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La costruzione (digitale) della memoria collettiva e la rappresentazione dello spazio

La memoria digitale nel BIM e nell’HBIM non può ridursi a una sequenza di dati, date e documenti collegati. Per rappresentare davvero lo spazio architettonico occorre integrare storia, assenze, osservazione e conflitti interpretativi dentro il modello informativo.

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Traiettorie spaziali e condizioni al contorno

Il toro sfonda il muro all’altezza del primo piano! Cosa sarà più importante la conoscenza o l’azione? In fondo come diceva Thomas Henry Huxley nella vita di molti lo scopo principale è la seconda.

Ma i principi d’azione? Che siano “minimi” o “semplici” le traiettorie dell’equazione sono le parti più soddisfacenti! E anche se la “somma dei cammini” aiuta a determinare un possibile futuro, l’onda (d’urto, di riflessione, d’immaginazione) dovrà trovare sempre una relazione con le “condizioni al contorno”.

Guarda come si deforma antropicamente lo spazio! Sei il toro? Sei il muro? Sei colei che guarda cosa sta accadendo? Sei la luce che illumina l’evento? Le stime biologiche ci dicono che occorre circa un miliardo di anni per l’evoluzione di una vita intelligente. Accontentati. Non siamo neppure all’inizio.

Strada del centro storico di Torino in una parete di via delle Orfane al numero 20.
L’immagine è un mio scatto ripreso in una strada del centro storico di Torino in una parete di via delle Orfane al numero 20. È un’opera di scultura urbana dal titolo “Il T’oro” di Richi Ferrero del 2018, donata dal Gruppo Building, che ha realizzato “Quadrato” in collaborazione con lo studio BP+P; un recupero immobiliare dell’antico convento di Sant'Agostino a complesso residenziale nel quadrilatero romano di Torino, tra Via Santa Chiara e Via delle Orfane. (Marcello Balzani)

La targa infissa nell’intonaco, a fianco e sotto la scultura, a livello dello sguardo recita: “Questo Toro dalle corna d’oro è una visione della città, di ciò che è stata e di quel che sarà. Il frame che congela l’attimo dello sfondamento è il mutare di Torino nel presente ogni qualvolta lo sguardo di chi passa ne coglierà la presenza. Così l’artista descrive la sua nuova creazione per Quadrato, un nuovo regalo a Torino.”

Come avrete intuito non mi interessa molto la condizione appropriata quanto piuttosto la metafora che sviluppa. “Dal momento che la bobina del visibile”, come scrive Paul Virilio in Open Sky, “continua a srotolarsi senza fermarsi mai, sta diventando difficile, quasi impossibile, credere nella stabilità del reale, la nostra capacità di fissare un ordine visibile che non smette mai di scomparire, mentre lo spazio fisico degli edifici cede a favore di un’immagine pubblica instabile che è divenuta onnipresente.” Il testo lo potete trovare tradotto in “Piccola antologia di citazioni. (Omaggio a Walter Benjamin e Susan Sontag)” contenuta nel puntuale saggio di David Levi Strauss dal titolo “Perché crediamo alle immagini fotografiche”, pubblicato da Johan & Levi Editore.


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Coabitare precariamente con la propria immagine

Condensare in gocce esatte la Tua umidità. Trasformare i Sostantivi in Verbi. Far convergere i confini. Sudare senza alcun risentimento. Seguire orologi biologici diversi e far coincidere potere e dovere innocentemente. Immaginare d’essere senza peccato ed autosufficiente, comoda comoda nella tana del tuo io.

I draghi colossali di ghiaccio cominciano un lentissimo balletto, i continenti si spaccano, barcollanti ubriachi sulle acque. I cataclismi sono di sprone ad altri esperimenti. La Genetica può spiegare la forma, la statura o la postura, non però il motivo per cui un determinato corpo possa riflettere sull’atto del riflettere, separando la Forma e la Materia, o perché si sia costretti a coabitare precariamente con la propria immagine.

Per noi, che dall’istante in cui veniamo scaraventati al mondo, cadiamo nel disordine, che di rado sappiamo esattamente cosa stiamo facendo, e preferiamo anzi non saperlo, è una gioia sperare che, per comportamenti errati (o forse no), si attivi qualche nefasto imprinting.

