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Lo sguardo architettonico oltre il funzionalismo: verso una città delle forme

La visione data-centric che oggi domina le narrazioni urbane rischia di imporci un nuovo funzionalismo: una città letta solo attraverso numeri, parametri e algoritmi. Ma la città non è soltanto dati da processare: è forme, processi, memorie, tensioni. Ripensare lo sguardo architettonico significa andare oltre il dualismo tra visione topografica e prospettica, per restituire senso alla complessità del vivere urbano.

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La visione data-centric che oggi domina le narrazioni urbane rischia di imporci un nuovo funzionalismo: una città letta solo attraverso numeri, parametri e algoritmi.

Ma la città non è soltanto dati da processare: è forme, processi, memorie, tensioni. Ripensare lo sguardo architettonico significa andare oltre il dualismo tra visione topografica e prospettica, per restituire senso alla complessità del vivere urbano.

Le città non sono soltanto il risultato di equilibri tra pieni e vuoti, tra vie e piazze, tra residenze e luoghi del lavoro: esse si presentano come sistemi aperti, stratificati, attraversati da fenomeni che sfuggono a una semplice rappresentazione di superficie.

Occorre dunque delineare una nuova attitudine dello sguardo architettonico. 

Uno sguardo che non si limiti a osservare ciò che appare, ma che sappia penetrare i confini invisibili, cogliere le tensioni temporali, le stratificazioni storiche, i processi sociali e ambientali.

Uno sguardo non resti bloccato tra i numeri dell'efficientismo costruito senza pietre di inciampo.

La città non è solo materia da edificare, è anche memoria, flusso, cambiamento.

  

Dalla visione topografica alla visione prospettica

Tradizionalmente lo sguardo sulla città si è mosso tra due poli: quello topografico, che mira a descrivere con esattezza i dati fisici del territorio, e quello prospettico, che invece costruisce una visione ordinata e gerarchica, centrata sul punto di vista di chi guarda.

La topografia restituisce un mondo oggettivo, fatto di misure e coordinate. La prospettiva, invece, organizza lo spazio secondo un’idea culturale di armonia, mettendo l’uomo al centro.

Oggi però la città ci costringe a superare questa dicotomia.

Non basta mappare, né basta ordinare: la complessità urbana richiede una visione capace di integrare la precisione della lettura topografica con la forza interpretativa della prospettiva. Lo sguardo architettonico deve diventare un atto critico, che seleziona e mette in relazione fenomeni visibili e invisibili, rendendoli intelligibili.

In questo orizzonte, la “visibilità” non è più un dato oggettivo, ma una variabile dipendente dal punto di osservazione.

Guardare una città dal piano del traffico veicolare significa leggerla attraverso le infrastrutture e i tempi di percorrenza. Guardarla dal punto di vista della sostenibilità ecologica significa invece individuare altre forme di relazione: la permeabilità dei suoli, l’uso delle energie rinnovabili, la resilienza agli eventi climatici.

Lo sguardo architettonico diventa così un metodo di conoscenza, capace di restituire senso alle cose, più che di limitarsi a descriverne l’aspetto.

   

La forma come processo

Da questa trasformazione discende anche una diversa idea di forma.

Non più semplice rispecchiamento di leggi nascoste o cornice stabile data una volta per tutte, ma risultato di un’interpretazione. La forma diventa il prodotto di un’intenzionalità, di un atto culturale e progettuale che si misura continuamente con la realtà e ne trasforma il grado di apertura o di chiusura.

È una forma che si rigenera, che muta nel tempo, che dialoga con la città viva.

La “città delle forme” non è dunque un repertorio fisso, ma un campo pluridimensionale, continuamente reinterpretato. Pensiamo a come i centri storici si ridefiniscono alla luce del turismo di massa, o a come le periferie si trasformano sotto la spinta dei processi migratori e delle nuove tecnologie.

Ogni fenomeno urbano è forma e al tempo stesso narrazione, materiale per un progetto che non è mai definitivo, ma sempre aperto.

   

Domande aperte per l'architettura

A questo punto, alcune domande diventano inevitabili:

  • La visione topografica, con la sua neutralità, è ancora sufficiente per comprendere città segnate da tensioni sociali e ambientali?
  • La visione prospettica, con la sua forza ordinatrice, non rischia di imporre schemi rigidi a realtà che invece si muovono per ibridazioni e contaminazioni?
  • Quale ruolo deve assumere oggi l’architetto di fronte a una città che non è più soltanto spazio da organizzare, ma organismo complesso fatto di dati, flussi e memorie?
  • La città del futuro sarà più leggibile, o diventerà un campo inestricabile di forme sovrapposte, dove il senso si smarrisce?

Forse, più che cercare risposte univoche, la sfida è accettare la pluralità degli sguardi e dei significati.

La città contemporanea, con le sue contraddizioni e le sue tensioni, ci obbliga a pensare l’architettura non come un esercizio di controllo, ma come un metodo di esplorazione.

In fondo, la domanda più urgente resta questa: siamo pronti a pensare la città non come ciò che vediamo, ma come ciò che scegliamo di rendere visibile?


Queste riflessioni, nate tra il silenzio della notte e le prime ore del mattino, prendono forma dalla lettura di due libri – La città scritta di Stefano Boeri e Le città invisibili di Italo Calvino – e si pongono come reazione critica all’ingegnerizzazione datalogica che oggi viene proposta come chiave per ridefinire i luoghi dell’abitare. 

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