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Mappa del nuovo Mondo

Un viaggio poetico tra identità, mito e memoria: il progetto diventa atto sensibile che intreccia corpo, tempo e linguaggio. Dall’estasi dionisiaca al silenzio delle isole, l’architettura si fa gesto d’amore, sospeso tra visione e materia. Un testo visionario e sensoriale, ideale per architetti, ingegneri e progettisti che cercano ispirazione nella stratificazione poetica di luoghi, natura e tempo.

6

Rituali di conservazione

Le scarpe sono sensibili all’amore?

Ma certo. All’amore e all’odio. È una sorta di scambio tra le cose…

Tutti, all’inizio, sono in ansia per i loro oggetti. È normale. Ed è proprio per questo che prepariamo gli esemplari, per rinchiudere ogni ansia. Qui non si fa ricerca, né si espone alcunché al pubblico. Lo scopo del laboratorio è solo quello di preparare e conservare esemplari, tutto qui.

Yoko Ogawa, scrittrice giapponese pluripremiata, con “L’anulare”, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Cristiana Ceci, entra nella mia lista delle amate.

Immaginate un rituale di conservazione (in un laboratorio dedicato) di ricordi unici ed intensi connessi alla fisicità degli oggetti appartenuti a persone normali che, non potendo donare o lasciare ad eredi (ma soprattutto disfarsene), trasferisce nella mummificazione oggettuale ogni significato dell’esistenza. Chi non vorrebbe conservare un sorriso rifratto in un vetro? Il calore che convoglia il sangue come in un vortice quando le dita affondano tra i seni? Le macchie d’ombra della sera che cominciano ad assorbire a poco a poco il calore del sole? Quel riflesso controluce che ti fa bella oltre ogni immaginazione? Come una lama di coltello che mi taglia a fette mentre la luce ti colora? E il modo con cui quel tuo paio di scarpe ha iniziato ad impossessarsi dei piedi?

Tranquilla. Se hai un mormorio le mie labbra pian piano lo cercano!

Una carezza di cigno nel tuo sonno…

 

L’immagine è un mio scatto tratto dalla recente straordinaria mostra d’arte ceramica “Tranche de vie” di Bertozzi & Casoni nella sede imolese di Palazzo Tozzoni.
L’immagine è un mio scatto tratto dalla recente straordinaria mostra d’arte ceramica “Tranche de vie” di Bertozzi & Casoni nella sede imolese di Palazzo Tozzoni. (Marcello Balzani)

 

L’oggetto, realizzato dai “rule breakers” Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni con i loro raffinatissimi ready-made iperrealisti surreali, è integralmente di ceramica in ogni sua parte.

L’oggetto imita un processo/rituale di conservazione formale? In fondo succederà questo in un non troppo lontano futuro? Quale fisicità conserveremo degli oggetti?

 


5

L’allenamento della resilienza

“La vera felicità è possibile solo se infranta.

La passione unisce il dolore e la felicità.

La profonda felicità resta inaccessibile a chi non è aperto al dolore.”

L’allenamento della resilienza modella l’essere umano, trasforma le esperienze traumatiche in nuovi catalizzatori. Ma la passività alla sofferenza genera una società algofobica. La paura del dolore è pervasiva e diffusa, mentre, forse, lo spirito è anche dolore perché ha la capacità di conservarsi nella contraddizione. Insensatezza del dolore. Astuzia del dolore. Verità del dolore. Poetica del dolore. Dialettica del dolore. Ontologia del dolore. Etica del dolore. Sono alcuni titoli dei capitoletti del saggio di Byung-Chul HanLa società senza dolore”, tradotto dal tedesco da Simone Aglan-Buttazzi per Einaudi.

Le parole del filosofo coreano scorrono in queste mie poche righe di ricordo, perché “la pandemia si comporta come il terrorismo che scaraventa una morte nuda addosso alla nuda vita, generando così una potente reazione immunologica”.

Oggi sappiamo che è vero e che quanto abbiamo vissuto pensavamo fosse d’esempio e di limite invece era solo l’inizio.

 

La copertina del n. 6/2011 di “Paesaggio Urbano”, Andrea Bruno
La copertina del n. 6/2011 di “Paesaggio Urbano”, "Quando l’immagine scompare. Il futuro prossimo del Grande Buddha di Bamiyan” di Andrea Bruno. (Marcello Balzani)

 

L’immagine invece è del mio carissimo amico Andrea Bruno recentemente scomparso, col quale ho condiviso esperienze e dialoghi che ancora conservo nel cuore.

