La Magia Nera della rappresentazione
Il disegno architettonico è anche un modo di pensare il progetto. Attraverso Anne Sexton, Vilanova Artigas e un ricordo del tiralinee di Lina Bo Bardi, l’articolo interroga il rapporto tra gesto, identità e rappresentazione, fino alla promessa di un processo senza attriti offerta dal digitale e dall’intelligenza artificiale.
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Nei cassetti della realtà alla ricerca di prove (e misure)
L’ho vista fustigare con la setosa frusta dei suoi capelli il torso nudo (del marchese de Sade). Un risvolto fantastico o insolito. Trasgredire la verosimiglianza, senza preoccuparsi dell’irrilevante inattuabilità. Un richiamo al limite dell’ammissibile: vedere le cose come le cose vedono noi. Forse è qualcosa nella luce. Quella luce che entra come se fosse una materia solida e schiaccia le cose. Il colore è pieno di silenzio. Tutto è nudo. Sei stanca? Come nei musei? Hai la nausea degli occhi che hanno mangiato troppe immagini? Nessuna sottomissione mi raccomando: le cose fluiscono e si perdono alle tue spalle. È una vita. Un fiotto di luce gialla si schianta su una parete. Il tavolo sembra più nudo degli altri. A quattro zampe. Spogliato. Come un corpo con i vestiti caduti nella macchia nerastra dell’ombra. Forse è la postura che conta (non il sesso).
Julio Cortázar scrive “Disincontri” (una raccolta tradotta da Ilide Carmignani per Edizioni SUR) e per me, che mi alimento dei suoi racconti da quando (adolescente) cronopios e famas mi imbalsamarono il cervello con le loro folli trasgressioni, sento il fantastico pervadere il quotidiano.
Ho sempre dei conti da regolare con la realtà. Mi arrampico, cerco alleanze con alcuni pensieri (ricorrenti) della mia mente, mi intrufolo nei cassetti della realtà alla ricerca di prove (e misure), ma trovo solo contiguità. Ingenuamente credo che il candore delle lenzuola possa nascondere una furiosa convulsione dei corpi. Tu sei diventata il cuscino?

Avete capito chi è?
È l’occhio (da me estratto come nell’aprire un cassetto della realtà alla ricerca di prove e misure) del celebre ritratto di Pablo Picasso realizzato dal fotografo statunitense Irving Penn nel 1957 a La Californie di Cannes. Picasso porta un elegante cappello a tesa larga e indossa un capa española. L’occhio destro è completamente nella “macchia nerastra dell’ombra” (nel nero del bianco e nero della stampa originale) e solo quello sinistro sembra parlarci, come una bocca di Ciclope. Picasso non ha mangiato troppe immagini.
Picasso sa trovare ogni contiguità e ogni possibile distacco: conosce la Formula della creazione. Giorgio Agamben scrive che, per Aristotele, “l’inchiostro, la goccia di tenebra con cui il pensiero scrive, è il pensiero stesso”. Il pensiero (o la mente) è un calamaio in cui si intinge la penna? Come il pennello per il pittore? È un modo per indagare la natura? Per aprire i cassetti? Ma esiste (veramente) questo foglio bianco? O il grande equivoco del fare tabula rasa non è più parte della nostra esperienza? Chi muove la mano? “Non il pensiero ma la potenza di pensare”. Forse Picasso guarda ciò che non vuole dimenticare: quel candido foglio bianco, che è parte della misura comparativa del reale, e il fantastico pervade il quotidiano.
Là, in quel territorio fuori da ogni bussola, io e te ci stiamo guardando, mentre finisco di scrivere queste righe e tu stai per cambiarti.
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Negazione e percezione opposta (dello spazio)
Non sapevo così selvagge le rocce. Non accetto questo mazzo di chiavi con le quali vuoi tentare la mia curiosità. Non voglio aprire. Non succede niente. Non ho il diritto di parlargli. Non temo legalline-angelo che ristorano alla brezza di piume innocenti. Non temo la tortura delle cifre negative. Non vi toccherò mai più. Non vedo il motivo di rinviare ancora questo naufragar di cellule chiamate mani, occhi e bocca nell’argilla paziente. Non temo gli aromi del ghiaccio. Non mi intimorisce il lunedì, coscienza della domenica. Non sarai sfiorato. Non dovrebbe accadere, seppur accade… Non credo nell’aldilà del Verso. Non è più affar tuo. Non succede mai niente.
Ho intrappolato alcune bellissime “negazioni” di Nina Cassian, zampettando tra le sue sublimi poesie. L’antologia si intitola “C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007” a cura di Ottavio Fatica nella traduzione dal rumeno di Anita Natascia Bernacchia e di Ottavio Fatica per Adelphi.
