolo, lighting designer FABERtechnica e ricercatore in Fisica Tecnica Ambientale
Università degli Studi Roma Tre
Mauro Iaulè, Direttore commerciale Italia GMR Enlights
Sonny Giansante, Product manager Revetec
Alessandro Targetti, Head of Business development GDS Lighting
Illuminazione pubblica: visione progettuale, innovazione e nuovi modelli per la città contemporanea
Il futuro dell’illuminazione pubblica non può essere affrontato limitandosi all’adozione di nuove tecnologie. È questa la riflessione centrale emersa nel corso del convegno dedicato all’evoluzione dei modelli progettuali, gestionali e tecnologici per la città contemporanea, con un confronto che ha riunito progettisti, utility, aziende e operatori del settore.
A portare il proprio contributo sono stati Gianni Drisaldi, progettista illuminotecnico di Studio Drisaldi Associati, Marco Malavasi, responsabile preventivazione di TEA Reteluce Srl, Marco Frascarolo, lighting designer di FABERtechnica e ricercatore in Fisica Tecnica Ambientale presso l’Università degli Studi Roma Tre, Mauro Iaulè, direttore commerciale Italia di GMR Enlights, e Sonny Giansante, Product Manager di Revetec. Nel dibattito sono inoltre emersi contributi rilevanti sul rapporto tra progettazione, gestione, innovazione e infrastrutture, con riferimenti ai temi dell’illuminazione adattiva, del fotovoltaico, del telecontrollo, della sostenibilità sociale e della valorizzazione urbana.
La città non si progetta per sostituzione, ma per visione
Ad aprire il confronto è stata una considerazione ormai imprescindibile: le nuove tecnologie – dall’IoT all’intelligenza artificiale – rappresentano strumenti importanti, ma non possono sostituire una visione progettuale complessiva della città.
È stato sottolineato come il progetto debba nascere prima di tutto da un’idea chiara dello spazio urbano, dalla sua interpretazione e dalla capacità di leggerne identità, fragilità e potenzialità. In questo senso, l’approccio progettuale non può essere subordinato alla tecnologia. Al contrario, la tecnologia deve essere messa al servizio di una visione.
Questo principio, apparentemente ovvio, è stato indicato come tutt’altro che scontato. Ancora oggi, infatti, si tende a confondere l’innovazione con il semplice aggiornamento tecnologico, come se parlare di “full LED” fosse ancora sufficiente a rappresentare un salto di qualità. In realtà il LED è da tempo una tecnologia consolidata: la vera innovazione sta nella capacità di integrarlo con sistemi di gestione, controllo e analisi dei dati, e soprattutto nell’impiegarlo all’interno di un progetto urbano coerente.
Da qui anche una critica netta al concetto di relamping, termine considerato riduttivo perché suggerisce una semplice sostituzione tecnica, quando invece la città richiede interventi ben più profondi. Sostituire una sorgente luminosa non equivale infatti a ripensare la qualità dello spazio pubblico. Il rischio, altrimenti, è quello di ridurre l’illuminazione a una mera operazione di efficientamento energetico, legata ai numeri del risparmio e della CO2, senza coglierne la funzione sociale, culturale e identitaria.
La città, è stato osservato, è un sistema complesso, un luogo in cui le persone devono potersi riconoscere, sentire a casa, ritrovare motivi per vivere gli spazi pubblici e non semplicemente attraversarli. Per questo il progetto della luce deve partire da un’analisi della città, del suo genius loci, dei suoi luoghi simbolici ma anche dei suoi spazi quotidiani, dei punti di aggregazione, delle frequentazioni reali, delle comunità che la abitano. Solo così è possibile costruire una vera e propria regia della luce, capace di rafforzare gli elementi di valore e mitigare le criticità del contesto urbano.
Il bilancio degli ultimi dieci anni: oltre il “relamping”
Su questo fronte si è inserito l’intervento di Gianni Drisaldi, che ha proposto una lettura del mercato dell’illuminazione pubblica negli ultimi dieci anni e delle prospettive future.
Anche Drisaldi ha espresso riserve sul termine relamping, considerato improprio rispetto a quanto realmente avvenuto nel settore. Negli ultimi dieci anni, infatti, non si è trattato semplicemente di sostituire lampade, ma di intervenire sugli apparecchi nel loro complesso, sfruttando l’evoluzione della tecnologia LED per ottenere risultati importanti in termini di efficienza e qualità dell’illuminazione.
Grazie alle ultime generazioni di apparecchi LED e a progetti ben sviluppati, è stato possibile raggiungere livelli di efficientamento anche del 60-70%, un risultato che ha consentito di liberare risorse economiche utili per la riqualificazione degli impianti. In molti casi, questo ha significato anche un miglioramento complessivo della qualità della luce nelle città: non solo più efficienza, ma anche una resa cromatica superiore e una percezione più fedele e leggibile degli spazi urbani nelle ore notturne.
Questa fase è stata favorita anche da strumenti finanziari e modelli di collaborazione tra pubblico e privato, in particolare attraverso il coinvolgimento di operatori energetici ed ESCo, che hanno sostenuto l’investimento al posto delle amministrazioni. Un passaggio che si è rivelato decisivo, soprattutto in un contesto in cui molti enti pubblici non avevano margini di spesa o capacità di indebitamento.
Secondo Drisaldi, tuttavia, il bilancio di questi anni non deve indurre a pensare che il prossimo decennio possa replicare automaticamente il precedente. Il grosso dell’efficientamento è già stato realizzato, anche se esistono ancora impianti con sorgenti obsolete – come vapori di sodio o, in casi residuali, vapori di mercurio – sui quali intervenire. Il punto, però, è un altro: il futuro non potrà basarsi sugli stessi meccanismi del passato, ma dovrà fare tesoro dell’esperienza maturata per affrontare una nuova fase, più complessa e più integrata.
Sostenibilità ambientale, economica e sociale
Nel corso del dibattito è emerso con forza che il concetto di sostenibilità non può più essere letto soltanto in chiave ambientale o energetica. Se da un lato oggi siamo in grado di misurare con precisione i risparmi di energia e di CO2, dall’altro è diventato necessario allargare lo sguardo anche alla sostenibilità economica e soprattutto alla sostenibilità sociale.
In questa prospettiva, l’innovazione tecnologica deve essere valutata non solo in base alla capacità di ridurre i consumi, ma anche in relazione al contributo che può offrire alla sicurezza, alla vivibilità, alla qualità dello spazio urbano e alla capacità di rispondere ai bisogni reali del territorio.
La tecnologia, in questo senso, mette a disposizione strumenti ormai maturi: sistemi di telecontrollo, regolazione dinamica dei flussi, controllo della temperatura di colore, soluzioni di tunable white, gestione adattiva e raccolta dati. Tutti elementi che consentono di progettare una luce più coerente con i contesti, più flessibile e più aderente alle condizioni reali di utilizzo.
L’illuminazione pubblica, quindi, non è più solo una questione di prestazione tecnica: diventa una componente attiva della qualità urbana, capace di contribuire anche alla valorizzazione del patrimonio storico e paesaggistico.
Le amministrazioni pubbliche tra limiti strutturali e necessità di innovazione
Un passaggio centrale del convegno ha riguardato il ruolo delle amministrazioni pubbliche, chiamate a recepire progetti sempre più complessi e innovativi ma spesso frenate da criticità strutturali.
Su questo tema è intervenuto Marco Malavasi, responsabile preventivazione di TEA Reteluce Srl, che ha portato l’esperienza di una realtà attiva in numerosi comuni, soprattutto in Lombardia, con circa 100.000 punti luce gestiti e 80 comuni in concessione.
Secondo Malavasi, gli enti locali si trovano oggi a fronteggiare due grandi difficoltà. La prima è di natura economico-finanziaria: i comuni devono fare i conti con trasferimenti ridotti, entrate sostanzialmente rigide, costi energetici cresciuti in modo significativo e un aumento generale delle spese, comprese quelle legate ai servizi sociali. In questo quadro, reperire risorse per investimenti innovativi è sempre più difficile.
La seconda criticità riguarda invece la struttura tecnica e organizzativa degli enti. Molti uffici tecnici lavorano in condizioni di sotto-organico, con personale mediamente anziano e spesso senza competenze specifiche sufficienti per valutare e gestire sistemi digitali avanzati. A questo si aggiunge la difficoltà ad attrarre giovani tecnici nel settore pubblico.
In un simile contesto, Malavasi ha ribadito la centralità del partenariato pubblico-privato e dei modelli concessori come strumenti ancora fondamentali per rendere possibile l’innovazione. Attraverso la concessione, infatti, il soggetto privato può assumersi il rischio dell’investimento, progettare, realizzare e gestire l’intervento, alleggerendo l’ente pubblico e superando parte delle criticità economiche e organizzative. Pur riconoscendo che l’evoluzione normativa recente ha reso il quadro meno lineare, Malavasi ha confermato che questo modello resta, allo stato attuale, uno degli strumenti più efficaci per mettere a terra progetti innovativi di illuminazione pubblica.
