Filosofia e Sociologia | Architettura
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Lo stato liquido dello spazio

Attraverso riferimenti letterari e simbolici, l’autore esplora lo “stato liquido” come spazio di libertà, femminilità e intuizione, criticando una realtà troppo definita e superficiale. L’articolo analizza questo paradigma in chiave progettuale, evidenziando implicazioni per l’architettura e la lettura dello spazio costruito.

4

La corrente (delle parole) nel medesimo spazio

Come non amarlo.

Tenero tuo sorriso.

Noi non amiamo come i fiori, traendo da un unico anno; amando alle braccia ci sale un succo immemorabile. Trattienilo. L’immenso fermento. Amava. Amava il suo intimo, nel suo intimo il rigoglio selvaggio. S’abitua all’intimità del tuo cuore? Chiamalo. Non discende dalla costellazione pura? Ma osando penetrerò nei sensi, in vibrazione, sciolto nel vuoto tutto ciò che si univa. Voi invece, che nell’incanto dell’altro crescete, amanti. Voi vi afferrate. Avete le prove? Quando alle labbra voi vi levate l’un l’altro e v’accostate: bevanda a bevanda: o come poi a quel fare stranamente sfugge chi beve. Rammentate le mani che poggiando non premono? Questo è nostro, che così noi ci tocchiamo, pervasi più forte.

Un puro, discreto sottile lembo umano, nella fertile riva dei versi di Rainer Maria Rilke, scaturisce dalle sue “Elegie”. Le leggo a rovescio, un verso a caso, baciando pagine non rivolte alle continuità e sempre, sempre una propria eterna corrente mi trascina, attraverso i suoi regni, in ogni età. Rivedo questo libro e mio padre, trasformato in un eroe infuriato che traversa soste d’amore, ogni volta serenamente mutato. Oltre il sorriso.

Rainer Maria Rilke è a Duino, scrive a Lou Salomé “di non sapere come andare avanti”, poi è convinto di voler andare a Toledo a rivedere El Greco, quella “sconvolgente tempesta” percepita a Parigi nel Salon d’Automne quattro anni prima e descritta a Auguste Rodin. A Toledo, “una città del cielo e della terra”, che “attraversa tutto l’esistente”, vede anche il “Laocoonte” di El Greco.

Creare forme poetiche che possano “essere una cosa sola” nella straordinaria condizione di appartenenza ad un “medesimo spazio”.

Come in un lembo dell’avvenire, mio padre legge Rilke fumando la sua pipa accanto all’amata gatta. Ed io ho un pretesto per crescere.

Le citazioni delle “Elegie Duinesi” di Rainer Maria Rilke sono tratte da “Poesie 1907-1926” a cura di Andreina Lavagetto in una densa, curata e commentata edizione Einaudi.

Dettaglio del “Laocoonte” di El Greco, dipinto nei primi decenni del XVII secolo, oggi conservato alla National Gallery of Art di Washington.
L’immagine è una mia elaborazione digitale di un dettaglio del “Laocoonte” di El Greco, dipinto nei primi decenni del XVII secolo, oggi conservato alla National Gallery of Art di Washington. (Marcello Balzani)

Il cavallo, le mura, la porta, il serpente marino come un lazo di un rodeo (o di una corrida) e poi la corrente del cielo nuvoloso, che si riflette nei corpi del sacerdote, dei figli e di chi guarda secondo la descrizione di Virgilio nell’Eneide.

Lo spazio è simbolico. Credere che per noi esseri umani possa esistere uno spazio non simbolico è un errore. La metafora convive, abita, satura lo spazio architettonico. La cecità tecnica è pervasiva. Trasmessa per definizioni di modelli e manuali, imperversa, attecchisce e rende i progettisti (così spesso) privi di significato, appena varcata la (necessaria) soglia tecnico-funzionale.

Ricordo le parole di Umberto Galimberti nel suo saggio dal titolo “La terra senza il male” edito da Feltrinelli, la citazione de La grande triade di René Guénon, il bisogno di armonia invisibile: “questo, infatti, è lo strano destino della civiltà occidentale. Nata dall’istanza simbolica tesa a provocare l’indifferenza della terra, la nostra civiltà ha risolto la terra in un prodotto della sua ragione, e così è passata, dalla solitudine di un progetto che sulla terra si sentiva straniero, alla solitudine di chi non conosce terra se non come prodotto della sua costruzione.”

