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"Fuoco e ghiaccio": architettura come attraversamento, percezione e dissoluzione del limite

Una riflessione sullo spazio architettonico come soglia percettiva, dove poesia, materia e strutture permettono di “attraversare i muri” e riscoprire la sostanza condivisa della realtà. Un invito a progettare architetture capaci di rivelare, amplificare e trasformare lo sguardo.

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Spazio tattile e sonoro

A volte si vorrebbe che l’universo tattile si confondesse col sonoro, che lo spostamento permettesse, ascoltando la voce, di toccare, accarezzare, sfiorare, rasentare, premere come il suono consente di creare il con-tatto. «Guardare» e «ascoltare» potrebbero diventare «annusare» e «gustare»? è possibile fondere udito e tatto? E nell’intervallo sospeso di un piccolo silenzio che cerca un ascolto nel telefono («sei ancora lì?») percepire l’avvicinamento (aptico), prima della carezza.

Appare difficilmente traducibile l’effetto che la tua voce ha avuto su di me, nel cuore del toccare, nel non mancare di tatto, nell’evocazione lieve del viso, delle labbra. Forse riconoscere il toccabile e l’intoccabile, udendo la tua voce, è una sensazione simile a quella di trovarsi immersi fra luce e ombra? Una carezza in fondo si dissipa come in un sogno.

Usando il “Toccare, Jean-Luc Nancy” di Jacques Deridda tradotto da Andrea Calzolari per Marinetti 1820 editore, ho provato a capire cosa significa “sentirsi nel sentirsi toccato” tra tempi di silenzio e interruzioni di respiro, attraverso “il filo senza filo delle voci intrecciate”. Toccare un argomento che devia e uno che sottrae. “Il nostro toccare è ciò che ci rende noi e non c’è nessun segreto da scoprire o da nascondere…”

 

Le mani come fiori di parole (donate) sono un murale del dipartimento di ingegneria del Campus UNAL di Bogotà, un’inaspettata architettura ancora conservata di Leopoldo Rother degli anni Trenta.
Le mani come fiori di parole (donate) sono un murale del dipartimento di ingegneria del Campus UNAL di Bogotà, un’inaspettata architettura ancora conservata di Leopoldo Rother degli anni Trenta. (Marcello Balzani)

  


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Il filo metaforico della narrazione

Shahrâzâd, la cui arte consiste nell’iniziare e rimandare e concludere all’infinito, è una donna di risorse e sagacia illimitate, che tuttavia usa l’astuzia e la manipolazione da posizione di totale impotenza, con la spada del destino praticamente in camera da letto, appesa come la spada di Damocle a un filo metaforico, il filo della sua narrazione con il sudario che le viene preparato ogni giorno per la mattina successiva… Pier Paolo Pasolini ha detto molto bene che i racconti delle Mille e una notte finiscono tutti con la scomparsa del destino che «riaffonda nella sonnolenza della vita quotidiana». Eppure la vita di Shahrâzâd non può riaffondare nella sonnolenza finché tutte le storie non sono raccontate.

Ma gli uomini avevano conosciuto qualcosa di simile? Non saprei, sono sempre disposti a creare illusioni. Come? Quanti di loro si illudono di essere intelligenti, di essere poeti oppure di essere coraggiosi! Di che hai paura amore mio? Temo che il bene si insinui dove meno ce lo aspettiamo! Non essere pessimista! Orgoglio e amore non possono abitare nello stesso cuore.

La prima parte è un brano tratto da “Il genio nell’occhio d’usignolo” della grandissima Antonia S. Byatt, tradotta da Anna Nadotti e Fausto Galuzzi per Einaudi nella raccolta “Tre storie fantastiche”. Mentre il testo che segue è del premio Nobel Nagib Mahfuz in “Notti delle Mille e una notte” tradotto da Valentina Colombo per Feltrinelli.

Mahfuz immagina la storia esattamente dal momento in cui finisce l’altra, quando Shahrâzâd si salva e viene presa in moglie dal sultano perché “i suoi racconti sono magia bianca, dischiudono universi...”. I due testi si intrecciano nel mio ricordo e nell’attualità contemporanea. Mahfuz racconta pasolinianamente le altre storie, quelle che si incarnano nella realtà, tra fanatismo religioso e conflitti politici. È forse il suo libro più bello.

