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Pensavo fosse una piscina, invece era una città che imparava ad adattarsi

Tra il 1970 e il 1977 una grave siccità colpì la California, portando lo Stato a limitare drasticamente l’uso dell’acqua e il riempimento delle piscine private. Molte rimasero vuote per anni. Quei vuoti di cemento, nati come simboli di benessere, furono riutilizzati in modo imprevisto, anticipando una lezione oggi centrale: le città devono imparare ad adattarsi al cambiamento climatico.

Pensavo fosse una piscina, invece era una città che imparava ad adattarsi

Tra il 1970 e il 1977 una grave siccità colpì la California. È uno dei periodi di crisi idrica più severi del Novecento: le precipitazioni crollano, gli invasi si abbassano, l’acqua diventa una risorsa critica.

Lo Stato della California e le amministrazioni locali introducono misure restrittive sull’uso dell’acqua, tra cui il divieto o la forte limitazione del riempimento delle piscine private. Non è una scelta culturale. È una scelta emergenziale.

Il risultato è che migliaia di piscine residenziali, soprattutto nella California del Sud — Los Angeles, Santa Monica, Venice — restano vuote per anni.

Ed è qui che accade qualcosa di imprevisto.

Quelle piscine, progettate come simboli di benessere privato, perdono la loro funzione originaria. Diventano vuoti inutilizzati, superfici di cemento curve, lisce, continue.

Alcuni ragazzi, perlopiù surfisti, iniziano a entrarci. Non per protesta. Per sperimentare.

Quelle curve ricordano le onde. Quel vuoto diventa spazio.

Nasce così una parte fondamentale dello skateboard acrobatico e verticale. Nessun piano urbanistico lo aveva previsto. Nessun regolamento lo consentiva. Eppure una crisi climatica produce una nuova forma di uso urbano.

Quella piscina era stata progettata per una sola condizione: l’abbondanza d’acqua. Quando quella condizione viene meno, lo spazio entra in crisi. Ma non muore. Viene reinterpretato.

Ed è difficile non riconoscere in questo meccanismo una metafora potente delle città che stiamo progettando oggi: città che stanno progressivamente perdendo le condizioni ambientali, sociali ed economiche per cui erano state pensate.

"How drought led to the rise of skateboarding in 1970s California" - By Sarah Collins - University of Cambridge


La fine della città monofunzionale

Per decenni abbiamo progettato città su presupposti di stabilità: clima prevedibile, risorse continue, funzioni rigide.

Il cambiamento climatico rompe questo schema, e lo fa in modo strutturale.

La prima conseguenza è la fine della città monofunzionale.

Abbiamo costruito quartieri solo residenziali, aree solo produttive, spazi pubblici pensati per un unico uso e per una sola condizione climatica. Oggi questo approccio è semplicemente insostenibile.

Uno spazio che funziona solo se le condizioni restano ideali è, per definizione, uno spazio fragile. La piscina californiana ce lo insegna in modo molto chiaro: quando viene meno la condizione per cui era stata progettata, o diventa un problema, oppure cambia natura.

Le città del futuro dovranno assomigliare più a sistemi adattivi che a macchine perfettamente tarate.

Dal controllo alla convivenza con il clima

Questo ci porta a un secondo passaggio: progettare per la convivenza con il clima, non per il suo controllo.

Il progetto moderno ha cercato di neutralizzare il clima: ombra artificiale, raffrescamento continuo, impermeabilizzazione totale, separazione netta tra naturale e costruito. Oggi sappiamo che questa strategia non è più sufficiente, e soprattutto non è resiliente.

Dobbiamo accettare che l’acqua a volte mancherà, a volte arriverà in eccesso, e che il caldo non sarà più un evento eccezionale, ma una condizione strutturale.

La piscina vuota funziona come spazio proprio perché non è iper-specializzata. È una forma semplice, robusta, capace di mantenere valore anche fuori dalla sua “performance ideale”.

E questo vale anche per la città: meno ottimizzazione, più resilienza.

Cambiano le abitudini sociali, restano spazi sospesi

C’è però un ulteriore livello di riflessione, che riguarda molto da vicino le nostre città e le nostre coste.

Cambiano anche le abitudini sociali. E quando cambiano le abitudini sociali, l’architettura spesso resta indietro.

Lungo molte coste italiane esistono ancora oggi i ruderi delle colonie marine: edifici pensati per un’idea di vacanza salutare, per l’esposizione al sole, all’aria, al mare, come strumenti di igiene e di educazione collettiva. Molte di queste architetture sono firmate da grandi progettisti e rappresentano testimonianze importanti del Novecento italiano.

