Rigenerazione Urbana | Città | Urbanistica
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Non basta sistemare un marciapiedi per riqualificare una città.

La riqualificazione urbana è molto più di un intervento edilizio: è un viaggio interpretativo che parte dalla distanza per osservare la città con occhi nuovi, disvela significati nascosti e costruisce un vocabolario capace di trasformare spazi e relazioni. Un percorso circolare che unisce forma, uso e partecipazione, restituendo senso e qualità alla città condivisa.

Riqualificare la città non è rifare i marciapiedi, oppure sistemare il verde o cambiare le panchine. Questa è manutenzione, che al limite può essere suddivisa in ordinaria o straordinaria. Non è un'affermazione banale, scontata, pensando a molti progetti di riqualificazione delle nostre città.

E non è neppure costruire un quartiere del lusso, con le viste alte, le piante tropicali, i negozi e le facciate a specchio. Questa è un'operazione immobiliare. E anche questa non è un'affermazione scontata.

Riqualificare la città è il risultato di un'opera che va pensata, progettata, insieme alle persone, insieme agli imprenditori, insieme ai professionisti, ed è, soprattutto, intraprendere un viaggio.

L'argomento è trattato da Stefano Boeri nel libro "La città scritta" in cui la riqualificazione viene vista come un viaggio itinerante e rifondativo che comincia mettendo a distanza lo sguardo abitudinario e finisce con il riportare alla superficie un senso condiviso.

La distanza non è fuga: è lo spazio minimo per vedere di nuovo. Camminando, rallentando, cambiando quota e ritmo, interponiamo tra noi e gli oggetti urbani un varco interpretativo che trasforma lo sfondo in scena.

Questo itinerario è un insieme di micro-spostamenti – un susseguirsi di episodi, corti, bordi, varchi, piazze da un punto di vista fisico ma anche di rapporti, relazioni, contaminazioni, eventi, flussi ... – obbedisce in realtà a una macro-sequenza circolare: ci avviciniamo per cogliere la grana dei fenomeni, ci allontaniamo per comporli in un orizzonte, poi torniamo a immergerci per rivederli alla luce della visione complessiva.

In questo continuo andirivieni tra dettaglio e quadro d’insieme, la città smette di essere consuetudine e torna a essere interrogazione.

A un certo punto le parole con cui la nostra tradizione disciplinare ha nominato le cose – funzioni, standard, gerarchie – rivelano la loro inadeguatezza. Sono corrette ma anacronistiche, lineari dove la realtà è ibrida, rigide dove l’uso è poroso.

È il segnale che occorre sospendere temporaneamente i nomi per tornare ai fenomeni: non per cadere nell’indeterminazione, ma per disvelare un senso che la città custodisce sotto la sua apparenza. L’esperienza urbana chiede un lessico rinnovato, capace di raccontare spazi che sono insieme supporto fisico e costruzione culturale.

Non parliamo più di Periferia ma di margine attivo, passando da un concetto di  luogo residuale a soglia di innovazione sociale e ambientale. Non parliamo più di Centro ma di rete di centralità,  non un punto, ma molte polarità diffuse, di Parcheggio ma di hub di mobilità, luoghi interscambio MaaS, ricarica, cargo-bike, locker, di Edilizia popolare ma di housing sociale, con un mix di canoni, servizi e gestione comunitaria, di Manutenzione ma di cura, ovvero di governance continua, patti di prossimità.

E usiamo parole nuove: Piani terra porosi, Interstizi attivi, Città dei 15 minuti, Micro-mobilità, Logistica di prossimità,  Nature-based solutions, Comfort microclimatico esterno, Commons urbani ...

Elena Granata ci ha aiutato ad entrare in questo nuovo vocabolario perchè ci ha parlato di placemaker, figure che rigenerano luoghi creando relazioni prima che edifici: attiva comunità, unisce pubblico e privato, intreccia ecologia, cultura e lavoro. Con micro-interventi e visione, trasforma spazi inutilizzati in ecosistemi vivi, inclusivi e produttivi. È progettista-imprenditore civico: cura, ascolta, abilita economie locali, narrazioni e nuovi servizi.

