Nucleare, l’Italia cambia rotta: approvata la legge. E ora cosa cambia davvero.
Il nucleare in Italia torna formalmente tra le opzioni della politica energetica nazionale. La nuova legge delega costruisce il quadro per ripartire, ma non autorizza alcuna centrale: tecnologia, costi, sicurezza, rifiuti e localizzazione restano i nodi decisivi.
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Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la delega al Governo sull’energia nucleare sostenibile, riportando il nucleare tra le opzioni della politica energetica italiana. La legge non autorizza nuove centrali: apre invece il percorso normativo per reattori avanzati, SMR e AMR, ciclo del combustibile, sicurezza, decommissioning e gestione dei rifiuti. INGENIO analizza cosa cambia realmente, confrontando la svolta legislativa con maturità tecnologica, costi, Deposito Nazionale e difficoltà di localizzazione delle grandi infrastrutture, per distinguere la decisione politica dalla concreta possibilità di costruire nuovi impianti.
Nucleare: approvata la legge. Ma questo non significa che avremo presto nuove centrali
Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sull’energia nucleare sostenibile. Dopo quasi quarant’anni dalla stagione referendaria del 1987, l’Italia ricostruisce un quadro normativo per considerare nuovamente il nucleare nel proprio mix energetico. Ma tra una legge e una centrale funzionante ci sono tecnologia, autorizzazioni, investimenti, rifiuti radioattivi e soprattutto la questione della localizzazione degli impianti. Il difficile percorso del Deposito Nazionale e persino il caso del termovalorizzatore di Roma suggeriscono prudenza sui tempi.
Il Senato approva definitivamente la legge sul nucleare
Il 23 settembre 2026 il Senato della Repubblica ha approvato definitivamente, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, il disegno di legge n. 1924 recante la Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, già approvato dalla Camera dei deputati. (Resoconto del Senato)
È un passaggio politico e legislativo rilevante.
La legge non autorizza la costruzione di una specifica centrale e non individua oggi i territori nei quali saranno installati eventuali nuovi reattori. Delega invece il Governo ad adottare, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, uno o più decreti legislativi destinati a ricostruire il quadro normativo necessario per la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare in Italia.
La delega comprende la costruzione e l’esercizio degli impianti di nuova generazione, il ciclo del combustibile, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, il decommissioning, la ricerca sulla fusione e la riorganizzazione delle competenze in materia di sicurezza e controllo. Nel dibattito parlamentare sono richiamati reattori di III+ e IV generazione, SMR – Small Modular Reactor – e AMR – Advanced Modular Reactor.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile orizzonte per l’entrata in funzione delle prime centrali. È importante sottolineare che si tratta di una previsione politica e programmatica, non di una scadenza fissata dalla legge. (Fonte ANSA.it)
Ma di quale nucleare stiamo parlando?
È probabilmente questo il punto più importante per comprendere il significato del provvedimento.
Quando oggi si parla di un ritorno italiano al nucleare non si può semplicemente immaginare la riproposizione delle centrali costruite nella seconda metà del Novecento.
Su INGENIO avevamo già affrontato la questione nell’approfondimento “Il punto sull’energia nucleare”, pubblicato nel febbraio 2025 sulla base, tra le altre fonti, di un’analisi di Casey Crownhart per MIT Technology Review.
Il punto sull’energia nucleare – INGENIO
In quell’articolo emergeva un settore entrato in una fase di profonda trasformazione: accanto ai grandi reattori tradizionali stanno avanzando reattori modulari, sistemi di quarta generazione, nuovi refrigeranti, nuove configurazioni del ciclo del combustibile e soluzioni progettate per aumentare la sicurezza e, in alcuni casi, ridurre quantità e caratteristiche dei rifiuti prodotti.
Il fenomeno non è soltanto italiano.
Secondo l’International Energy Agency, alla fine del 2025 la capacità nucleare mondiale era di circa 420 GW e risultavano in costruzione reattori per complessivi 78 GW in 15 Paesi. La crescita è tuttavia fortemente concentrata: circa metà della capacità in costruzione si trova in Cina e, nell’ultimo decennio, il 94% dei reattori la cui costruzione è stata avviata è di progettazione cinese o russa. (FONTE IEA)
SMR: la promessa della modularità
Uno dei termini destinati a entrare sempre più spesso nel dibattito italiano è SMR, Small Modular Reactor.
L’idea è modificare anche la logica industriale della costruzione nucleare: non necessariamente giganteschi impianti unici, ma reattori di dimensioni inferiori, con una maggiore standardizzazione e una parte crescente dei componenti realizzata industrialmente e successivamente assemblata nel sito.