Infrastrutture, non solo apparecchi: la condizione per ogni innovazione
Un altro tema emerso con chiarezza è quello dello stato delle infrastrutture. Parlare di nuove tecnologie senza affrontare il tema dei quadri elettrici, dei sostegni, delle linee e delle condizioni generali dell’impianto rischia infatti di rendere ogni innovazione parziale o inefficace.
È stato sottolineato come molti comuni si trovino ancora a gestire infrastrutture datate, spesso degradate, sulle quali installare sistemi evoluti ha poco senso se non si interviene contestualmente anche sulla sicurezza elettrica, sulla tenuta statica dei sostegni e sull’adeguamento complessivo della rete.
Da qui la necessità di una visione realmente integrata, che comprenda non solo il corpo illuminante e i sistemi di gestione, ma l’intera infrastruttura dell’illuminazione pubblica. Anche in questo caso, il modello concessorio è stato indicato come uno strumento utile, perché consente di affrontare la riqualificazione in modo esteso e di lungo periodo, includendo investimenti che non generano immediatamente risparmi energetici ma che sono essenziali per garantire sicurezza, continuità di servizio e solidità tecnica.
Telecontrollo, dati e intelligenza distribuita: lo stato dell’arte
Nel passaggio dalle tecnologie ai servizi si è collocato l’intervento di Sonny Giansante, Product Manager di Revetec, che ha affrontato il tema dello stato dell’arte delle infrastrutture intelligenti e dell’utilizzo dei dati nelle città.
Secondo Giansante, i sistemi adattivi e di telecontrollo oggi rappresentano già una prima forma concreta di infrastruttura urbana intelligente. Oltre a efficientare l’impianto e ridurre i consumi, questi sistemi raccolgono dati preziosi: intensità del traffico, condizioni meteo, misure di luminanza, stati di funzionamento, guasti, anomalie. Si tratta di informazioni che derivano già dall’uso ordinario dei sistemi per la regolazione adattiva e che potrebbero costituire una base molto più ampia per leggere e governare la città.
Una volta realizzata questa infrastruttura, diventa infatti possibile integrare ulteriori dispositivi: telecamere, sensori per la qualità dell’aria, sistemi di videosorveglianza, servizi di infomobilità, funzioni di infotainment urbano. In teoria, i margini di sviluppo sono molto estesi; in pratica, però, il loro utilizzo resta ancora limitato.
Giansante ha evidenziato come il vero nodo non sia più la disponibilità della tecnologia, ma la capacità di utilizzare i dati raccolti. Se da un lato i gestori sfruttano le piattaforme per migliorare manutenzione, efficienza e rapidità di intervento, dall’altro lato l’impiego dei dati “a valore aggiunto” da parte delle amministrazioni è ancora modesto. Le ragioni sono culturali, organizzative e generazionali: manca spesso una vera cultura del dato, così come una volontà concreta di tradurre queste informazioni in politiche urbane, scelte di mobilità, ottimizzazione delle risorse o servizi per i cittadini.
Anche l’intelligenza artificiale, ha osservato, può offrire un aiuto importante nel rendere i dati più leggibili, veloci e intuitivi. Ma perché questo avvenga, è necessario che vi sia una domanda reale di utilizzo da parte dei soggetti pubblici.
Di particolare rilievo è stato l’intervento di Marco Frascarolo, lighting designer di FABERtechnica e ricercatore in Fisica Tecnica Ambientale presso l’Università degli Studi Roma Tre, che ha affrontato il rapporto tra qualità del progetto e quadro normativo.
Frascarolo ha evidenziato come le norme, per loro natura, abbiano bisogno di parametri misurabili e numeri. Questo porta spesso a una semplificazione eccessiva della complessità dell’illuminazione urbana, che viene ricondotta a pochi indicatori, spesso trattati in modo rigido e monotematico. Il caso dell’inquinamento luminoso è stato citato come esempio emblematico: una normativa troppo prescrittiva rischia infatti di ostacolare interventi di qualità, soprattutto quando impone limiti difficilmente conciliabili con una progettazione realmente efficace e coerente con il contesto.
Secondo Frascarolo, la luce è un servizio, non un problema da ridurre meccanicamente. L’obiettivo dovrebbe essere quello di mettere in equilibrio vantaggi e svantaggi, minimizzando gli impatti negativi ma senza sacrificare la qualità dello spazio urbano. Una logica puramente difensiva, basata sullo “spegnere per non sbagliare”, rischia di impoverire la città e di cancellare il valore sociale dell’illuminazione.
Da qui la proposta di un approccio più intelligente e flessibile, fondato sul buon senso e sulla capacità di considerare il progetto nel suo insieme. L’illuminazione adattiva, ad esempio, può essere utilizzata non solo per risparmiare energia, ma anche per compensare e riequilibrare i livelli complessivi di emissione luminosa, creando margini per interventi di maggiore qualità laddove esistano reali esigenze urbane, culturali o sociali.
Frascarolo ha inoltre richiamato l’attenzione su un punto decisivo: il valore della città non coincide solo con i beni monumentali vincolati. Esistono piazze, giardini pubblici e luoghi di aggregazione, soprattutto nelle periferie, che hanno un peso sociale enorme pur non essendo formalmente beni culturali. La normativa, invece, tende a riconoscere margini di qualità e deroghe solo in presenza di monumenti o contesti storici tutelati, lasciando meno spazio a quei luoghi che pure svolgono un ruolo essenziale nella vita urbana. Per questo ha auspicato la creazione di tavoli di lavoro più aperti, capaci di integrare davvero le diverse esigenze e di costruire regole più aderenti alla realtà della città contemporanea.
Solare, adattività e sistemi integrati
Il tema dei prodotti e delle tecnologie integrate è stato affrontato anche in chiave di sviluppo industriale e di prospettiva di mercato.
È stato osservato che l’efficientamento basato unicamente sul LED ha ormai raggiunto una soglia molto elevata di penetrazione, prossima al 90% del mercato, e che quindi i futuri margini di innovazione dovranno concentrarsi soprattutto su sistemi adattivi, fotovoltaici, integrati e interconnessi.
Su questo piano è emersa la necessità di considerare fotovoltaico e telegestione non come semplici prodotti, ma come veri e propri impianti, che coinvolgono più attori e richiedono una progettazione attenta. Le tecnologie sono disponibili e già oggi consentono risultati interessanti, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di adattarle al contesto, evitando ridondanze e garantendo sostenibilità economica, tecnica e finanziaria.
L’illuminazione adattiva, in particolare, è stata indicata come una delle opportunità più concrete per i prossimi anni. In molti casi, infatti, gli impianti già efficientati con il LED possono ancora generare un ulteriore delta di risparmio, nell’ordine del 20-30%, grazie a sistemi di regolazione dinamica basati sul traffico o su altre condizioni reali di utilizzo. In questa direzione, la tecnologia può ripagarsi in tempi relativamente brevi e offrire un nuovo ciclo di investimenti anche in contesti già riqualificati.
Parallelamente, il tema del fotovoltaico è stato letto in un’ottica di sistema, collegandolo alle comunità energetiche e alla necessità di integrare produzione e consumo in una logica più ampia. Poiché l’illuminazione pubblica è un consumo notturno mentre la produzione solare è diurna, il vero salto di qualità non può che passare da modelli di compensazione, accumulo e condivisione dell’energia.
Su questi aspetti si è soffermato Mauro Iaulè, direttore commerciale Italia di GMR Enlights, che ha descritto trend, opportunità e criticità delle soluzioni integrate, in particolare di quelle a tecnologia solare.
Iaulè ha ricordato come le spinte provenienti dal mercato e dalle strategie europee – a partire dagli obiettivi del Green Deal e dalla traiettoria verso la neutralità climatica – stiano già orientando in modo chiaro lo sviluppo del settore. Non si tratta di scenari futuribili, ma di una transizione già in atto. A livello globale, infatti, una quota significativa dei corpi illuminanti è già oggi basata su tecnologia solare, segnale di una trasformazione concreta e non più sperimentale.
Tuttavia, ha sottolineato, il solare applicato all’illuminazione è una tecnologia più complessa rispetto al prodotto tradizionale. Cambia il paradigma progettuale, cambiano i componenti e cambiano anche le criticità: la presenza di batterie, la loro durata, la sensibilità alla temperatura, l’ingombro, il peso, la necessità di soluzioni diverse in funzione della latitudine e dell’orientamento solare. In alcuni contesti funzionano sistemi integrati o ibridi, in altri servono pannelli inclinati o addirittura verticali, come in alcune aree del Nord Europa.
La complessità, però, non deve far perdere di vista l’opportunità. Per Iaulè, la domanda di mercato è reale e crescente, sia per ragioni ambientali sia per una maggiore consapevolezza collettiva. Accanto a ciò, ha richiamato un altro punto fondamentale: anche quando si parla di tecnologie avanzate, non bisogna dimenticare il design e la qualità formale dell’oggetto, perché i prodotti di illuminazione fanno parte del paesaggio urbano e devono inserirsi nei contesti con coerenza estetica oltre che prestazionale.