Diventeremo mai adulti? Ai più degli animali succede subito. Per noi sembra poco probabile. Ti sei accorta che l’io corticale è un bugiardo incallito?

Quanto devo “ringraziare la nebbia” se le mie parole si perdono con quelle (eccelse) di W. H. Auden, poeta che amo senza ritegno, tratte dal suo “Grazie, nebbia. Ultime poesie”, un piccolo prezioso volume curato e tradotto da Alessandro Gallenzi per Adelphi.

La mia mente-pancia assume le redini al di sotto del diaframma e immaginando che non ci sarà vita sessuale nell’aldilà, comprendo come la mancanza di tatto sia grave davvero, non quella di sentimento. Tanto ai più non importa il pensiero ma il comportamento.

Sono il Gusto, gustatemi! E se Cupido si è dato alla macrobiotica, la Natura famelica che alberga in me, non mi rende insipido o ritroso ma ancora ricco (di vitamine) e forse arrosto (anche un po’ bruciato a volte). Ma se sono la Vista, guardatemi!

Famosa bambola (Die Puppe) di Hans Bellmer del 1934
L'immagine è una mia rielaborazione digitale di una famosa bambola (Die Puppe) di Hans Bellmer del 1934. Nulla come questo sguardo mostra una possibile coabitazione precaria con una propria (possibile) immagine. (Marcello Balzani)

Ricordo Claude Lévi-Strauss che in una conferenza su “Una scienza rivoluzionaria: l’etnografia” nel 1937 ebbe ad affermare: “l’umanità non assomiglia affatto a un bambino che si sviluppa con regolarità dalla nascita fino alla maturità, né a un seme che germoglia, si sviluppa e diventa albero. L’umanità assomiglia molto di più a un vecchio di ottant’anni che fino a settant’anni sarebbe rimasto nella condizione dell’infante, senza nemmeno conoscere l’alfabeto, e poi, dai settanta ai settantacinque anni, avrebbe terminato il programma delle elementari, e infine, dai settantacinque agli ottant’anni, il programma delle scuole secondarie e superiori.” Per l’umanità non c’è nulla come un’evoluzione continua. E credere che una certa realizzazione tecnica o un’istituzione sociale occupino tutto il mondo, perché un gruppo umano ne gode pienamente, è una mera illusione. Lo era circa cent’anni fa quando Claude Lévi-Strauss parlava e lo è (ahimé) ancor oggi. L’umanità fa certe cose perché ne ha bisogno? Perché non si accontenta? Vuole mutare il suo stato e nulla è spontaneo. Un terreno culturale possiede sempre una forma più complicata di un perimetro. Forse molto di ciò che crediamo nostro è solo preso in prestito, in un certo luogo e per un delimitato tempo. Forse se si ragionasse bene si capirebbe quanto si può essere iniziatori, primitivi o debitori a seconda delle condizioni. W. H. Auden ringrazia la nebbia perché consente che questo contatto, che Lévi-Strauss considera essenziale per frantumare l’inerzia e offrire sviluppo, non assuma il carattere conformato dell’imitazione quanto piuttosto dell’intimità, di ciò che è intimamente legato (agli individui quanto alle comunità e ai popoli). I contatti fra le differenze fanno la differenza. Precariamente nella nostra attualità, in cui si sembra condividere e dar senso ad un’antropologia invertita e la geografia non è più la stessa illusionista descrizione di una realtà fisica, il modella della coabitazione (con il selvaggio e il cannibale che è in noi) mostra più credibilità rivoluzionaria.

Se volete leggere queste parole cercate Claude Lévi-Strauss, “Da Montaigne a Montaigne” a cura di Emmanuel Désveaux e per l’edizione italiana di Raffaello Cortina Editore a cura di Carlo Montaleone.

«Marcello pensa! pensa! Non costa niente pensare! Pensa!», diceva mio padre a me bambino e poi adolescente.

Lo so che nessuno di noi è più giovane come una volta. E allora? L’amicizia non invecchia mica. “Thank You, Fog”.