Se la materia diventa utile solo se misurata (ordinata) secondo un di-segno che è l’espressione di un’intenzione finalistica capace di permettere “all’uomo di non sentirsi più straniero sulla terra, ma finalmente a casa.” È anche concreta la percezione che la costruzione senza sottosuolo, senza significato simbolico, possa apparire “sempre in procinto di crollare.” Nella contemporaneità la dimensione simbolica sembra essersi “interamente dissolta in un progetto senza referente.” È non è solo una questione religiosa. Anche l’istanza tecnico-scientifica gioca un ruolo centrale nella celebrazione del progresso, oggi infuso non solo (o non più) di illuministica ragione ma anche di ragione artificiale. Terra e disegno della terra si scambiano. Luogo e rappresentazione del luogo si confondo. Forse insieme all’itinerario geometrico (descritto da Platone) andrebbe accostato (sempre) un itinerario simbolico?


3

La trappola della regressione spaziale

Vederti e innamorarmi

è stato un punto solo

Cos’è? È l’ingombro dell’amore, l’amore rimbombante nel battito del cuore. Ti posi impunemente sulla mia manica vuota, nel nascondiglio di una vita nell’altra. Sono spiazzato, perché ogni volta è come se lambiccasse il malefico: sul cuore i graffi e le galassie dentro. Si è vero: ci siamo dondolati insieme sull’altalena in un riverbero azzurrino fino a mezzanotte. Oggi è l’arabesco dell’abbraccio e poi (anche) il lusso di non baciarti. Ma ho voglia di pensarti così tanto da rimbalzarmi addosso, perché il mio amore è un trapano tremendo con punte al vanadio. Prendi il tuo sorriso più bello e assottiglialo fino a ridurlo a un filo… Ogni volta è un’onta suprema e intanto prepararsi per lo scontro finale, ghermito, traditore, smagrito, montone, sospiroso, ispirante, silenzioso, sballottato.

Immagina… non voglio che tu confondi il pelo con le piume! Pensaci!

Come sempre ho giocato con le parole: le mie e questa volta quelle di Michele Mari in “Cento poesie d’amore a LadyHawke” per Einaudi. È un gustoso fiabeggiare di tormento d’amore in un (moderno) romantico mistilineo immedesimarsi.

Lo spazio architettonico può creare riverberi così ingombranti? Diversamente quando l’autoreferenzialità prende il sopravvento (perché il più delle volte una tipologia di monofunzionalità disperde adattamento e riuso) lo spazio architettonico appassisce come un amore incompreso e spesso ossessionante.

Lo spazio architettonico rimane “ricoverato” in un “reparto di malati cronici” dove la ripetizione tecnologia e morfologica (così semplificata e abusata) continua incessantemente ad ostacolare potenzialità espressive.

Lo spazio architettonico è dinamico per definizione.

Nello spazio architettonico ogni freccia direzionale come ogni vettore energetico sono liberi e non condizionati a priori. Muoversi è la regola (o meglio il comportamento) per vivere lo spazio. Una sinergia simbiotica che eleva il progetto. La ripetizione formale non è un problema. Si richiedono regola, misura e rapporto e non è detto che la “varietas” interpreti sempre il modello. La ripetizione del significato rende, invece, lo spazio architettonico come un amore: un amore che ha il sapore dell’unico che abbia avuto senso vivere anche se non ricambiato.

Sembra una regressione spaziale.

Quando ci siamo ritrovati

tu volevi maturare

io regredire

É un’immagine estratta dalla serie “Archisutra” di Federico Babina.
É un’immagine estratta dalla serie “Archisutra” di Federico Babina. (Marcello Balzani)

Un’intelligente ironia antropomorfa rende visibile cosa si possa nascondere sotto il comune (pudico) descrittore funzionale (in proiezioni parallele) della volumetria architettonica post modernista contemporanea.

