La carbonatazione del calcestruzzo entra nell’inventario climatico del Regno Unito
Per la prima volta il Regno Unito ha inserito nel proprio inventario nazionale dei gas serra la CO₂ assorbita dal calcestruzzo attraverso la carbonatazione. Nel 2024 il riassorbimento stimato è stato pari a 1,48 milioni di tonnellate. Un riconoscimento importante per la valutazione del ciclo di vita, che non elimina però la necessità di ridurre le emissioni della produzione del cemento.
Per la prima volta un Paese comunica all’ONU una stima nazionale della CO₂ riassorbita dal patrimonio in calcestruzzo. Nel 2024 il dato britannico è pari a 1,48 milioni di tonnellate, ma il risultato va letto con attenzione: non annulla le emissioni della produzione e presenta ancora margini significativi di incertezza.
Il bilancio climatico del calcestruzzo non si esaurisce al cancello della cementeria.
Per la prima volta il Regno Unito ha inserito nel proprio National Inventory Document, trasmesso alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, una stima specifica della quantità di anidride carbonica assorbita dagli edifici, dalle infrastrutture e dai materiali cementizi presenti sul territorio attraverso il processo naturale di carbonatazione.
La novità compare nell’allegato all’inventario britannico pubblicato nel 2026, riferito alla serie storica delle emissioni nazionali dal 1990 al 2024. Secondo la Mineral Products Association, il Regno Unito sarebbe il primo Paese a comunicare all’UNFCCC una valutazione nazionale costruita su un modello scientifico specifico per il proprio patrimonio in calcestruzzo.
Il dato stimato per il 2024 è significativo: 1,48 milioni di tonnellate di CO₂ riassorbite, equivalenti a circa il 29% delle emissioni di processo associate al cemento utilizzato nel Regno Unito nello stesso anno.
La notizia in breve
Il Regno Unito ha incluso per la prima volta nell’inventario nazionale delle emissioni trasmesso alle Nazioni Unite la CO₂ riassorbita dal calcestruzzo attraverso la carbonatazione. La stima per il 2024 è di 1,48 milioni di tonnellate, pari a circa il 29% delle emissioni di processo associate al cemento utilizzato nello stesso anno. Il dato migliora la rappresentazione del ciclo di vita del materiale, ma non compensa direttamente le emissioni prodotte in cementeria.

Che cosa accade durante la carbonatazione del calcestruzzo
La carbonatazione è una reazione naturale che interessa i materiali contenenti cemento. L’anidride carbonica presente nell’aria penetra progressivamente nella porosità del calcestruzzo e reagisce con alcuni prodotti di idratazione del cemento, in particolare con l’idrossido di calcio, formando carbonato di calcio.
In termini semplificati, una parte della CO₂ liberata durante la decarbonatazione del calcare nella produzione del clinker viene quindi riassorbita, nel corso degli anni e dei decenni, dai prodotti cementizi presenti nell’ambiente costruito.
Il fenomeno non riguarda soltanto le strutture durante la vita utile. Può proseguire, e in alcuni casi accelerare, dopo la demolizione, quando la frantumazione aumenta la superficie del materiale esposta all’aria. Per questo il modello britannico considera sia il calcestruzzo in uso sia quello giunto a fine vita o destinato a impieghi secondari.
Il rapporto tecnico preparatorio stimava, per il 2020, un assorbimento complessivo di circa 1,55 milioni di tonnellate di CO₂: 862.000 tonnellate attribuite al calcestruzzo ancora in esercizio e 686.000 tonnellate ai materiali a fine vita e agli usi secondari.

Un modello costruito sulle caratteristiche del patrimonio britannico
L’inserimento nell’inventario non deriva dall’applicazione di un semplice coefficiente percentuale alle emissioni del cemento.
Il Governo britannico ha commissionato lo sviluppo di un modello nazionale di livello Tier 2, basato su dati relativi alla produzione e al consumo storico di cemento, alle tipologie costruttive, ai volumi di calcestruzzo utilizzati, alle condizioni di esposizione, alle demolizioni e alla gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione.
Il modello distingue diverse applicazioni:
- edifici con struttura composta acciaio-calcestruzzo;
- edifici con struttura in calcestruzzo;
- costruzioni in muratura;
- infrastrutture;
- malte e cemento commercializzato attraverso i rivenditori;
- calcestruzzo a fine vita e destinato a utilizzi secondari.
La metodologia prende come riferimento, tra gli altri strumenti, la norma europea EN 16757 e gli studi sviluppati dall’istituto svedese IVL sulla contabilizzazione dell’assorbimento di CO₂ da parte dei prodotti contenenti cemento. Il ricorso a un modello nazionale si è reso necessario perché modalità costruttive, composizioni dei calcestruzzi, tassi di demolizione e pratiche di riciclo possono variare sensibilmente da un Paese all’altro.
