Filosofia e Sociologia | Architettura
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Nel labirinto digitale

Riflessione interdisciplinare sul labirinto digitale come metafora progettuale tra mito, memoria e rete: dall’archetipo minoico alla città contemporanea, l’“ordine complicato” diventa chiave interpretativa per leggere spazio pubblico, infrastrutture immateriali e dinamiche dell’informazione.

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Quando i corridoi diventano bocche in cui ci metti una mano dentro

Ci sono cose che non ti dirò mai, anche se continui a chiederle. Per tutti quegli anni ero stata convinta di volerlo sapere. Con la mano libera mi ha sfiorato la clavicola, pizzicando una spallina del reggiseno. Con un brivido ho seguito le sue dita che scendevano lungo la spina dorsale. Ho chiuso gli occhi, inspirando a fondo il suo odore ancora impigliato alle lenzuola. Quando mi abbracciava si scioglieva tutto… Se non te ne vai subito ti mangerò, prima la gola, poi il resto. Cos’è hai intenzione di divorarmi?

“Bones and All” è un romanzo di Camille DeAngelis sui ghoul, tradotto da Vincenzo Latronico per Mondadori. Lei, la giovane scrittrice, è da più di vent’anni veganissima. La lingua sott’olio e il cuore arrosto non fanno certo per lei. Arrivo al romanzo, per curiosità (non è proprio il mio genere), attraverso l’omonimo film di Luca Guadagnino, visto in una casualità fosforescente con mia figlia in un cinema di seconda visione un inverno dopo un’introduzione critica in presa diretta che mi ha fatto rivivere i tempi di cinefilo e pseudo gestore di cineclub. Nel film il silenzio implica ogni sensazione. Tutto viene afferrato mentalmente prima che fisicamente. E poi si capisce perché si diventa così bravi con le mani. Le pareti sembrano essere realizzate, come i pavimenti, per accasciare i corpi, per aspettare al buio. I corridoi diventano bocche in cui ci metti una mano dentro. Stringi le spalle e torni e ti sembra come di tuffarti nelle sue fauci spalancate. La sfinge è ovunque, con un metallo gelido tra le dita, così diverso dal sangue caldo, per sentirsi distaccati dal proprio corpo: non è possibile... La città periferica e diffusa di un territorio subalterno possiede l’odore di un campo di battaglia il giorno dopo gli scontri. Ti chiedi se maschi e femmine possono essere amici. Non è mai successo nulla… Uscire ed entrare dalle auto diventa una consuetudine; un’azione immersa e ossessiva, senza apparente sollievo, passaggi in cui tremano le mani cercando le chiavi. Si percepisce il tocco che allontana nello sguardo sussurrato: (Non voglio approfittarmi di te. Non ti fare mai del male). La disperazione diviene appiccicosa, strattonata, singhiozzante, sferrata, ritratta mentre una porta si socchiude come una mano.

Lo so non è per tutti. È come cercare una posizione scomoda per comprendere se ci si può comportare bene, ma è la fame (come l’amore) a fare la differenza: quella voragine che a volte si ha dentro, che può assumere una forma che sola una cosa può riempire.

Un'altra (terribile) forma di labirinto.

Poi si è avvicinato e mi ha baciata proprio lì, nel punto che mordiamo per primo.

  

Bellissimo quadro di Alfredo Volpi, in una bellissima mostra allestita per lui al MASP di Sāo Paulo nel 2022.
L’immagine è un mio dettaglio di un grande bellissimo quadro di Alfredo Volpi, in una bellissima mostra allestita per lui al MASP di Sāo Paulo nel 2022. (Marcello Balzani)

 

Lo sguardo della sirena, famelica e dolcissima…


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Le arterie dell’espressione

Il corso dei fiumi sono come “le arterie dell’espressione parlata”. Tracciano una rete “arteriosa” delle lingue attraverso cui le sensibilità si cercano, si inseguono, si escludono. L’idioma corporeo entra in scena. Il linguaggio è una moneta che impedisce lo scambio. Solo ingannandosi possono dialogare anima e corpo. Solo il silenzio, l’impossibilità di scambiare anche la più piccola parola, rende tutto teatralmente confuso con il mutismo (di un quadro).