A volte la “percezione opposta” non è un disarmante rifiuto ma feconda, con diretta seducente potenza, come una finestra che rimane aperta tutta la notte. Negando l’ovvietà della chiusura, succedono cose sconvenienti e inaspettate: la foresta entra e si posa sul muro, lo scoiattolo si appende alla lampada, la neve si assesta sulla poltrona, immagina Nina Cassian. La negazione sospesa è un contagio, annuncia, non anestetizza ma risveglia.
Respiro. Che attitudine allegra in me. La realtà si riempie del mio respiro: muri pneumatici intorno a me. Spudoratamente il polline dell’essenziale incipria il mio pensiero. Toccami! Dai toccami! Te ne verrà addosso un po’ mentre facciamo l’amore.

La Chola Poblete è un’artista queer e trans-indigena argentina, nata nel 1989 a Guaymallén, che opera per divergenza e opposizione, creando con atti di deliberata violenza comunicativa.
Lo spazio architettonico può negarsi? Le percezioni oppositive si fanno strada nei corridoio, negli ingressi, sulle terrazze. A volte è sufficiente aprire una porta o sporgersi da una finestra. Altre volte basta guardare in alto un soffitto, magari da stesi su un letto o un divano. Negare è importante. Le funzioni meno della percezione. Negare funzioni (attese o connessione a fruibilità e accessibilità) è una maledizione. Lo spazio dovrebbe sempre esserci quando se ne ha bisogno. Diverse sono le negazioni percettive o le disponibilità (di significato o di interpretazione) oppositive o divergenti. Negando, come dimostra mirabilmente Nina Cassian, si aprono confini nuovi, diversi dalla comprensione diretta di un definitivo esplicito. L’architettura dovrebbe operare sempre con sottili negazioni, che possono ridurre i condizionamenti comportamentali routinari. Quel fare già fatto che sicuramente conforta ma non scopre più nulla.
3
Lo spazio situazionista contro lo spazio individuale
Attendere.
Dichiarare il gusto per il germoglio, dopo tanto (seppur rapido) arare e concimare parole. Ribadire di non perdere la freschezza che si schiude a tempo debito, per non “rubare il miele a noi stessi con destrezza”, direbbe Dylan Thomas, e ricordarci di cogliere “fioritamene le nostre amorose nostalgie”, direbbe Sylvia Plath.
Attendere.
Giorno e Notte, Giorno e Notte, Giorno e infine Notte! Hai ragione, pregustiamo la forma che ci siamo imposti, delicatamente e con precauzione! Senza ingordigia. Senza antipasto. Dando spazio allo stupore e alla forza del sonno, per catturare questo “giovane irrequieto al suo prossimo moto d’amore”, direbbe ancora Sylvia Plath.
Attendere.
Nuoto contro le onde. La corrente corrode i muscoli delle braccia e delle gambe. Liquido torbido penetra negli occhi e in gola. Ho superato il punto di arrivo? Devo tornare alla spiaggia? Non mi oriento perché i cavalloni annullano ogni percezione dell’orizzonte. Eppure non sento di essere solo nell’energia che mi converte in ciò che un tempo ero, un animale d’acqua. Non sai con quanta forza sto nuotando verso di te per nuotare in te, anche stremato. Hai idea del “mare” che ci attende?

Fernando Lemos fonde il proprio viso in una nuvola bianca da cui emergono una carta da gioco e un pugnale. È un autoritratto multiplo del 1999. La realtà non possiede mai una sola prospettiva, un unico punto di osservazione. La specie umana non si è evoluta per essere condizionata da un sistema di riferimento dominante spazio_temporale. Diverse prospettive, in cui emergono contaminazioni derivate (violenza e non_violenza, gioco e serietà da cravatta, ecc.) costituiscono e creano un contesto dal sapore surreale; in cui anche il mio riflesso si viene a combinare all’interno della sala espositiva dell’Istituto Moreira Salles.
“Giriamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco.” Non farò nessuna concessione al pubblico. Anzitutto, è abbastanza risaputo che non ho mai fatto alcuna concessione alle idee dominanti della mia epoca, né ad alcuno dei poteri esistenti. Grande complesso di neo-case. L’arredamento della casa ripreso dall’alto al basso, senza le persone. Separati da una incessante concorrenza reciproca. Consumatrice che spinge un carrello ancora parzialmente vuoto.
“In girum imus nocte et consumimur igni” una sorta di ciclopico Blob ante litteram, è il titolo di un film di Guy Debord del 1978, di cui Mondadori pubblica nel 1998 la “sceneggiatura” nella traduzione di Donata Feroldi.