Antonia S. Byatt si immagina una scrittrice, Gillian Perholt, che viene invitata ad Ankara per un convegno dal titolo «Storie di vita di donne»… molte cose allo stesso tempo: carattere, destino e sesso, dove destino “non è il carattere, come sosteneva Novalis, ma qualcos’altro”. In certe occasioni, in cui ridondati fluttuiamo, si incrociano le nostre vite nelle storie, nei sogni e forse la sincronizzazione permette un graditissimo inaspettato. Non voglio smettere di baciarti ancora.

 

Eva, dell’affresco di Paolo Uccello degli inizi del quarto decennio del Quattrocento
Un mio dettaglio di Eva, dell’affresco di Paolo Uccello degli inizi del quarto decennio del Quattrocento, riferito alla sua creazione e al peccato originale, che si trovava in una delle lunette dei chiostri del convento di Santa Maria Novella a Firenze. (Marcello Balzani)

 

Il trascorre del tempo (e della narrazione) delle mille e mille notti non hanno reso vano il percepire ancora di un inizio (di leggenda): “salvarsi quotidianamente la vita da una vendetta generalizzata e indiretta contro il genere femminile”.

  


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3+1

Amare, essere amato… come sono le azioni umane. Colpire, essere colpito; guardare, essere guardato… Da dietro le spalle arrivò un bigliettino, che qualcuno aveva fatto girare per gioco. Guardai, c’erano scritte delle domande: “Vuoi amare?”, “Vuoi essere amata?”. E sotto la frase “Vuoi essere amata?”, scritti con l’inchiostro o con la matita blu e rossa, c’erano molti cerchietti, mentre nella colonna del “Vuoi amare?” non c’era nemmeno il più piccolo segno di adesione. Anch’io non feci eccezione e aggiunsi il mio cerchietto sotto “Vuoi essere amata?”… Si intuisce per istinto che la felicità sta nel fatto di essere amate. Solo la ragazza accanto a me, quando le passai il biglietto, vi diede una rapida occhiata e subito, a colpo sicuro, con un deciso tratto di matita tracciò un grande cerchio nella colonna bianca ignorata da tutte le altre. Lei voleva amare… Ora non ho idea di come sarà diventata da grande quella ragazza dai capelli un po’ rossastri. Forse crescendo è diventata una delle poche elette.

Il tuo modo medioevale di esprimere le emozioni era talmente estraneo alla mia sensibilità. “Quello che chiamano amore è attaccamento. Se io ho attaccamento per una tazza da tè, non c’è niente di male, no? Allora, cosa c’è di male se ho attaccamento per te?”. Sembrava la minaccia di un bambino viziato. Parole egoiste e disperate. La tristezza irrazionale contenuta nelle tue frasi violente, minacciose fece sbocciare di colpo dentro di me, come un fiore di cristallo, la felicità di una donna che si sente amata. Adesso dentro di me vive un’altra me che io stessa non conosco. Tutti gli esseri umani hanno dentro di sé un serpente, quindi non c’è ragione di averne tanta paura. Quale sarà il serpente che ognuno di noi si porta dentro? Egoismo, gelosia, fatalità? Forse una specie di karma che ingoia tutto ciò e che la nostra forza non ci basta a mutare? Forse immaginare quella cosa brutta, spaventosa che avevo dentro di me con una forma così netta e che in qualche modo esprimeva la tristezza e la passione della donna, mi diede un certo conforto.

È il grande Inoue Yasushi di “Il fucile da caccia”, tradotto da Giorgio Amitrano per Adelphi. Non lasciatevi trarre in inganno (come me) dal titolo: è l’autore di “Amore” e questo suo primo romanzo (epistolare) traccia la vita di tre donne in rapporto ad un uomo che ad esse nella vita (segreta) si lega a loro. Ma l’uomo che ha venduto l’anima al diavolo deve per forza essere lui stesso un diavolo? Non può fare a meno di portare sempre il fucile a tracolla?