Ci accorgiamo così che si evolve il concetto di forma. In un'altro articolo, dedicato a un editoriale di Vittorio Gregotti, avevo ripreso il concetto di architettura tettonica. E con esssa la “forma” smette d’essere immagine finita e diventa espressione del fare: materia, giunto, carico, montaggio. La figura emerge dalla logica costruttiva e dai flussi di forze, rende leggibili struttura e tempo d’uso. È forma-processo: etica della costruzione, prestazione spaziale, rapporto vivo tra parti e territorio e comunità.

La forma – della città, del territorio, dell’architettura – non è solo stile: è il medium che connette materie, regole, pratiche, memorie. È attraverso la forma che si entra “nella vita” di ciascun fenomeno, tenendone insieme l’oggettività misurabile e la qualità soggettiva che lo abita.

Questo lavoro necessita di dispositivi di osservazione: rilievi e camminate lente, mappe e diari d’uso, stagioni e cicli giorno/notte, sezioni e fotografie, big data e conversazioni di quartiere.

Non c’è uno strumento che basti da solo; conta la regia.

Nel suo libro "La città scritta" Boeri lo ha chiamato sguardo doppio: da un lato la visione topografica (azimutale), che misura, connette, ricuce trame e continuità; dall’altro la visione prospettica (laterale), che interpreta, narra, costruisce immagini guida. La prima assicura coerenza infrastrutturale e prestazione; la seconda restituisce senso pubblico e orientamento. Senza l’una si cade nell’estetica senza appoggio; senza l’altra si scivola in un funzionalismo cieco che separa le parole dalle cose. Nel mezzo, gli strumenti digitali – BIM, digital twin, simulazioni microclimatiche, IA – sono preziosi se potenziano questa regia, non se la dettano: servono a decidere meglio sulla forma e sugli usi, non a complicare il processo.

Il viaggio interpretativo nasce spesso dal riconoscimento di un’assenza: qualcosa che non torna, un margine che non connette, un vuoto che non accoglie. 

Da qui la ricerca procede per disvelamento, chiarendo ciò che già c’è ma non si vedeva, evidenziando corrispondenze inedite tra spazi, pratiche e tempi. Le associazioni che così emergono – tra oggetti, significati e immagini mentali – erano rimosse da schemi causali troppo lineari o dallo sguardo ingenuo che riduce lo spazio a funzione.

La riqualificazione, allora, è un processo a motore circolare: l’osservazione ravvicinata produce una prima “città interna”, una mappa mentale dei caratteri che contano davvero; l’allontanamento la ricompone in una visione d’insieme – l’orizzonte – che orienta scelte e priorità; il ritorno sul campo verifica, corregge, affina.

Ciò che nasce come interpretazione privata si fa via via racconto pubblico, fino a diventare città consensuale rinnovata: norme d’uso, dispositivi di suolo, continuità pedonali, piani terra porosi, ombra e acqua come infrastrutture, verde come architettura, mobilità di prossimità come regola.

È in questo passaggio che il progetto trova legittimità: non nell’immagine consolatoria del rendering, ma nella promessa verificabile di uno spazio che abilita relazioni e qualità d’uso.

Riqualificare non significa moltiplicare gli oggetti, ma intensificare i legami.

Non è sommare metri quadrati, è cucire episodi urbani in una forma capace di ospitare la vita che cambia.

Walter Benjamin ci ha insegnato il valore dello smarrirsi nelle strade; oggi sappiamo che quello smarrimento va reso fecondo: esplorazione che distanzia per comprendere, comprensione che restituisce per condividere.

Alla fine del viaggio, le nuove corrispondenze trovate – parole, immagini, regole, dispositivi – vengono depositate nella mappa del territorio esplorato. Non come una fotografia immobile, ma come una forma solida e aperta, pronta a essere abitata, curata, manutentata.

Perché una riqualificazione non si consegna: si affida a chi la vive, dentro un patto di prossimità che fa della città non solo un’opera da contemplare, ma un luogo da continuare insieme.

Questo manca, purtroppo manca in tante nostre città, anche a Rimini, la mia.

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