Pierre Klossowski, fratello di Balthus, disegna con semplici pastelli colorati, facendo entrare silenziosamente, di soppiatto (nello stesso spazio dello spettatore) i suoi personaggi a grandezza naturale di chi li osserva. Si crea equidistanza? Una relazione d’indecisione? O forse di vittima o di carnefice? La cosa preferibile sarebbe idealmente prolungare il disegno fino al pavimento inglobando chi sta guardando. “Il quadro non è un semplice oggetto che si appende al muro a scopo decorativo. È uno strumento. Il luogo di un’operazione esorcizzante, che secondo le sue regole simula un fantasma ossessivo, invisibile e incomunicabile. Ogni invenzione di un simulacro presuppone il regno di stereotipi anteriori, residui di una costruzione ossessiva svuotata del loro contenuto per farne un uso convenzionale.”

Pierre Klossowski viene intervistato nel 1982 da France Hauser per il “Nouvel Observateur”, che pubblica il dialogo con il titolo “Eros, Belzebù & Co”, oggi recuperabile nell’edizione italiana di “Il Bafometto”, tradotta da Luciano De Maria per le edizioni ES. Maurice Blanchot ricorda come questa mitologia negativa, che si riallaccia ai Templari, trova una corrispondenza con i cicli della metempsicosi, in cui non è tanto il processo di elevazione e di purificazione a dare significato all’esperienza dell’eterno ritorno, quanto piuttosto un desiderio di corrompersi e di corrompere.

L’inversione dei valori è un tema che ritorna in Pierre Klossowski, ponendo in essere criteri di valutazione tra buon gusto e cattivo gusto della morale borghese, trasferito nel culto evocativo dello scontro tra immagini sacre e profane e quindi nella sua ricerca letteraria contro il realismo accademico e il sentimentalismo. Come sottolinea France Hauser, Klossowski scrive romanzi, saggi e al contempo traduce Hölderlin, Nietzsche, Kafka, Rilke, Wittegenstein, Heiddeger, ma anche Agostino, Svetonio e Virgilio, tracciando quella rete arteriosa dei linguaggi, in cui le traduzioni appaiono escursioni, che permettono di definire equivalenze e di intuire una topografia (urbana) della morale (che sia la Lotaringia o un quartiere di Parigi).

L’artista deve scomparire nelle sue opere. Vale anche per l’intimità? La ricongiunzione degli estremi? La vita si giustifica sotto attraverso una creazione, un atto creativo?

 

L’immagine è un mio dettaglio, rielaborato digitalmente, di una illustrazione di Pierre Klossowski per “Le Baphomet”, che potete trovare sulla copertina dell’edizione italiana delle edizioni ES.
L’immagine è un mio dettaglio, rielaborato digitalmente, di una illustrazione di Pierre Klossowski per “Le Baphomet”, che potete trovare sulla copertina dell’edizione italiana delle edizioni ES. (Marcello Balzani)

 

“Le mie riflessioni filosofiche sono del tutto autonome dai romanzi. Le figure, le idee, lo stesso pensiero, mi interessano solo in quanto è possibile incontrare individui. E questi individui sono tanto più importanti per me quanto più entrano in contraddizione con il loro stesso pensiero.”

 


4

Desiderio dell’acqua

Tutte le cose del mondo seguono il flusso della corrente. Riesci ad accettare che un amore possa finire come una stagione? Non essere riluttante. Non è un tradimento del tuo cuore.

Uno sguardo carico d’inconsapevole seduzione. Era come se al fondo di quegli occhi ve ne fossero altri due. Mi sentii a disagio, quasi mi sentissi spiato da quegli occhi nascosti in profondità nei primi. Guardò il suo corpo nudo nello specchio, sorprendentemente, per la prima volta si calmò. Il proprio corpo le apparve, per qualche ragione, come un oggetto misterioso… quello strano profilo di donna. Ha il vizio di inumidirsi le labbra. Capisci se è nebbia o rugiada? Mi si è attaccata sulla guancia. Erba tenera. Le ciglia e   le labbra emergono, a poco a poco, come se avessero vita da sé. Gli occhi si abituano all’oscurità. Fino a quando farai finta di niente?

