One Sydney Harbour (RPBW): tre torri residenziali tra luce, natura e spazio pubblico
One Sydney Harbour di RPBW, presentato dall’arch. Emanuela Baglietto al Convegno Tall Buildings 2025, rappresenta un complesso residenziale di tre torri fino a 250 metri con facciate Open Cavity Facade ventilate naturalmente, winter gardens e spazi pubblici trasparenti. Progettato per il waterfront di Barangaroo a Sydney, il masterplan unisce luce, natura e integrazione urbana, offrendo viste privilegiate e soluzioni innovative di involucro architettonico.
Durante il Convegno Tall Buildings tenutosi alla Triennale di Milano il 26 giugno 2025, l’architetta Emanuela Baglietto ha tenuto un intervento molto atteso sul progetto One Sydney Harbour.
Baglietto ha aperto il suo discorso ricordando il lungo legame professionale con RPBW – Renzo Piano Building Workshop, uno studio con sedi a Genova e a Parigi, come noto anche al pubblico presente. Ha raccontato di come la sede genovese — detta “Puntanave” — sia spesso il luogo dal quale ella lavora, grazie al suo affaccio sul mare, che ha influenzato sensibilmente il suo approccio progettuale.
Per introdurre il progetto australiano, ha citato tre torri emblematiche del repertorio di RPBW, per illustrare l’evoluzione delle “pelli” architettoniche: prima la torre del New York Times Building, poi The Shard a Londra, e infine la torre Fubon a Taipei.
Sul New York Times Building (2007), Baglietto ha ricordato che la torre presenta una forma quadrata rivestita in vetro, a cui sono stati aggiunti pannelli di bacchette ceramiche bianche riflettenti. Questi pannelli svolgono una duplice funzione: mitigare l’impatto termico filtrando e calibrare la luce in ingresso, e al tempo stesso riflettere luce verso l’esterno. In tal modo, l’edificio “dialoga” cromaticamente con l’atmosfera esterna (ad esempio assumendo tonalità rosate durante i tramonti). In questo caso, gli angoli smussati e le bacchette che sporgono oltre il volume chiuso contribuiscono a “stemperare” la percezione dell’edificio, quasi a renderlo meno nettamente definito.
Successivamente ha parlato di The Shard a Londra: un progetto avviato nei primi anni 2000 e completato nel 2012, collocato vicino alla stazione London Bridge, in un ambito fortemente urbanizzato e strategico. Baglietto ha descritto la pelle di questa torre come un sistema a “closed cavity”: un modulo discontinuo con una doppia pelle che racchiude, all’interno della cavità, un vetro doppio (DGU), una tenda interna per il controllo della luce e un vetro stratificato extra chiaro esterno. Questo sistema — insieme alle “scaglie” che definiscono la forma piramidale e si slanciano verso l’alto — conferisce all’edificio un’espressione luminosa e riflettente, mentre le fessure residue fra le pelli consentono all’edificio di “respirare”. Baglietto ha poi ricordato che, in certe condizioni atmosferiche come la nebbia londinese, la parte superiore dello Shard può sembrare dissolversi nello spazio, perdendo definizione.
Infine, ha citato la torre Fubon a Taipei (in realtà nota come Fubon Tower & Fubon Art Museum), completata nel 2024.
In questo progetto la facciata è concepita come un sistema a open cavity: l’aria entra nella cavità attraverso aperture inferiori, riscaldandosi e salendo per effetto camino fino a uscire dalle aperture poste nella parte superiore del modulo. Le pelli esterne non sono completamente chiuse, e Baglietto ha spiegato che questa apertura interna consente una ventilazione naturale controllata, in sinergia con tende motorizzate. Anche in Fubon, gli angoli degli involucri risultano “smaterializzati” e il progetto include spazi pubblici, giardini al suolo e un museo, con l’obiettivo di integrare l’edificio nel contesto urbano con delicatezza.
Dopo questa introduzione storica ed evolutiva, Baglietto ha presentato il progetto One Sydney Harbour. Ha ricordato che si tratta di un complesso residenziale costituito da tre torri, realizzato con una facciata Open Cavity Facade (OCF) che consente ventilazione naturale controllata e ombreggiatura interna.