L’obiettivo è trasferire al nucleare alcuni principi propri della produzione industrializzata: serialità, standardizzazione, modularità e maggiore controllo dei tempi di realizzazione.
La IAEA registra un interesse crescente: oltre 40 Stati membri hanno manifestato interesse verso tecnologie SMR e relative applicazioni.
Ma occorre evitare di trasformare una prospettiva tecnologica in una realtà industriale già consolidata.
La stessa IEA osserva che quasi tutti i reattori oggi in costruzione nel mondo sono ancora impianti di grande scala. Esistono già alcune applicazioni SMR operative o in costruzione, soprattutto in Cina e Russia, mentre ulteriori progetti sono attesi in Canada, Corea, Regno Unito e Stati Uniti.
La modularità, quindi, rappresenta una delle principali promesse del nuovo nucleare, ma la sua capacità di ridurre realmente costi e tempi dovrà essere verificata attraverso una diffusione industriale su scala molto maggiore.
Anche il nucleare deve fare i conti con il cambiamento climatico
Nel valutare il possibile ritorno del nucleare nel mix energetico italiano c’è un altro elemento che non dovrebbe essere trascurato: anche una fonte programmabile come il nucleare presenta vulnerabilità rispetto agli effetti del cambiamento climatico.
INGENIO lo ha approfondito nell’articolo “Il caldo ferma anche il nucleare: l’Europa elettrica scopre la propria vulnerabilità climatica”, analizzando quanto accaduto durante le forti ondate di calore che hanno interessato l’Europa.
Il problema riguarda soprattutto il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Molti impianti nucleari utilizzano grandi quantità d’acqua proveniente da fiumi, laghi o mare per dissipare il calore. Quando la temperatura dell’acqua aumenta o la sua disponibilità diminuisce, la capacità di raffreddamento può ridursi; inoltre, i limiti ambientali posti alla temperatura dell’acqua restituita ai corpi idrici possono rendere necessario ridurre temporaneamente la potenza del reattore o, in determinate condizioni, sospenderne l’esercizio.
Non è un argomento contro il nucleare, ma un elemento progettuale da considerare seriamente. Se nuovi impianti dovessero essere realizzati in Italia con una vita utile di diversi decenni, localizzazione, disponibilità della risorsa idrica, sistemi di raffreddamento e scenari climatici futuri dovrebbero entrare fin dall’origine nella progettazione e nelle valutazioni di sicurezza e resilienza.
La questione porta quindi a una conclusione più generale: non esiste una fonte energetica completamente indipendente dal territorio e dal clima. Un sistema elettrico resiliente richiede diversificazione delle fonti, reti, accumuli e infrastrutture progettate considerando condizioni climatiche che potrebbero essere significativamente diverse da quelle storiche utilizzate come riferimento.
Perché il nucleare è tornato nel dibattito energetico mondiale
Ci sono almeno tre ragioni strutturali.
La prima è la decarbonizzazione. Il nucleare è una fonte a basse emissioni di carbonio considerando l’intero ciclo di vita. Le analisi scientifiche disponibili collocano le emissioni lifecycle dei reattori ad acqua leggera su valori molto inferiori rispetto alle fonti fossili.
La seconda è la crescente necessità di produzione elettrica programmabile e continuativa, in sistemi nei quali aumenta contemporaneamente la quota delle rinnovabili non programmabili.
La Commissione europea ha recentemente osservato che il nucleare può contribuire all’integrazione del sistema energetico fornendo capacità continua a basse emissioni di carbonio, complementare a rinnovabili, accumuli, reti e interconnessioni. (Fonte EUR-Lex)
La terza ragione è la crescita della domanda elettrica.
Elettrificazione dei consumi, industria, mobilità elettrica e soprattutto l’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale stanno modificando le prospettive della domanda mondiale di elettricità. La IEA considera proprio questa crescita uno dei fattori che stanno riportando il nucleare all’attenzione dei governi e degli investitori. (Fonte IEA)
È all’interno di questo scenario internazionale che deve essere letto anche il provvedimento italiano.
DDL NUCLEARE, CONFINDUSTRIA: SVOLTA STORICA PER IL FUTURO DEL PAESE
Roma, 23 settembre 2026 – “Il voto di oggi al Senato con l’approvazione definitiva del ddl nucleare è una svolta storica per il futuro del Paese e per il rafforzamento del mix energetico nazionale. Diamo atto al Governo e al Parlamento dell’accelerazione su un fronte che riteniamo strategico per la competitività del Paese. Dopo anni di assenza dalle politiche energetiche, il nucleare oggi può rappresentare una leva fondamentale per rafforzare l’indipendenza energetica italiana, stabilizzare i costi dell’energia e accompagnare l’industria verso gli obiettivi di neutralità climatica”. Così Aurelio Regina, vice presidente di Confindustria per l’energia in una nota.