Nel suo intervento conclusivo, Iaulè ha allargato ulteriormente il ragionamento, sottolineando che l’innovazione non va rincorsa come qualcosa di sempre futuro o radicalmente dirompente. Molte soluzioni innovative esistono già, ma vengono ancora utilizzate troppo poco. La vera sfida è quindi sviluppare una cultura dell’innovazione applicata, capace di far entrare davvero queste tecnologie nei progetti e nei servizi.
La cultura dell’innovazione come passaggio decisivo
Uno dei messaggi più forti emersi dal convegno riguarda proprio la necessità di costruire una cultura dell’innovazione. Non basta disporre di strumenti evoluti; occorre saperli leggere, scegliere, integrare e utilizzare con coerenza.
È stato ricordato che l’innovazione non coincide con la rincorsa alla prossima sorgente luminosa o all’ennesimo avanzamento di efficienza. Oggi l’innovazione sta soprattutto nella capacità di impiegare bene le tecnologie già disponibili, di non fermarsi al prezzo iniziale, di valutare i benefici reali in termini di servizio, qualità urbana, sicurezza, manutenzione e sostenibilità.
Da qui anche un appello rivolto ai più giovani, presenti in sala: coltivare non solo competenze tecniche, ma anche creatività, pensiero laterale e capacità di visione. In un mondo sempre più specializzato, la vera differenza la farà chi saprà tenere insieme cultura del progetto, comprensione dei contesti, uso intelligente dei dati e sensibilità verso il valore complessivo della città.
Dal confronto è emerso un quadro chiaro: la stagione dell’efficientamento basato unicamente sulla sostituzione tecnologica ha prodotto risultati importanti, ma non è più sufficiente per affrontare le sfide dei prossimi anni.
La nuova fase dell’illuminazione pubblica richiede un salto di qualità che metta insieme visione progettuale, qualità della luce, adattività, gestione intelligente, rinnovamento infrastrutturale, utilizzo dei dati, sostenibilità sociale e capacità amministrativa.
Le tecnologie ci sono. I margini di sviluppo pure. Ma il vero nodo resta la capacità di costruire un progetto urbano complessivo, in cui la luce non sia solo un costo da ridurre o un impianto da aggiornare, bensì una leva strategica per rendere le città più sicure, più leggibili, più sostenibili e più umane.

L’illuminazione per la tutela e la valorizzazione dei Beni culturali
Giovedì 5 Marzo
Sono intervenuti:
Egidio Ferrara, architetto e lighting designer
Marco Frascarolo, lighting designer FABERtechnica e ricercatore in Fisica Tecnica Ambientale Università degli Studi Roma Tre
Michele Bassi, direttore commerciale Italia, country manager nord e sud America, Neri
Federico Mauri, direttore generale A2A Illuminazione Pubblica
L’illuminazione svolge un ruolo fondamentale nella tutela, nella conservazione e nella valorizzazione dei beni culturali. Un corretto progetto di luce consente infatti di apprezzare pienamente il patrimonio artistico, migliorando la fruizione delle opere sia negli spazi interni, come musei e luoghi espositivi, sia nei contesti architettonici e monumentali, come chiese, facciate storiche, monumenti e siti di interesse culturale.
Allo stesso tempo, però, l’illuminazione rappresenta un ambito particolarmente delicato. Quando si interviene su opere d’arte e contesti storici, la responsabilità del progettista non è soltanto quella di valorizzare il bene, ma anche di garantirne la conservazione, evitando danni e alterazioni. Il progetto illuminotecnico deve quindi trovare un equilibrio tra esigenze estetiche, percettive, conservative e normative.
Il progetto di luce nei luoghi storico-culturali
Secondo Egidio Ferrara, l’approccio alla progettazione illuminotecnica nei luoghi storico-culturali non può mai essere standardizzato: ogni contesto richiede un metodo specifico, costruito sulle caratteristiche del luogo, delle opere, della loro storia e delle esigenze di conservazione. Il progetto di luce nasce dall’analisi del contesto, dal dialogo con architetti, restauratori, curatori e altri professionisti coinvolti, e si sviluppa come sintesi tra competenze tecniche, sensibilità progettuale e conoscenza storica.
Un buon progetto non si limita a garantire un’illuminazione funzionale, ma costruisce una vera e propria narrazione visiva, coerente con il carattere del luogo e con il significato delle opere. In questo senso, il lighting designer porta inevitabilmente nel progetto il proprio bagaglio culturale e professionale: architetti, designer e ingegneri possono offrire approcci differenti, ma tutti devono misurarsi con la stessa esigenza di equilibrio tra tecnica, conservazione e interpretazione.
Ferrara ha citato come esempio l’illuminazione della Cappella Brancacci, nella chiesa del Carmine a Firenze. In questo caso, il progetto è stato sviluppato in stretta sinergia con il restauro, per rispondere sia alle necessità conservative sia a quelle percettive. La posizione degli apparecchi, le ottiche e gli angoli di incidenza sono stati studiati per illuminare in modo uniforme gli affreschi, evitando di enfatizzare i danni del tempo. In alcune parti si è lavorato anche sulla resa cromatica, per attenuare visivamente alterazioni dovute a vicende storiche e restituire una percezione più omogenea della superficie dipinta.
Ferrara ha sottolineato come ogni intervento di illuminazione sui beni culturali abbia inevitabilmente una componente interpretativa: si illumina oggi con tecnologie, sensibilità ed esigenze di fruizione contemporanee, spesso molto diverse da quelle originarie. La luce artificiale, tuttavia, può diventare uno strumento prezioso per migliorare la lettura dell’opera, rendendo visibili dettagli, gerarchie narrative e relazioni spaziali che altrimenti sfuggirebbero.
La luce come strumento di lettura e narrazione
Su questo tema è intervenuto Marco Frascarolo, evidenziando come la luce possa effettivamente migliorare la lettura delle opere d’arte, ma sempre nel rispetto delle indicazioni del committente, dei conservatori, della direzione del museo o del luogo di culto e delle soprintendenze. Ogni caso richiede una scelta diversa: in alcuni contesti prevale un approccio estremamente conservativo, in altri è possibile introdurre un livello maggiore di interpretazione.
Frascarolo ha richiamato il caso della Cappella Sistina, dove la scelta è stata quella di evitare qualsiasi spettacolarizzazione. L’obiettivo era definire una lettura unica, condivisa e controllata, senza scenari dinamici o variazioni interpretative. In quel contesto, il restauro materico e il successivo intervento sull’impianto di illuminazione e climatizzazione hanno contribuito a restituire leggibilità, saturazione e profondità cromatica agli affreschi.
Diverso, invece, l’approccio adottato nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, dove si trovano le celebri tele del Caravaggio. In questo caso è stato sviluppato un sistema più articolato, capace di accompagnare non solo la visita alle opere, ma anche le altre funzioni della chiesa, come concerti e celebrazioni. Il progetto ha introdotto diversi layer di luce: uno più neutro e uniforme, un altro leggermente interpretativo, pensato per sottolineare con discrezione alcune parti dell’opera o dello spazio, senza imporre una lettura troppo invasiva. La luce, in questo caso, diventa linguaggio narrativo e strumento di valorizzazione dell’intero ambiente, non soltanto del singolo capolavoro.
Dal punto di vista industriale, Michele Bassi ha evidenziato come le richieste dei progettisti in ambito culturale impongano ai produttori sfide particolarmente complesse. Nei progetti per beni storici e artistici occorre coniugare qualità della luce, integrazione estetica, prestazioni tecniche elevate, rispetto dei vincoli normativi, durabilità e facilità di manutenzione.
L’apparecchio illuminante, idealmente, dovrebbe dialogare con l’architettura e con l’opera, integrandosi nel contesto senza sovrastarlo. Questo richiede prodotti sempre più minimali, flessibili e personalizzabili, spesso sviluppati su misura. Per l’industria, tuttavia, la vera difficoltà consiste nel trasformare esigenze altamente custom in soluzioni producibili, affidabili e sostenibili anche dal punto di vista economico.
Bassi ha sottolineato inoltre che oggi i produttori non sono chiamati soltanto a fornire un prodotto, ma un processo: supporto al progetto, prototipazione, modellazione BIM, consulenza tecnica, assistenza in cantiere e capacità di dialogo con tutte le figure coinvolte. Nei contesti storici, anche l’installazione e il puntamento diventano aspetti delicatissimi: uno scarto minimo può alterare profondamente il risultato finale.
Finanziamento e gestione dei progetti
Federico Mauri ha affrontato il tema degli strumenti di finanziamento, distinguendo tra beni pubblici e beni privati. Nel caso del patrimonio pubblico, le risorse possono provenire da fondi pubblici, contributi europei o bandi dedicati, ma spesso questi strumenti non bastano a coprire interventi complessi. In questi casi, il ricorso a capitali privati, sponsorizzazioni o procedure di partenariato può diventare determinante.
La sponsorizzazione, in particolare, può rappresentare un modello efficace per interventi puntuali su opere o contesti di forte richiamo culturale e turistico, creando una dinamica vantaggiosa sia per l’ente proprietario sia per il soggetto privato che sostiene il progetto.
