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Conversazione con Stefano Piraccini e Margherita Potente, studio Piraccini + Potente. L’ombracolo e il protocollo necessario

La conversazione con lo studio Piraccini + Potente Architettura mostra come Passivhaus, fisica edile e progetto architettonico possano integrarsi: non un vincolo formale, ma un metodo per controllare comfort, energia, materiali e qualità dello spazio.

La conversazione con Stefano Piraccini e Margherita Potente sul rapporto tra architettura, Passivhaus e controllo prestazionale dell’involucro. Il tema centrale è il passaggio dalla sostenibilità come racconto alla sostenibilità come verifica tecnica: orientamento, doppia pelle, comfort indoor, massa, ombreggiamento e dettagli costruttivi diventano strumenti di progetto.

Il valore per il progettista sta nella lettura dell’edificio come sistema complesso, in cui tradizione rurale, fisica edile e qualità spaziale devono essere gestite insieme, senza ridurre l’architettura al solo consumo energetico.


Passivhaus e architettura bioclimatica: progettare edifici efficienti senza rinunciare alla qualità spaziale

Dalla sostenibilità misurabile all’esperienza abitata

Cesena, 24 marzo 2026

Pasqualino Solomita

Chi sono Stefano Piraccini e Margherita Potente?
Chiedo questo non per ricostruire il curriculum, ma per capire chi siete come progettisti — con i rispettivi dubbi, ossessioni, certezze. E soprattutto: esiste una conoscenza che si accumula solo abitando ciò che si progetta — intima, corporea, impossibile da certificare. Cosa avete imparato dormendo nella propria ipotesi, che nessun processo di verifica tecnica avrebbe potuto rivelarvi?

Stefano Piraccini

Abbiamo strutturato il nostro percorso con l’obiettivo di realizzare architetture dove la sostenibilità non fosse solo retorica ma dato misurabile. Personalmente, ho scelto un dottorato in Tecnologia dell’Architettura proprio per approfondire gli aspetti del costruire capaci di conferire maggiore concretezza alla mia inclinazione personale per gli aspetti compositivi.

Mi spiego: la composizione architettonica ha la capacità di generare quella tempesta di emozioni che si prova vivendo o osservando un’opera di Architettura. La tecnologia dell’architettura fornisce gli strumenti operativi per immaginare forme costruibili o per conferire ai materiali la vibrazione luminosa/tattile voluta. Ho iniziato il Dottorato nel 2002 quando parole come «sostenibilità, architettura bioclimatica, efficienza energetica» iniziavano ad entrare prepotentemente in paper o articoli scientifici. Tuttavia trovavo sterili la maggior parte di queste analisi, che vedevano sezioni architettoniche riempite di frecce colorate capaci di rappresentare – molto sommariamente – i flussi energetici che popolano un edificio. Ho poi capito che studi di architettura di alto profilo aprivano collaborazioni con studi di ingegneria come Ove Arup capaci di calcolare e misurare ogni aspetto energetico. Ho così capito che per realizzare l’opera di Architettura dove sostenibilità ed efficienza diventano elementi misurabili, era necessario approfondire e studiare la Fisica Edile (non sono mai stato particolarmente portato per la Fisica). La svolta è arrivata con l’incontro con Margherita, capace, oltre a una spiccata sensibilità compositiva, di gestire con serenità il calcolo analitico e la fisica tecnica.

Margherita Potente

L’obiettivo era avere il controllo del progetto, per dare un senso reale a quelle scelte che altrimenti sarebbero rimaste pura forma. Ho così approfondito questi argomenti con diversi corsi di formazione, sino a diventare progettista Passivhaus e gestire, oltre a tutti gli altri aspetti del progetto, anche quello impiantistico-energetico. Ho cercato di tradurre l’intuizione in formule, trasformando la narrazione formale in dato scientifico certo. È stato questo l’innesto fondamentale: capire che la sostenibilità non è un racconto, ma una disciplina esatta. Abitare questa consapevolezza ci ha permesso di progettare non solo forme, ma prestazioni reali.

