La “casa nel bosco” e il progetto invisibile: quando la burocrazia cancella l’architettura
Il caso della famiglia nella “casa nel bosco” ha riacceso un dibattito emotivo che però ignora il vero nodo tecnico: il nostro sistema edilizio applica gli stessi criteri di agibilità a un attico urbano e a un casolare isolato di pietra. Un modello amministrativo che non interpreta e non distingue, penalizzando l’architettura, la rigenerazione delle aree interne e il lavoro dei professionisti. In questo articolo analizziamo perché accade e cosa comporta per il settore.
Agibilità degli edifici rurali: perché il sistema normativo blocca la casa “non standard”
In questi giorni il dibattito sulla cosiddetta “casa nel bosco” si è acceso con toni che oscillano tra cronaca nera e sociologia improvvisata.
Propongo di fare un passo di lato.
Non intervengo sul tema dell’assistenza sociale, né sulle questioni legali, e neppure da opinionista: parlo da semplice addetto ai lavori del settore edilizio. È da questa prospettiva che noto come, in tutta la vicenda, si stia perdendo di vista ciò che è più evidente.
Il casolare in questione non è un tugurio pericolante né un paradiso ecologista. È costruito in gran parte di pietra, ha alcuni pregi tipologici e molti limiti, come migliaia di altri fabbricati delle nostre aree interne. Una perizia tecnica sostiene che la struttura è stabile; gli impianti sono carenti; la vita che si svolge lì è spartana.
Fine della parte tecnica.
Si potrebbe, volendo, ricamare sugli elementi tipologici, sulle caratteristiche dei terreni di fondazione, sulla qualità dei materiali impiegati. Ma tutto il resto appartiene a valutazioni personali, spesso condizionate da sensazioni.
Il vero problema, quello che si tralascia, è un altro: quel fabbricato – così com’è – non potrà mai ottenere l’agibilità/abitabilità. E non perché sia in condizioni indecenti, ma perché il nostro intricatissimo sistema normativo è incapace di distinguere tra un attico in centro città e una casa di pietra isolata nel bosco.
A dimostrazione di questa assurdità, basta evocare un’icona dell’architettura mondiale: la Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright.
Un’opera che tutto il pianeta studia e ammira. Tuttavia proviamo a immaginare cosa accadrebbe se un professionista abilitato oggi presentasse quel progetto per approvazione in un Comune italiano.
La risposta è semplice: sarebbe respinto, probabilmente già al primo sportello, durante l’endoprocedimento di accesso al protocollo.
E non da un docente di estetica o da un professore di storia dell’architettura, ma da un funzionario comunale.
Si possono persino prevedere le osservazioni: sbalzi troppo audaci, parapetti non normati, “integrazione con l’ambiente” non conforme, impiantistica non certificabile, rapporti aeroilluminanti fuori standard. Armocromie edilizie in contrasto con i colori del bosco che cambiano nelle stagioni!
Il punto è che la “casa sulla cascata” e la “casa nel bosco” vengono misurate con lo stesso metodo cieco e ottuso: l’agibilità/abitabilità pensata per un’edilizia urbana seriale, alla quale tutto deve piegarsi.
Un modello che cancella inventiva disciplinare, arguzia tecnica, innovazione progettuale.
E mortifica il progetto.
Così un capolavoro assoluto e un modesto casolare finiscono schiacciati dalla stessa logica: una burocrazia che non interpreta, non valuta, non distingue, ma semplicemente applica. E cassa, rigetta.
In un Paese che parla continuamente di “rigenerazione delle aree interne”, tutto questo è quasi comico.
Quasi.
L’abitare non standard è diventato un reato amministrativo permanente.
E i professionisti si ritrovano prigionieri di un sistema che pretende di certificare la complessità del territorio con un foglio Excel, con schede sinottiche da compilare puntualmente per semplificare il controllo di infiniti endoprocedimenti tecnici.
Questa vicenda mette a nudo un paradosso: non sappiamo più leggere il paesaggio, ma pretendiamo di normarlo in ogni centimetro.
Non sappiamo più interpretare l’architettura spontanea, ma vogliamo incasellarla come fosse edilizia residenziale convenzionale.
Intanto chi prova a vivere in modo diverso diventa “anomalia”.
E chi prova a progettare con intelligenza diventa “problema”.
L’esasperazione dei professionisti del settore – intrappolati nella boscaglia di norme, regolamenti edilizi, piani urbanistici, PRG, PUG e derivati, spesso trasformati in operazioni politiche inconcludenti e costose – rende legittimo un sonoro richiamo:
«Lasciamoli vivere. E lasciateci progettare.»
Lasciamoli vivere: perché una casa nel bosco non diventa disumana solo perché non rientra in un allegato tecnico comunale, regionale o ministeriale. (Non cito il livello provinciale solo perché temporaneamente sospeso da una riforma infruttuosa, che lo stesso Presidente della Repubblica ha invitato a superare.)
Lasciateci progettare: perché i professionisti tecnici non possono continuare a essere gli esecutori mortiferi di un sistema cinico, che chiede di omogeneizzare ciò che dovrebbe essere liberalizzato e impone una burocrazia livellatrice che rende tutto anonimo, omogeneo, banale.
Così facendo si contribuirebbe, anche se solo in parte, ad ampliare la gamma delle possibilità abitative in un Paese che da anni affronta un disagio residenziale diffuso, soprattutto tra le fasce più fragili della popolazione.
Se l’Italia vuole davvero valorizzare le sue aree interne, deve riconoscere che esistono modi diversi di abitare, di costruire, di vivere.
E che non tutto può essere portato a misura di regolamento, piano urbanistico o norma tecnica di attuazione.
L’architettura lo sa. Lo ha sempre saputo. La burocrazia pubblica, purtroppo, ancora no.
È giunto il momento che Ordini professionali, culture e sensibilità tecniche chiedano alla Politica di educare la burocrazia, affinché le norme diventino strumenti di valorizzazione e non di ostacolo.
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