Parole avvolte (assieme alle mie) nel consumato filo di tradimento, sono come gocce di rugiada nascoste dalle foglie di bambù. Kawabata Yasunari de “La banda Asakura” tradotto da Costantino Pes e del racconto “Natura” in “Prima neve sul Fuji” tradotto da Giorgio Amitrano tutti e due per Einaudi.

Amo immensamente la tesa e trasparente fragilità di Kawabata e scopro sempre qualcosa di più prezioso ogni volta che lo rileggo. Non è un tradimento. Raffiora, sollecitato dal riflesso, il semplice desiderio dell’acqua (come se fosse il passato).

Allora è finita? Stiamo per lasciarci?

In questa vita di rugiada anche i seni stanno in coppia per non rimanere soli…

  

Fotografia di Orlan del 1967, presentata in una splendida mostra al SECS di Avenida Paulista a Sāo Paulo nel settembre del 2023.
Fotografia di Orlan del 1967, presentata in una splendida mostra al SECS di Avenida Paulista a Sāo Paulo nel settembre del 2023. (Marcello Balzani)

 

Flusso, riflesso, corporeità della famosa performer francese di Body Art, affiorano nel controscambio, annullando ogni algoritmica impubblicabilità.

 


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Pulcini, pesci e un gatto

Ieri me ne stavo sdraiata al buio e ti pensavo. Pensavo che ti amo, e molto.

Allora mi sedevo sulle tue ginocchia…

Ti prego di scrivermi quando arriverà (questa letterina spedita dalla Posta Centrale alle ore 13 del giorno 8 settembre, nella seconda metà del ventesimo secolo, nel 26esimo anno di socialismo nell’Europa centro-orientale) nelle tue belle mani… Ti bacio amore. I pulcini crescono come il lievito e i pesci danno soddisfazione. (Oggi) ti scrivo senza alcun aggettivo, così da metterti un po’ in agitazione. Se lo sei già…, allora adesso posso aggiungere che ti amo molto! A parte per questo, per egoismo, vorrei che tornassi. Ecco vedi, un’altra conferma della tua tesi sull’ambiguità di ogni sentimento. Ti bacio facendo tintinnare le tue chiavi! E molto vuoto qui senza te. A volte provo a deviare il discorso verso qualcosa di appetitoso, ma non ho il sostegno di nessuno… Ti bacio tanto sulla schiena. Nonostante avessi deciso di separarmi da te nei sogni, ti ho sognata anche ieri. Il sogno presentava tutti i tratti delle questioni che avvengono fra un uomo e una donna. Non puoi neanche immaginare quanto ti vorrei baciare!

È un dialogo epistolare d’amore, quello tra Wislawa Szymborska e Kornel Filipowicz, pubblicato da Elliot edizioni con il titolo “Meglio di tutti al mondo sta il tuo gatto. Lettere 1966-1985” nella traduzione dal polacco di Giulia Olga Fasoli. Ma (straordinariamente) il tutto_quotidiano viene infarcito da disegni e ritagli di giornale che formano collage gustosissimi, in cui regna quell’intimità autoironica e umoristica, che rende alcune (rare) forme amorose speciali ed eterne. È un libro da guardare, come se fosse stato pensato da un Bruno Munari dadaista.