.. di nuovo scorrerà insinuandosi in ogni fibra del tuo corpo.

 

“Betsabea”, olio su tela di Gregorio Sciltian del 1953. Rapito nella bellissima mostra “L’Arte della Moda. L’età dei sogni e delle rivoluzioni 1789-1968” al Museo San Domenico di Forlì
L’immagine è un mio dettaglio (virato nel rosso e capovolto) di “Betsabea”, olio su tela di Gregorio Sciltian del 1953. Rapito nella bellissima mostra “L’Arte della Moda. L’età dei sogni e delle rivoluzioni 1789-1968” al Museo San Domenico di Forlì (Marcello Balzani)

 

La mano maschile, come un serpente tra gli sguardi riflessi del “vuoi amare?” e del “vuoi essere amata?”, ingoia ogni mutazione.

 


3

Frammenti (di spazio)

L’incavo della coscia è liscio come una conchiglia. Desidero aprire un capoverso nello spazio fra le tue spalle. Alla fine di ogni conversazione (telefonica) le labbra diventano dimora e io tempero matite e scrivo sul letto. Perché continuo? Continuo ad insinuarmi nel ventaglio trasparente del tuo corpo? Io imbriglio il tuo corpo al mio. Amami, le mie mani si arrampicano sulla tua schiena, naso contro naso, ondeggianti… Di cosa sa un uomo prima di tradire? Che carne sono nelle tue mani? Quando baci, mi accarezzi la nuca, quando allunghi la mano nel profondo? E all’improvviso… ti concentri sul ritmo, condensi il mio controllo e il mento diventa acqua. All’improvviso tutto è piacere. Non mi chiedi cosa voglio. Nemmeno come sto. Intrecci le mani, chiudi lo spazio del corpo. Nessuno mi ha costretta. Cosa sei, cosa sei, cosa sei. Non ci siamo baciati abbastanza. Come hai potuto non accorgerti che non ci siamo baciati abbastanza?

È Sarai Shavit in “Lettera d’amore e d’assenza” tradotta dall’ebraico da Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano per Neri Pozza editore. Leggerla è come aspettare nel silenzio prima che si scateni il terremoto. Poi la lava si spegne e riconosci le (poche) parti del tuo corpo (animo) scoperte.

Sono 176 frammenti di lettera, di dialoghi che hanno sudore, profumo, odore trasparente che si appiccica, sembra di avere un fiammifero sul collo che vuole ardere. E poi dai grani di fiamma tutto si accende: un fuoco e un altro fuoco. Leggetela e comprenderete come non sia possibile arrabbiarsi con una persona che si innamora…

Non provare desiderio per te, come fosse quella la felicità… Ma poi la tua lingua cerca la mia. Le tue labbra gemono nella mia testa, si fermano nel tocco delle dita. Anche quando sei lontano, le lettere del tuo nome vengono intinte nella mia bocca come il pane e ricostruisco i tuoi sussurri. Le tue braccia sulla mia pelle, tessuti morbidi che si scambiano. Morsi e baci. Alla fine mi costringo a dimenticarti.

 

L’immagine è un mio scatto di uno scatto della grandissima fotografa Eve Arnold, la cui “Opera 1950-1980” è stata preziosamente esposta in una mostra al Museo civico San Domenico di Forlì.
L’immagine è un mio scatto di uno scatto della grandissima fotografa Eve Arnold, la cui “Opera 1950-1980” è stata preziosamente esposta in una mostra al Museo civico San Domenico di Forlì. (Marcello Balzani)

 

Cosa trattieni? Cosa? Quale assenza (d’amore)? Quale “prova di abbandono” (ricorda Roland Barthes)? Dalle tue (mie) dita può nascere la consapevolezza…

 


2

Sfondare il muro

“C’è in me qualcosa e somiglia al fondo di ogni cosa. Forte chiama forte e paziente… e la bellezza non è che l’ombra della sua luce, il chiodo a cui s’appende l’involucro e la parvenza… La paura ignorante del sangue che si crede d’essere lui tutta la sostanza. In te e in me qualcosa più vecchio di me e di te – di te che tremi e forse vedi o non vedi ora l’identico fondale, lo stesso impasto, lo stesso pane che ci affratella.