Anche nei casi di proprietà privata, le possibilità di finanziamento cambiano in funzione della natura del bene e del suo utilizzo: se il bene è accessibile al pubblico, la sponsorizzazione resta uno strumento importante; se invece si tratta di un bene a uso privato, entrano in gioco strumenti più tradizionali, come finanziamenti bancari o investimenti diretti del proprietario.
Mauri ha inoltre insistito sul fatto che la riqualificazione illuminotecnica non dovrebbe essere pensata come un intervento rigido e immutabile: grazie alle tecnologie attuali, è possibile progettare sistemi dinamici e adattabili, capaci di rispondere nel tempo a diverse esigenze di utilizzo, valorizzazione e comunicazione.
Centri storici, identità urbana e memoria
Il dibattito si è esteso anche al tema dell’illuminazione dei centri storici e dei contesti urbani monumentali. In questi casi, la luce non serve soltanto a rendere visibile uno spazio, ma contribuisce a raccontarne l’identità. Il progetto illuminotecnico diventa così parte integrante del paesaggio urbano e della memoria collettiva.
Bassi ha ricordato come, in Italia, anche gli elementi apparentemente secondari dell’arredo urbano — come pali e corpi illuminanti storici — partecipino all’immagine dei luoghi e al loro riconoscimento. Nei centri storici, ogni dettaglio deve inserirsi con rispetto nel contesto, valorizzando l’ambiente senza trasformarsi in elemento estraneo o invasivo.
Anche Ferrara ha portato esempi significativi in questo ambito, come l’illuminazione del cortile di Michelozzo a Palazzo Vecchio e il progetto per il borgo di Certaldo. In questi casi, il progetto di luce è stato costruito in relazione al contesto urbano, alle prospettive, alla percezione dello spazio e alla necessità di tenere insieme valorizzazione architettonica, sicurezza e dialogo con la città.
Norme, conservazione e creatività
Uno dei temi centrali emersi durante l’incontro riguarda il rapporto tra creatività progettuale e vincoli normativi. Ferrara ha osservato che proprio nella capacità di mettere in relazione norme e visione progettuale risiede una delle sfide più alte del lighting design applicato ai beni culturali. La norma tende per sua natura a fissare parametri e standard, mentre il progetto richiede interpretazione, sensibilità e specificità. Il compito del progettista è quindi quello di far convivere questi due piani.
Un esempio è stato il lavoro sulla mostra del Beato Angelico a Palazzo Strozzi, dove ogni prestito portava con sé prescrizioni conservative differenti. Il progetto illuminotecnico ha dovuto rispettare vincoli diversi, mantenendo al tempo stesso una narrazione coerente e una buona qualità percettiva dell’allestimento.
Il rapporto tra progettista, restauratore e soprintendenza
Frascarolo ha sottolineato anche l’importanza del rapporto con restauratori e Soprintendenze. Queste ultime non andrebbero viste solo come organi di controllo, ma come soggetti attivi del progetto, in grado di contribuire alla qualità del risultato finale. Quando la soprintendenza partecipa in modo costruttivo al processo, il percorso progettuale diventa più consapevole, più equilibrato e spesso più efficace.
Anche il dialogo con i restauratori è fondamentale, soprattutto nei progetti di lunga durata. La conoscenza dei materiali, delle tecniche esecutive, delle cromie e della storia dell’opera può influenzare in modo decisivo le scelte illuminotecniche. Per questo, secondo Frascarolo, chi si occupa di luce nei beni culturali dovrebbe possedere anche una solida formazione storico-artistica.
Alla domanda su quale sia la “luce giusta” per i beni culturali, Frascarolo ha risposto ricordando che oggi la ricerca ha chiarito due aspetti fondamentali: non conta soltanto la quantità di luce, ma anche il suo spettro; inoltre, conta soprattutto la dose complessiva di energia assorbita nel tempo. Questo consente di impostare sperimentazioni di invecchiamento accelerato e di valutare con maggiore precisione gli effetti dell’illuminazione sulle opere.
Nel caso della Cappella Sistina, ad esempio, sono state condotte prove specifiche nei laboratori dei Musei Vaticani, sottoponendo campioni a livelli elevatissimi di esposizione luminosa per simulare decenni di utilizzo. Queste verifiche hanno permesso di controllare gli effetti reali sul colore e di validare le scelte progettuali.
Il LED, è stato spiegato, non è di per sé la soluzione o il problema: tutto dipende dallo spettro emesso e dalla qualità del sistema. Tuttavia, questa tecnologia offre oggi una flessibilità molto elevata nella composizione della luce, rendendo possibile un equilibrio più raffinato tra qualità percettiva e tutela conservativa.

L’illuminazione nei parchi e negli ambienti naturali
Giovedì 5 Marzo
Sono intervenuti:
Giordana Arcesilai, architetto e lighting designer
David Bianco, biologo, Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità - Emilia Orientale
Elena Vincenzi, architetto e paesaggista WEG Studio
Sandra Manara, architetto, funzionario della Pinacoteca di Bologna (TBC)
Miriam Emiliano, design curator Cariboni group (TBC)
Un confronto tra progetto, biodiversità, normativa e cultura della luce
Nell’ambito di una serie di incontri dedicati ad approfondire il ruolo dell’illuminazione nei diversi campi applicativi, il focus di questo appuntamento è stato il rapporto tra luce pubblica, parchi, paesaggio e ambienti naturali: un tema oggi sempre più centrale, perché mette in relazione esigenze di fruizione, sicurezza, valorizzazione e sostenibilità.
Il punto di partenza è chiaro: l’illuminazione dei parchi e del verde urbano consente ai cittadini di vivere la natura anche nelle ore serali, estendendo la fruibilità degli spazi pubblici e contribuendo alla qualità dell’esperienza urbana. Ma proprio perché interviene in contesti delicati, l’illuminazione non può essere pensata solo in funzione dell’uomo. Deve anche rispettare gli equilibri ecologici, i ritmi biologici delle specie animali e vegetali, la percezione del paesaggio e l’identità dei luoghi.
Le tecnologie oggi disponibili permettono di adottare un approccio più razionale e consapevole, ma a una condizione: che ci sia una corretta progettazione. È questo il concetto tornato con maggiore insistenza nel corso dell’incontro. La qualità del progetto è ciò che può fare la differenza tra una luce che valorizza e una luce che disturba, tra un intervento che accompagna il paesaggio e uno che lo altera.
A complicare il quadro c’è anche la normativa sull’inquinamento luminoso, che in Italia non si presenta ancora in modo pienamente omogeneo sul territorio nazionale. Ne derivano scenari differenti da regione a regione, che rendono il lavoro di progettisti, aziende e amministrazioni più complesso e meno lineare.
La luce come fattore ecologico
Ad aprire il confronto è stato David Bianco, che ha portato il punto di vista di chi lavora quotidianamente nella tutela delle aree protette e della fauna selvatica. Il suo intervento ha riportato il dibattito al nodo essenziale della questione: la luce artificiale è un fattore ecologico.
Ogni specie vivente, ha ricordato, rappresenta un tassello dell’equilibrio dell’ecosistema. E la luce incide profondamente sui ritmi biologici di moltissime specie. Anche per l’uomo la luce ha un ruolo fondamentale, perché regola il ciclo sonno-veglia e influenza il sistema biologico a più livelli; ma negli animali, ha spiegato Bianco, gli effetti sono ancora più evidenti se osservati nei comportamenti quotidiani.
L’esempio più immediato è quello domestico: in una casa di campagna, una finestra aperta con la luce accesa attira insetti notturni e, di conseguenza, pipistrelli. Gli insetti arrivano perché attratti dalla sorgente luminosa; i pipistrelli li seguono per cacciare. Spesso, quando finiscono in casa, si tratta di giovani individui inesperti che, avendo la bocca occupata dalla preda, non riescono più a orientarsi correttamente con l’ecolocalizzazione e vanno nel panico. È un episodio comune, ma rivela in modo molto concreto come la luce modifichi relazioni ecologiche, traiettorie e comportamenti.
Bianco ha ricordato che alle nostre latitudini la quantità di luce cambia ogni giorno e lungo tutto l’anno. Questo mutamento è percepito dagli organismi e rappresenta un segnale fondamentale per innescare funzioni biologiche cruciali, dalla preparazione alla riproduzione ai cambiamenti fisiologici stagionali. Le giornate che si allungano, per esempio, attivano in molte specie processi di preparazione alla deposizione delle uova o alla riproduzione.
La luce artificiale, però, altera questi meccanismi. In ambito urbano si osservano comportamenti diversi tra animali della stessa specie che vivono in città e animali che vivono in zone meno illuminate. A Bologna, ha raccontato Bianco, il merlo può cantare anche alle due di notte se si trova sotto un lampione, soprattutto in primavera. Lo stesso vale per le cicale: specie tipicamente diurne, in presenza di una sorgente artificiale possono continuare a cantare per tutta la notte. Non si tratta di curiosità folkloristiche, ma di segnali di una modifica profonda del ritmo naturale giorno-notte.
Da qui la prima conclusione: gli animali percepiscono la luce e vi reagiscono. Gli uccelli diurni, per esempio, dovrebbero smettere di muoversi con l’arrivo del buio e rifugiarsi nel nido; in presenza di piazzali o aree fortemente illuminate, continuano invece a spostarsi. Anche i piccioni, in città, possono restare attivi per buona parte della notte. La notte urbana, in questo senso, tende a scomparire perché “mangiata” dall’illuminazione artificiale.