A volte ricordo il (mio) tempo delle lettere, tantissime, scritte, spedite e attese. Ricordo la scrittura, la carta e le buste e persino alcuni francobolli. Ricordo il rituale dedicato e la conservazione di parole fatte anche di materia fragile. Non so dire quale “delicata danza” nascondano, quale respiro trattengano, nel dispiegarsi della vela che prende il vento, quando ogni lettera (ripiegata con cura) viene aperta e sollevata sull’albero maestro del desiderio. Nulla di paragonabile con il click che schiude un’email. Sono cose diverse mi si dirà. Ambedue sospese nel tempo (lungo o quasi istantaneo) della spedizione. Ambedue scritte e poi lette o rilette. Ambedue strutturate da quella straordinaria astrazione del linguaggio lineare. Poi Wislawa aggiunge, come a volte faccio anch’io, grafica e immagini, dolcemente riciclati dalla raccolta differenziata dei ricordi. É bellissimo. Il “labirinto-danza” solleva in aria i suoi uccelli più sacri per la migrazione dei pensieri! Seguiteli!

Il bosco (in cui vivere insieme) inizia proprio qui accanto, il torrente scorre e i faggi si sono già arrossati. Se non ti sei stancato di leggere smancerie, considerala una lettera di grande amore! Ti amo… indipendentemente da tutto!

Ti bacio! Appoggio la guancia sulla tua spalla! E non ti tradisco affatto! Pensa un po’!

Wislawa

 

É una mia elaborazione grafica di uno dei collage di Wislawa Szymborska riprodotto nel volume “Meglio di tutti al mondo sta il tuo gatto. Lettere 1966-1985”, Elliot edizioni.
É una mia elaborazione grafica di uno dei collage di Wislawa Szymborska riprodotto nel volume “Meglio di tutti al mondo sta il tuo gatto. Lettere 1966-1985”, Elliot edizioni. (Marcello Balzani)

 

L’intimità, regina assoluta della relazione affettiva, deve essere anche autoironica e umoristica per mantenersi (in vita), con i pulcini, i suoi pesci e quel gatto che diverrà il soggetto di una delle poesie più belle scritte da Wislawa Szymborska.

 


2

Nel labirinto disordinato

Il genio vola sui tetti della città inondata di traffico. Apparentemente intoccabile con la sua leggerezza, eccitato dalla dimensione (non solo pubblica). Le sovrapposizioni amplificano. Tutto è indocile e nulla è sedato. Forse per me è proprio così, come in questa immagine ordinata e debordante. La sensualità diviene uno strumento di controllo? Ma quale controllo può mai generare un semaforo interiore o esteriore? Per me a fuoco nel paesaggio e sfumato in ogni segreto esplosivo che lo sguardo sulle cose genera. O forse il contrario: dipende dall’obbiettivo e dalla profondità (mentale). Ho sempre gli occhi al sole, indecenti per lo sforzo di sopportare ogni riflesso, di cui sembra mi gusti gli effetti riverberanti nel pensiero. Come “bruciato da più fuochi di quanto mai ne accesi” secondo i versi di Jean Racine ripresi mirabilmente da Marguerite Yourcenar. Un altro dei tanti rossi innescati mai sopiti.

Lo scatto è un mio dettaglio stratificato sul piano come alcune stampe pluridimensionali di Maurits Cornelis Escher. È un particolare della fotografia del 1971 di Robert Doisneau intitolata “Il genio della Bastiglia”, esposta tra giugno e novembre 2023 a Riccione in una mostra in Villa Mussolini a lui dedicata e curata dal suo omonimo Atelier. Ma c’è anche la mia parziale immagine riflessa nel nero del semaforo. Ma c’è anche la parete della sala in cui scorrono i fotogrammi incorniciati nel grigio acromatico. È una delle rare stampe a colori. Quel rosso sembra alludere ad uno stop mentre forse è solo un luogo (temporale) intermedio. Come un poco di filo intrecciato di lana rossa legato (allora) con sette nodi al mio polso sinistro.