Il sistema OCF impiega tende interne nella cavità, con aperture in alto e in basso che regolano il flusso d’aria secondo le condizioni di vento e pressione. Questa soluzione è affini a quella sviluppata per lo Shard.
Baglietto ha mostrato immagini del sito: il complesso si estende lungo una delle insenature della baia di Sydney, nel quartiere Barangaroo. Il masterplan locale, redatto da Rogers Stirk Harbour + Partners prevedeva la trasformazione della penisola di Barangaroo, con un terzo dell’area riservato a edifici alti e i restanti due terzi a parchi urbani, giardini pubblici e waterfront.
Il terreno su cui sorgerà l’intervento era stato in passato destinato all’uso portuale e al deposito di container e merci. La città voleva creare un’estensione urbana integrata che rispettasse la qualità ambientale del Central Business District vicino.
Nell’articolare il disegno delle torri, Baglietto ha spiegato come la luce intensa della baia di Sydney e i riflessi dell’acqua abbiano ispirato la concezione di edifici simili a “cristalli”: trasparenti, leggeri, riflettenti. Un vincolo fondamentale era che ciascuna delle 840 unità residenziali potesse avere una vista significativa: da un lato verso nord-est, verso Sydney Opera House e Sydney Harbour Bridge, dall’altro verso l’ovest, verso la profondità della baia e le Blue Mountains. Per evitare conflitti visivi fra le torri (che sono molto vicine), le piante residenziali sono state configurate come triangoli ruotati attorno al proprio baricentro. Baglietto ha precisato che le altezze delle torri sono differenziate: la più alta raggiunge circa 250 metri, la seconda circa 230 metri, e la più bassa circa 107 metri.
Per quanto riguarda il piano terreno e il podio, Baglietto ha illustrato la scelta di rendere questi spazi trasparenti e permeabili, con l’uso di pareti vetrate e porte scorrevoli che, in stagione, possono aprirsi e fondere visivamente l’interno con l’esterno. Il podio è “spezzato” in tre parti per creare piazze e collegamenti pedonali fra le torri, e le torri sono posizionate verso la zona sud del lotto, liberando spazio per un piccolo “parco urbano” connesso al waterfront più ampio. Il materiale di rivestimento del podio è un elemento opaco, denominato “GRC”, che si ritrova anche nelle colonne vicino alle lobby.
Nelle facciate delle torri, Baglietto ha parlato di “facette” diversificate staccate da nicchie in GRC (calcestruzzo fibrorinforzato). Un elemento chiamato “notch” è utilizzato per ospitare finestre angolari tra le due pelli, generando un effetto di chiaroscuro lungo tutta l’altezza delle torri. In alcune parti delle residenze, è previsto un sistema open cavity: il vetro esterno non chiude completamente il modulo di facciata, e in alcune zone si aggiunge un’estrusione in alluminio che “accelera” il flusso d’aria nella cavità. Le finestre interne possono essere aperte, permettendo alle brezze della baia di entrare nelle camere. Ulteriore elemento sono i Winter Gardens, veri e propri terrazzi integrati ai living, separati da porte scorrevoli che consentono la continuità fra interno ed esterno anche a quote elevate. Le finestre “ghigliottina” possono essere abbassate anche al 70° piano: ciò introduce dinamismo nella facciata, che varia a seconda della loro apertura, e quando sono chiuse diventano complanari con il vetro circostante, rendendo invisibile la presenza del Winter Garden interno.
Infine, Baglietto ha mostrato viste interne: lobby trasparenti aperte sul parco, gli spazi connessi alle amenities (piscine, palestre, sale comuni), e scorci verso Harbour Bridge e il porto. Con il suo linguaggio sobrio e preciso, ha saputo trasmettere come l’involucro architettonico — la pelle — sia per lei non solo protezione fisica ma anche strumento narrativo, che integra l’edificio nel contesto ambientale e ne modula la presenza luminosa.
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