Spettro, intensità, direzione: la qualità della luce conta
Uno degli aspetti più rilevanti emersi riguarda il fatto che non tutta la luce è uguale. Bianco ha sottolineato come, in fase di progettazione, si possa e si debba intervenire su quantità, qualità e modalità della luce per ridurre l’impatto sugli ecosistemi.
Le sorgenti possono avere temperature di colore diverse, componenti ultraviolette presenti o assenti, percentuali differenti di blu nello spettro. E ognuno di questi elementi produce effetti specifici. Molti insetti, per esempio, sono fortemente attratti dall’ultravioletto. È per questo che alcuni dispositivi domestici che “fulminano” gli insetti finiscono soprattutto per colpire falene e altri lepidotteri, mentre risultano poco o per nulla efficaci contro la zanzara tigre.
Il LED, ha osservato, non presenta componente ultravioletta, ma può avere una significativa componente blu. E il blu, per alcune specie di insetti e per alcuni pipistrelli, può risultare fortemente attrattivo oppure disturbante.
Il caso dei pipistrelli è particolarmente emblematico. Si tratta di animali evolutivamente adattati alla notte, periodo in cui il rischio di predazione è minore. Se l’uscita del loro rifugio viene illuminata, tendono a posticipare l’uscita o a non uscire affatto, finché il bisogno di nutrirsi non li costringe. In questo caso la luce non è solo un disturbo: diventa una barriera ecologica.
E questo vale a scale molto diverse. A livello locale una sorgente può impedire a una specie di attraversare un certo corridoio; a scala vasta, l’illuminazione urbana può interferire con la migrazione notturna degli uccelli. Molti piccoli passeriformi migrano infatti di notte seguendo tracciati appresi geneticamente e culturalmente. Le grandi isole luminose delle città alterano questi flussi, attirano gli animali verso i centri urbani e aumentano il rischio di collisione contro edifici, vetrate o serre illuminate, talvolta confuse con superfici d’acqua.
Bianco ha ricordato anche il caso delle tartarughe marine, disorientate dalle città costiere illuminate: un esempio noto che mostra con chiarezza quanto una sorgente artificiale possa interferire con comportamenti fondamentali come l’orientamento.
Il punto, ha concluso, non è rinunciare in modo assoluto alla luce, ma imparare ad analizzarne gli effetti e introdurre mitigazioni: modificare frequenze, schermature, direzioni, aree illuminate, in base al contesto e alle specie coinvolte.
Norme, limiti e buone pratiche della progettazione
Sul versante progettuale e normativo è intervenuta Giordana Arcesilai, che ha richiamato il quadro delle leggi regionali in materia di inquinamento luminoso. In assenza di una legge nazionale unitaria, ha spiegato, i riferimenti più avanzati e severi restano quelli regionali, con Emilia-Romagna e Lombardia in prima linea.
La linea guida fondamentale è evitare emissioni oltre i 90 gradi: in altre parole, luce diretta verso il basso, vetro piano, controllo dell’emissione verso l’alto. Questo principio ha inciso profondamente anche sulla produzione italiana, che ha dovuto adeguarsi a requisiti più rigorosi in termini di schermatura e distribuzione del fascio luminoso.
Quando però si entra nei parchi e nelle aree verdi, il tema non si esaurisce nella norma anti-dispersione. Entrano in gioco anche criteri illuminotecnici legati a percorsi pedonali, camminamenti e spazi di relazione. In questi casi, ha osservato Arcesilai, è preferibile lavorare con apparecchi più bassi, più ravvicinati e più uniformi, piuttosto che con torri faro isolate. L’illuminazione deve dialogare con il corpo e con la scala umana, creando ambienti accoglienti prima ancora che scenografici.
Tra le strategie più efficaci ha indicato lo spegnimento programmato nelle ore notturne, l’uso di rilevatori di presenza, crepuscolari, orologi astronomici e sistemi di regolazione dinamica della potenza. In una piazza urbana dell’area bolognese, per esempio, ha adottato un sistema che durante la notte porta la temperatura colore da 3000K a 2200K, trasformando lo spazio in una sorta di “salotto urbano” notturno, più caldo, meno impattante e più coerente con la vicinanza a un osservatorio astronomico.
In contesti ancora più delicati — corridoi migratori, parchi naturali, prossimità di osservatori astronomici — la progettazione deve essere ancora più restrittiva. In questi casi si lavora con luci molto calde o ambra, con picchi intorno ai 590 nanometri. Arcesilai ha richiamato anche le sperimentazioni condotte negli Stati Uniti, in Florida, dove l’impiego di luce gialla ha contribuito a ridurre il disorientamento delle tartarughe marine attratte dalla luce dei viali costieri.
Un altro punto emerso riguarda il giardino privato, spesso percepito come un ambito libero da regole e responsabilità. In realtà, ha ricordato Arcesilai, anche il privato può contribuire in modo importante all’inquinamento luminoso, soprattutto quando manca una cultura diffusa della luce. Su questo fronte il problema non è solo tecnico o normativo, ma soprattutto culturale.
Il paesaggio come bene culturale
A spostare il discorso sul piano della tutela culturale è stata Sandra Manara, che ha ricordato come il paesaggio sia, a tutti gli effetti, un bene culturale, già riconosciuto come tale dalla Costituzione italiana.
Ma che cosa significa, esattamente, considerare il paesaggio un bene culturale? Significa, ha spiegato, riconoscere in esso un elemento che identifica un luogo, un tempo e la civiltà che lo abita. Il paesaggio, in questa prospettiva, è forse il bene culturale per eccellenza, perché è la somma di tutto ciò che caratterizza un territorio: geomorfologia, vegetazione, materiali costruttivi, forme insediative, stratificazioni archeologiche, infrastrutture storiche, tradizioni, sapori, culture produttive.
Il paesaggio non coincide dunque semplicemente con l’ambiente naturale. È il risultato dell’interazione tra l’uomo e il contesto ambientale. Questo porta con sé una conseguenza importante: non esiste solo il paesaggio “bello” e degno di attenzione. Tutto è paesaggio, anche le periferie, i margini, i luoghi più fragili o compromessi, perché anch’essi raccontano una relazione tra comunità e territorio.
Dal 2000, con la Convenzione Europea del Paesaggio, si è aggiunto un elemento decisivo: il paesaggio è tale anche in quanto percepito da chi lo abita. Questo significa che qualsiasi progetto, anche di illuminazione, non può essere calato dall’alto senza interrogarsi sul modo in cui una comunità riconosce e vive quel luogo. Occorre capire quali elementi generano appartenenza, che cosa definisce l’identità di un territorio, quali forme, colori, profili o scorci lo rendono “casa” per chi lo attraversa ogni giorno.
Manara ha fatto l’esempio di chi torna da un viaggio e riconosce il proprio territorio non in astratto, ma attraverso volumi, colori, profili collinari, comignoli, portici, trame agricole, materiali. Illuminare un paesaggio, in questo senso, non significa semplicemente renderlo visibile, ma intervenire su un sistema di riconoscibilità.
Sul piano normativo, ha ricordato, il riferimento principale è l’articolo 9 della Costituzione, recentemente integrato anche con il tema della tutela della biodiversità e degli ecosistemi. A questo si aggiunge il Codice dei beni culturali e del paesaggio, che distingue diverse forme di tutela: quelle cosiddette “ope legis”, cioè automatiche, come le fasce di rispetto di fiumi, laghi e coste; quelle derivanti da specifici decreti; e le tutele indirette, che riguardano la percezione da lontano di un bene, come nel caso di un castello o di un complesso monumentale.
Manara ha ricordato anche che il primo decreto di tutela paesaggistica in Italia riguardò proprio la pineta di Ravenna: un caso emblematico, perché mette insieme paesaggio, biodiversità, storia e valorizzazione turistica. Ed è proprio in situazioni come queste che emerge la necessità di mettere in dialogo competenze diverse.
Il progetto di paesaggio come sintesi complessa
Elena Vincenzi ha riportato il discorso sul terreno del progetto, sottolineando quanto sia necessario leggere il contesto, ma anche quanto sia complesso lavorare con la natura. La natura, ha osservato, è forse la componente più difficile da interpretare, perché porta con sé livelli di complessità che nemmeno in città, pur nella complessità dei sistemi urbani, si incontrano allo stesso modo.
La sua esperienza nasce dal lavoro sui sentieri, nei boschi e nelle aree golenali: luoghi affascinanti, capaci di generare mondi inediti, ma anche estremamente delicati. In ambiti naturalistici veri e propri, ha detto, la luce artificiale passa quasi in secondo piano. Nei sentieri e nelle aree protette la presenza della luce è minima: può esserci nella malga che si vede da lontano, in una lampada frontale, nella torcia del telefono, ma la vera esperienza di quel paesaggio si consuma nel buio, nel silenzio, nella percezione non mediata dalla luce artificiale.