Se volete approfondire divertendovi nello stile grafico (ortogonale e assonometrico) della ripetizione onanistica cercate: ARCHISUTRA

Dopo tutto confondere “il pelo con le piume”, dice Michele Mari, può essere un’esperienza non così lontana da vivere (anche rappresentativamente…)

E se muoversi potrebbe essere considerata una regola consigliata per vivere lo spazio, perché allora le architetture non potrebbero a loro volta (porgendosi l’una accanto all’altra) esprimere un abaco (pseudodinamico) di comportamenti sessuali, delineati in un appropriato architettonico Kāma Sūtra?


2

Pelle e sete

Ti guardo, e in quell’istante non m’è data la voce in gola,

la lingua è già in frantumi.

Filiforme fuoco corre all’istante sottopelle.

Con gli occhi vedo solo vuoto, sordo caos d’orecchie.

Sudore scorre freddo. Sono in preda dei brividi….

Sono diademi di seduzione legati ai capelli. Puro nettare d’incanto inebriante. Ogni volta bagna la mia bocca con l’umida rugiada dal tuo raffinato labbro. Adesso, ottenendo, io tutto ciò che voglio, attua il mio pensiero! Sul soffice cuscino appoggerò il mio corpo… perché l’amore m’ha martellato all’improvviso le viscere: come vento di montagna batte le querce. Ora sei qui. Ero come pazza. Ti volevo. Restami accanto. Stai con me, aspetta il gran lenzuolo dell’aurora… Raggomitola, come una pernice!

Sono i “Lirici greci”, tradotti da Ezio Savino con testo greco e integrazioni a cura di Daniele Ventre, che la Crocetti editore ci dona come cetra ritrovata. Intatti da oltre 2700 anni questi frammenti di antichissima arte poetica continuano a splendere come supernove nel buio dell’universo.

È un’intensa resurrezione.

Ma quel “filiforme fuoco” chiede per scorrere una pelle. Paul Valéry scrive che quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle. Non esattamente la pelle, è appena più sotto, dove scorre il fuoco. Non vuoi essere tradito dai tuoi sensi? Cosa distingue la menzogna dal segreto? Riesci a percepire la differenza? Ricorda che il disprezzo è un demone dormiente. L’enigma del male non è nulla se paragonato a quello della mediocrità e l’amore non è gratuito, deve servire a qualcosa. Occorre coraggio e forza per sottrarsi allo spirito. Ma il corpo è sempre intelligente, per quanto poco lo si ascolti… Lasciare qualcuno ad aspettare significa moltiplicare il suo supplizio.

Ancora più ispirato dai lirici antichi, prendo alcune parole di “Sete”, il bellissimo breve romanzo di Amélie Nothomb tradotto da Isabella Mattazzi per Voland, perché sembra che un Golgota non abbia mai fine. Il corpo di popoli, la loro pelle (di vite, di territori e di città) appare profondamente torturata, ferita, seviziata e sempre troppe menzogne non sono più segrete. Fino a quando la sete di democrazia, di libertà e di futuro proteggerà questi popoli? Può raggiungere un’ampiezza tale da far tacere ogni sofferenza, in questo momento in cui speranza e paura sono il dritto e il rovescio dello stesso sentimento? Amélie Nothomb scrive “Sete” in prima persona, nello spazio-tempo (apparentemente infinito) sulla soglia del cambiamento.

Quasi liricamente ci ricorda anche come l’amore riunisca sempre certezza e dubbio: si è sicuri di essere amati tanto quanto se ne dubita, e non a momenti alterni, ma in una simultaneità sconcertante.

La Crocefissione dipinta da Lorenzo Lotto e conservata nella piccola chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano a Monte San Giusto nelle Marche.
L’immagine è un mio scatto di un dettaglio de “La Crocefissione” dipinta da Lorenzo Lotto e conservata nella piccola chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano a Monte San Giusto nelle Marche. (Marcello Balzani)

Rividi a lungo questa straordinaria opera cinquecentesca nel 2023, prima di essere la sera tra il pubblico emozionato della rievocazione della Passione di Cristo il Venerdì Santo a Mogliano. Distanti pochi chilometri i luoghi del Golgota riverberano ancora.

Cavalieri a schiera. O fanterie.

O navi. Giurano che sulla terra

sia l’assoluto bello.

Io no. Io quello che t’innamora.