Il rilancio del nucleare in Italia si baserà sugli impianti più moderni disponibili, come i reattori di Generazione III+, in particolare gli Small Modular Reactor (SMR) e, in futuro, i reattori di Generazione IV, gli Advanced Modular Reactor (AMR). Questi impianti garantiscono produzione stabile di elettricità, basse emissioni, ridotti consumi di combustibile e costi energetici prevedibili, oltre ad elevati standard di sicurezza attiva e passiva.
Nel mondo l’energia nucleare è una certezza consolidata che garantisce il 10% dell’elettricità mondiale ed è in espansione con 62 reattori in costruzione in 15 Paesi per ulteriori 64,5 GW. A livello europeo la tecnologia è ancora più presente, garantendo il 23% dell’elettricità UE In Europa mentre sono 18 i Paesi europei che hanno progetti di sviluppo in corso o prevedono strategie di potenziamento dell’energia nucleare in futuro.
Il costo dell’energia nucleare è meno soggetto a volatilità perché dipende in larga parte dalla costruzione dell’impianto e solo marginalmente dalla sua gestione e dal prezzo del combustibile. Le stime più recenti prevedono un costo di generazione tra 70 e 110 USD/MWh, in linea con le altre tecnologie decarbonizzate (es. fotovoltaico con accumulo) ed estremamente più contenuto dei valori attuali dell’elettricità (PUN medio settembre c.a. 210 €/MWh). Si tratta solo di costi iniziali, perché grazie alla produzione in serie e al design i prezzi potranno essere ancora più competitivi e soprattutto non volatili.
“Il settore industriale potrà contribuire attivamente a questa sfida – prosegue Regina. In Italia oltre 70 aziende operano già nel nucleare e coprono diversi settori della filiera, dalla progettazione dei reattori alla produzione di componenti, fino alla manutenzione degli impianti. Questo patrimonio industriale e scientifico rappresenta una solida base per rilanciare il programma nucleare nazionale che stimiamo porterà circa 117.000 nuovi posti di lavoro e un impatto economico annuale che può superare i 50 miliardi di euro (circa il 2,5 % del PIL)”.
La legge significa che avremo il nucleare in Italia? No
Ed eccoci al punto probabilmente più delicato.
Possiamo affermare, dopo il voto del 23 settembre, che l’Italia avrà certamente nuove centrali nucleari?
No.
Possiamo affermare che è stata rimossa una parte fondamentale dell’ostacolo politico e normativo che impediva anche soltanto di costruire un percorso verso questa possibilità.
Ed è già una differenza sostanziale.
Ma costruire una centrale nucleare non significa soltanto scegliere una tecnologia e trovare gli investimenti. Significa individuare un sito, autorizzarlo, realizzare le infrastrutture, costruire un sistema di sicurezza e controllo, organizzare la filiera industriale e professionale e affrontare il problema dell’intero ciclo di vita dell’impianto e dei suoi rifiuti.
Ed è proprio quando dalla tecnologia si passa al territorio che il problema italiano diventa evidente.
Il Deposito Nazionale delle Scorie radiottive: vent’anni di discussioni e ancora nessun sito
L’Italia deve ancora risolvere definitivamente il problema dei rifiuti radioattivi prodotti dal precedente programma nucleare e dalle attività mediche, industriali e di ricerca.
Il percorso per la realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico è previsto dal decreto legislativo 31/2010.
Nel dicembre 2023 è stata pubblicata la proposta di Carta Nazionale delle Aree Idonee, con 51 aree individuate.
Il legislatore ha persino introdotto la possibilità per Regioni ed enti locali di autocandidarsi a ospitare l’infrastruttura.
Il risultato è significativo: alla scadenza del termine non si è registrata alcuna autocandidatura. L’iter è quindi proseguito attraverso la procedura ordinaria e la Valutazione Ambientale Strategica sulla proposta di CNAI. (Depositonazionale)
E le resistenze territoriali non appartengono al passato.
Il 22 settembre 2026, appena un giorno prima dell’approvazione della legge sul nuovo nucleare, la Provincia di Viterbo e l’assemblea dei sindaci hanno approvato all’unanimità una relazione tecnica secondo la quale nessuno dei 21 siti della Tuscia, sui 51 complessivamente individuati a livello nazionale, sarebbe idoneo a ospitare il deposito. Si tratta della posizione della Provincia, che sarà sottoposta al Ministero e non equivale quindi a una decisione definitiva sull’idoneità dei siti, ma mostra con chiarezza la dimensione del problema territoriale.