Questo suo schizzo di grande sintesi divenne la copertina del n. 6/2011 di “Paesaggio Urbano”, che potete liberamente scaricare dal web, in cui Andrea Bruno pubblica un ricco saggio dal titolo “Quando l’immagine scompare. Il futuro prossimo del Grande Buddha di Bamiyan”.

 


4

La tana

Tu mi domandi come vivo? È così che vivo.

Se potessi portarla con me… Ma esiste il buio dove c’è lei? Ma perché se mi accarezzavi non ti accorgevi di come certe stranezze mi riconducevano a quella mia origine, alla foresta? Io sono un animale da foresta. In quella libertà nuova mi accucciai accanto a te. Cosa voglio io? Cosa faccio? Esistono uomini molto intelligenti, anch’essi indisponibili al compromesso. Ma inforcano occhiali magici, con i quali vedono tutto diversamente. Per questo non hanno bisogno di compromessi. E allora sanno scrivere a macchina con grande rapidità e hanno delle amanti. I suoi libri destano stupore. Lui ancora di più. Mentire? Impossibile. Entri nella letteratura fendendo le acque, in un traffico interminabile. E un nuovo respiro entra nella parola letteratura, con quella forza di convinzione dell’aria dopo il temporale. Sai come si fa? Inserire una frase letale, carica di conseguenze, in una descrizione dettagliata e inesistente. Gravità e futilità: l’alternanza non sarà mai casuale. Disegnare un gesto e cancellarlo. E non ti stupire per la semplicità della cosa.

Ma forse sì, chissà. Eri affascinata dalla sua capacità di permanere fra incertezze, misteri, dubbi senza irritanti tentativi di spiegazione grazie a… fatti ragionevoli. Come se annunciata da una marea che risale, la furia si appaga. Da dove viene questa marea? Un’eccitazione che si è già destata fin dal mattino si getta su di me come una marea che ritorna, ma non riesce a fermarsi in me e senza una meta mi trascina con sé. Sentivo la tua pelle come maturata dall’aria delle praterie e dei fiumi che l’attraversano. Perderci tempo? È il passaggio, bisogna farlo lentamente a ritroso e ricoprire le tracce. Era stato scavato così in fretta.

La tana è un buco di salvataggio! È un altro mondo.

Una fauna indefinita può insinuarsi nella tana e ferirti a morte. Perché la caccia è la presa sul desiderio. Ma poi smetti e torni alla tana, come se tutto ciò che è esterno e cacciabile trovasse una seconda vita all’interno della tana, come ricordo. La tana è un modo di vita e qui la nozione di specie diventa superflua. Non è cosa da giovani, la tana si elabora al culmine della vita. È un modo di separarsi dagli innumerevoli esseri che ruotano intorno allo strato di muschio, e acquattato su quella morbida soglia della tana, la vita e la morte entrassero in gioco, senza requie. È la giuntura tra il visibile e l’invisibile, il luogo dove tutto converge. Hai timore? È un provvisorio rifugio o una trappola? Sembra una piccola falla ma potrebbe essere una voragine capace di avvolgere e intridere ogni forma di vita. Può avvenire qualcosa di straordinario, che sembra dare ragione alle attese selvagge.

In questi giorni dove non c’è pace nel mondo ho riletto Roberto Calasso di “L’animale della foresta” edito dalla sua Adelphi. Sono (bellissimi) scritti sparsi che cercano un nemico, che sembra brulicare ovunque, disperso e addensato in molteplici forme: basterebbe chiedersi se è un interlocutore o se noi umani siamo solo una presenza superflua. Una marea, una furia, una caccia e una tana. La cosa più incredibile è che queste parole sono di Franz Kafka negli ultimi mesi della sua vita. Neppure le leggende sono capaci di descrivere i nemici, che vengono attorno alla tana, al di sotto delle nostre convinzioni, dentro la terra della nostra eccitata incomprensione. Sono insidiosi vero? Li puoi udire e raspare con le loro grinfie.

Il mondo non è soltanto ostile, persegue una battaglia di sterminio: vuole che la tana non esista e non possa esistere. Vuole distrugge chiunque non gli corrisponda.

Io sono un animale da foresta e sento ancora le mie attese selvagge e la caccia e la marea.

Ma forse sto già allestendo la mia tana.

 

L’immagine è molto architettonica. Un sistema di chiusura richiede delle tecnologie, appropriate ed efficienti.
L’immagine è molto architettonica. Un sistema di chiusura richiede delle tecnologie, appropriate ed efficienti. (Marcello Balzani)

 

Non bisogna dipendere da nessuno. L’autarchia stimola l’autocostruzione? Certamente si può semplificare nella propria tana…. Quante insidie manutentive risparmiate!

 


3

Quale identità per il viaggio?

Hai un’aureola inventata?