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La costruzione (digitale) della memoria collettiva e la rappresentazione dello spazio

La memoria, secondo me, non è né unitaria né costante. Le operazioni mentali che ci permettono di rendere presente alla coscienza un oggetto del pensiero che non c’è, che non è disponibile per i nostri sensi ma viene ricostruito dallo spirito in quanto rappresentazione di un’assenza, sono molteplici. Esse utilizzano dei procedimenti che non di rado sono stati acquisiti mediante un difficile apprendistato e sono mutati a seconda dei momenti e delle civiltà.

Prendo queste parole da Jean-Pierre Vernant, “Senza frontiere. Memoria, mito e politica”, tradotto da Giulio Guidorizzi per Raffaello Cortina Editore. Per Vernant, un procedimento è quello della memoria divinizzata, da riferirsi al dono della veggenza, tipico del poeta epico dei greci di epoca arcaica; quel dono che viene espresso con “la capacità di conoscere e di cantare tutto ciò che è stato”, di raccontare il tempo antico, il passato “degli eroi leggendari come se l’avesse visto, fino alla nostra memoria di adesso, o piuttosto alle nostre molteplici forme di richiamo del ricordo”; certo, appaiono sempre cambiamenti e interruzioni, abbandoni e trasformazioni profonde, ma la Mnemosune onnisciente ispira il poeta. Poi, nella rubrica della memoria, continua Vernant, bisogna distinguere i procedimenti della memoria individuale, “con i ricordi personali di ognuno”, da quelli della memoria collettiva, ossia quella “dei gruppi sociali che si costruiscono un passato comune per radicarvi il loro presente”. Anche il procedimento della memoria dello storico è diverso. Per lo storico “il passato, solo per il fatto di essere esistito, diventa oggetto di ricerca scientifica e dipende per sua natura dall’accertamento controllato della verità.

Quindi ci sono dei confini, che forse a volte devono essere varcati, “non per cancellarli ma per evidenziare chiaramente, mediante il raffronto, i tratti caratteristici dei mondi stessi che quelle frontiere separano.” Sono “confini tra passato e presente, tra passati diversi, tra l’obiettività dello studioso e l’impegno appassionato del militante, distanza infine, in ciascuno di noi, tra i ricordi e l’attuale consapevolezza di sé.”

L’atto della costruzione di una memoria collettiva, in equilibrio dinamico sulle memorie individuali, si rende attualmente più esplicito attraverso quei regimi di storicità, che François Hartog, definisce nell’incessante e pervasivo processo del Presentismo (leggete François Hartog, “Chronos. L’Occidente alle prese con il tempo” edito da Einaudi). La memoria, e la sua costante rappresentazione (come assenza e presenza di oggetti, ricordi e ambienti) è un contesto spaziale importante e necessario per ogni struttura digitale (hard o soft che sia). Nel magma probabilistico dei ricordi dello sciame collettivo l’ucronia (leggete “Ucronia” di Emmanuel Carrère, un saggio tratto dalla sua tesi di laurea, recentemente tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco per Adelphi) è costantemente attivabile. Certo la rete non è il luogo della letteratura fantastica immaginato da Emmanuel Carrère quarant’anni fa, in cui possibili trasformazioni del passato definiscono nuove traiettorie allostoriche del presente.

La Storia sembra un argomento lontano dal popolamento informativo dei modelli BIM e HBIM. Ovvero, ci si impegna a volte per realizzare uno schema di datazioni e link di documenti cronologicamente riferibili, ma quasi mai si trovano tempo e metodo per cui le memorie storiche divengano contesto, luogo, spazio rappresentato criticamente.

Lo spazio architettonico è memoria e storia. Non si può immaginare lo spazio senza storia. I confini, di cui scrive Vernant, sono sempre attivi anche se dinamicamente instabili. La memoria non è unitaria e non è costante. Il confronto tra mondi e frontiere è un aspetto importante che deve essere accolto. Lo spazio architettonico sembra naturalmente predisposto a strutturarsi, segmentandosi o trovando il modo di individuare un’appropriata topologia tridimensionale, una sensibile relazione con gravità e traduzioni costruttive. Lo spazio architettonico assume i caratteri artificiali del paesaggio come le dimensioni intime della relazioni corporee. Lo spazio architettonico è relazione e comportamento (individuale e sociale), quanto economia e funzione. Lo spazio architettonico è gerarchizzabile, intersecabile, multiscalare e possiede una disponibilità geometrica ad assumere corrispondenze biunivoche di proiezione e punti di osservazione. Lo spazio architettonico è narrazione (educante e narrabile), può prendere la multiforme dimensione del rito e del mito, quanto del simbolo: metafora e immagine, attraverso la rappresentazione.