È difficile immaginare un esempio più efficace.
Prima ancora di discutere dove costruire nuovi reattori, l’Italia non ha ancora individuato definitivamente dove collocare il deposito destinato anche ai rifiuti del proprio precedente ciclo nucleare.
E poi c’è il caso del termovalorizzatore di Roma
Il problema dell’accettabilità territoriale delle grandi infrastrutture non riguarda naturalmente soltanto il nucleare.
Un esempio recente arriva da Roma.
Il termovalorizzatore previsto a Santa Palomba è un impianto completamente diverso da una centrale nucleare, sotto ogni profilo tecnico e di rischio. Il paragone non riguarda quindi le tecnologie, ma la capacità del sistema italiano di localizzare e realizzare infrastrutture territorialmente controverse.
Il progetto prevede un investimento dell’ordine di un miliardo di euro e una capacità di trattamento di circa 600.000 tonnellate di rifiuti all’anno.
I lavori sono finalmente iniziati nel maggio 2026 e l’avvio del conferimento dei rifiuti è previsto nel 2029.
Ma il percorso è stato accompagnato da una lunga opposizione territoriale e da contenziosi amministrativi.
Ancora il 17 giugno 2026, a cantiere avviato, il Consiglio di Stato si è pronunciato su un ricorso che contestava, tra gli altri aspetti, proprio la localizzazione dell’impianto a Santa Palomba, respingendo le censure esaminate. E nel luglio successivo il TAR del Lazio ha respinto una richiesta cautelare diretta a fermare il progetto, consentendo la prosecuzione del cantiere.
Se un termovalorizzatore necessario alla gestione dei rifiuti della Capitale richiede un percorso politico, autorizzativo, giudiziario e territoriale di questa complessità, è ragionevole attendersi che la localizzazione di un impianto nucleare richieda un livello di confronto pubblico ancora maggiore.
Dal referendum del 1987 alla legge del 2026: che cosa è realmente cambiato
C’è infine un elemento storico che merita precisione.
Nel 1987, dopo l’incidente di Chernobyl, gli italiani furono chiamati a pronunciarsi su tre quesiti riguardanti il nucleare.
Non si trattava formalmente di un referendum che chiedesse semplicemente agli italiani se volessero o meno le centrali nucleari. I quesiti riguardavano aspetti specifici della legislazione: procedure di localizzazione, contributi agli enti territoriali e possibilità per ENEL di partecipare alla realizzazione e gestione di impianti nucleari anche attraverso società con soggetti stranieri.
L’effetto politico fu tuttavia molto più ampio: negli anni successivi l’Italia abbandonò la produzione elettronucleare.
Nel 2011 si tenne un secondo referendum, questa volta sull’abrogazione delle nuove norme che consentivano la produzione di energia elettrica nucleare nel territorio nazionale. Votò il 57,01% degli aventi diritto e il Sì raggiunse il 94,05% dei voti validi.
La legge approvata il 23 settembre 2026 rappresenta quindi una nuova svolta nella politica energetica italiana.
Non significa cancellare la storia referendaria né significa che domani inizieremo a costruire centrali.
Significa qualcosa di più circoscritto, ma non per questo irrilevante: lo Stato italiano torna formalmente a considerare l’energia nucleare come una delle opzioni possibili della propria politica energetica.
Il vero cambiamento, per ora, è aver rimesso il nucleare tra le opzioni
Ed è forse questa la misura con cui leggere il provvedimento.
Per quasi quarant’anni il nucleare è stato, di fatto, fuori dall’orizzonte della produzione elettrica nazionale. Nel frattempo l’Italia ha costruito un sistema energetico fortemente interconnesso con quello europeo e caratterizzato da una rilevante dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche e, in alcuni periodi, di energia elettrica.
Si può discutere – ed è giusto farlo – se il nucleare sia economicamente competitivo, quali tecnologie siano realmente mature, quanto costeranno gli SMR, quali siano i tempi effettivi di realizzazione, come debbano essere gestiti i rifiuti e quale combinazione tra nucleare, rinnovabili, accumuli e reti rappresenti la soluzione più efficace.
Sono questioni tecniche ed economiche che non possono essere risolte attraverso appartenenze ideologiche.
E soprattutto non basta una legge per risolverle.
Il caso del Deposito Nazionale ci ricorda che individuare tecnicamente un’area non significa riuscire a realizzare un’infrastruttura. Il termovalorizzatore di Roma ci ricorda che persino quando esistono progetto, finanziamento, poteri commissariali e una decisione politica definita, il confronto con il territorio e il contenzioso possono accompagnare l’opera per anni.