Ti stai fingendo cigno?

Le ali che hai conservato forse non sono poi così moderne… Di cosa sa questa cena fatta di pesce e di vino, metafore così ovvie, trasportate a colori al vostrotempo? Adesso, quando il sole ti ha liberato il cuore. Ma fate attenzione soprattutto ai miei occhi chiusi, sopracciglia dritte, estasi e stupore. La seduzione più pura è lì davanti. Linee molto tenere piene di finezza. Traccia di nettare. Un corpo sfumato con una porzione infinitesimale di vita. II picco di passione e bellezza senza una ragione apparente. E poi ci si innamora… Forse è uno scalpello che fa la pelle sul dorso così morbida? Mi quasi ha levigato, abbiamo gli stessi atomi dopo tutto, c’è un ricordo di questa intera e interna condizione comune.

Ho intrecciato le mie parole con quelle di Ana Luísa Amaral per la sua ultima raccolta dal titolo “Mondo”, curata e tradotta dal portoghese da Livia Apa per Crocetti editore. È una poetessa, brillante, ironica e generosa, da tenere stretta. Diluisce e condensa e suoi accordi immaginativi circondano delicatamente e conquistano. Piacere d’abbraccio e tradizioni calde, un’allegria senza nome, perché si perda la simmetria. Noi lo sappiamo che nei casi seri non c’è righello e compasso. E se mi chiedi, mentre ti muovi, se ho misurato questa distanza, ti risponderò che non so misurare la pausa tra la vita e la morte. E se muoverai un pedone o un cavallo ti chiederò: “e l’amore?” e già so che tu fingerai di non aver sentito e io muoverò la regina.

Ho imparato che nella vita (come nel mondo) c’è stupore, che, mentre gli anni passano, deve essere recuperato con un linguaggio sempre nuovo. Le foglie che sono servite per parlare, create dallo stesso ramo, sono diverse, molto diverse ed è anche questa l’origine dello stupore e del filamento di luce che le alimenta da lontano.

Quale identità per il viaggio?

“Dietro di noi alberi maestri, davanti i mostri e sulla parete gli astri. Scusa, su che parete gli astri se dietro di noi alberi maestri e davanti a noi i mostri?”

 

“San Sebastiano curato dagli angeli” di Peter Paul Rubens del 1602-1604.
L’immagine è un mio dettaglio rielaborato cromaticamente dell’olio su tela “San Sebastiano curato dagli angeli” di Peter Paul Rubens del 1602-1604, esposto nella splendida mostra “Il tocco di Pigmalione. Rubens e la scultura a Roma” a cura di Francesca Cappelletti e Lucia Simonato, all’interno di Galleria Borghese a Roma. (Marcello Balzani)

 

Si estraggono le frecce del presente…

 


2

Io sono il tuo Labirinto

Il dio che arriva, irrompe e può sopraffare.

Il dio delle vigne e del teatro.

Quale sospensione, quale artificio favorisce quel dondolio di altalena in cui sembra di andare in estasi, come bevendo vino? Ricordo anch’io come l’affinità affinava la magia dell’azione: era un avvicinamento al cielo, al sole negli occhi, alla luna di notte. Tutto appare erotico e casto allo stesso tempo. Un tempo che vascolarizza un gioco quotidiano di grappoli d’uva che il dio propone all’assaggio.

Stai spiccando il volo? Verso quale mito originario? Sei nata all’alba come la Grande Dea? È un palcoscenico tragico quello in cui conduce la forza magica del signore fallico?

Forse dimentichiamo che la vita è finita (bíos) e infinita (zōḗ) e che esiste un archetipo della vita indistruttibile: dall’estasi all’animalità, dal selvaggio primigenio allo sforzo traumatico del parto, dalla forza corporea ad ogni pienezza vitale. Un carattere dirompente e irrompente. La condizione dionisiaca è un fenomeno primario della vita e viene dal sotterraneo. Il mondo di Dioniso è soprattutto un mondo femminile. Le donne lo resuscitano e lo nutrono, lo accompagnano, lo attendono, lo vogliono conservare nella maturità. Arianna ne sarà moglie terrena, raccolta addormentata sullo scoglio in cui era stata abbandonata da Teseo. Satiri e ciclopi ubriachi sfilano incessantemente in un’epidēmía divina, in una processione primordiale che entra e contamina ancora ogni teatro affollato al suono della sálpinx.

Mi sono venuti in aiuto Karl Kerényi con “Dioniso” pubblicato da Adelphi e Friedrich Nietzsche con il “Lamento di Arianna”.