Stefano Piraccini

L’effetto è stato proprio quello di razionalizzare l’approccio: avere lo strumento per tradurre in dati scientifici ciò che prima si raccontava in maniera romanzata, come l’edificio che segue il sole o la massa termica del cemento. Tutti questi elementi siamo riusciti a metterli in un file Excel, detto in maniera semplificata.

Arch. Stefano Piraccini e Arch. Margherita Potente. Studio Piraccini + Potente Architettura.
Arch. Stefano Piraccini e Arch. Margherita Potente. Studio Piraccini + Potente Architettura. (Piraccini + Potente)

La casa-studio come manifesto progettuale

Pasqualino Solomita

Rispetto alla questione del vivere in maniera intima l’architettura: alla fine questo è il vostro studio ma è anche la vostra abitazione.

Margherita Potente

È stata una delle prime sperimentazioni, dove abbiamo capito il come e il perché. Inizialmente questo edificio era pensato per noi stessi, non per mostrare all’esterno il nostro lavoro. In seguito, abbiamo capito che poteva diventare un manifesto per farci conoscere.

Sperimentare l’architettura abitando il progetto

Pasqualino Solomita

Mi riporta alla mente la casa sperimentale di Alvar Aalto a Muuratsalo, la sua casa-studio, dove differenti elementi in laterizio e ceramica sono stati liberamente assemblati per studiare il comportamento dei materiali e comprendere possibili applicazioni.

Stefano Piraccini

Per noi è stata una forte occasione per sperimentare, tanto è vero che abbiamo anche realizzato una pubblicazione su questa esperienza, edita da Altralinea, intitolata Cinque strade per costruire una Passivhaus.

Il nostro approccio è stato: non progettiamo, come è consuetudine fare, utilizzando un solo sistema costruttivo (Latero-cemento, legno, acciaio, ecc.), ma utilizziamo la tecnologia costruttiva più intelligente, in funzione di ogni singolo aspetto dell’edificio, con l’obiettivo di massimizzare: efficienza energetica, sismica, superficie utile, confort indoor. Inoltre ogni sistema costruttivo non doveva essere occultato ma diventare strumento compositivo parte integrante dell’aspetto emozionale del progetto. L’edificio presenta parti in legno, parti in muratura, elementi in cemento armato e in acciaio.

Margherita Potente

Dal punto di vista compositivo, volevamo che la forma trasmettesse la nostra storia e che fosse chiara la derivazione della composizione dalla conoscenza tecnologica. Vivendo qui, ci siamo resi conto di quanto il comfort influisca sulla quotidianità: essendo abituati bene, spesso proviamo discomfort negli alberghi perché la percezione della luce, il controllo del rumore e le temperature superficiali, non sono ottimali come quelle a cui ormai ci siamo abituati. Ad esempio, nella stagione estiva, quando si varca la porta di casa, la sensazione che si prova è quella di un tuffo in piscina, ma senza il discomfort del getto d’aria condizionata addosso. C’è anche una forte componente emozionale legata al bello. Siamo grandi viaggiatori e ciò che progettiamo rispecchia le nostre esperienze, come le recenti influenze dal Giappone. Spesso ci diciamo che qui si sta bene anche perché lo spazio è, semplicemente, bello da vedere.

Casa Z. Piraccini + Potente Architettura.
Casa Z. Piraccini + Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

Tradizione rurale e Building Science: oltre il vernacolare

Pasqualino Solomita

«La tradizione non è culto delle ceneri, ma è custodia del fuoco». Avete fatto di questo aforisma mahleriano il manifesto fondativo del vostro studio. Ma il fuoco della tradizione rurale — la casa del nonno, il portico esposto a sud, la massa muraria come accumulatore termico — è di per sé un’azione capace di generare un progetto compiuto? O c’è il rischio, lo dico in maniera provocatoria, che questa fedeltà all’archetipo vernacolare diventi, a sua volta, un culto delle ceneri camuffato da Building Science?

