Per una unità di misura (del cuore)
Nel progetto contemporaneo, la relazione tra scrittura e percezione corporea non è un esercizio letterario, ma uno strumento che amplifica la sensibilità sensoriale e cognitiva, facilitando una comprensione più profonda delle relazioni spaziali e umane presenti nel design.
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L’infinito disordine delle cose
L’acqua che passa tra i capelli veste il tuo viso di una pelle di parole lo sguardo è un canto e il tuo corpo un fiume. Sì è vero! Ci sono esseri che attirano il fulmine: affrontare quello squarcio nel cielo e misurarsi con esso. Non lo sapevi? Tu hai una stella su ciascun seno, abitano conchiglie su spiagge di tenerezze e nella chioma ribelle si intrecciano fili d’oro. Sabbia e brina e pasto nomade. Gli oggetti danzano, pieni di odori e profumi, le spezie viaggiano come i ricordi, la sera. Si ritira sussurrandole… da una fessura tra le labbra passa la musica che fa danzare gli specchi.
C’è tutta una vita impacchettata in fondo a questa stanza: adesso sembri nata nell’infinito disordine delle cose. Ma poi bisogna andarsene, staccare le zolle di terra e le radici morte. Per l’anima non sottomessa. Hai sciolto i capelli e si intrecciano con grappoli d’uva verde e nera e le parole cadono nel calore, sembra un miraggio di luce. Scivola l’abito sotto i nostri sguardi e le mani impazienti palpano e accarezzano.
Tahar Ben Jelloun, “Stelle velate. Poesie 1966-1995” tradotte dal grande Egi Volterrani per Einaudi. Amato immensamente nella narrativa e nei saggi il grande scrittore marocchino mi accompagna in quella vita matura quando comprendi che non devi mai rimanere perseguitato e assediato da ciò che consideri già successo.
I piedi affondano nella sabbia e i nostri occhi si velano: la polvere del tempo sulle palpebre del desiderio. Adesso quella duna, ogni duna, è una casa e la tua nudità una sera d’estate. Senti? Vedi? Hai della sabbia tra i seni… Andrò al mare all’insaputa del tempo!

Ribaltare l’osservazione è un’azione feconda. “Sono ciò che mi manca. Questa mancanza è il mio punto di partenza, il mio itinerario, il mio obiettivo”, scrive Tahar Ben Jelloun nel 1971, “ciò che mi contesta si perde” e il “disordine delle cose” permette di mescolare “le parole alla sabbia per aprire le porte delle città sotterranee e delle notti imprendibili”, perché “il deserto è un malinteso, un letto scomodo per il sonno e per il sogno, una pagina bianca per la nostalgia.”
Il disordine è contagiante? Serve a tentare di svelare l’anima delle cose? Ma, ricorda, non è utile un “caos programmato, che è brutale è irreversibile”: non ti fare ingannare dalla randomizzazione!
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Vita di rugiada
Tutte le cose del mondo seguono il flusso della corrente. Riesci ad accettare che un amore possa finire come una stagione? Non essere riluttante. Non è un tradimento del tuo cuore.
Uno sguardo carico d’inconsapevole seduzione. Era come se al fondo di quegli occhi ve ne fossero altri due. Mi sentii a disagio, quasi mi sentissi spiato da quegli occhi nascosti in profondità nei primi. Guardò il suo corpo nudo nello specchio, sorprendentemente, per la prima volta si calmò. Il proprio corpo le apparve, per qualche ragione, come un oggetto misterioso… quello strano profilo di donna. Ha il vizio di inumidirsi le labbra. Capisci se è nebbia o rugiada? Mi si è attaccata sulla guancia. Erba tenera. Le ciglia e le labbra emergono, a poco a poco, come se avessero vita da sé. Gli occhi si abituano all’oscurità. Fino a quando farai finta di niente?
Parole avvolte (assieme alle mie) nel consumato filo di tradimento, sono come gocce di rugiada nascoste dalle foglie di bambù. Kawabata Yasunari de “La banda Asakura” tradotto da Costantino Pes e del racconto “Natura” in “Prima neve sul Fuji” tradotto da Giorgio Amitrano tutti e due per Einaudi.
Amo immensamente la tesa e trasparente fragilità di Kawabata e scopro sempre qualcosa di più prezioso ogni volta che lo rileggo. Non è un tradimento. Raffiora, sollecitato dal riflesso, il semplice desiderio dell’acqua (come se fosse il passato). Allora è finita? Stiamo per lasciarci? In questa vita di rugiada anche i seni stanno in coppia per non rimanere soli…

Flusso, riflesso, corporeità della famosa performer di Body Art, affiorano nel controscambio, annullando ogni algoritmica impubblicabilità.
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Per una unità di misura (del cuore)
Sulla punta della lingua. Il parlare vola via, il silenzio c’è e ha un odore. Un piacevole stato di lentezza. Le parole non hanno un peso simile perché non si fermano. Subito dopo aver finito di parlare, appena dette, le parole sono già mute. Ascoltare più con gli occhi che con gli orecchi. A ogni frase tocca il suo turno solo quando è finita quella prima.
Invece quando si tace viene fuori tutto insieme, vi resta attaccato tutto quello che da lungo tempo non è stato detto, perfino ciò che non verrà mai detto. Visto dall’esterno, forse lo scrivere assomiglia al parlare. Ma dall’interno è una questione di solitudine. Le frasi scritte si comportano con i fatti vissuti come il silenzio di fronte alla parola.
Quando metto nelle frasi ciò che ho vissuto, ha inizio un trasloco sinistro. Le interiora dei fatti vengono impacchettate nelle parole, imparano a correre dirigendosi nel trasloco in un luogo non ancora noto. Per restare in quest’immagine, quando scrivo è come se il letto venisse messo in un bosco, la sedia in una mela e la strada corresse su un dito. Ma accade anche il contrario: la borsetta diventa più grande della città, il bulbo oculare più grande della parete, l’orologio da polso più grande della luna.
È Herta Müller, la scrittrice rumena di lingua tedesca, Premi o Nobel nel 2009, con le prime pagine del suo “Il fiore rosso e il bastone” del 2003, tradotto da Fabrizio Campi per Keller editore.
Nei suoi scritti i crimini smisurati di Ceauşescu creano quel “lato notturno della gola” che rende ogni tradimento subito una richiesta di “fame d’amore”: un amore che è “diventato il campo d’azione di tutte le libertà mancanti”. Ma resta l’idea di una “unità di misura” del cuore che anima sempre un “pensiero interiore” rivolto ai lettori che non ci sono più e che ci sono stati molto “a cuore”. Scriviamo anche per loro? Saranno sempre i primi che ci leggeranno? Percepisco con un fremito ancora su di me lo sguardo di mio padre, scomparso in un’estate rovente molti anni fa, quando arrivavo da ragazzo con il mio racconto fra i polpastrelli a leggergli le frasi animate da un malriuscito tentare.
E il suo stupendo silenzio e il mio sulla punta della lingua.

“Unità di misura” e dislocazione operano con delicata attenzione. Anche se l’opera è la somma composta di tanti pezzi “saldati” e non temporalmente pertinenti (testa, bacino, ecc.) il risultato è incredibile nella sua unitarietà e sfida il tempo. Mancanze, lacune, integrazioni, traslochi (formali e interiori) rendo le forme così verbalmente adesive (di tanto vissuto).
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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