L'Italia è fuori dai Mondiali: necessario ripartire da spazi sportivi di comunità per formare i futuri cittadini e campioni
L’esclusione dell’Italia dai Mondiali evidenzia una crisi profonda del calcio nazionale, legata anche alla perdita degli spazi di gioco spontaneo. Senza oratori e campetti, viene meno un fondamentale luogo di crescita sportiva e sociale.
L’Italia del calcio vive una crisi che va ben oltre i risultati sul campo. La sconfitta contro la Bosnia significa l’assenza dai Mondiali per la terza volta consecutiva ed è il segnale più evidente di un declino che affonda le radici nel tessuto sociale del Paese. Negli anni si sono progressivamente ridotti gli spazi in cui i giovani potevano crescere giocando liberamente, dagli oratori ai campetti di quartiere. Luoghi che non erano solo palestre di talento, ma anche centri di aggregazione e formazione. Senza questi presìdi, il calcio italiano perde identità e futuro. Ripartire da qui diventa una necessità, non una scelta nostalgica.
La scomparsa del calcio di strada e il declino del talento italiano
L’Italia nel pallone!
Ancora una volta la Nazionale italiana non parteciperà ai prossimi Mondiali di calcio. Anche nell’ipotesi di una vittoria contro la Bosnia, sarebbe davvero cambiata la valutazione sulla nostra attuale competitività calcistica?
Non è un episodio isolato. Da tempo l’Italia fatica a essere protagonista e persino a qualificarsi. L’ultima partecipazione risale al 2014: dodici anni fa, tre edizioni ormai alle spalle.
Le cause sono molteplici, ma una merita particolare attenzione: la progressiva scomparsa dei luoghi del calcio popolare, diffuso e spontaneo, cioè “di strada”.
Per generazioni, quel talento italiano della “pedata”, per dirla con Gianni Brera, è cresciuto negli oratori all’ombra dei campanili, nei campetti improvvisati, nei quartieri e nelle piazze, in città come nei piccoli centri. Erano spazi di gioco, ma anche di formazione, socialità e aggregazione. Dove spesso le porte erano segnate per terra da quattro oggetti rimediati sul posto.
Oggi molti di quei luoghi sono venuti meno o sono stati trascurati. Negli ultimi vent’anni, come è stato più volte sottolineato — anche da figure del nostro calcio come Gennaro Gattuso — si è registrata una riduzione molto significativa degli oratori, dovuta a fattori demografici, economici e sociali. Con essi si è indebolita una componente importante del nostro tessuto educativo e sportivo.
Non è solo una percezione: mancano sempre più contesti in cui i giovani possano praticare sport in modo libero e accessibile, elemento essenziale per lo sviluppo del talento e della partecipazione.
Non è soltanto una questione sportiva: riguarda le opportunità per i giovani, la prevenzione del disagio e il rafforzamento della coesione delle comunità.
Non si tratta di cercare responsabilità, ma di riconoscere ciò che ha funzionato e riportarlo al centro dell’attenzione pubblica.
Dopo tre Mondiali consecutivi senza l’Italia, la delusione è profonda. Proprio per questo serve una proposta concreta: un Piano nazionale per gli spazi sportivi di comunità, che integri dimensione sociale, educativa e anche urbanistica.
Servono risorse adeguate e una collaborazione leale tra istituzioni, enti locali e realtà del territorio, per recuperare, valorizzare e riattivare questi luoghi, senza pregiudizi.
È nelle periferie, geografiche e sociali, che si costruisce il futuro. Anche del calcio. Ed è lì che crescono i cittadini di domani.
Ripartire dagli oratori e dai campetti di calcio non è nostalgia, ma una scelta di prospettiva.
È una scelta politica che deve essere assunta con serietà e tempestività.
Perché senza quei luoghi non perdiamo solo calciatori, anche di talento: perdiamo il senso della comunità.
E senza comunità, rischiamo di non riconoscerci più nemmeno in una Nazionale.
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