Stefano Piraccini

Questa frase l’abbiamo adottata dopo una visita alla Fondazione Giorgio Cini a Venezia, pensiamo che rappresenti molto bene il nostro approccio alla ricerca progettuale. Noi non ci rifacciamo in maniera dogmatica ai maestri dell’architettura; la nostra fonte di ispirazione principale, quando ci approcciamo al progetto, è l’analisi delle tipologie che caratterizzano il contesto. Le studiamo per capirne la logica evolutiva e da lì partiamo per compiere il passo successivo. Ovviamente questo non giustificherà mai il falso storico, ma per noi è esclusivamente un punto di partenza.

Si tratta di adottare un approccio naturalistico, che mira a studiare la realtà in modo oggettivo. Ad esempio quando operiamo nel nostro territorio rurale leggiamo e rileggiamo gli studi di geografia etnologica di Lucio Gambi, come il suo volume La casa rurale nella Romagna. La casa rurale della Romagna, come tutta l’architettura vernacolare, si è evoluta in base ad un approccio bioclimatico con lo scopo di massimizzare ogni risorsa naturale possibile: dallo sfruttamento della radiazione solare, al corretto orientamento, al calore prodotto dagli animali, al focolare.

Lo studio formale dei nostri progetti riscopre questi principi, attualizzati dagli elementi dell’innovazione tecnologica. Le forme che derivano, a nostro avviso, sono permeate di una bellezza che non è quella del decoro ma quella della funzione, come in natura.

Treehouse, residenza immersa in una radura sul fiume Savio. Piraccini+ Potente Architettura.
Treehouse, residenza immersa in una radura sul fiume Savio. Piraccini+ Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

Margherita Potente

Cerchiamo di generare forme in dialogo con il contesto naturale, capaci di sfruttare la radiazione solare in inverno e l’ombreggiamento in estate, di utilizzare massa o leggerezza in relazione ai flussi energetici che attraversano l’edificio, di dotare gli edifici di polmoni, come la ventilazione meccanica controllata, per farli respirare.                                     

Ritorna il concetto di controllo. Avere il controllo, attraverso la fisica tecnica, ci dà la possibilità di prendere ciò che la tradizione ci ha insegnato e applicarvi la nostra tecnologia. Ad esempio, qui nella casa-studio avevamo una vista bellissima sul fiume e l’abbiamo aperta completamente a est. Al contrario abbiamo realizzato un fronte ovest, affacciato sulla strada, utilizzando pochissime aperture. In questo modo, oltre a dirigere lo sguardo verso il fiume, piuttosto che la strada, abbiamo massimizzato i guadagni termici del mattino, e ridotto il surriscaldamento estivo del pomeriggio.

Il progetto come controllo, non come condizionamento

Pasqualino Solomita

Parlando di controllo: è controllo o anche condizionamento?

Margherita Potente

Direi che è solo controllo, perché abbiamo stabilito un processo edilizio dove il progetto deve attraversare fasi di controllo ben stabilite, dove gli aspetti compositivi – e quindi la bellezza – sono un semaforo verde imprescindibile, altrimenti nemmeno presentiamo al cliente il progetto. Anche se c’è una buona affinità intellettuale sui vari aspetti della progettazione di cui entrambi ci occupiamo a tutto tondo: io ho un focus sulla parte fisico-edile, mentre Stefano sulla parte costruttiva.

Stefano Piraccini

Noi abbiamo una cultura del progetto esecutivo rigorosa: ogni cosa che esce dallo studio è disegnata in scala 1:10, 1:5, 1:20, con sezioni tecnologiche dettagliate. Cerchiamo, per quanto possibile, di andare in cantiere quando tutto è già stato deciso in fase di progetto.

Abitare la Passivhaus: cosa imparare nel modo di progettare

Pasqualino Solomita

La Casa Studio Passivehaus è anche il vostro studio professionale e la vostra casa. Avete cioè applicato il protocollo Passivhaus su voi stessi, come soggetti abitanti. Questa coincidenza tra corpo del progettista e corpo del committente — tra chi calcola le prestazioni e chi le subisce ogni giorno — ha cambiato qualcosa nel vostro modo di progettare per altri? Cosa avete imparato abitando il vostro stesso esperimento?