- Chiedimi un dono.

- Che diano e ricevano felicità.

- Chiedimi ancora un dono.

- Che felicità non muti, che sia perfetta.”

Sono alcuni versi di “A chi esista” nella terza parte di “Paesaggio con fratello rotto” di Mariangela Gualtieri per Einaudi. Bisognerebbe leggere queste parole come un’invocazione in una grande basilica o cattedrale romanica, “rampe di lancio per il suono” attraverso una “misteriosa qualità del respiro”.

Lo spazio (architettonico) a volte permette di smaterializzarsi. La sostanza della realtà è comune a tutte le cose, come scrive Carlo Rovelli, e se si accetta di farne parte senza preconcetti non è impossibile attraversare i muri, scorrere lungo i solai, percepire la duttilità delle strutture.

 

Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, la “Santissima Trinità” del Masaccio era in restauro (anche nel supporto architettonico dopo le storiche traslazioni) e si poteva ammirarla nella sua amplificata rivelazione rinascimentale da un livello dell’impalcatura che raramente è ammesso.
All’altezza della terza campata della navata sinistra della Basilica di Santa Maria Novella a Firenze, la “Santissima Trinità” del Masaccio era in restauro (anche nel supporto architettonico dopo le storiche traslazioni) e si poteva ammirarla nella sua amplificata rivelazione rinascimentale da un livello dell’impalcatura che raramente è ammesso. (Marcello Balzani)

 

Ho ribaltato il mio dettaglio fotografico per dare senso alla rottura, alla frattura della profezia e ho virato nel rosso l’affresco del Masaccio perché il “paesaggio” palpiti sonoramente più vivo e “colmi la distanza fra ciò che senti e ciò che fai”.

Forse bisogna sfondare “la convinzione d’essere solo umani” e la bianca colomba nel ribaltamento appare così centralmente riconoscibile… la vita “è più misteriosa di questo poco”.

 


 

1

Fuoco e ghiaccio

C’è chi dice che il mondo finirà con il fuoco e chi col ghiaccio. Per ciò che ho assaporato io del desiderio sto con chi tiene per il fuoco…

Volavano a stracci le nuvole e svelte ed eravamo nascosti a malapena dalle foglie sotto i rami. Le mie mani lungo i tuoi fianchi, là da qualche parte; poi appoggiare il ginocchio e sprofondare fino al gomito come in una sorgente. L’acqua secondo me non cambia mica. Lo sappiamo, noi due, che è calda a confronto col freddo e fredda a confronto col caldo.

Ma il bello sta nel modo in cui lo dici. Sii sotto la pioggia amor mio dove aleggia il vento e la bufera preme le spalle: non arriverai con i piedi asciutti, quindi avanza nella tempesta e trionfa. So che lo puoi fare. Ma adesso adagio, adagio! Rallenta il sole! Passi e corse in punta di piedi. Dal fondo delle scale lui la vide prima che lo vedesse lei. Cos’ è che vedi sempre da lì? Voglio saperlo… Te ne accorgerai. Il solco intravisto nell’erba è il sentiero.

Robert Frost, “Fuoco e ghiaccio. Poesie”, tradotte stupendamente da Silvia Bre in un’edizione curata col testo a fronte da Ottavio Fatica per Adelphi.

Wystan Hugh Auden scriveva che la poesia di Robert Frost è fatta per coloro che si pongono due domande: Chi sono? Chi vorrei diventare? Ma sappiamo tutti quanto il ghiaccio bruci in ogni malefica benedizione che confonde, rendendo visibili le forme delle forme, come l’arte di sentire e non sentire la saggezza nuova del mondo.

Adesso faccio come Frost, mi siedo, e vedo se quella nuvoletta in transito tocca o manca la luna.

 

Dimensioni sovrapposte del paesaggio, che condensa molteplici profondità, possiede questo potere.
Forse la leggerezza può essere la migliore strategia per avvicinarsi al reale e all’immagine che percepiamo. Nulla come le dimensioni sovrapposte del paesaggio, che condensa molteplici profondità, possiede questo potere. (Marcello Balzani)

 


 

Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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