Mercato Costruzioni 2026, Bellicini (Cresme): "La fine degli incentivi apre nuova fase competitiva"
Il 39° Rapporto congiunturale e previsionale del mercato delle costruzioni 2026 del Cresme mette in guardia gli operatori del settore: senza il traino del Piano nazionale di ripresa e resilienza la partita futura si gioca su produttività, innovazione e capacità competitiva. Se il 2025 si chiude col segno meno, per l’anno prossimo, nonostante i cambiamenti in corso, si attendono risultati confortanti
Costruzioni: il mercato non è in fase calante, grazie soprattutto a opere pubbliche e residenziale privato
Qual è lo stato di salute del settore delle costruzioni oggi in Italia? La risposta all’interrogativo ci viene dalla lettura del 39° Rapporto congiunturale e previsionale del mercato delle costruzioni 2026 del Cresme, presentato a Brescia qualche giorno fa.
I primi dati emersi, spulciando il voluminoso rapporto dell’istituto di ricerche romano, riguardano il valore della produzione realizzato nel 2025, che equivale a 296,5 miliardi di euro, con un -2,1% rispetto all’anno precedente, e l’ammontare degli investimenti, che a fine 2025 raggiungeranno quota 232,8 miliardi facendo registrare invece un -2,9% sul 2024.
«Nonostante questi dati - ha precisato il direttore tecnico del Cresme Lorenzo Bellicini nella sua presentazione - e grazie ad alcuni fattori concomitanti, il mercato non sembra dover entrare in una stagione calante. Infatti, se è vero che la fine del Pnrr aprirà incognite e l’epoca del Superbonus è ormai un ricordo sbiadito, si sente ancora il traino delle opere pubbliche, del mercato edilizio privato, che si muove anche senza bonus, e il boom dei mutui del mercato residenziale privato».
Segnali che fanno dire a Bellicini che il 2026 dovrebbe essere addirittura positivo.
Dopodiché le incognite non mancano, come ad esempio la spesa dei Comuni, che nella stagione del Piano nazionale di ripresa e resilienza è salita da 8 a 20 miliardi. Ma come proseguiranno - si chiedono gli analisti del Cresme - gli investimenti degli enti local dopo il 2026?
"Senza il traino del Pnrr e delle opere pubbliche comunali - ha continuato Bellicini - l’incertezza si fa pesante. Se questo è il contesto, il settore delle costruzioni dovrà giocarsi la partita sulla crescita della produttività, sull’innovazione e sulla capacità competitiva".

La fine del Pnrr
Come noto, il 31 agosto 2026 verranno meno le risorse del Piano nazionale: dei circa 190 miliardi da investire tra 2021 e 2026 la metà erano destinati al settore delle costruzioni. «Questo enorme contenitore di spesa - si legge nel Rapporto - terminerà lasciando un vuoto. Qualcosa si prolungherà nelle maglie dei cavilli, resteranno parte delle risorse del Piano nazionale complementare, ma la grande mole delle risorse europee derivante da questo filone andrà in esaurimento. È vero che ci sono i Fondi strutturali europei 2021-2027, di cui tener conto - 44 miliardi, sui 75 dei fondi di coesione - con un peso delle costruzioni significativo, ma non certo paragonabile a quello del Pnrr».
Le opere strategiche e l’occupazione
In aiuto al settore ci sono i programmi del governo per i prossimi anni: almeno sino al 2028 sono previsti importanti investimenti per le grandi opere strategiche, anche se sarà alquanto difficile, solo con quelle, tenere il passo dei pagamenti senza i flussi di cassa del Piano nazionale.
Il dato più solido su cui poggia oggi l’immagine economica del Paese e che consente alle società di valutazione di non abbassare i rating, è legato alla crescita dell’occupazione, ma dal 2019 il 31% di questa crescita è dovuta all’aumento del numero degli occupati nelle costruzioni. Che cosa succederà con la correzione del mercato che ci attende?
«Le risposte insomma - si legge nel documento del Cresme - non sono semplici né scontate, come si è dimostrato dopo la rapida chiusura dell’esperienza del Superbonus. Il mercato ha una sua resilienza, ma occorre ricordare che da marzo del 2024 sono andati fortemente contraendosi i superbonus: solo per l’efficientamento energetico si è passati dai 46,3 miliardi di euro investiti del 2022, ai 41,7 del 2023, ai 16,6 del 2024, ai probabili 6 miliardi del 2025. Nel contempo, l’intero mercato della riqualificazione ha segnato frenate importanti, ma non della dimensione della caduta dei superbonus. Vi sono, insomma, in questa difficile fase di transizione, comportamenti da decifrare non così semplici e diretti».