«Dove sei?»

«Qui. E tu dove sei?»

«Qui.»

«Non riesco a vederti.»

«Riesci a sentirmi?»

«Sì. Ti sento.»

«Dove sei?»

«Sono qui.»

«Nell’angolo di una stanza.»

«Cosa c’è nell’angolo?»

«Un tavolo tondo coperto da un panno.»

«Proprio come qui. Puoi descriverlo?»

«Non faccio altro tutto il tempo.»

«Lo so, ma non riesco a vederti. Parlami del tavolo.»

«Potrebbe essere il tavolo di una camera d’albergo, ha l’aria di non essere da nessuna parte.»

«Dall’altra parte del tavolo c’è una poltrona con i braccioli.»

«Non vedo i braccioli perché ci hanno gettato sopra un impermeabile.»

«Sulla mia non c’è nessun impermeabile, Comunque, di chi è l’indumento?»

«Suo.»

«Allora l’ha preso quando è uscito.»

«No, qui se l’è dimenticato.»

«E se fossimo disegni diversi dello stesso angolo?»

«Vuoi dire disegnati in un giorno diverso? Se è vero, non siamo neppure nello stesso tempo. Il tuo adesso non è il mio adesso.»

«Credo che il tempo in cui siamo ora – che non ha niente a che vedere con il tempo in cui lui disegnava – sia lo stesso.»

«I disegni fanno proprio questo, caro mio, parlano da soli.»

Il dialogo è tratto dal saggio di John Berger “Sul disegnare”, tradotto da Maria Nadotti per Il Saggiatore, ed è illustrato con due disegni di Juan Muñoz.

due disegni “parlanti fra loro” nel testo di John Berger. Sono due disegni realizzati da Juan Muñoz, dal titolo “Disegno di impermeabile” del 1991.
L’immagine è una mia rielaborazione digitale accostata (fianco a fianco) dei due disegni “parlanti fra loro” nel testo di John Berger. Sono due disegni realizzati da Juan Muñoz, dal titolo “Disegno di impermeabile” del 1991. (Marcello Balzani)

Come si può intuire, dai disegni e dal dialogo, lo spazio di variazione (definito dalla poltrona con i braccioli con sopra l’impermeabile) non appartiene ai disegni. L’impermeabile, soggetto del disegno, non c’è. L’angolo della stanza d’albergo in cui si trova (forse) l’impermeabile dell’autore del disegno è opposto a quello disegnato, che invece apre sulla porta aperta e mostra camino, tavolo e cassettiera. I due titoli (identici) e i due tempi ambedue del 1991 (coincidenti) rappresentano una memoria senza frontiera, un’assenza rappresentata, direbbe Jean-Pierre Vernant. I due disegni parlano anche dell’impermeabile ovviamente e vedono di far intervenire un’improbabile cameriera del piano che parla tedesco e ad un certo punto, sul finire del dialogo, arrivano persino a dirsi: «Qui non è troppo presto. Stanotte, te lo dico io, stanotte dormiremo l’uno nelle braccia dell’altro nello stesso albergo nella stessa stanza, sotto lo stesso tavolo.»

Cosa sta accadendo in questa ironica realtà duchampiana? Forse ciò che si rappresenta non è mai l’oggetto in sé ma il modo (denso e complesso) di osservare un oggetto, come uno spazio o un ambiente? Allora il disegno non è un disegno di una stanza d’albergo, ma il disegno di una stanza d’albergo che viene osservata. Ecco perché i disegni parlano del loro autore! Il gioco di John Berger è molto interessante e questo capitoletto del suo libro si intitola “Fianco a fianco (due disegni di Juan)”.

La rappresentazione dell’assenza è la sostanza della rappresentazione della memoria? Quanto incide la dimensione temporale? Perché diventa sempre più difficile contenere gli aspetti meno conformati o conformabili nella dimensione digitale della memoria?

«Non hai notato che, quando qualcuno ti osserva, lo senti? Avverti una specie di desiderio nell’aria.»


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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