1

Lo stato liquido dello spazio

“Bere l’uomo allo stato liquido

È un antico appetito di donna

E il murmure dell’acqua

Le nuvole geometriche”

Provate a immaginare una vita (o un mondo) in cui tutto è nascosto. Forme, spiriti, sguardi, emozioni, colori, veloci trappole e lente rassegnazioni, ogni cosa è criptata, avvolta nella nebbia (direbbe Miguel de Unamuno) e solo “la poesia è l’arte che vede”.

Le cose “da tempo chiuse dentro la mia memoria” quanto le “cose inventate dal cuore, cose nude”, distratte e clandestine, impalpabili in quel “odore degli occhi dal tunnel dei miei sensi”, adagiano “sul frumento del mio ventre” e nutrono (ancora) dolci fantasie. Perché c’è un altro Mondo in cui “fa dolce sentire la mano gustosa del cielo che palpa il vuoto al posto del cuore”.

Sono parole, tra le mie, di Pierre Jean Jouve, tratte dalla breve lirica “In discesa” contenuta in una raccolta del 1933-35 dal titolo “Poesie”, tradotta da Nelo Risi per Mondadori.

“Nuvole perenni” e “fiori proibiti” si addensano ancora strepitosamente nel mio agitare di nuotatore incallito e non ci sono parole più adatte per ricordare che la vita mangia un anno dopo l’altro sempre con più rapida velocità e allo scoccare del proprio compiersi si innalza a questa Famelica un canto di riconoscenza e di esperienza, direbbe Pierre Jean Jouve, che bisogna riverberare su tutti coloro che lo ricordano, che mi leggono e mi seguono.

Un anno fa (circa) iniziavo la rubrica “Perfetto Sei” su Ingenio, su graditissima proposta di Andrea Dari.

Lo stato liquido è un luogo, è una memoria, è un ancestrale piacere e un non_confine spaziale.

Lo stato liquido è nell’aria quando si percepisce che gli uccelli non vedono quel vuoto apparente, che per noi colma atmosfericamente volumi racchiusi e non racchiusi. Gli uccelli “vedono” un incredibile scorrere di variazioni termiche. Sono onde, flutti e correnti su cui planare un’intera vita in volo: nuotano. E quando il vapore acqueo si addensa in particelle troppo gonfie, il potere della primigenia Ecate e di Calypso si alternano. Trinità femminile della soglia, la prima, governatrice del ciclo dell’acqua in ogni sua forma, la seconda. La perfetta e perfettamente tradotta (dal grande Nelo Risi) strofa di Pierre Jean Jouve, che apre questo testo, contiene già tutti gli ingredienti.

Cerco quell’antico appetito di donna, spesso non riconosciuto (dall’attuale universo femminile) e tutto (quindi) da riscoprire e decriptare, dato che lo “stato solido” da “mordere” è di moda e sembra più seducente, confortevole per l’assenza di inattesi “sapori di profondità”.

Illustrazione onirica di una donna nuda seduta su una nuvola, circondata da cielo e acqua, mentre un volto maschile stilizzato la osserva; colori pastello e segni grafici evocano un’atmosfera sospesa tra sogno e simbolismo.
Immagine tratta dal “Libro dei Sogni” di Federico Fellini, pubblicato da Rizzoli ed elaborata digitalmente dall'autore.

Lo stato liquido non riesce a popolare compulsivamente di immagini tecniche i profili dei Social.

Lo stato liquido possiede ancora un mistero. Lo stesso mistero che mi conduce a nuotare in ogni mare che incontro, e per converso a non sopportare l’acqua clorata e confinata delle piscine.

Se potessimo bere il nostro stato liquido come sarebbe più interessante vivere la vita! E come sarebbe più semplice “indefinire” lo spazio, nascondere (come nell’etimo di Calypso) attraverso la femminile “sezione”, mentre invece tutto appare sempre così troppo “planimetricamente” maschile!

Lo so che i sogni di Federico Fellini posseggono una romagnolità intrinseca e fluttuano in quel condensato di desiderio maschile, che trasforma i corpi femminili, disegna profumi e colori, tentando di sagomare il mistero che avvolge le donne. Ma in questo caso non ho resistito all’allegoria gustosa e divertita della nuvoletta! … ribaltando l’antico appetito…


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

LINK alla PAGINA di PERFETTO 6

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