Per questo sarebbe sbagliato leggere il voto del Senato come l’annuncio che nel 2033 l’Italia avrà certamente le sue nuove centrali nucleari.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerarlo un passaggio puramente simbolico.
Il 23 settembre 2026 l’Italia non ha costruito una centrale nucleare. Ha deciso che il nucleare può tornare a essere preso in considerazione.
Dopo la scelta politica maturata a seguito del referendum del 1987 e dopo il nuovo pronunciamento referendario del 2011, è un cambiamento di direzione rilevante.
Se diventerà anche un cambiamento del sistema energetico italiano dipenderà da ciò che viene dopo: decreti attuativi, tecnologie realmente disponibili, sostenibilità economica, capacità industriale, sicurezza, gestione dei rifiuti e, forse più di ogni altra cosa, capacità di costruire consenso nei territori. Perché tra decidere di poter fare nucleare e riuscire realmente a farlo c’è ancora una distanza considerevole.
Conclusione: NIMBY
La transizione energetica continuerà probabilmente nella direzione di una crescente elettrificazione. Ma più una società dipende dall’elettricità, più il suo sistema energetico deve essere robusto, ridondante e capace di funzionare anche quando le condizioni si allontanano da quelle considerate ordinarie.
Ed è qui che, sul ritorno del nucleare in Italia, la mia posizione diventa molto più prudente.
Non sono contrario al nucleare per principio. Sarebbe poco razionale escludere a priori una tecnologia che nel frattempo è evoluta e che può contribuire alla produzione di energia a basse emissioni. Ma una politica energetica non può essere valutata soltanto sulla base di ciò che una tecnologia potrà fare: deve confrontarsi anche con ciò che serve oggi e con i tempi necessari per renderla realmente disponibile.
Il cambiamento climatico, infatti, non ci sta aspettando. La soglia di +1,5 °C è già stata superata su base annuale, anche se questo non significa che sia stato formalmente superato il limite di lungo periodo dell’Accordo di Parigi. Il problema della decarbonizzazione è quindi immediato.
Il nucleare, al contrario, ha tempi inevitabilmente lunghi. Prima ancora di produrre il primo kilowattora occorre costruire il quadro normativo, scegliere le tecnologie, individuare i siti, autorizzare gli impianti, trovare le risorse finanziarie, organizzare la filiera, progettare e infine costruire. E in Italia a tutto questo si aggiunge un’incognita che non possiamo ignorare: la capacità effettiva di decidere dove collocare infrastrutture controverse.
Non siamo ancora riusciti a individuare definitivamente il sito del Deposito Nazionale destinato anche ai rifiuti radioattivi che già abbiamo. Conosciamo le difficoltà che accompagnano la realizzazione dei termovalorizzatori, infrastrutture incomparabilmente diverse da una centrale nucleare, ma significative quando vogliamo capire il rapporto tra decisione nazionale e accettazione territoriale.
C’è poi la questione della sicurezza, che per me non può essere ridotta alla sola probabilità di un incidente. Sicurezza significa anche resilienza del sistema: disponibilità dell’acqua, temperature estreme, continuità delle reti, eventi climatici fuori dalle serie storiche, capacità di gestire l’imprevisto. Una centrale progettata oggi dovrà funzionare nel clima del 2050, del 2060 e forse oltre.
Per questo considero corretto che l’Italia torni a studiare il nucleare senza tabù. Ricerca, sperimentazione, competenze industriali e valutazione delle nuove tecnologie devono continuare. Chiudere oggi questa possibilità per ragioni esclusivamente ideologiche sarebbe, a mio giudizio, un errore.
Ma un’altra cosa è decidere che il nucleare rappresenti la risposta ai problemi energetici che dobbiamo affrontare adesso.
Abbiamo bisogno di ridurre le emissioni oggi. Di rafforzare le reti oggi. Di aumentare la produzione disponibile oggi. Di investire in accumuli, efficienza, rinnovabili e resilienza oggi. E dobbiamo farlo mentre studiamo ciò che potrà essere utile domani.
Quando metto insieme urgenza climatica, tempi di realizzazione, sicurezza e resilienza, gestione delle scorie e difficoltà italiane nel localizzare grandi infrastrutture, il mio giudizio personale diventa quindi più che scettico.
E poi rimane la domanda più semplice, quella che porta tutta questa discussione fuori dai convegni, dalle leggi e dai modelli energetici:
vorrei una centrale nucleare vicino a casa mia?
No.
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