La luce diventa invece centrale nei punti di contatto con l’infrastruttura urbana: parcheggi, accessi, “porte” dei parchi, spazi di orientamento e di racconto del patrimonio. Ed è qui che, secondo Vincenzi, paesaggista e lighting designer dovrebbero essere entrambi protagonisti del progetto.
Il progetto di paesaggio, però, deve oggi fare i conti con un nodo molto concreto: la domanda di sicurezza e di accessibilità da parte delle comunità. Rendere un paesaggio percorribile e vissuto significa spesso introdurre elementi che rischiano di entrare in conflitto con le esigenze di tutela ecologica.
Vincenzi ha portato l’esempio di un bosco spontaneo in un quartiere periferico di Bologna, che l’amministrazione vorrebbe trasformare in parco pubblico. Si tratta di un vero bosco, seppure nato spontaneamente, vicino a una ex caserma abbandonata e percepito dagli abitanti come uno spazio insicuro. Le persone non lo frequentano, ne hanno paura, chiedono un intervento. Ma come renderlo accessibile senza comprometterne la natura? Come inserire un progetto di luce in un luogo che ha già una sua biodiversità, un suo equilibrio, un suo valore spontaneo?
È in casi come questo che la progettazione mostra tutta la sua complessità. Non basta conoscere le regole: serve capacità di interpretazione, sintesi disciplinare, attenzione alla manutenzione, alla vulnerabilità dei dispositivi, alla durata, alla gestione. La luce, in questi scenari, è uno degli elementi più delicati dell’intero progetto.
Un caso concreto: il giardino storico in Sardegna
A chiusura del suo intervento, Elena Vincenzi ha portato anche una best practice progettuale, raccontando un’esperienza sviluppata in Sardegna nell’ambito del PNRR e della missione del Ministero della Cultura dedicata alla valorizzazione e al restauro dei giardini storici.
Il progetto riguarda uno dei pochi giardini storici della Sardegna, un luogo dalla natura particolarmente stratificata e non convenzionale. In origine si trattava di una corte definita da edifici, muri e cancelli; nel tempo questo spazio aveva subito diverse trasformazioni, diventando prima un galoppatoio e successivamente un giardino con agrumi e con un nucleo ornamentale caratterizzato da essenze rare e insolite, introdotte nel corso degli anni. Un luogo, dunque, complesso e ricco di episodi, dove il valore storico si intreccia a quello botanico e spaziale.
L’obiettivo del progetto era quello di trasformare questo spazio in un giardino pubblico, rendendolo accessibile e leggibile senza tradirne il carattere. Per l’illuminazione, Vincenzi ha spiegato di aver scelto un approccio volutamente misurato e coerente con la struttura del luogo: il viale principale, recuperato e ampliato come asse centrale del giardino, è stato illuminato in modo molto tradizionale, con pali e apparecchi testa-palo cut-off, in grado di garantire un’illuminazione adeguata al transito, controllata e rispettosa.
Il valore dell’esempio sta proprio in questa scelta: non inseguire effetti scenografici gratuiti, ma utilizzare la luce come infrastruttura discreta, capace di accompagnare l’uso pubblico dello spazio, orientare i percorsi e restituire ordine alla lettura del giardino. Ancora una volta, il progetto mostra come la qualità dell’intervento non dipenda dall’eccesso di luce, ma dalla sua precisione, dalla sua coerenza con il contesto e dalla capacità di selezionare ciò che davvero merita di essere reso visibile.
L’industria e il metodo: il prodotto non basta
Dal lato dell’industria, Miriam Emiliano ha messo in evidenza un aspetto cruciale: la risposta ai problemi emersi non può stare semplicemente nel prodotto. O, almeno, non nel prodotto inteso come oggetto isolato.
La questione, ha detto, non è soltanto tecnica o tecnologica. Certo, esistono parametri utili: ridurre la componente blu, contenere l’impatto su flora e fauna, lavorare sull’efficienza energetica, progettare sistemi in grado di rispettare la biodiversità. Ma tutto questo non basta se si dimentica che il paesaggio è anche esperienza percettiva, identità, attrattività, qualità dello stare nello spazio pubblico.
Se uno spazio viene illuminato, ha osservato, è perché dovrà essere usato dalle persone. In un mondo ideale, per tutte le forme di vita, il miglior intervento notturno sarebbe spegnere. Ma poiché l’uomo ha scelto di usare la notte, allora la luce va progettata bene: proteggendo l’ecosistema, ma anche creando luoghi leggibili, accoglienti, socialmente significativi.
Nessuna azienda, da sola, può tenere insieme tutti questi livelli. Per questo, secondo Emiliano, il vero punto è il metodo. Le aziende devono imparare a dialogare con chi possiede competenze specifiche: università, centri di ricerca, biologi, progettisti, istituzioni. È da questa rete di relazioni che può nascere un catalogo davvero utile, capace di offrire soluzioni differenziate e non risposte uniche valide per ogni contesto.
La “ricchezza dei cataloghi”, in questa prospettiva, non è un fatto commerciale, ma progettuale: significa disporre di strumenti diversi per contesti diversi. Significa non pretendere che una sola soluzione possa andare bene ovunque.
Emiliano ha anche rivendicato il ruolo del design come disciplina di sintesi. Il designer, ha detto, non è colui che sa fare tutto da solo, ma chi è in grado di mettere insieme competenze diverse, tradurle, ordinarle e trasformarle in una forma coerente. Proprio per questo, nel campo della luce, il design diventa decisivo: perché consente di sintetizzare conoscenze scientifiche, vincoli tecnici, esigenze percettive, obiettivi ambientali e requisiti d’uso.
Inquinamento luminoso: reversibile, ma in aumento
Tornando sul tema dell’inquinamento luminoso, il dibattito ha messo in luce un altro aspetto: l’avvento del LED, pur avendo portato con sé grandi vantaggi in termini di controllo e consumi, ha anche aggravato il problema dal punto di vista qualitativo e quantitativo.
È stato osservato che il LED bianco nasce da una sorgente blu modificata per apparire bianca; per renderla più calda, e quindi meno ricca di blu, bisogna inevitabilmente sacrificarne parte dell’efficienza. Tuttavia, proprio perché l’efficienza complessiva del LED resta molto alta, questo compromesso è oggi ampiamente sostenibile e non giustifica il ricorso indiscriminato a temperature troppo fredde.
A parità di applicazione, una luce a 1800K contiene una percentuale molto ridotta di blu rispetto a una a 3000K o 4000K. Le differenze sono rilevanti, soprattutto in contesti sensibili. Ma il problema non è solo spettrale. Il LED, essendo facile da installare, economico nella gestione e molto efficiente, ha favorito la diffusione della luce anche in luoghi prima non illuminati. Di fatto, l’inquinamento luminoso è aumentato.
La buona notizia è che, a differenza di altre forme di inquinamento, quello luminoso è reversibile. Quando si spegne o si riduce la luce, gli effetti sono spesso immediati e tangibili. È uno dei pochi ambiti in cui la correzione di rotta può produrre risultati visibili in tempi rapidi.
Nel corso del confronto sono stati richiamati anche i principi promossi dalla comunità internazionale che si occupa di lotta all’inquinamento luminoso: illuminare solo dove serve, solo quando serve, nella quantità minima necessaria, con il giusto controllo del fascio e con lo spettro più appropriato. Ma anche qui è emerso con forza che il vero ostacolo non è solo tecnico: è soprattutto culturale.
Casi concreti e strumenti di tutela
Bianco ha portato esempi molto precisi di come gli strumenti normativi europei e regionali possano già oggi incidere sulla qualità dei progetti. Le direttive sulla tutela degli uccelli e degli habitat, così come la disciplina dei siti Natura 2000, consentono agli enti coinvolti nei procedimenti autorizzativi di chiedere soluzioni compatibili con la biodiversità.
È il caso, per esempio, di piste ciclabili che attraversano aree protette: se il progettista non considera il tema dell’impatto sulla fauna, l’ente può imporre che il progetto lo affronti. Una soluzione adottata è quella dell’illuminazione che si attiva progressivamente al passaggio di ciclisti o pedoni, evitando un’illuminazione continua e diffusa.
Un altro caso riguarda un ponte pedonale dove la presenza di una specie di pipistrello di interesse comunitario ha imposto di studiare una luce molto controllata, bassa e non interferente con il corso d’acqua sottostante. Gli esperimenti hanno dimostrato che per alcune specie una barriera luminosa può interrompere il percorso lungo i corsi d’acqua, trasformandosi di fatto in un ostacolo invalicabile.
Particolarmente significativo anche l’episodio legato a un castello nel comune di Quattro Castelli, in provincia di Reggio Emilia, dove era presente una importante colonia di pipistrelli. In occasione di un progetto di ristrutturazione, si è dovuta affrontare la compatibilità tra lavori, uso del complesso e presenza della colonia. L’edificio era illuminato male, con sorgenti che attiravano grandi quantità di insetti e con punti luce posti persino in prossimità delle uscite dei pipistrelli. In questo caso, la serietà dei tecnici e il confronto tra competenze diverse hanno consentito di arrivare a soluzioni più corrette.