Margherita Potente

In fondo non cambia niente, che si progetti per un cliente o per sé stessi — anche se essere in due, committenti di noi stessi, è stato come avere a che fare con il cliente più difficile di sempre. Sul piano morfologico, l’approccio per progettare questa casa, è stato la riproposizione in maniera contemporanea dell’architettura povera dei lungofiumi. Ad esempio, lungo il fiume Savio, oppure lungo il corso del Pisciatello, vedi un crogiolo di superfettazioni nate spontaneamente per depositare la legna o ricoverare gli attrezzi. Volevamo interpretare questo linguaggio spontaneo che ha determinato il paesaggio fluviale.

Stefano Piraccini

Vivendoci, abbiamo imparato dagli errori. Ad esempio, queste aiuole erano piantate a prato: abbiamo capito che piantumare l’erba ha senso solo se hai spazi molto grandi; nei piccoli giardini è sconsigliabile. Abbiamo successivamente sviluppato l’idea di un giardino con specie diverse, ispirato al giardino giapponese, dove ogni pianta è studiata per il suo apporto emotivo e spaziale.

Casa-studio Passivehouse. Piraccini+Potente Architettura
Casa-studio Passivehouse. Piraccini+Potente Architettura. (Daniele Domenicali)

LEGGI ANCHE:  L’utilizzo del laterizio nella progettazione nelle case passive

L’archetipo della capanna tra memoria e contemporaneità

Pasqualino Solomita

L’archetipo della casa a due falde è onnipresente nel vostro lavoro — In T+T, nella Casa per un Artista, in The Gold Inside, dove la capanna contemporanea viene calata come innesto aureo all’interno del vecchio scrigno murario. Parlate di questa forma come dell’«archetipo primigenio dell’abitare scolpito nell’inconscio collettivo», della casa «come la potrebbe disegnare un bambino». L’archetipo è anche una trappola: può diventare maniera, citazione, decorazione. Come difendete questa impostazione della «capanna» dal rischio di essere un segno nostalgico piuttosto che una forma ancora attuale? E soprattutto: è una forma che avete scelto, o che vi ha scelti?

Stefano Piraccini

Nasce dallo stesso principio di ricerca dell’archetipo tipologico. Se guardo la casa colonica, il modello elementare è una casa due falde. Se chiedo a mio figlio di disegnare una casa, il suo archetipo è il medesimo. Spesso, quando progettiamo il nuovo, forse in maniera inconscia ci attacchiamo a quell’elemento primigenio. Ma questa per noi non è una regola, nei nostri progetti si trovano edifici con tetti piani o, al contrario, tempestati di falde per generare forme plastiche. Dipende dal contesto, dipende dal cliente. Ci sentiamo piuttosto liberi a riguardo anche perché, sotto il profilo della sostenibilità, la bontà del protocollo Passivhaus è che non impone mai soluzioni conformi. Ti dà la possibilità di gestire, modellare e verificare i vari parametri. A Faenza, ad esempio, stiamo facendo una casa che, in sostanza, è un box in cemento armato iper-efficiente: pur con un materiale energeticamente deficitario, siamo riusciti a renderla sostenibile sul piano dei consumi, delle emissioni in atmosfera, del comfort indoor.

Casa per un artista, Piraccini+Potente Architettura.
Casa per un artista, Piraccini+Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

Margherita Potente

Noi parliamo spesso di sostenibilità, ma non si tratta di un elemento visibile nei progetti. Forse perché per raggiungere la prestazione utilizzando la fisica edile, quasi mai serve utilizzare  facciate verdi  oppure elementi formali di matrice organica. Forse perché ci piace pensare che nel nostro lavoro la sostenibilità sia un elemento imprescindibile, e pertanto ordinario, che non ha bisogno di essere gridato, magari utilizzando il greenwashing. Se non avessimo questo background, l’efficienza dell’edificio non si noterebbe a livello puramente compositivo.