Segnali contraddittori
I comportamenti contraddittori da comprendere secondo il Cresme sono la ripartenza del mercato immobiliare residenziale e le intenzioni del governo Meloni rispetto alle direttive europee.
Sul primo fronte, nel 2024 il mercato è ripartito, nel 2025 ha accelerato e per il 2026 si prevede il mantenimento degli incentivi del 50% per le prime case e del 36% per le seconde. Sul fronte governativo invece, l’esecutivo non sembrerebbe intenzionato a seguire la direttiva europea per l’efficientamento degli edifici, fermando per ora una delle principali ipotesi di sviluppo del settore delle costruzioni nel medio periodo.
D
ue altri segnali contraddittori riguardano l’emersione del tema “casa” e quello della “rigenerazione urbana”: due argomenti che alimentano per ora prevalentemente i dibattiti, ma entrambi sono destinati a crescere come mercato reale.
Sulla questione casa l’Europa spingerà con nuove risorse, mentre la rigenerazione urbana può già oggi contare su importanti attori nazionali, e soprattutto internazionali, che guardano all’Italia come importante opportunità di investimento.
Su quest’ultimo tema pesa però come un macigno la “questione Milano”.
Le opere pubbliche
Un dato che emerge dalla lettura del 39° Rapporto Cresme riguarda il valore degli investimenti in opere pubbliche che si è registrato nel 2025: circa 82 miliardi di euro, dato assai vicino al valore del mercato della manutenzione straordinaria, che ha raggiunto quota 84 miliardi.
Cresme prevede che già a partire dal 2026 quello dei lavori pubblici diventerà, in termini di investimento, il principale comparto di attività delle costruzioni, anche se nei prossimi anni il quadro non si presenta così favorevole dal punto di vista delle risorse.
Infatti, secondo Ifel, la fondazione dell’Anci per la finanza locale, le risorse del Pnrr incidono per il 70% sulla spesa in opere pubbliche dei Comuni. C’è quindi da domandarsi se l’esaurirsi della stagione del Piano nazionale riporterà gli enti locali in una situazione difficile per la spesa in conto capitale come quella pre-pandemica.

La questione casa, le nuove costruzioni e le case non occupate
In Italia si costruiscono sempre meno nuove abitazioni, incluse quelle derivate da interventi di ampliamento: nel 2025 la produzione è stata di circa un terzo di quella realizzata nell’anno di picco del 2007. E continuerà ad abbassarsi fino a segnare, secondo le previsioni di Cresme, le 115mila abitazioni nel 2028. Altro dato: a diminuire più intensamente sono le abitazioni in fabbricati plurifamiliari.
Ma qual è il motivo per cui in Italia si costruiscono così poche nuove case?
A questo interrogativo il rapporto Cresme sostiene che, rispetto al resto d’Europa, ciò avviene perché domanda, redditi, regole e capacità produttiva non generano un ciclo edilizio espansivo da vent’anni. I motivi? Primo. Costruire nuove case oggi costa molto, molto più di prima della pandemia. Il costo dei materiali è cresciuto fino al 25-40% su molte lavorazioni. Il costo di costruzione del bene casa si scontra poi con un altro fenomeno quello dei redditi stagnanti delle famiglie italiane e della bassa capacità di indebitamento per molta parte della domanda. Inoltre, a contribuire a questa bassa capacità produttiva ci sono i tempi legati alle autorizzazioni: il fattore tempo incide molto sulle decisioni degli investitori.
Infine, il Superbonus ha generato un forte spostamento delle imprese sul comparto della riqualificazione, drenando capacità produttiva della nuova edilizia.
«Così - scrive il Cresme - nel Paese e nei grandi centri soprattutto cresce la tensione abitativa, l’housing sociale non si fa più e per chi non riesce a comprare non si trovano case in affitto. Per non parlare delle 250mila famiglie italiane che compaiono nelle liste di attesa dell’edilizia residenziale pubblica e che non trovano però risposta».
L’innovazione tecnologica
Per Cresme, il mercato delle costruzioni è entrato in una nuova fase, contrassegnata dal ruolo dell’innovazione, in cui digitalizzazione, ingegnerizzazione, rigenerazione urbana e partenariato pubblico privato saranno le leve di sviluppo di un mercato delle costruzioni che guarda all’innovazione tecnologica.
«La fine dei booster - conclude Bellicini - apre a una nuova competizione».
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