Bianco ha ricordato anche come, nei contesti anglosassoni, il tema sia affrontato con una sensibilità e una sistematicità maggiori: test in campo, laboratori, scuole, dispositivi dedicati alle specie sensibili, linee guida aggiornate. In Regno Unito, per esempio, esistono documenti recenti specifici per l’illuminazione compatibile con i pipistrelli. In Italia il quadro è più disomogeneo, ma gli strumenti per lavorare bene esistono già.
Valorizzare significa far vedere, non sovraesporre
Sul tema della valorizzazione, Sandra Manara ha insistito su una distinzione fondamentale: valorizzare non significa semplicemente “mettere in mostra”, né tantomeno spettacolarizzare. Significa dare valore, anzitutto rendendo comprensibile e percepibile ciò che altrimenti rischierebbe di restare invisibile.
Ha portato l’esempio dell’allargamento dell’A14 in Emilia-Romagna. Una proposta iniziale prevedeva la realizzazione di fasce boscate continue ai lati dell’autostrada. Ma una simile soluzione, dal punto di vista del Ministero, avrebbe finito per cancellare la percezione stessa del paesaggio regionale, che proprio da quell’asse viario si manifesta con forza: da un lato la collina, dall’altro la pianura. Valorizzare, in questo caso, non voleva dire schermare, ma permettere di vedere.
In ambito monumentale, lo stesso principio vale per la luce. Manara ha citato l’intervento al Mausoleo di Teodorico, a Ravenna, dove l’illuminazione è stata pensata come strumento di conoscenza. Di giorno, ha spiegato, l’eccezionalità dello spazio interno e di alcune sue caratteristiche non si percepisce pienamente. La luce, in quel caso, doveva far emergere la qualità dell’architettura, senza mostrare gli apparecchi, e allo stesso tempo essere gestibile in funzione di eventi e attività di valorizzazione.
Qui la luce non è decorazione, ma interpretazione: serve a rivelare il monumento, a guidarne la comprensione, a costruire un rapporto più profondo tra luogo e visitatore.
Se c’è un filo rosso che ha attraversato tutto il confronto, è l’idea che non esista una buona illuminazione senza una buona progettazione. E non esista buona progettazione senza ascolto del contesto, senza confronto interdisciplinare, senza conoscenza delle specie, senza attenzione alla normativa, senza consapevolezza del paesaggio come bene culturale e vissuto.
Il tema riguarda i parchi naturali, i giardini storici, i boschi urbani, gli accessi alle aree verdi, i percorsi pedonali, gli spazi pubblici di quartiere, ma anche i giardini privati e i piccoli interventi quotidiani che, sommati, contribuiscono a definire la qualità del paesaggio notturno.
La luce può ordinare la notte, creare gerarchie, restituire bellezza, orientare, proteggere, valorizzare. Ma può anche danneggiare, disorientare, alterare ecosistemi, banalizzare i luoghi, produrre eccessi scenografici, cancellare il buio. Proprio per questo, più che cercare effetti spettacolari, occorre sviluppare una cultura della luce capace di tenere insieme tecnica, ecologia, percezione e responsabilità.
Il confronto ha mostrato che oggi gli strumenti ci sono: tecnologie più raffinate, sistemi adattivi, conoscenze scientifiche più avanzate, riferimenti normativi, esperienze internazionali, collaborazione tra ricerca e industria. Quello che serve, forse più di tutto, è la volontà di usarli con intelligenza.
Perché illuminare il paesaggio non significa solo renderlo visibile. Significa scegliere come vogliamo abitarlo, quanto vogliamo trasformarlo e quale rapporto intendiamo costruire, di notte, tra uomo e natura.

Illuminazione inclusiva per il benessere di tutti i cittadini
Venerdì 6 MarzoBenedetta Gherardi, Restart Engineering
Fabio Facchini, amministratore unico Litek
Alberto Carone, business development manager B2G Edison Next
Fabio Fornasari, architetto Istituto dei Ciechi F. Cavazza di Bologna
Serena Pieroni, sales marketing manager DigitalPlatforms
Illuminazione inclusiva: la luce come strumento di benessere, sicurezza e partecipazione
Il ruolo della luce nella costruzione di spazi urbani più accessibili, sicuri e inclusivi è stato al centro di un incontro dedicato al tema dell’illuminazione inclusiva, intesa come strumento capace di migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini, con particolare attenzione alle persone più fragili.
Progettare la luce tenendo conto delle esigenze di alcune categorie di utenti – come anziani, bambini o persone con disabilità – significa infatti migliorare la qualità dello spazio per tutti. L’attenzione ai bisogni di soggetti più fragili produce infatti benefici diffusi, contribuendo a rendere gli ambienti urbani più leggibili, sicuri e accoglienti per l’intera comunità.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario un cambiamento culturale nell’approccio alla progettazione degli spazi, sia interni sia esterni. Comprendere le esigenze di chi vive condizioni di fragilità significa progettare con maggiore consapevolezza e responsabilità, generando un impatto sociale significativo. In questo contesto, le nuove tecnologie offrono oggi strumenti sempre più evoluti per sviluppare sistemi di illuminazione adattivi e capaci di rispondere alle diverse esigenze degli utenti.
La luce non può quindi essere considerata soltanto un elemento tecnico o funzionale: rappresenta piuttosto un fattore determinante per generare benessere, sicurezza ed empatia negli spazi urbani.
La luce e l’ipovisione: il contributo di Fabio Fornasari
Ad aprire il confronto è stato Fabio Fornasari, che ha portato l’attenzione sul rapporto tra illuminazione e persone con problemi di visione.
Il termine ipovisione, ha spiegato, non indica una condizione uniforme ma racchiude una vasta gamma di situazioni intermedie tra la piena capacità visiva e la cecità totale. In molti casi non si tratta soltanto di vedere meno, ma di incontrare difficoltà nel riconoscere o interpretare correttamente ciò che si osserva.
La capacità di orientarsi nello spazio si basa infatti su tre sistemi fondamentali: la propriocezione, il sistema vestibolare e la vista. Quando uno di questi elementi non funziona correttamente, l’equilibrio e il movimento nello spazio diventano più complessi. La luce svolge quindi un ruolo decisivo nel supportare l’autonomia delle persone.
Fornasari ha portato alcuni esempi concreti legati alla vita urbana. L’alternanza tra luce e ombra sotto i portici, ad esempio, può generare per una persona ipovedente una percezione ambigua dello spazio: un’ombra può essere interpretata come un ostacolo o un gradino, provocando incertezza nel movimento. In questi casi il bastone bianco diventa uno strumento fondamentale, una sorta di estensione del corpo che permette di esplorare lo spazio prima di attraversarlo.
Anche le differenze di temperatura di colore possono influenzare la percezione degli ambienti: passaggi troppo bruschi tra luci calde e fredde possono essere percepiti come discontinuità volumetriche, interrompendo la lettura dello spazio. Allo stesso modo, l’abbagliamento provocato da sorgenti luminose troppo concentrate o mal posizionate può creare disagio e ridurre la capacità di orientamento.
Per questo motivo la luce non può essere progettata isolatamente, ma deve essere considerata in relazione a materiali, colori e configurazione degli spazi. Una luce tecnicamente corretta ma collocata nel punto sbagliato può trasformarsi in una barriera. Diventa quindi fondamentale una progettazione integrata che metta in dialogo spazi pubblici e privati e che garantisca continuità tra le diverse componenti dell’ambiente urbano.

Sul piano progettuale, Benedetta Gherardi ha definito l’illuminazione inclusiva come quella capace di riconoscere e valorizzare le differenze tra le persone, che siano legate all’età, al genere, alle capacità fisiche e cognitive o al contesto sociale e culturale.
Per questo la progettazione deve assumere una dimensione sempre più sociale e partecipata, basata sull’ascolto degli utenti e sul confronto tra progettisti, amministrazioni e cittadini.
In questa prospettiva la luce non è più soltanto un elemento funzionale, ma diventa uno strumento capace di favorire sicurezza, socialità e qualità della vita urbana.
Il primo passo di ogni progetto è lo studio approfondito del luogo: i suoi vincoli, le sue caratteristiche storiche e culturali e le criticità presenti. Solo attraverso questa analisi è possibile definire strategie efficaci per rendere gli spazi realmente accessibili a tutti.
Tra gli aspetti tecnici più rilevanti, Gherardi ha evidenziato l’importanza di evitare zone d’ombra e di garantire non solo l’illuminamento orizzontale ma anche quello verticale, illuminando facciate, muri e fondali architettonici. Questo contribuisce a migliorare la percezione di sicurezza e la leggibilità degli spazi.
Per le persone ipovedenti risulta inoltre importante un adeguato indice di resa cromatica, che consente di distinguere meglio materiali e figure. Anche la scelta della temperatura di colore è determinante: negli spazi urbani si utilizzano generalmente tonalità calde intorno ai 3000 Kelvin, mentre in contesti storici o di particolare valore paesaggistico si possono adottare luci più ambrate, anche intorno ai 1800 Kelvin.
Infine, l’integrazione di sistemi smart e soluzioni di illuminazione dinamica permette di adattare l’intensità luminosa in funzione della presenza delle persone e delle condizioni ambientali, rendendo lo spazio urbano più flessibile e responsivo.