Stefano Piraccini

Ci sono due progetti a Cattolica che declinano l’uso dell’archetipo della casa a due falde: entrambi presentano un basamento sormontato da «casette». A Cattolica, una città con forte vocazione balneare, sono ancora presenti, e largamente diffuse, le cabine da spiaggia, che hanno proprio quella forma. Per la verità non ricordo se sia nata prima l’idea compositiva o se lo spunto sia arrivato dopo una passeggiata sulla spiaggia. Come non so se in The Gold Inside sia nata prima l’idea di richiamare l’oro del mosaico bizantino o se semplicemente ci siamo detti: «Lì ci starebbe bene una casa d’oro» perché magari l’oro del mosaico bizantino lo conservavamo già nella pancia, ed è uscito come un reflusso. Spesso subiamo il fascino dell’architettura analogica di Aldo Rossi. All’ingresso dello studio abbiamo una litografia di Giorgio de Chirico, Gli archeologi: due figure metafisiche che hanno capitelli o frammenti dell’architettura classica nella pancia. Anche noi, credo come tutti, attingiamo da questi «reflussi» culturali, che fanno parte della nostra formazione e della nostra cultura.

T+T, residenza bifamiliare con struttura mista. Piraccini+Potente Architettura.
T+T, residenza bifamiliare con struttura mista. Piraccini+Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

The Shell: ombracolo, doppia pelle e casa nell’ombra

Pasqualino Solomita

The Shell — La Conchiglia — dà il nome a una residenza Passivhaus in cui lo schermo solare in doghe di legno avvolge il volume come un guscio biologico, modificando la percezione dell’architettura al variare dell’incidenza luminosa. La conchiglia è uno degli oggetti più studiati dalla geometria della crescita proporzionale — la spirale logaritmica, il rapporto aureo, la forma che si auto-genera seguendo una regola interna. Questo riferimento biomorfico è stato consapevole fin dall’inizio del progetto, o ha preso forma durante il disegno? E in che misura la forma della conchiglia è metafora poetica oppure modello fisico reale — la parete ventilata come membrana filtrante, l’edificio come organismo che respira?

Margherita Potente

Siamo stati molto fortunati in quel caso: avevamo un grande lotto nel contesto agricolo, pertanto eravamo liberi di orientare l’edificio perfettamente a sud, in maniera direi «da manuale» per sfruttare al massimo la radiazione solare in inverno ed ombre portate in estate. Lo stesso orientamento che hanno, per altro, tutte le case rurali. La genesi del nome di questo progetto è meno romantica della narrazione a posteriori. Il nome iniziale era «l’ombracolo». Questo progetto è stato ispirato dai lavori di Sean Godsell, architetto che a noi piace tantissimo e che approfondisce il tema costruttivo in climi caldi utilizzando spesso una doppia pelle che filtra il sole. In The Shell l’idea alla base del progetto era quella di realizzare una «casa dentro la casa».

THE SHELL Passivehouse, residenza unifamiliare con struttura a telaio in calcestruzzo armato.
The Shell Passivehouse, residenza unifamiliare con struttura a telaio in calcestruzzo armato. (Chiara Pavolucci)

Stefano Piraccini

Nella prima versione l’edificio aveva il tetto piano, ma i regolamenti edilizi non lo consentivano, e alla fine siamo tornati all’archetipo della casa con copertura tradizionale a due falde. È stato meglio così. Fuori c’è il legno non trattato che col tempo, desaturandosi, si amalgamerà col paesaggio; dentro, la casa è di colore scuro, quasi nera. Questo perché ci affascina l’architettura giapponese che gioca con le ombre, un aspetto che descrive molto bene Jun’ichirō Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Mentre la «casa» esterna in acciaio e legno viene colpita dal sole, la «casa» interna viene colpita dalle ombre che si confondono sulla sua superficie di colore scuro. In questo modo la geometria della «casa» interna non è mai chiaramente distinguibile dall’osservatore, lasciando lavorare la fantasia e l’inconscio.