L’altalena di Arianna/Erigone dondola sempre al vento con la sua tragica sensualità volatile. A volte il dio appare in un gesto che si distingue, in una pulsione senza mediazioni, in un vino dal sapore potente. Non osiamo accettare che se ne possa ancora concepire la presenza. Cerchiamo di non perdere i sensi, ma i sensi sono la struttura con cui il suo teatro eternamente gioca in noi.

Come danzando: credevamo di essere giunti alla fine, ma ci siamo ritrovati all’inizio. Ed è bellissimo.

Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?...

Io sono il tuo Labirinto...

  

É la statuetta di un’altalena cretese datata 1500-1450 anni a.C. rinvenuta in un sarcofago funerario ad Agía Triáda ed attualmente conservata al Museo Archeologico di Heraklion a Creta.
É la statuetta di un’altalena cretese datata 1500-1450 anni a.C. rinvenuta in un sarcofago funerario ad Agía Triáda ed attualmente conservata al Museo Archeologico di Heraklion a Creta. (Marcello Balzani)

 

Appesa con fili di corda forse la “stessa Grande Dea che discende nell’Ade”.

L’altalena non è solo un gioco. È un gioco sacro a Dioniso. Il corpo e l’anima fluttuano tra quiete e movimento.

L’erotismo del dondolarsi offre una sensualità inaspettata, un’ebrezza tipica del gioco d’aria, del volo magico inaspettatamente offerto ai mortali. L’altalena è una passaporta, un luogo di trapasso, forse anche uno specchio e un labirinto dinamico insieme.

 


1

Mappa del nuovo Mondo

“Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.

All’orlo della pioggia, una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;

in una foschia se ne andrà la fede nei porti

di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.

La chioma di Elena, una nuvola grigia.

Troia, un bianco accumulo di cenere

vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.

Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell’Odissea.”

Sentite? Tutto sibila, attraverso la natura intrisa di pioggia. La luna è stata lasciata accesa tutta la notte tra le foglie. E ogni giorno è ricco della propria passione. “La foresta non si è mai convertita” perché nella conchiglia si racchiude quel rumore “che romba come il silenzio”. Attendi. La pelle bruciata dal sole si squama nella mano. Lo so, lo so: “mi abbronzo, brucio per spogliarmi di questo amore per l’oceano che è amore di sé.” Ciascuno di noi, in fondo, è naufrago e lei, lei luce del sole, “non vuole alzarsi e spegnere la pioggia.” Poi riconosciamo cosa commette il tempo (su di noi, su tutto) e quando “l’amore è una pietra che si è posata sul fondo del mare” si comincia a vivere come rocce”. No! No! Non lo fate! Dentro abbiamo una fede cannibale che può divorare gli dèi, basta vedere le “gonne delle onde”, le “code da puledre” e aguzzando i sensi, saper ancora ricamare il silenzio!

Sono le parole di Derek Walcott (1930-2017), un poeta caraibico (fra l’altro premio Nobel) stratificato di un naturale realismo metafisico, come lo definiva Isof Brodskij, mentre di se stesso diceva: “Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, ho avuto una buona istruzione coloniale, in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, sono nessuno, o sono una nazione.” Leggerlo è un tuffo nelle onde coagulate di ogni possibile marea. Nuotate e nuotate e amate ogni parola, perché vi apre alla riva come all’orizzonte e nel mezzo la pioggia fa cigolare incessantemente il cielo sul mare. Non ne uscite. È impossibile. Ogni tanto devo rileggerlo. Walcott mi guarda, con la sua costa verde acqua. So cosa racchiude: un amore, un amore infinito. Non posso farne a meno.

La poesia, che nomina la raccolta nell’edizione Adelphi (e che apre queste righe) si intitola “Mappa del nuovo mondo”.

Mi ricordo quando l’ho letta, stavo cucinando il mio destino sulla costa di un mare rigoglioso di vita, durante un viaggio con le figlie per la prima volta immerse con me tra i coralli. Cercavo di dare un senso al mio sogno …

“Ma le isole possono esistere

solo e in esse abbiamo amato.”

 

Coppia di reggilibri Mappamodo disegnati da Giò Ponti per la Manifattura Rometti di Umbertide nel 1935-37,
É una mia immagine di una coppia di reggilibri Mappamodo disegnati da Giò Ponti per la Manifattura Rometti di Umbertide nel 1935-37, presenti al MIC di Faenza nella primavera del 2024 all’interno di una mostra a lui dedicata sul suo rapporto con la ceramica, curata da Claudia Casali e Stefania Cretella. (Marcello Balzani)

 

La mappa è sempre la forma di un viaggio e se "sostiene" il libro, che è una mappa anch’esso, ancora meglio!

 


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

 

PERFETTO SEI

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