Mi vengono in mente i geniali disegni a fumetti di Yona Friedman nel suo “L’ordine complicato. Come costruire un’immagine”, tradotto da Paolo Tramannoni per Quodlibet. Quel genio che vola sui tetti possiede qualcosa di questi filiformi personaggi animati, dipanati in un divertente (quanto serio) storytelling. “La realtà non può essere abbreviata”, scrive l’architetto-saggista ungherese che si è formato ascoltando Karl Kerénij e Werner Heisenberg (come ricorda Manuel Orazi nella nota finale); e ci ricorda che “immagine non vuol dire realtà”, anche se per noi le immagini sono la realtà e “le espressioni verbali sono solo delle astrazioni.” Forse ha ragione Yona Friedman quando afferma che “il disordine non esiste, esiste solo l’ordine complicato” e che “il nostro ordine” è solamente (coscienti o meno) una strategia che opera come uno strumento mnemotecnico, che “si basa su regole semplici”.

Certo la mia lettura dell’immagine che allego (e su cui ragiono disordinatamente) non è complessa come lo spazio-T e lo spazio granulare, ma aiuta a comprendere “l’aspetto estetico della città spaziale”, quel luogo con una struttura di fondo e tanti mini-universi provvisori. Tutto regolare (apparentemente) e tutto erratico (fondamentalmente). Il tempo opera con un senso di lettura? O sono visibili solo una serie di presenti? Ormai sono passati più di due anni da questo mio scatto di uno scatto di oltre cinquant’anni fa, che è stato recuperato nel suo negativo originale e appositamente ristampato e appeso al muro di una casa ancora più vecchia. Quante alterazioni della memoria, o meglio delle memorie?

  

È un mio particolare elaborato della fotografia del 1971 di Robert Doisneau intitolata “Il genio della Bastiglia”, esposta tra giugno e novembre 2023 a Riccione in una mostra in Villa Mussolini a lui dedicata e curata dal suo omonimo Atelier.
È un mio particolare elaborato della fotografia del 1971 di Robert Doisneau intitolata “Il genio della Bastiglia”, esposta tra giugno e novembre 2023 a Riccione in una mostra in Villa Mussolini a lui dedicata e curata dal suo omonimo Atelier. (Marcello Balzani)

 

“In generale osserviamo delle cose, ma queste cose non sono altro che le fasi di un certo processo. Le cose sono astrazioni create dalla nostra memoria, memorizzate astrazioni della sequenza di un processo.” Passano gli anni e sento più netto il succedersi dei piani stratificati nel mio animo e ogni contrappunto sonoro che rende più fluido e profondo il reale, comunque rappresentato e sempre immaginato. Lo so, lo so… lo stop non mi fermerà, neppure mi farà rallentare. Quel rosso continua ad essere intinto (a fuoco direbbe Marguerite Yourcenar) anche sui marmi statuari della mia memoria

 


1

Nel labirinto digitale

La femmina del drago, Delfine, custodisce i tendini di Zeus. Nel mito più antico esiste un drago femmina, che lotta più di ogni altro. Anche l’ape femmina tramanda l’arte della divinazione con il miele inebriante contenuto nelle grotte in sacchi di cuoio o in otri. Le sindromi delle donne miste a tori e serpenti si avviluppano nella cultura minoica, dove i tori avevano il colore del vino, prodotto dalla vite sinuosa addomesticata. Il grappolo pregno di rosseggiante rugiada, il tino ricco e le strepitanti Menadi in danza con la metafora delle foglie d’edera su quelle di vite. E poi la Signora del Labirinto con le sue tracce, disegni e percorsi di danzatrici che rende femminile anche Dedalo e il suo culto eroico connesso alla Grande Dea. La sfera femminile è potente ed è intessuta nel nocciolo arcaico delle tradizioni.

Forse nelle tracce nascoste, che la “visione maschile” ha incessantemente oscurato, esiste un nesso di “sorellanza di specie” (biologica e culturale) che attraversa il pianeta e ogni sua forma sacra o di interpretazione di Zoe.

Una connessione tra le donne e le altre femmine del mondo animale che rendono oggi possibile la medicina “bio-ispirata” mentre, rileggendo il “Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile” di Karl Kerényi, pubblicato da Adelphi a cura di Magda Kerényi, trovo gli appigli giusti per rifondere nell’eterno crogiuolo della letteratura le ispirazioni di Han Kang.