Il fenomeno dell'assorbimento della CO2 ha una dimensione globale
La decisione britannica non nasce isolatamente. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha approfondito in modo crescente il ruolo della carbonatazione nel ciclo globale del carbonio.
Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Earth System Science Data ha stimato che nel 2023 i materiali cementizi abbiano assorbito globalmente circa 0,84 miliardi di tonnellate di CO₂. L’assorbimento cumulato dal 1928 al 2023 sarebbe pari a circa 21,3 miliardi di tonnellate, corrispondenti a circa il 46% delle emissioni di processo del cemento generate nello stesso arco temporale.
Un’altra banca dati scientifica internazionale ha stimato per il 2023 un assorbimento annuale globale di circa 0,93 miliardi di tonnellate, confermando la rilevanza quantitativa del fenomeno ma anche la dipendenza dei risultati dalle ipotesi e dai modelli adottati.
Anche il Sesto Rapporto di valutazione dell’IPCC riconosce che la carbonatazione delle infrastrutture cementizie compensa una parte rilevante delle emissioni derivanti dalla decomposizione dei carbonati durante la produzione del clinker.
Che cosa cambia realmente nel bilancio delle emissioni di CO2
L’inserimento della carbonatazione nell’inventario britannico introduce una rappresentazione più completa del ciclo del carbonio associato al cemento e al calcestruzzo. Non significa, tuttavia, che le emissioni prodotte in cementeria vengano cancellate.
Le emissioni della calcinazione restano contabilizzate integralmente nel momento in cui si verificano. La carbonatazione è invece un processo lento, distribuito nel tempo, che riguarda materiali prodotti anche molti decenni prima.
Il confronto tra il 29% riassorbito e le emissioni di processo del cemento utilizzato nel 2024 deve quindi essere interpretato come un indicatore di scala, non come una compensazione diretta tra due flussi perfettamente coincidenti. Il calcestruzzo che assorbe CO₂ nel 2024 appartiene infatti a differenti generazioni costruttive e non soltanto alle opere realizzate nello stesso anno.
Va inoltre sottolineato che il valore è riportato nell’allegato dell’inventario nazionale. La carbonatazione non dispone ancora di una categoria ordinaria e pienamente armonizzata all’interno delle linee guida IPCC utilizzate per i prospetti ufficiali delle emissioni. Il passaggio britannico ha quindi anche un valore metodologico: mette a disposizione dell’UNFCCC un modello nazionale che potrebbe alimentare l’evoluzione delle future regole internazionali di contabilizzazione.
Carbonatazione del calcestruzzo: Un dato scientifico, non un nuovo alibi ambientale
Il riconoscimento della carbonatazione non deve essere utilizzato per attenuare la necessità di ridurre le emissioni della produzione del cemento.
La decarbonizzazione della filiera continua a richiedere la diminuzione del fattore clinker, l’impiego di combustibili a minore intensità carbonica, l’efficienza energetica, l’utilizzo di aggiunte e leganti a ridotto impatto, la cattura della CO₂ e soprattutto una progettazione capace di impiegare i materiali in modo efficiente e di prolungare la vita utile delle opere.
La carbonatazione non è neppure un fenomeno sempre favorevole dal punto di vista strutturale. Nelle strutture in calcestruzzo armato, l’avanzamento del fronte carbonatato determina una riduzione dell’alcalinità del copriferro e può compromettere la passivazione delle armature (metallche), rendendo possibile l’innesco della corrosione in presenza di ossigeno e umidità.
Non avrebbe quindi senso perseguire un’accelerazione indiscriminata della carbonatazione durante la vita utile delle strutture. La priorità del progetto resta la durabilità. Le opportunità ambientali maggiori possono invece riguardare la gestione controllata del materiale a fine vita, il riciclo degli aggregati e i processi industriali di carbonatazione accelerata.
Il limite dell’incertezza
La stessa ricerca britannica invita a trattare le stime con prudenza.
Per il 2020 il modello indicava un’incertezza complessiva pari a circa ±34%. Particolarmente elevata risultava l’incertezza relativa alle infrastrutture, data la grande varietà delle opere, delle composizioni del calcestruzzo e delle condizioni di esposizione. Anche le stime riferite al materiale demolito dipendono fortemente dalle ipotesi sulla granulometria, sui tempi di esposizione e sulle modalità di recupero.