Prendiamo riferimento dal folclore degli yōkai, i fantasmi yūrei e gli spiriti mutaforma bakemono: si nascondevano proprio nell’ombra della casa tradizionale giapponese, dove la fantasia poteva lavorare libera.

Quando il racconto precede il progetto

Pasqualino Solomita

Mi riallaccio alla domanda precedente citando i nomi di alcuni dei vostri progetti: Casa per un Artista, The Gold Inside, Camera obscura, La tana di Behemoth, Wabi, Vertigo, L’abito di Dafne, The Shell: questi titoli non descrivono, evocano. Mi interessa capire se la narrazione — il romanzo, l’immagine, il riferimento letterario — funziona come dispositivo generativo del progetto, o se è un’etichetta comunicativa applicata a posteriori. Esiste un momento in cui la storia precede il disegno?

Stefano Piraccini

Alcune volte la storia precede il disegno, altre no. Una volta un cliente ci ha detto, al primo incontro, «Voglio che la casa si chiami Botanica House», perché sul lotto che aveva acquistato c’erano delle serre da fiori. The Gold Inside, invece, è nato organicamente insieme al progetto. La tana di Behemoth è nata perché la famiglia committente aveva un gatto iperaggressivo; da più di dieci anni abbiamo istituito insieme ad amici un circolo del libro e, pensando al romanzo Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov Behemoth, ci è venuto in mente Behemoth, il demone gatto. In altre occasioni il nome arriva alla fine. Ad esempio per l’ultimo progetto — la casa per una stilista — abbiamo faticato a trovare un nome, chiedendo persino all’intelligenza artificiale. Poi ci è venuto in mente il film di Antonioni, Blow-Up, e trovando riferimenti coerenti, il progetto è stato battezzato così a posteriori.

The Gold Inside. Piraccini+Potente Architettura.
The Gold Inside. Piraccini+Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

Wabi-sabi e Passivhaus: la bellezza dell’imperfezione controllata

Pasqualino Solomita

Prendo spunto da un vostro progetto di interni che si chiama Wabi — riferimento diretto all’estetica giapponese del wabi-sabi, la bellezza dell’imperfezione, della materia che invecchia con dignità, della ceramica incrinata riparata con oro. Nel vostro lavoro emerge una fascinazione profonda per il pensiero spaziale giapponese. Ma c’è una contraddizione irrisolta: il wabi-sabi celebra ciò che si sfoglia e si incrina, mentre il vostro involucro Passivhaus deve restare perfettamente integro per decenni — ogni crepa è un ponte termico, ogni imperfezione è un fallimento certificato. Come convivono, nel medesimo studio, la perfezione dell’involucro e la bellezza dell’imperfezione abitata?

Margherita Potente

Utilizziamo materiali naturali che cambiano e invecchiano col tempo, ma a livello tecnologico l’involucro rimane perfetto, anche perché si trova all’interno della pelle esterna. E anche quando questa pelle è di legno, la specie che utilizziamo nei nostri progetti, anche se cambia colore col tempo, non compromette le sue prestazioni.

Stefano Piraccini

È il dualismo tra corpo e pelle. Ci piace che il rivestimento materico esterno invecchi e mostri le sue irregolarità, mentre gli «organi vitali» — le stratigrafie e l’impiantistica — devono funzionare in modo perfetto e durare nel tempo. In Wabi, trattandosi di una casa colonica, volevamo ricreare l’estetica dell’imbiancatura a grassello di calce di un tempo. Abbiamo collaborato con un artigiano per formulare resine e velature a base di calce che simulassero quella porosità storica garantendo durabilità.

Oltre la certificazione: l’impronta Passivhaus come metodo

Pasqualino Solomita

Le vostre case sono sempre Passivhaus?

Margherita Potente

Non sempre certificate, ma abbiamo sempre l’impronta e l’approccio Passivhaus. Sono tutti edifici altamente efficienti. Il livello di controllo tecnico nel disegno dei dettagli è identico.

Stefano Piraccini

Noi applichiamo sempre l’alta efficienza energetica con il know-how Passivhaus, calcolando tutto rigorosamente. Il risultato in termini di comfort interno è radicalmente diverso dalla media.