Periferie urbane e periferie demografiche
Nel suo intervento, Alberto Carone ha affrontato il tema dell’inclusione urbana sottolineando come spesso le politiche di illuminazione continuino a privilegiare i centri storici, lasciando in secondo piano le periferie.
Superare questa logica significa riconoscere che la qualità della città dipende dall’equilibrio tra tutte le sue parti. A questo proposito è stato citato l’esempio del Parco Corto Maltese a Scampia, un’area di oltre ventimila metri quadrati restituita alla comunità grazie alla collaborazione tra amministrazione pubblica e associazioni locali.
Carone ha inoltre proposto una riflessione sul concetto di periferia demografica. Gli standard illuminotecnici utilizzati oggi derivano in gran parte da modelli elaborati negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’età media della popolazione era molto più bassa. Oggi, invece, la popolazione è mediamente più anziana, e questo comporta esigenze visive diverse: l’occhio di una persona anziana richiede maggiore quantità di luce, più contrasto e minore abbagliamento.
Questo cambiamento demografico pone quindi la necessità di ripensare alcuni parametri progettuali e di adottare principi come il Design for All, secondo cui la progettazione dovrebbe nascere fin dall’inizio pensando all’intera popolazione.
Tecnologie smart e illuminazione adattiva
Il contributo di Serena Pieroni ha approfondito il ruolo delle tecnologie digitali nella costruzione di una luce inclusiva.
Le città contemporanee non sono più sistemi statici, ma realtà dinamiche che cambiano continuamente in base ai flussi di traffico, agli orari, alle condizioni climatiche e alla presenza delle persone. Per questo motivo l’illuminazione non può più essere progettata come un sistema fisso, ma deve diventare adattiva e responsiva.
Grazie ai sistemi di telecontrollo, alle piattaforme IoT e alla sensoristica ambientale, è possibile modulare la luce in tempo reale e integrare l’illuminazione con altri servizi urbani. Questo consente di creare veri e propri ecosistemi digitali capaci di rispondere alle esigenze della città.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la manutenzione: una città inclusiva deve garantire una luce sempre funzionante. I sistemi di monitoraggio permettono di individuare rapidamente guasti e anomalie, evitando la formazione di zone d’ombra e migliorando la qualità complessiva del servizio.
Secondo Pieroni, la tecnologia necessaria è già disponibile. La vera sfida resta culturale e riguarda la capacità di utilizzare questi strumenti per costruire città più accessibili e attente alle esigenze dei cittadini.
Il punto di vista dell’industria è stato rappresentato da Fabio Facchini, che ha illustrato come un’azienda produttrice di apparecchi di illuminazione possa contribuire alla realizzazione di città più inclusive.
Per Litek, i principi fondamentali sono la qualità della luce e la flessibilità dei sistemi. Ciò significa progettare apparecchi capaci di garantire uniformità luminosa, ridurre le zone d’ombra e offrire ottiche versatili adattabili a contesti diversi.
Facchini ha ricordato come l’azienda, fin dalla sua nascita nel 2007, abbia scelto di sviluppare la propria ricerca esclusivamente sulla tecnologia LED, con particolare attenzione al comfort visivo. In diversi progetti urbani sono state adottate temperature di colore intorno ai 3000 Kelvin, mentre in contesti storici come il centro di Copenaghen sono stati utilizzati 2700 Kelvin con un indice di resa cromatica pari a 80.
L’industria, tuttavia, rappresenta solo una parte del processo. L’illuminazione inclusiva nasce dal dialogo tra progettisti, lighting designer, aziende e amministrazioni pubbliche.

Periferie urbane, periferie demografiche e ambienti sensibili
Nel suo intervento, Alberto Carone, Business Development Manager B2G di Edison Next, ha affrontato il tema dell’inclusione urbana sottolineando come spesso le politiche di illuminazione continuino a privilegiare i centri storici, lasciando in secondo piano le periferie.
Superare questa logica significa riconoscere che la qualità della città dipende dall’equilibrio tra tutte le sue parti. A questo proposito è stato citato l’esempio del Parco Corto Maltese a Scampia, un’area di oltre ventimila metri quadrati restituita alla comunità grazie alla collaborazione tra amministrazione pubblica e associazioni locali. Un progetto che dimostra come anche le periferie possano diventare luoghi di rigenerazione urbana e sociale quando esiste una forte volontà pubblica e un progetto condiviso.
Carone ha inoltre proposto una riflessione sul concetto di “periferia demografica”. Molti degli standard illuminotecnici utilizzati ancora oggi derivano infatti da modelli sviluppati negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’età media della popolazione era significativamente più bassa. Oggi, invece, la popolazione è mediamente più anziana e questo comporta esigenze visive differenti: l’occhio di una persona anziana richiede generalmente una maggiore quantità di luce, un contrasto più marcato e una riduzione delle condizioni di abbagliamento. Questo cambiamento demografico rende quindi necessario interrogarsi sull’adeguatezza dei parametri di progettazione attuali e sulla possibilità di aggiornarli alla luce delle trasformazioni sociali in corso.
Accanto alla riflessione sulle città, Carone ha richiamato l’attenzione anche su alcuni ambienti particolarmente sensibili, come scuole e ospedali. In Italia si contano circa un migliaio di strutture ospedaliere, ma soprattutto oltre 60.000 scuole, luoghi frequentati quotidianamente da milioni di persone e nei quali la qualità dell’illuminazione può incidere direttamente sul benessere, sulla sicurezza e sulla qualità delle attività svolte.
Molte di queste strutture, tuttavia, presentano ancora sistemi di illuminazione obsoleti o di qualità insufficiente. In numerosi casi le aule scolastiche sono ancora illuminate con apparecchi di vecchia generazione, talvolta caratterizzati da fenomeni come il flickering, che possono risultare poco adatti agli ambienti contemporanei, soprattutto in presenza di dispositivi digitali e schermi.
Nel caso degli ospedali, il tema dell’illuminazione si inserisce nel più ampio concetto di umanizzazione degli spazi sanitari. Da diversi anni esistono studi e sperimentazioni che dimostrano come un’illuminazione progettata consapevolmente possa contribuire a rendere l’esperienza ospedaliera meno traumatica e più vicina a una dimensione domestica. La luce può infatti aiutare a ridurre lo stress dei pazienti e migliorare il comfort ambientale, arrivando a influenzare anche la percezione di ambienti particolarmente complessi, come quelli destinati alla radioterapia o ad altre procedure mediche.
In questo contesto emerge con forza il ruolo delle amministrazioni pubbliche, che nella maggior parte dei casi sono i soggetti responsabili dell’acquisto e della gestione di questi sistemi. Per questo motivo diventa sempre più importante sviluppare strumenti capaci di misurare la qualità dell’illuminazione non solo dal punto di vista energetico, ma anche in termini di comfort, benessere e impatto sociale.
La possibilità di integrare questi parametri nei criteri di valutazione dei progetti – in linea anche con i principi di sostenibilità sociale presenti nei modelli ESG – rappresenta, secondo Carone, una delle chiavi per favorire una diffusione più ampia di soluzioni realmente inclusive.
Un caso concreto di progettazione inclusiva
A chiudere l’incontro è stata nuovamente Benedetta Gherardi, che ha illustrato un esempio concreto di progettazione inclusiva sviluppato da Restart Engineering. Lo studio lavora spesso in collaborazione con amministrazioni pubbliche ed ESCo, con l’obiettivo di realizzare interventi capaci di migliorare la fruibilità degli spazi urbani anche al di fuori dei centri storici. Uno dei progetti citati riguarda l’illuminazione di via Caduti di Cefalonia, conosciuta come Viale dei Gelsi, un percorso caratterizzato da alberature e frequentato dai cittadini per attività sportive e passeggiate serali. L’intervento è nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini che ha chiesto al Comune di migliorare la qualità dell’illuminazione per rendere il viale più sicuro e utilizzabile anche nelle ore serali.
L’amministrazione ha accolto la richiesta e ha coinvolto i progettisti con l’obiettivo di realizzare un progetto sostenibile, inclusivo e capace di valorizzare le caratteristiche del luogo. L’illuminazione è stata progettata non solo per garantire sicurezza, ma anche per migliorare la percezione dello spazio e delle alberature, trasformando il percorso in un luogo riconoscibile e accogliente. Il progetto dimostra come la partecipazione dei cittadini e il dialogo tra amministrazione e progettisti possano contribuire a creare spazi pubblici più vivibili e inclusivi.
Verso un nuovo paradigma culturale
Dagli interventi è emersa una convinzione condivisa: le tecnologie esistono e le competenze sono disponibili, ma senza un cambiamento culturale profondo non sarà possibile costruire città realmente inclusive. L’illuminazione inclusiva richiede progettazione, collaborazione tra discipline, ascolto delle comunità e capacità di misurare gli effetti delle scelte progettuali in termini di benessere sociale. La luce diventa così non solo un’infrastruttura tecnica, ma un elemento fondamentale nella costruzione di città più sicure, accessibili e umane.
Fonte: AIDI
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