Non si tratta di un limite che invalida il calcolo, ma di un elemento essenziale per comprenderne la natura: l’assorbimento è reale, mentre la sua quantificazione nazionale richiede modelli, dati storici e ipotesi che dovranno essere progressivamente affinati.
Dal prodotto all’opera: la sostenibilità come prestazione
La decisione britannica rafforza un principio ormai centrale nella valutazione ambientale delle costruzioni: non è sufficiente misurare ciò che accade nella sola fase produttiva.
Un materiale deve essere valutato considerando la quantità necessaria per realizzare l’opera, le prestazioni ottenute, la durata, la manutenzione, la possibilità di riuso e riciclo e gli effetti che si verificano nelle differenti fasi del ciclo di vita.
È una prospettiva coerente con il percorso intrapreso in Italia attraverso la UNI/PdR 176:2025, promossa da UNI e ATECAP, che mette in relazione le emissioni del calcestruzzo preconfezionato con le sue prestazioni meccaniche e fornisce dati utili alla valutazione LCA dell’opera. La logica delle classi di efficienza è richiamata anche dalla UNI 11104:2025, contenente le specificazioni complementari nazionali per l’applicazione della EN 206.
La vera novità, dunque, non è sostenere che il calcestruzzo “cancelli” una parte delle proprie emissioni. È riconoscere che il suo impatto ambientale deve essere rappresentato attraverso un bilancio scientificamente trasparente, nel quale siano contabilizzati sia i debiti sia i crediti ambientali, senza omissioni e senza semplificazioni promozionali.
La sostenibilità del calcestruzzo non può essere affidata a una singola percentuale. Deve essere progettata e verificata come una prestazione complessiva dell’opera.
Questo articolo è stato pubblicato grazie alle news diffuse da ATECAP, l'associazione che rappresenta il settore del calcestruzzo preconfezionato.
Fonti:
- Mineral Products Association – “UK includes concrete carbonation in national climate inventory in world first”
Comunicato del 21 luglio 2026 che annuncia l’inserimento della carbonatazione nell’inventario britannico. Riporta la stima di 1,48 milioni di tonnellate di CO₂ assorbite nel 2024, pari al 29% delle emissioni di processo associate al cemento utilizzato nel Regno Unito. - National Atmospheric Emissions Inventory – “UK GHG Inventory Improvement: Carbonation of Concrete Emissions Sink Modelling”
Rapporto tecnico del 2023 alla base della metodologia britannica. Descrive il modello nazionale, le tipologie costruttive considerate, il contributo del calcestruzzo durante la vita utile e a fine vita e i margini di incertezza delle stime. - University of Dundee – Scheda scientifica del rapporto britannico
Riferimento bibliografico del lavoro di Rachel Capon, Tom de Saulles e Moray Newlands: UK GHG Inventory Improvement Project: Carbonation of Concrete Emissions Sink Modelling. - Earth System Science Data – “Global and national CO₂ uptake by cement carbonation from 1928 to 2024”
Studio scientifico internazionale pubblicato nel 2025. Stima per il 2023 un assorbimento globale di circa 0,84 miliardi di tonnellate di CO₂ da parte dei materiali cementizi e un assorbimento cumulato, dal 1928, pari a circa il 46% delle emissioni di processo del cemento. - IVL Swedish Environmental Research Institute – “CO₂ uptake in cement-containing products”
Rapporto metodologico dedicato alla quantificazione della CO₂ assorbita dai prodotti contenenti cemento e alla sua possibile inclusione negli inventari nazionali delle emissioni.
FAQ sulla carbonatazione del calcestruzzo | Ingenio
Che cos’è la carbonatazione del calcestruzzo?
È il processo naturale attraverso il quale la CO₂ atmosferica penetra nella matrice cementizia e reagisce con i prodotti di idratazione del cemento, formando carbonati stabili.
Quanta CO₂ ha assorbito il calcestruzzo nel Regno Unito?
Secondo la stima inserita nell’inventario britannico, nel 2024 il patrimonio in calcestruzzo ha riassorbito circa 1,48 milioni di tonnellate di CO₂.
La carbonatazione compensa immediatamente le emissioni del cemento?
No. L’assorbimento avviene lentamente, durante la vita utile e il fine vita delle opere, e non annulla le emissioni generate durante la produzione del clinker.
La carbonatazione è positiva per la durabilità?
Non sempre. Nel calcestruzzo armato può ridurre l’alcalinità del copriferro e favorire la corrosione delle armature quando il fronte carbonatato raggiunge l’acciaio.
Perché il dato britannico è importante?
Perché introduce nell’inventario climatico nazionale una valutazione più completa del ciclo del carbonio associato ai materiali cementizi, considerando anche la CO₂ riassorbita nel tempo.
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