Psicogeografia, approccio situazionita ed umorale, un incessante esplorare derivando: “per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta o orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta…”
In questa società dello spettacolo, di cui Guy Debord è il filosofo e il sociologo che ricostruisce e riscrive, l’abbandonare schemi e modelli aiuta a comprendere, esattamente come rivoltare (direbbe Albert Camus) le cose (e lo spazio) concettualmente dal rilievo, alla rappresentazione fino al progetto (oggetto, casa o città che siano). Una possibile legge creativa che si richiama anche al contrappasso dantesco: permette di fare a meno delle regole del gioco per giocare, le regole derivano, scarrocciano, scivolano su altre onde. L’attesa, come la deriva, per Guy Debord dovrebbe svilupparsi da un ruolo collettivo, che attualmente appare alquanto impossibile da generarsi o da innescarsi in qualche modalità. L’individuo (con le proprie relazioni individuali, digitalmente alimentate, e le proprie tensioni produttive autoinflitte) non chiede di partecipare ma di far parte di uno sciame (come metaforicamente descrive e immagina Byung-Chul Han) costantemente connesso in rete. I processi situazionali, invece (con le dovute attualizzazioni), potrebbero costituire un’alternativa su cui fondare un’azione progettuale più consapevole.
Non sento di essere solo. È una sensazione contestuale che non ho mai provato nella vita. Anche quando ero un infante, in quel magico periodo prescolare (che ancora vivo nel ricordo a spirale dell’esperienza), non ho mai sentito la solitudine. Quando nuoto nel mare non sono solo (neppure nei periodi più freddi dove il turismo abbandona le spiagge). Sono nell’energia che mi converte in ciò che un tempo ero, un animale d’acqua.
2
Una Sfinge (digitale) dialoga col nostro pensiero: un ambiguo sortilegio della rappresentazione
Io secreziono, cavo fuori da me stessa, allento, dipano, srotolo e arrotolo in tal modo che mi basterà volere quei nodi per farli, e pensarci per tenderli o stenderli; così sottile che ti sfugge, così duttile che penserai di essere vittima di qualche veleno, così tagliente che una sbadataggine da parte mia ti amputerebbe, così teso che un archetto caverebbe fuori tra noi un gemito celestiale; tortile come il mare, la colonna, la rosa, muscoloso come la piovra, macchinoso come gli scenari del sogno, soprattutto invisibile, invisibile e maestoso come la circolazione del sangue delle statue, un filo che ti allaccia con le volute dei folli arabeschi del miele che cade su altro miele…
Questa è la Sfinge che parla ad Edipo ne “La machine infernale” di Jean Cocteau, tradotta da Marisa Zini per Einaudi. Un incontro (nel secondo atto del dramma tragico-burlesco) dal sapore indimenticabile, agglutinante, spiralmente rettiloso. In teatro una cosa può “essere” e “sembrare” contemporaneamente: è un “ambiguo sortilego” della rappresentazione e forse della vita stessa.
Tutti incontriamo la nostra Sfinge prima o poi. Tutti siamo Edipo, come ci racconta Jorge Luis Borges in quella stupenda poesia che onora quest’incontro con la mostruosità di cui siamo costituiti. La forma del nostro essere ci annienterebbe? l’oblio è una concessione divina? Cocteau genialmente in apertura de “La macchina infernale”, pone una citazione di Charles Baudelaire sulla capacità creativa. Ma poi ne aggiunge un’altra sua in chiusura: “Gli dei esistono: è il diavolo.”
La poesia di Jorge Luis Borges la potete trovare, in una traduzione storica di Livio Bacchi Wilcock, contenuta nell’antologia dal titolo “Poesie (1926-1976)” edita da Rizzoli.

Nel margine inferiore della litografia di Odilon Redon (conservata principalmente in gallerie e istituti di Chicago e Washington), come fosse una didascalia esterna sul bordo non impresso dalla pietra, la Sfinge dice: "Il mio sguardo, che nulla può deviare, passa attraverso le cose e rimane fisso su un orizzonte irraggiungibile." Mentre la Chimera risponde: "Io, sono leggera e gioiosa."
Un’invisibile e maestosa circolazione del sangue, come quella delle statue. Straordinario ossimoro della natura artificiale e ibrida, del rapporto tra reale e finzione che innesca, del carattere apparentemente docile e sottilmente aggressivo.
Ho sempre avuto una liaison dangereus con la Sfinge, l’essere più metaforico e saldato in pezzi con cura seduttiva di tutta la mitologia. Fin da età numericamente minuscole si impara a conoscerla, si immagina dormiente nel suo deserto, si sogna apparire quando meno te lo aspetti, si ritrova dipinta e scolpita nei palazzi e nei monumenti, si incontra (travestita con potere ammaliante) in amicizie e affetti, cercando, il più possibile, di sfuggire da essa.