Margherita Potente

Bisogna fare ricerca. Negli edifici super performanti, ciò che consuma di più sono gli elettrodomestici, che incidono pesantemente.

La Petite, residenza unifamiliare con struttura a setti portanti in legno (CLT). Piraccini + Potente Architettura.
La Petite, residenza unifamiliare con struttura a setti portanti in legno (CLT). Piraccini + Potente Architettura. (Francesco Montaguti)

Architettura italiana: tra complessità tecnica e rischio formalista

Pasqualino Solomita

Mi avvio alla conclusione di questa conversazione. Come valutate lo stato attuale dell’architettura italiana? Dove ravvisate i segnali di una cultura progettuale solida e dove, invece, permangono le lacune più preoccupanti?

Stefano Piraccini

Io mi sono formato a Ferrara con docenti d’impostazione teorica molto forte, legati a figure come Massimo Carmassi. Oggi vedo che è difficile distinguere tra architettura e mero design su grande scala. C’è una grandissima complessità nel nostro mestiere. Cinquant’anni fa costruivi con il solo blocco di laterizio, oggi l’edificio è una macchina complessa dominata dall’impiantistica. Esistono realtà italiane straordinarie che stimiamo moltissimo, come lo studio ELASTICOFarm, capaci di gestire forme plastiche inedite sostenute da una vera ricerca sui materiali. Trovo invece sterili gli approcci puramente formalisti, spesso avallati da critici come Luigi Prestinenza Puglisi.

Efficienza energetica e qualità architettonica: una falsa opposizione

Pasqualino Solomita

Vi pongo una contro-domanda: non c’è il rischio che il dibattito sull’efficienza energetica stia progressivamente colonizzando il discorso architettonico, riducendo la valutazione dell’opera all’unico parametro del consumo per metro quadro e impoverendo così quella dimensione poetica, spaziale e civile del progetto che voi stessi dichiarate irrinunciabile?

Margherita Potente

Chi si limita a soddisfare solo i parametri per me fa edilizia, non architettura. Io credo che un bravo architetto oggi non può non pensare all’efficienza, oltre che una scelta etica, è una componente prestazionale imprescindibile del nostro tempo. Si tratta di gestire la complessità, dove nessun elemento deve rimanere in secondo piano: l’architettura a nostro avviso deve svolgere la sua funzione, emozionare chi la vive o chi la osserva, e non impattare con l’ambiente.

Stefano Piraccini

Purtroppo l’edilizia rappresenta la maggior parte del nostro tessuto costruttivo, l’architettura è un fenomeno piuttosto raro. Il progettista al quale non interessa fare architettura, non interessava nemmeno prima che si iniziasse a parlare di efficienza energetica e sostenibilità. Si tratta sempre di gestire la complessità, sulla linea di quanto furono introdotte, ad esempio, le norme sismiche o quelle antincendio. Purtroppo chi non riesce a gestire questa complessità finisce fagocitato limitandosi a rivestire di cappotto gli edifici. Oppure, chi proprio evita il problema, finisce col vedere i propri edifici trasformati in pochi anni, come è successo lo scorso anno quando hanno applicato un cappotto sul rivestimento in mattone faccia a vista di un edificio di Vittorio Gregotti posto di fronte al Dipartimento di Architettura di Cesena. L’architetto che cerca la qualità accoglie l’efficienza come un’ennesima variabile da gestire, al pari della burocrazia, della struttura o degli impianti.

Margherita Potente

Per gestire questa complessità abbiamo integrato nel nostro studio diverse competenze in modo da aumentare la produttività ed il controllo, soprattutto per quanto riguarda la fisica edile ed il tema edificio-impianto. La complessità è tale che, se ci affidassimo a consulenti esterni, non riusciremmo a gestirla in modo unitario e garantire la qualità dei nostri progetti.

Kabine 35, residenza unifamiliare con struttura a setti portanti in legno (CLT).
Kabine 35, residenza unifamiliare con struttura a setti portanti in legno (CLT). (Francesco Montaguti)

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