Anche Bollati Boringhieri pubblica a cura di Corrado Bologna nella traduzione di Leda Spiller, una raccolta di saggi di Karl Kerényi, dal titolo “Nel labirinto”, che propone una sintesi del mitologema labirintico in cui una “solidarietà tematico-archetipa, semantica, formale e figurale” si esprimono “attraverso il gesto e attraverso il movimento”.

Il labirinto digitale forse è solo una metafora buonista ed ottimistica. Forse la struttura di pensiero che traduce, dall’ancestrale al simbolico, figure e forme del labirinto nella Rete è solo un’illusione. Byung-Chul Han in “Infocrazia”, pubblicato da Einaudi, ricorda come “alla Rete digitale manca la struttura anfiteatrale dei mass media convenzionali (…). Le forze centrifughe che la abitano fanno sì che la sfera pubblica degeneri in sciami volatili, guidati dall’interesse.” Il labirinto forse è una metafora dell’inconscio, in quella trasposizione dell’inconscio ottico descritto da Walter Benjamin, che Byung-Chul Han definisce, nella sua analogia attualizzata, inconscio digitale: appropriazione di “stati preriflessivi, pulsionali, emotivi del comportamento, che precedono le azioni coscienti.” Attraverso le caverne (infere) il desiderio vola verso l’alto, direbbe Karl Kerényi, e gli uccelli (il filo e il volo hanno un ruolo fondamentale per uscire dalla “micidiale” costrizione/costruzione) rendono possibile di scollegare la duplicità di Dedalo (costruttore e insieme prigioniero del labirinto). Una metafora molto attuale in Rete: consumatori consumati come creatori imprigionati da inconsistenti bisogni indotti. Ma sicuramente il mitologema labirintico non si riproduce per forse centrifughe e la Rete digitale non è simile all’idea di un palazzo, come quello di Cnosso. Un aggregato distrutto di resti, risalenti al terzo periodo del minoico medio, di cui si ignorava la sua antica destinazione e il tipo di costruzione, che estrano e incompreso nel reale, diede vita alla “nascita di una leggenda”. Una predominanza planimetrica che ancora oggi, dopo vari millenni, è potente e invasiva, come una “mirabile prigione”.

Ma è l’altra immagine, quella femminile, che invece è straordinariamente attuale e potente, anche se più criptata. Il labirinto-danza, ovvero di un luogo per la danza, inventata da Dedalo, che “avrebbe poi preparato per Arianna il luogo in cui eseguirla”, scrive Kerényi. Forse l’immagine concreta anche di un culto totalmente femminile che escludeva gli uomini. La mappa (del labirinto) è una idea-base della danza greca arcaica? Un “moto circolare effettuato in stato di sonnambulismo ma con la memoria lucida, anzi con manifestazioni di ipermnesia”, in cui si innescano fenomeni di “levitazione”, fino ad “immergersi e volare via”. Ed ecco che l’identificazione con gli uccelli migratori, citato anche da un coro di Euripide, rimette in gioco un qualcosa di molto più intimo e profondo. Ecco perché non bisognava “perdere il filo”: nessuna era pazza, nessuna si smarriva.

Le tracce nascoste, che la “visione maschile” ha incessantemente oscurato, esiste un nesso di “sorellanza di specie” (biologica e culturale) che attraversa il pianeta e ogni sua forma sacra o di interpretazione di Zoe.

 

opera pittorica di Francesco Furini del 1626 dal titolo “Pittura e Poesia
L’immagine è mio scatto rielaborato dell’opera pittorica di Francesco Furini del 1626 dal titolo “Pittura e Poesia”, esposta alla Galleria Borghese di Roma nell’autunno del 2024 nell’allestimento della mostra “Poesia e pittura nel Seicento. Giovan Battista Marino e la meravigliosa passione”, curata da Emilio Russo, Patrizia Tosini e Andrea Zezza. (Marcello Balzani)

 

La “sorellanza di specie” (danzante e volante) è a testa in giù: nel labirinto digitale la mappa maschile ha forse ancora un intenso sopravvento?

 


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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