In “La morte della Pizia”, un racconto di Friedrich Dürrenmatt, tradotto da Renata Colorni per Adelphi, la Sfinge racconta la sua storia in una delle versioni della realtà (verità) in cui si viene a sviluppare l’improbabile vita di Edipo. Anche per Dürrenmatt la giustizia prende (sempre) dei sapori di vaticinio, come un troppo sale sulle pietanze (velenose): sapidità e insipidezza (banalità manifeste) condizionano la maggioranza dei contenuti che popolano la rete.
Pannychis XI è l’oracolo del Santuario di Apollo a Delfi, la sacerdotessa dell’enigma. Cuore pulsante di ogni vita e di ogni metamorfosi l’enigma è rappresentazione purissima. Le intricate (per i non_iniziati) connessioni dei modelli, dei metodi proiettivi, dello spazio frantumato e poi riassemblato, costruito e decostruito, con cui si alimenta la rappresentazione appaiono addensamenti nodosi di ogni possibile (intersecata, tangente, sovrapposta) narrazione.
Una dragonessa, un femminile serpente apollineo per Kárl Kerényi (da cui forse deriva l’etimo Pito, che potrebbe anche significare -domanda-), la Pizia sembra personificare (come la Sfinge in altri modi) un tratto ambiguo della mostruosità artificiale con cui si frantuma e ricompone l’incessante bisogno di risposte plausibili, poste alla struttura statistica e probabilistica dell’intelligenza digitale.
1
La Magia Nera della rappresentazione
Una donna che scrive troppo sente (che presagi, che estasi!), come se isole, bambini e mestruazioni, non fossero abbastanza; e lamenti e chiacchiere e verdure, mai fossero abbastanza.
Un uomo che scrive troppo sa (che feticci e incantesimi!), come se congressi, e prodotti ed erezioni, non fossero abbastanza; come se le guerre, i galeoni, le macchine, mai fossero abbastanza. La prima (in fondo) è una spia. Il secondo (il fondo) è un imbroglione. Senza amare noi stessi (sarà mai vero?), odiando perfino scarpe e capelli, ci amiamo l’un con l’altra: preziosi, preziosi. Ohh come abbiamo gli occhi pieni di ammissioni terribili!
Sembra una formula di magia nera. È la “Magia Nera” (The Black Art) di Anne Sexton, che potete leggere nella raccolta “L’estrosa abbondanza”, edita da Crocetti nella traduzione di Rosaria Lo Russo.
È la “Magia Nera” ricostruita, fedele da cima a fondo, con le mie parole. Non sa fare a scheggiarsi. Contorta tutto il giorno in un nodo. Possiede un respiro incurante. Sempre esposta senza imperfezioni. Cresce dentro una radice ma prepara piani di volo. Ha labbra da anemoni di mare. Appare inesperta e invece sale su come un ascensore. E poi e poi, lo sai vero come c’è solo un piccolo buco nel cuore (un punto sordo) perché possa udire il non detto più chiaramente? Magia Nera vi dico! Magia Nera…

Sali lungo le grandi rampe e vedi il corpo di Vilanova Artigas, l’architetto docente che ha progettato questo straordinario edificio tempio, piegato sul tavolo da disegno nell’impegno concentrato di disegnare. La grande tela che scende dal soffitto con la sua fotografia recita: “Estruturas Vivas”.
The Black Art scorre tra il cemento_struttura e la struttura del pensiero? La differenza di genere nell’atto creativo esiste veramente? Tra Lina Bo Bardi e Villanova Artigas, Anne Sexton avrebbe scelto di comporre un’equazione, una formula magica, a due variabili? X e Y riguardano anche il modo di progettare?
A Casa de Vidro ho incontrato un architetto brasiliano, impegnato nell’allestimento di una mostra sui disegni di Lina Bo Bardi, che ha avuto la fortuna di essere un suo giovanissimo disegnatore negli ultimi quattro anni prima della sua scomparsa avvenuta nel 1992. Mi ha raccontato di come Lina Bo Bardi non ammettesse che si lucidassero i suoi progetti con rapidograh a china (come quello avvitato su un balaustrino fra le dita di Vilanova Artigas) ma solo con tiralinee, perché assolutamente più puliti e precisi nel tratto. In quegli anni era normale usare rapidograph per ogni studente di area tecnica.
Spie e imbroglioni formano la nostra grande famiglia del progetto architettonico. Nessuno ricorda quasi più come ci si comportava un tempo (distesi faticosamente per ore sui fogli da disegno) e la Magia Nera sembra nascosta definitivamente. Nessuna polvere di fatina che brilla per Peter Pan. Piattaforme digitali e intelligenza artificiale rendono ormai plausibile l’assenza di nodi (che fanno contorcere) di qualunque tipologia.
Figurarsi la differenza di genere!
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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