Oggi però questi luoghi non svolgono più la funzione per cui erano stati pensati. Le modalità di vacanza sono cambiate, il rapporto con il mare è cambiato, i modelli sociali sono mutati.

Il risultato è che molte colonie diventano spazi sospesi: strutture degradate, arrugginite, abitate informalmente, talvolta trasformate in luoghi di accoglienza di fatto, ma senza progetto, senza riconoscimento, senza dignità.


Progetto, regole, trasformazione: una riflessione necessaria

A questo punto emerge una questione che non riguarda un singolo caso, ma il modo stesso in cui governiamo la trasformazione urbana.

Quando parliamo di adattamento, di resilienza, di usi non previsti, il problema non è solo progettuale. È normativo e culturale.

Molto spesso le regole che oggi impediscono la trasformazione degli spazi non nascono da una lettura urbana o sociale. Sono giuridicamente corrette, ma progettualmente cieche. Scritte da chi conosce bene il diritto, ma non pratica la città, non lavora sui processi reali di trasformazione, non ha strumenti di sociologia urbana, di architettura, di pianificazione.

Il risultato è che la norma non accompagna il cambiamento: lo congela.

Quando il contesto cambia — perché cambia il clima, perché cambiano le abitudini, perché cambiano le condizioni economiche e demografiche — lo spazio resta fermo. Non perché manchi un progetto, ma perché manca una cornice regolativa capace di evolvere.

È così che produciamo edifici e parti di città destinate a diventare scheletri: formalmente tutelati, ma sostanzialmente senza futuro. Spazi pensati per durare, ma governati come se le condizioni che li hanno generati fossero immutabili.

Qui sta un paradosso che, come urbanisti, dovremmo riconoscere con chiarezza: non è l’assenza di progetto a generare degrado, ma l’incapacità di ripensare progetto e regole quando cambiano le condizioni.

Quando la regola è più rigida della realtà, la realtà non si adegua. Trova altre strade. Occupa, si deteriora, perde senso.

Usi non previsti e fine del progetto “sulla media”

Da qui nasce il tema degli usi non previsti. Lo skateboard nelle piscine non nasce da un progetto, ma da un’appropriazione. Eppure è lì che si sviluppa innovazione.

Nelle città climaticamente stressate, che invecchiano, che perdono negozi e luoghi di incontro, che si digitalizzano, accadrà la stessa cosa. Gli abitanti useranno gli spazi in modi che oggi non immaginiamo.

Per noi progettisti questo è scomodo, perché significa rinunciare a una parte di controllo. Ma è inevitabile.

La domanda non è più: come verrà usato questo spazio? La domanda diventa: questo spazio saprà essere riusato?

Ed è qui che arriviamo all’ultimo passaggio: la fine del progetto basato sulla media. Per anni abbiamo progettato sulla media climatica, sulla media statistica, sulla condizione ordinaria. Ma la media non rappresenta più la realtà.

La realtà sono gli estremi. Ambientali, sociali, demografici.

La piscina californiana non è stata salvata perché efficiente, ma perché ha mantenuto valore anche fuori scenario.

Questo è il cambio di paradigma: non progettare per funzionare al meglio in condizioni ideali, ma per restare utilizzabili quando le condizioni cambiano.

Conclusione

Forse quella piscina vuota ci dice qualcosa di molto attuale.

Nessun urbanista aveva previsto che una crisi idrica avrebbe generato un nuovo spazio urbano. Nessun regolamento lo consentiva. Eppure è successo.

Oggi il cambiamento climatico ci pone davanti alla stessa responsabilità. Non possiamo prevedere tutto. Ma possiamo evitare di progettare città che, alla prima crisi, diventino inutili.

Possiamo progettare spazi che non si rompono quando il clima cambia, ma che — come quelle piscine — si trasformano.

E forse il futuro della progettazione urbana non sta nel disegnare soluzioni definitive, ma nel costruire città capaci di essere abitate anche quando le condizioni che le hanno generate non esistono più.

Come abbiamo già avuto modo di riflettere a partire dal libro La città scritta di Stefano Boeri, progettare la città è molto simile allo scrivere un racconto: non significa fissare una trama definitiva, ma costruire una struttura capace di accogliere cambiamenti, deviazioni e capitoli imprevisti, senza perdere senso, coerenza e responsabilità collettiva.

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